Winter is Coming: dalla crociata al Fantafestival

28 luglio 2016
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di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Lorenzo. Gli ultimi eventi, che si sono puntualmente verificati in un tempo ovviamente brevissimo ci danno forse l’occasione per mettere al vaglio alcuni nostri ragionamenti. La domanda è: ha ragione Libero quando scrive più immigrati uguale più attentati? Seconda domanda: ricordare – come hanno fatto a suo tempo alcune organizzazioni – che il 40% dei profughi ha problemi mentali è buonista?

Anatole. In effetti c’è questa cosa che il tema lupo solitario si collega a quello del rifugiato per via il disagio mentale in età adolescenziale. Ma la cosa andrebbe approfondita. Cioè, è evidente che se a diciassette anni scappi da una guerra, ti sei fatto una traversata folle in mezzo a tutti gli orrori che possano venire alla mente, sei sopravvissuto per miracolo, o hai una solidità estrema, o ti tempri nel corso degli eventi, oppure non sorprende che vai fuori di brocca. È una cosa che trascende il piano su cui stiamo provando a ragionare noi, perché le uniche persone intitolate a parlare di questo genere di cose sono quelle che fanno ricerca e assistenza sul campo. Quello che però si può dire sul piano della formalizzazione concettuale di questo genere di problemi per il modo in cui affiorano in superficie è la costante di una reazione alle procedure di esclusione. Nei tre casi degli ultimi tre giorni sembrerebbero pesare molto, dal rifiuto sociale in assoluto per il ragazzo di Monaco, a quello del permesso di soggiorno nello specifico, per quello di Ansbach. Il ragionamento che fa Bascetta sul Manifesto a partire da Il Perdente Radicale di Enzensberger è giusto, c’è un radicalismo degli sconfitti che si trasforma in rabbia omicida, ma manca una riflessione approfondita sulla soggettività delle vittime, dalla quale la natura di film horror da Fantafestival sembrerebbe emergere con struggente evidenza.

Lorenzo. Era chiaramente più facile sviluppare un ragionamento del genere a seguito dell’attentato a Charlie Hebdo: radicali di sinistra che fanno satira sul profeta. Si poteva arrivare a cogliere la perversa logica secondo la quale un fuggiasco del commando si asserragliasse in un supermarket kosher, bersagliando gli ebrei, secondo un canovaccio noto. Ma già dall’attentato al Bataclan il bersaglio tende a divenire ancor più generico. Certo, il proprietario è un ebreo, così come i padroni del Carillon erano Harkis, certo ai festeggiamenti del 14 Luglio a Nizza c’erano dei “patrioti”, ancorché musulmani in gran copia, certo tutto quello che vogliamo, ma la sostanza del discorso è che la rabbia cieca degli esclusi colpisce nella sostanza la società nelle sue manifestazioni di più disinvolta spensieratezza. Che se poi vai a vedere chi sono le vittime di Monaco ti prende davvero il coccolone: ragazzini, per lo più figli di immigrati, che davvero almeno agivano come individui che ci provano a essere spensierati, aderendo magari forse con più entusiasmo a una dinamica del tipo mall-bighelloneggiare-darsi un tono di qualche tipo. Esattamente come a Nizza dove fra le vittime troviamo decine di quei franco-trattino-qualcosa ansiosissimi di celebrare sto 14 luglio nel modo più pop che ci sia.

Anatole. E anche lì la situazione ha tutto del film horror catastrofista. Se c’è una guerra santa in corso, sembrerebbe quella tra apocalittici e integrati, i primi nella parte degli assassini stragisti, i secondi in quella delle vittime. Sarebbe da approfondire l’occidentalismo in base al quale i bersagli vengono selezionati e colpiti. Infatti sembrerebbe che l’occidentalismo dello stato Islamico, così come quello di coloro i quali trovano anche una fugace ispirazione in questa istituzione, sia perfettamente sovrapponibile allo schema ideologico reazionario dei nazi, omofobi, razzisti, antilibertari occidentali.

Lorenzo. Sì occidentalismo nell’accezione di Buruma e Margalit. L’Occidente visto con gli occhi dei suoi nemici. Nemici nel senso di persone che vedono un Occidente al tramonto, privo cioè delle sue supposte virtù di luogo fondativo di una civiltà forte e identificabile. E che covano odio perché nella “cosa nuova” che c’è non hanno posto, sono marginali. Questa “cosa nuova”, che poi è un miscuglio male assortito di entità statale che non funziona più e globalizzazione che si mangia tutto, ti respinge, ti mette in una posizione di subalternità insanabile. Un fatto che spinge alcuni a sparare o comunque far danni. Ideologicamente parlando Salvini e Baghdadi sono occidentalisti. E il legame fra le due cose è chiarissimo. FB l’altro giorno mi ha ricordato una cosa agghiacciante: Borghezio al tempo di Breivik disse che le sue idee erano condivisibili (ah, gli algoritmi di FB!). Però penso che su Europa e Occidente alcuni dei tuoi filologi qualcosa l’abbiano detta. Qualcosa di molto più sensato dei vari Toynbee, quegli storicisti che pensavano alle civiltà come entità viventi. Mi viene in mente Curtius, voglio dire.

Anatole. Personalmente penso che anche quella visione dell’Europa, che cerchiamo di tenere in vita, in realtà sia una cosa molto ‘novecentesca, tutto sommato già utopica al tempo in cui veniva concepita. Ho passato un anno intenso, nel corso del quale ho partecipato all’organizzazione della mostra dei Lincei sui «Libri che hanno fatto l’Europa» ed il convegno della Societé Internationale de Linguistique (et Philologie) Romane qui a Roma. Confrontando i ragionamenti che facevamo con la realtà che ci braccava quotidianamente, ho avuto davvero l’impressione dell’accanimento terapeutico. Io continuo a pensare che il modo in cui Auerbach e Curtius si proiettano oltre la crisi determinata dai dilanianti conflitti mondiali fosse in realtà ideologico e velleitario e di sicuro non offre una risposta a un punto nodale che aveva visto bene Ortega y Gasset nel 1930 in La rebelión de las masas, da rileggere da cima a fondo, soprattutto nel capitolo sulla «vida noble y vida vulgar, o esfuerzo e inercia». In particolare è fondamentale il passo in cui dice: «mientras en el pretérito vivir significaba para el hombre medio encontrar en derredor dificultades, peligros, escaseces, limitaciones de destino y dependencia, el mundo nuevo aparece como un ámbito de posibilidades prácticamente ilimitadas, seguro, donde no se depende de nadie». Si badi bene al verbo aparece, perché questa visione, propagandata in lungo e in largo nella nostra contemporaneità da tutti i mezzi di comunicazione di massa, non ha in realtà il minimo fondamento. Ciò malgrado, ci abbiamo creduto tutti, non solo in Europa e in America, ma anche in Iran, in Egitto, in Siria. Si dice che questo «mundo nuevo» configurato «como un ámbito de posibilidades prácticamente ilimitadas» sia venuto meno insieme agli assetti determinati dall’esito della Seconda Guerra Mondiale, ma Ortega y Gasset vedeva già il problema prima della Seconda Guerra Mondiale! Insomma, c’è un problema di distanziamento tra l’ideale e la realtà, nel quale risiede il pericolo per la democrazia, oggi come nel 1930. Né un’idea di realismo basata sul modo in cui le masse parlano, né la condivisione di un sistema di strutture di pensiero basate sui luoghi comuni della retorica aiuteranno a combattere questa minaccia facendoci davvero sentire eredi a diverso titolo di una tradizione culturale condivisa di lunga durata, che mescola al suo interno tutto il mescolabile. Il problema è sottrarre il filtro ideologico e guardare la realtà per quello che è: un gran casino dal quale si vorrebbe uscire senza una lucida visione d’insieme, che può trovare una sua attualità soltanto in un posto: la scuola.

Lorenzo. … (ragiona)

Anatole. L’idea dei modelli culturali condivisi e vicini alle dinamiche della vita, almeno quelle linguistiche, ma si può dire culturali in genere, si regge sostanzialmente su un pilastro che è attualmente minato, se non proprio esploso, cioè la forza di un sistema educativo che smussi le distanze e faciliti le transizioni, garantendo la promozione sociale. È da discutere se in Europa questa cosa abbia mai veramente funzionato e se sì dove, ma di sicuro ora siamo di fronte ad un problema epocale, che cioè non funziona di sicuro. La paideia è il modello culturale, per molti versi se vuoi anche ideologico, che supporta l’idea di Europa, dalla riforma carolingia, più o meno mitologizzata, in poi.

Lorenzo. La scuola dovrebbe essere la cinghia di trasmissione tra il sapere e la vita, ma cos’è la scuola oggi in realtà, dopo che i modelli tecnocratici, i maggiori nemici della democrazia, hanno operato per marginalizzarne la funzione sociale e, appunto, democratica? Di sicuro venendo in crisi l’idea della promozione sociale tramite lo studio, viene anche meno l’ipotesi educativa che smussa le distanze sociali e culturali. Come fai a crederci, se poi non è vero? 

Anatole. E soprattutto come fa a crederci un diciannovenne francese di origini algerine, se per primi non ci crediamo noi? Quando penso al mio lavoro in una Università di provincia, soprattutto al livello triennio, immagino sempre di avere come avversario Amici di Maria de Filippi. Un osso duro, siamo d’accordo, ma stiamo descrivendo un conflitto che si consuma all’interno di uno spazio democratico, l’università contro il modello televisivo. A Saint-Etienne-de-Rouvray immagino un conflitto ben più estremo, tra la scuola di base e una moschea salafita. Alle condizioni attuali non sorprende che vinca la seconda forza in campo. Chi di noi può dire che con le armi attuali, quelle di cui disponiamo, potrebbe combattere davvero quella battaglia? Come si pensa di contrastare un’ideologia, quella salafita, con un’altra ideologia, il laicismo della république? Se questo è lo schema, è inevitabile che i costrutti ideologici più forti prendano il sopravvento. riesci ad immaginarti che andrai all’ENA? Che diventerai deputato? Difficile, no? Riesci ad immaginarti come un soldato di dio nell’improbabile jihad dello stato islamico? Più facile. Anche se ti rimandano indietro, ti rimpatriano, ti ingabbiano, ti mettono il cinturino elettronico, trovi modo di progettare un’azione militare, che riflette i costrutti ideologici di cui sei diventato vittima. Sembrerebbe un’azione da manuale, quella che tutti aspettavamo da una vita: un commando irrompe in una chiesa, finalmente la crociata combattuta come si deve. Malgrado il prete sgozzato, le foto dell’attentatore bambino con il cappello di lana della nazionale algerina, aleggia comunque un senso di inappropriatezza. Come se, cioè, anche in questo caso il bersaglio si dimostri inappropriato, fasullo, poco pertinente. Come se lo sforzo sia più quello di convincerci che si tratta davvero di una guerra santa, piuttosto che di combatterla davvero. Perché, più che ad un film sulle Crociate, sembra di stare al Fantafestival, ma debutto, tipo quei film che davano il pomeriggio alle quattro quando ci stavamo solo noi. Tutta questa situazione intrattiene con la religione un rapporto analogo a quello che può avere, che ne so, l’Armata dei Poracci o La Nebbia che Accide.

Lorenzo. Esatto. Su un altro fronte – quello  della conferenzistica su ISIS, Islam&co, potrei portare su questo un po’ di casi. Ma forse è più importante che mi concentri un attimo su questa cosa della salafiyya  contemporanea – nel cui brodo il terrorista impazza – avendone ragionato un bel po’ in diversi modi. Partiamo da qui: c’è questo lavoro di Arjun Appadurai, Fear of smalll numbers. Lui dice una cosa essenziale: soprattutto a partire dai ‘novanta si stava instillando in ogni paese questa percezione della violenza e dell’insicurezza su base quotidiana. Una specie di guerra a bassa intensità permanente che modifica le relazioni sociali in un contesto di disorientamento dato dai tempi della globalizzazione, velocissimi nel procurare cambiamenti, e tempi degli Stati, delle politiche, della democrazia, molto più lenti e quindi poco incidenti sulla realtà che cambia. Un meccanismo stritolante in cui alla fine vince la concezione identitaria nazionalista antica e vieta di chi si accanisce contro tutto ciò che anche vagamente possa dare l’idea che sia possibile un’ibridazione, una mescola di qualche tipo (e qui mi viene in mente contro le patrie di Fernando Savater nel senso seguente: “ce lo dovevamo aspettare che sta cosa degli stati nazionali sarebbe finita male in questo modo”).  O vince, anche, una ricerca di identità che vada bene nella globalizzazione, buona per tutti i luoghi e tutti i tempi, quindi fortemente destorificata e stereotipata e in buona misura mercificabile. La nuova salafiyya è sostanzialmente questo – una roba che funziona nel nuovo paradigma – mentre i salafiti “storici”, quelli che associamo genericamente ai modernismi nati in reazione alla modernità “occidentale” dei coloni, sono tutta un’altra cosa e diciamo che qui non li consideriamo, facendoci anche a questo punto un po’ tenerezza. Questi nuovi salafiti, come i loro colleghi neocatecumenali, funzionano benissimo, fanno sfracelli, nel senso che all’interno dei rispettivi raggruppamenti confessionali – islamico e cristiano – sono quelli che fanno più proseliti. Tanto che i loro “concorrenti interni”, ad esempio i sunniti “vecchio stile”, quelli legati al sapere tradizionale, alle “università islamiche”, alle scuole giuridiche ecc., che fra l’altro spesso sono “a servizio” di sistemi nazionali tirannici, fanno davvero fatica a star loro dietro. E questo contesto “neosalafita” è il parco giochi dei terroristi. In campo cristiano assistiamo a dinamiche diverse, un buon esempio è l’Africa subsahariana dove il vecchio comboniano è perdente rispetto all’aggressivo pastore protestante che convince i legislatori ugandesi a emanare leggi contro gli omosessuali. In un contesto del genere è ovvio che il “prete freelance” dell’Huffington post, Don Aldo Antonelli, scriva: «Se dovessi essere sgozzato o decapitato o sventrato da un delirante di “Allah Akbar!”, vi prego, per favore, non uccidetemi due volte: non confondete l’Isis con l’Islam. E se il mio uccisore dovesse essere un nero o un emigrato, vi prego, per favore, davanti alla mia bara non uccidete anche la mia memoria: non confondete il delinquente con l’emigrante». Non sono i cristiani come lui – né i musulmani con cui lui ha a che fare – a far guerre.

Anatole. Certo fa un po’ ridere che siano i religiosi gli unici a dire che non è in corso nessuna guerra di religione. Addirittura il papa pare l’ultimo rimasto dei marxisti quando dichiara che «Il mondo è in guerra, ma non è una guerra di religione», soggiungendo che «Dietro i conflitti, ci sono i soldi, gli interessi, le risorse naturali, non le fedi». L’imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib, fa eco che «Gli autori di questo attacco barbaro si sono spogliati dei valori dell’umanità e dei principi tolleranti dell’Islam che predica la pace e ordina di non uccidere gli innocenti». Parrebbe in corso anche un’altra strisciante polarizzazione che schiaccia il dibattito, quella tra laici e religiosi, nella quale tutto sommato siamo caduti tutti ai tempi dell’attentato a Charlie Hebdo. Cioè, quando si diceva che la religione non c’entra e «Pray for Paris», veniva spontaneo rispondere che invece c’entra eccome e andatevene a pregare a casa vostra, che di religione ne abbiamo avuta abbastanza, grazie. Anche qui si tratta dunque di andare ancor più per il sottile. Cioè, la religione in ultima istanza c’entra eccome, nel senso in cui c’è sempre entrata. Specialmente se le tecnocrazie al potere fanno in modo che il potere laico sia irraggiungibile. Vale l’esempio di cui sopra: la religione è accessibile, l’ENA molto meno, anzi in taluni casi proprio per niente. Entrare in una chiesa o in una moschea non costa niente, iscriversi alla Bocconi o alla Luiss molto di più. Se vuoi creare un sistema in cui studiare costa, perché vuoi erogare gli student loans anche in Europa, poiché capisci che è l’unico modo di far cacciare soldi alle famiglie per una cosa che adesso hanno quasi gratis, è evidente che la religione c’entrerà sempre di più. Si ritorna al problema del laicismo in un continente che restringe l’accesso allo studio. Allora avoja a parla’ della riforma carolingia come momento fondativo della cultura europea, avrà sempre ragione il Papa quando dice che «L’Europa ha nel Cristianesimo le sue radici più solide». E il primo imam salafita che ti spiega come non hai speranza in un mondo come quello in cui vivi in mezzo ai palazzoni di una ville nouvelle (che poi ormai so’ vecchie), tipo quella vicino dove finimmo nel remoto capodanno 1990, avrà ragione lui, punto.

Lorenzo. Sì, c’entrerà sempre di più la religione, in quel senso che dicevo, penso. Anche se poi a ben vedere occorre un supplemento di ragionamento, appunto, e un laicismo vecchio stile, adatto per i paradigmi vecchio stile, diventa asfittico e inutile e in ultima analisi forse anche peggio dell’Imam di al-Azhar, di Papafrancesco&co. Se uno fa il discorso  anticlericale, ad esempio, sbaglia bersaglio perché per il clero non c’è guerra di religione ecc. E inoltre, quel tipo di laicismo è molto reazionario, crea personaggi come gli Atei Devoti: Fallaci in testa, Ferrara… insomma un incubo. Ma ora dovremmo parlare del complottismo, dei sistemi di pensiero cospirazionisti, come avevamo promesso ai nostri lettori.

Anatole. No, guarda, s’è fatta una certa, ne riparliamo alla prossima puntata, giuro. E poi se non chiudiamo rischiamo che capita qualcos’altro invece pare che oggi sia successo soltanto che il papa è inciampato. Cioè, dai, ci sono le elezioni americane, Carosello che torna dopo 40 anni sul web, il DJ spagnolo picchiatore seriale a Milano. Oddio, forse questo è a cavallo tra Fantafestival e Complottismo…

Lorenzo. Al giapponese che fa strage di disabili, comunque, je spiccia casa.

Anatole. Winter is coming.

Lorenzo. As father said.

 

3 Responses to Winter is Coming: dalla crociata al Fantafestival

  1. Andrea Inglese il 29 luglio 2016 alle 00:39

    Vi seguo abbastanza nei diversi ragionamenti, anche se a volte siete un po’ troppo ellittici, e tifo pienamente per il vostro sforzo di lucidità e analisi. Alcune cose pero’ mi sfuggono. Tipo questa: “Si ritorna al problema del laicismo in un continente che restringe l’accesso allo studio.” Qui scusate davvero non capisco che cosa vogliate dire. Se parlate di barriere sociali, che c’entra il laicismo? Si vuole forse intendere che in Francia fanno carriera solo gli atei o gli agnostici, anche se di origine popolare? Si vuol dire che la borghesia cattolica poverina è marginalizzata quanto il musulmano praticante dei quartieri ghetto? E come la mettiamo con i laicissimi attentatori, che si sono convertiti in un battito di ciglia?

    Forse intendete con laicismo una forma di polemica pretestuosa che dal FN, passando per Sarkozy e finendo a Valls, vede nell’islam in generale una minaccia indeterminata, che deve essere combattuta a suon di leggi e di pronunciamenti altisonanti, le une e gli altri spesso del tutto inutili, se non a scopo elettorale? Insomma, io distinguerei il nobile concetto di laicismo, indispensabile per ogni forma di vita autenticamente democratica, dall’islamofobia di matrice politica francese e dall’assenza di mobilità sociale (aggravata da discriminazione diffusa) propria delle società francese attuale.

    • Lorenzo Declich il 29 luglio 2016 alle 00:56

      In sintesi estrema, intendiamo che se vuoi davvero imporre una visione laica dello stato devi anche garantire libero accesso a tutti alla scuola e alle università che contano. In Francia se non sei francese-francese i francesi-francesi con te non parlano nemmeno. Quindi è inevitabile che ripieghi nella tua comunità di appartenenza. In questo modo lo stato laico prende la forma di quel laicismo che molto populismo ha buon gioco ad identificare con la tecnocrazia elitaria e classista. La Francia, essendo all’avanguardia nella svolta tecnocratica, è ovviamente più esposta, ma i rischi di quella prospettiva, che di fatto surroga la definizione dei margini di una cultura europea inclusiva, sono evidenti ovunque. Se poi viene meno la possibilità dell’emancipazione sociale tramite lo studio è evidente che riaffiori una dimensione di conflitto sociale irrisolto. Negli anni ’70 il conflitto di classe ricomprendeva altri conflitti nel quadro delle battaglie dei lavoratori, oggi è inevitabile che prendano il sopravvento altre forme. Dunque il senso pratico, alla fine è che l’opzione anche suicida e schizzata di farsi saltare in mezzo a una piazza diventa più credibile di quella di riuscire nella vita in un altro modo, per assurdo che a noi possa sembrare. Ma la storia, anche la nostra, ci insegna che non è assurdo manco per niente. Naturalmente la questione è complessa e andrebbe approfondita ben oltre i margini di questa conversazione dal valore più che altro autoterapeutico. [Anatole]

  2. Andrea Inglese il 29 luglio 2016 alle 12:33

    Lorenzo, quando scrivi: “Dunque il senso pratico, alla fine è che l’opzione anche suicida e schizzata di farsi saltare in mezzo a una piazza diventa più credibile di quella di riuscire nella vita in un altro modo, per assurdo che a noi possa sembrare.”
    Su questo sono ben d’accordo. L’esclusione sociale su larga scala, come quella della società francese, puo’ aprire la porta a varie forme di reazione violenta e disperata. L’enorme sofferenza sociale deve manifestarsi in qualche forma, e quelle offerte dai signori di Daesh hanno una loro tremenda efficacia.
    Cio’ detto non riesco a vedere questo nesso: laicismo-tecnocrazia-blocco sociale. Il laicismo secondo me è la difesa semplicemente della separazione tra stato e chiesa, che in Francia data del 1905, e che è una questione centrale mi sembra anche per le rivoluzioni arabe, come la situazione della Tunisia mostra, dove la laicità è una questione spinosissima ma ben presente nel dibattito politico e culturale. Naturalmente ne so ben poco della storia del concetto di laicità nel mondo arabo e in quello musulmano, ma mi sembra indubitabile che sia uno degli elementi importanti nel corso di queste rivoluzioni.
    La questione della mancata integrazione non culturale, ma sociale, in Francia, mi sembra abbia ben poco a vedere con la laicità, anche se la laicità è stata usata nell’ultimo decennio al servizio dell’islamofobia. Ma proprio per questo è importante, come voi fate su tante questioni, tentare di operare un discrimine critico e attento. Buttare via la laicità assieme alla società classista (e razzista) mi sembra rischioso.

    “In Francia se non sei francese-francese i francesi-francesi con te non parlano nemmeno.” Detta cosi rischia di essere caricaturale. I franco-italiani e i franco-portoghesi potrebbero illustrare (spesso) tutta un’altra vicenda. Ma certo la questione della discriminazione dei ceti popolari le cui famiglie vengono dai paesi ex-coloniali è centrale, e tutto comincia proprio con la scuola, almeno in Francia.

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