da: Il corpo di Mircea Cărtărescu

3 agosto 2016
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Proponiamo, dopo l’estratto dal primo volume – L’ala sinistra – pubblicato da 404:FNF nei giorni scorsi, un estratto dal secondo volume – Il corpo – della trilogia Abbacinante di Mircea Cărtărescu, capolavoro ancora per lo più sconosciuto al pubblico italiano, di cui è recentemente uscito il terzo e finale volume, L’ala destra. Scopo di questi estratti, come spiegato nell’introduzione al primo brano, è dare maggior diffusione a un’opera che si colloca tra le maggiori degli ultimi decenni, nella letteratura europea e non solo. Anche in questo caso si è scelto un passo visionario, sia perché la visione mistica e psichedelica è, con la sua particolare grammatica, uno dei motori del romanzo, sia perché la lettura di questo brano, messa a confronto con quella dell’estratto dal primo volume, può dare al lettore una prima, sommaria idea di come Cărtărescu lavori per nessi simbolici e per rimodulazioni (Vanni Santoni).

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di Mircea Cărtărescu

 

Non vivo più nulla realmente, benché viva con una intensità di cui le semplici sensazioni non potrebbero dar conto. Inutilmente apro gli occhi, poiché non posso più vedere. Invano rimango sbalordito davanti alla mia finestra ovale, tentando di cogliere suoni. È come se avessi non un certo numero di sensi, ma miliardi di sensi, ciascuno diverso, ciascuno adatto ad altri stimoli: uno esclusivamente per la forma della tazza dalla quale bevo il mio caffè, un altro solo per la forma del sogno di questa notte. Un altro per il bisbiglio terribile delle mie orecchie, udito distintamente un po’ di anni fa, mentre me ne stavo, nel mio pigiama sdrucito, con le gambe sul termosifone, nella mia stanza di via Ștefan cel Mare. Non percepisco più le alterazioni della luce, le altezze del suono, la chimica del garofano e dei dettagli, ma scene intere, inghiottite all’improvviso da un senso virtuale, appena dischiuso nel centro della mia mente solo per quella scena luminosa ed effimera come un’onda, che reagisce con essa, modificandola, appiattendola, avvolgendola come un’ameba e formando insieme con essa un’altra realtà, antica e immediata, illuminata da un desiderio nostalgico e oscurata dall’estraneità. È come se tutto ciò che mi accade, che potrebbe accadermi, dovesse essermi già accaduto, come se tutto esistesse già in me, non però in forme piene e vistose, ma in attesa, in lamelle accartocciate, rudimentali, avviluppate strettamente le une dentro le altre là nelle strutture del cervello – e anche nelle ghiandole e negli organi e nel mio crepuscolo, come pure nelle mie case in rovina – attendendo lì una conferma e un nutrimento dalla vampa modulata dell’esistenza, a sua volta irrisolta ed embrionale. Non percepisco più se non ciò che ho percepito già in passato, non posso più sognare che i sogni già sognati. Apro gli occhi, non però per il colore e i contorni, dal momento che la luce non si diffonde più in corpuscoli che attraversino il mio cristallino e gli strati traslucidi della retina, che producano rodopsina nelle mie cellule di forma conica; intere immagini giungono improvvise, scolpite nella rodopsina e accompagnate come da un’aura di penero di suono e filamenti di sapori e di profumi, di gelo e calore, di dolore e pietà, di una torsione del capo verso destra confortato e contrastato dal senso cocleare. Giungono interi quartieri, insieme con il tempo, lo spazio e il loro turbamento, e soprattutto con il loro grado di realtà – poiché possono essere reali o sognati, o immaginati, o trasmessi mediante i legami ineffabili che congiungono le nostre vite a quelle di coloro che ci hanno preceduto – giungono labbra e sessi, e tram che scorrono sui binari in inverni con neve sporca, viene mia madre a portarmi ogni tanto da mangiare, talvolta viene Herman. Non potrei percepire nulla di tutto ciò se non si ricostituissero, in qualche modo, nella mia mente (nel mio mondo), se non si schiudessero da lì i bulbi oculari, se non mi dicessi in ogni istante della mia vita: “Ho già vissuto questo un’altra volta, sono già stato lì”, così come non è possibile vedere la luce se la luce non è già stata nella zona occipitale della tua vita, formando là il senso idoneo per la luce. Per questo la mia vita è già vissuta e il mio libro è già scritto, giacché il passato è tutto, e il futuro è niente.

Non potrei sostenere in alcun modo l’architettura schiacciante della mia vita se io stesso, nella mia interezza, non fossi un organo di senso per lei. E, così come l’occhio non può accogliere e comprendere null’altro che la pura luce, poiché è scolpito dalla luce nell’osso poroso del mio cranio, e dal momento che null’altro al mondo è maggiormente in grado di accogliere e comprendere la luce, allo stesso modo il blocco compatto di fogli e membrane neuronali del mio corpo, con l’anatomia e la malinconia delle sue volute, con la sua struttura tridimensionale, difficile da comprendere quanto quella di un’aldeide, è un solo, grande, unico organo di senso stimolato soltanto dalla mia vita, da questa energia che non è né luce, né suono, né profumo, né gusto, né sensazioni tattili o cinestesiche e neppure lacerazione di tessuti. Nulla, mai, potrebbe recepire altrimenti la mia vita, essa viaggerebbe nell’inesprimibile come bilioni di altri stimoli con cui nessuno sa cosa fare, come la luce in universi privi di globi oculari e come il freddo in mondi senza epidermidi. Sono un unico grande organo di senso, dischiuso come un giglio di mare, che filtra attraverso la polpa bianca dei miei nervi i vortici di questa sola, unica vita, unico mare che mi nutre e mi contiene. Un solo analizzatore, una sola cellula sensuale, lucida, che riceve sempre il vento solare della mia vita, con il suo penero, le sue frange capricciose di aurora boreale, con i suoi tramonti sinuosi e le albe accecanti che penetrano fra le membrane traslucide, m’illuminano i reni e le ghiandole salivari, mi disegnano con fluoro e arsenico le viscere. Mi modificano, producono alterazioni chimiche, ricordi e riflessi, immagini e suoni, liberano ormoni e sogni e ascensori e notti e volti mostruosi mai visti prima, e quest’intero flusso organico e psichico, tragico etico e musicale viene spinto più lontano, attraverso la fontanella del cranio, sulle vie ascendenti della Divinità, tramite sinapsi mistiche e axoni angelici verso il chiasmo ottico della mente che ci comprende e da lì nel talamo del karma e nelle proiezioni verso le aree sensoriali dove i santi e i giudici stanno a gruppi, con nimbi dorati intorno ai crani trasparenti, emanando lingue di fuoco e cianuro, valutando, soppesando, amministrando. Mutata in codici e simboli, in danze allegoriche, la mia vita si spande, informe, sopra il cranio della Divinità, lo protegge come un arcobaleno, come un omuncolo elettrico, con enormi dita, con mille articolazioni, con labbra da sassofonista, ma con un corpo minuscolo da lombrico sospeso a un filamento di seta. Poiché la Divinità è un cervello immenso, una medusa grandiosa con miliardi di sensi, che scivola nella notte abissale, appena illuminata di una luce azzurra di batteri. La sua cupola pulsa lentamente e la sua trasparenza è semplice amore di color oro. Una grande medusa che pensa. Un pensiero che pensa, non però nei termini del pensiero, ma del nulla abissale che lo circonda, quasi che l’intera cattedrale pulsatile, più grande, più ricca e più complessa della capacità del pensiero di pensarla, più aurea della capacità dell’amore di amare sé stesso, insomma più potente del potere stesso, più imperiosa della stessa volontà, non fosse che un minuscolo difetto del nulla circostante, un’imperfezione della morte priva di difetti che riempie tutto il vuoto, una cavità impossibile da localizzare nella roccia della notte senza fine. A sua volta un accidente dell’iper-nulla, dell’ultra-spazio vuoto, della morte elevata alla potenza della morte e dell’aleph elevato alla potenza di aleph. Sicché alla fine pure la Divinità non è altro che un meraviglioso organo di senso dischiuso nel cristallo del nulla, a sua volta organo di senso per un nulla più misterioso. Pieghe dentro altre pieghe, come un bocciolo di rosa, come una vulva.

Io, nel frattempo, penetro la mia vita. La inghiotto, la bevo, la vedo, la odoro, l’addento, la vivo, la odio, la posseggo. Bruco con quattro comparti simmetrici, trasformo la mia vita in impulsi codificati e la trasmetto gerarchicamente, più in alto. Il cranio e il torace ricordano il paradiso, si colorano come la cartina al tornasole quando s’immergono nella beatitudine. Pensano, respirano e spingono il mio sangue spumoso attraverso le arterie. È il triangolo della mia felicità, è la piramide della mia umanità ed è il mio coro d’angeli che canta sopra il vasto arazzo di nervi e muscoli del diaframma. Quando sono felice penso, respiro e mi batte il cuore. Sono le funzioni dell’uccello, sono ali spiegate sul cranio di diamante. Sono tre occhi limpidi e azzurri aperti sopra ali di libellula. Se fossi questo soltanto: cervello, cuore e polmoni, sarei un dio, poiché gli dèi non hanno viscere melmose. Sarei come una navicella spaziale che avanza mediante un getto d’aria e sangue, propulsando fra le stelle il suo pilota cerebrale. E lui, l’omuncolo, nel suo abito perlaceo di mielina, manovrerebbe sul proprio stesso corpo come su un sofisticato quadro di comando, con contorsioni di milioni di dita che scorrono sopra miliardi di filamenti e pori del suo corpo pensante. E tutta la navicella sarebbe piena di liquido cefalo-rachideo sfavillante come dell’oro liquido, e nel cranio del pilota un altro omuncolo mostruosamente bello danzerebbe sul proprio corpo con decine di migliaia di dita simili ai filamenti di ragno, e nel suo cranio un altro omuncolo leviterebbe dentro un liquido dorato. E il corpo del più grande sarebbe sempre il cosmo del più piccolo, e il mondo e la notte e Dio sarebbero semplici cosmi impacchettati l’uno dentro l’altro, separati da pareti sempre più esili fatte di ossa craniche, crani dentro crani dentro crani dentro crani…

Non sono però solo angelo, sono pure un demone orrendo e grottesco, che sta appostato come una tarantola pelosa sotto il diaframma. Qui ho le viscere e i reni, e sotto di essi, nella loro sacca rossastra e rugosa, le strane uova che pensano il tempo. E il tubo mediante il quale, smezzato e ridotto a un vibrione sognatore, viaggio verso il ventre di un altro universo. Qui affondo nell’abiezione, avanzando più in basso tramite un getto di urina e sperma. Qui respiro il fuoco sulfureo dell’inferno. E così come, propulsato da cuore e polmoni, da aria e acqua salata, il mio cranio, custodendo il cervello, naviga attraverso gli universi riuniti, il fuoco dello scroto e il terragno delle viscere spingono gli spermi nel tempo che fende lo spazio, trasversalmente, formando con esso una croce di quarzo imponderabile. Ed ecco l’inferno: corpi nudi di maschi e femmine, accoppiantisi l’uno con l’altro fra gemiti e convulsioni, uscendo di continuo l’uno dall’altro, dilaniandosi uteri e vagine, riempendo i corpi erettili con lubrificanti e con sangue, divenendo vecchi, flaccidi, putrescenti, ma continuando a liberare ovuli e sperma, capsule micidiali che illuminano, simili ai fotoni, le labbra sensuali di altre donne, le cosce irsute di altri maschi, genitori e figli e ancora genitori e figli che lasciano dietro di sé la degradazione degli organi sfatti, delle ossa che si dissolvono lentamente dentro loculi dello stesso quarzo abbacinante. Ventri contenenti ventri in cui ci sono ancora ventri, quasi che tutte le mamme e le figlie fossero rinchiuse l’una dentro l’altra, in una sequenza illimitata di donne gravide, alternanza eterna di pareti uterine e di feti gravidi di altri feti, uteri dentro uteri dentro uteri dentro uteri…

Ma ecco che la medusa celeste non è solo cervello e non è solo pensiero, è sesso e passione allo stesso tempo, e non per la fusione di carni e princìpi, bensì per la loro identità sostanziale, poiché all’estremo, agli estremi degli anfratti di guazza, l’ipercerebro, che è lo spazio, non è altro se non l’ipersesso, che è il tempo. E l’iperspazio, che è il pensiero, non è altro se non l’ipertempo, che è la passione. E l’iperpensiero, che è tutto, non è altro se non l’iperamore, che è nulla. E il tutto-nulla, impalpabile, inevitabile, inalterabile, è proprio la mia vita, che capto con l’organo di senso del mio corpo, nel cui flusso mi libro e aleggio, che invento a mano a mano che essa stessa mi inventa, finché lei si rapprende e io mi rarefaccio e formiamo insieme una totalità vita-corpo in cui non si sa più chi crea e chi sabota chi. Infatti la matrice dei miei organi imprime alla mia vita una forma codificata, la sola che la tua materia grigia possa comprendere. Con essa ti invio l’odore dei miei capelli e il sapore delle mie labbra. Il colore dei miei occhi e la durezza delle mie unghie. Tutto ciò lo trovi in questo grande unico codice, in questo regesto, in questo libro illeggibile, questo libro.

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Due interviste di Vanni Santoni a Mircea Cărtărescu sono leggibili su Le parole e le cose e minima&moralia.

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One Response to da: Il corpo di Mircea Cărtărescu

  1. Simone Bachechi il 6 agosto 2016 alle 12:46

    da leggere a voce alta: poesia, psichedelia, Burroughs, viaggi interstellari…



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