L’oscurità e il godimento: una lettura di “Il Galateo in Bosco”

19 agosto 2016
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zanzotto_500

di Andrea Inglese

 

Ho letto Il Galateo in Bosco molto giovane e ovviamente poco ne capivo. Non ricordo neppure se fosse il primo libro che mi trovassi a leggere di Zanzotto, ma ancora oggi, passati molti anni, e sedimentate molte letture, Il Galateo è come se rimanesse, per me, il libro di Zanzotto, il libro riassuntivo ed esemplare, quello che, alla fine, ho letto più spesso, e quello che ho sempre nuovamente voglia di leggere. È senza dubbio un libro legato al percorso auto-iniziatico della poesia, e custodisce, quindi, quelli che, molto presto, considerai dei valori fondamentali del testo poetico moderno e contemporaneo: oscurità e godimento.

Faccio parte di coloro che non temono, confrontandosi con l’arte o la letteratura, di non capire, o meglio, di capire poco o a sprazzi. Ho sempre pensato che la letteratura e l’arte siano innanzitutto delle espressioni non tanto d’intelligenza, ma delle sfide all’intelligenza. Poesia e arte dovrebbero, a mio parere, diffidare dell’intelligenza, dei suoi modi e dei suoi codici, ad uso generalmente degli adulti, possibilmente maschi, ben inseriti e pragmaticamente attivi nel tessuto sociale dell’esistente. Per questo motivo, mi è sembrato importante, parecchi anni fa, accettare e, anzi, valorizzare il semplice fatto che si possano leggere delle cose poco chiare, delle cose che sfuggono, che richiedono una paziente rilettura, come se ci si trovasse di fronte a dei rebus. (Sia bene inteso, non sono un particolare amante della poesia “oscura”. Tutt’altro, ma penso che un certo grado di oscurità sia inerente al genere letterario della poesia, per ampi e frastagliati che se ne considerino i contorni.) E, nel caso di libri come Galateo in Bosco, si è reso subito evidente il nesso tra oscurità del testo e godimento della lettura. L’oscurità, infatti, intesa come impossibilità di rischiarare il destino umano, di renderci familiari all’universo naturale e storico in cui viviamo, è evidentemente il tema maggiore del libro di Zanzotto. Nelle “Note” conclusive dell’autore, si legge: “Galateo in Bosco (se poi esistono galatei e boschi): le esilissime regole che mantengono simbiosi e convivenze, e i reticoli del simbolico, dalla lingua ai gesti e forse alla stessa percezione: librati come ragnatele o sepolti, velati come filigrane sopra / dentro quel bollore di prepotenze che è la realtà”. Il “bollore di prepotenze che è la realtà”, ossia il caos che costantemente rischia di travolgere non solo i “reticoli del simbolico”, ossia la rete di significati storici che ogni società si dà, ma anche le “esilissime regole” che permettono convivenze tra le diverse specie viventi. Questa fragilità dei nessi logici, sintattici e narrativi, così come dei rapporti tra l’uomo e l’ecosistema da cui si è, con grandezza e pericolo emancipato, è sottoposta ogni momento allo strappo, al micro o macro trauma. Il Galateo in Bosco è allora una sorta di mappatura ampia, in salto costante di scala, tra micro e macro appunto, degli zoppicamenti della ragione umana, individuale e collettiva, per familiarizzarsi con il paesaggio, per antropizzarlo compiutamente, per rimodellarlo in profondità a propria immagine e somiglianza, senza mai davvero riuscirci compiutamente. Questo percorso, infatti, è disseminato di “forre”, di “ossari”, di vicoli ciechi, abissi, ostacoli inaggirabili.

In questa situazione, il godimento nasce nel lettore dalla profusione di indizi che l’autore ha disseminato nel testo. Appare, infatti, chiaro che l’autore è, alla pari del lettore, e in anticipo rispetto a lui, smarrito nel testo, o meglio, smarrito nel tentativo di governare, attraverso il testo, il suo oggetto specifico, ossia il bosco, inteso come sedimento naturale e storico che costituisce il punto di convergenza paradossale tra memorie e rimozioni collettive. Ed è proprio in virtù di questo smarrimento che egli s’inoltra, con piglio tragi-comico, nell’eterogeneo. L’autore, conquistando in questo modo una complicità sicura con il lettore, mette in atto, secondo una logica dissipativa, una moltiplicazione di riferimenti lessicali, stilistici, figurativi, tematici, che percorrono trasversalmente tutti gli strati della cultura, da quella alta e specialistica a quella più popolare e di massa. Questa eterogeneità non è però espressa attraverso una postura demiurgica e onnipotente, come accade nei grandi maestri del modernismo. L’opera assume fino in fondo il proprio carattere provvisorio, presentandosi come un catalogo di tentativi di poesia attraverso approcci formali disparati, in una sorta di continuità informe, dove i singoli componimenti non sono altro che provvisori coaguli nell’itinerario tormentato dell’espressione. In questo insieme scontornato di testi, il lettore, pur non avendo cognizione di un coerente e chiaro itinerario, sente di poter avere una grande varietà e molteplicità di accessi. E finisce sempre per cadere su un passaggio, una strofa, anche un unico verso fulminanti. Si pensi, ad esempio, a: “ogni albero è un appuntamento / sopraffazione”. Sono versi simili a costituire inaspettate soglie semantiche ad alta densità. Con un gesto che è, nel medesimo tempo, di disinvoltura e d’irriverenza, Zanzotto mette insieme regimi discorsivi remoti: quello empirico, banale, in cui l’“albero” esiste come oggetto senza mistero, e quello dei termini astratti e radicati nell’universo antropologico: “appuntamento” e “sopraffazione”. Abbiamo, di primo acchito, un effetto di disarticolazione, che smaglia il tessuto semantico ordinario. In seguito, però, da questa smagliatura emerge una sorta di sfondo semantico più ampio, certo problematico, ma in cui l’albero perde tutti i sui tratti familiari, per arricchirsi di dimensioni nuove. Ogni albero è la possibile promessa d’incontro tra l’uomo e il mondo, tra cultura e natura, tra soggetto e oggetto, ma questa promessa è anche occasione di frustrazione, addirittura di violenza subita: l’albero è portatore di sopraffazione, in quanto in qualche modo deve vendicare un accordo mai esistito, un appuntamento mai rispetto, innanzitutto, dall’uomo stesso.

            Così ogni minimo verso fa eco con l’intero libro, ossia con l’intera cosmologia del bosco, che è però una cosmologia costantemente in fieri e, come già detto, indiziaria. Vi è, infatti, un risoluto desiderio di totalità, e questo fantasma di totalità, di cosmo, emerge come una sorta di perpetua mancanza, di lacuna derisoria, a fronte di ogni tentativo di pienezza che si ponga in primo piano, sia nella forma della narrazione individuale o collettiva sia nella forma della nominazione poetica, tutta rivolta all’alterità della natura e a coglierne le possibili promesse di senso. Non è possibile, quindi, sfuggire gli orrori della storia, obliare nuovamente gli ossari, per re-incantare poeticamente qualche luogo naturale, selvaggio. Ma la mancata pienezza di ogni espressione non è celebrata in Zanzotto con un furore di tipo avanguardistico, che mira alla semplice distruzione dei significati. La lezione maggiore di Galateo in Bosco sta sì nella disarticolazione delle partizioni nette tra regimi stilistici e universi semantici, ma a favore di una fluidificazione dei significati, di una circolazione costante e imprevedibile del senso, dal momento che ogni segmento di bosco non è mai completamente codificabile nei termini dei linguaggi umani, ma non è nemmeno terra incontaminata, riserva di senso, al riparo dagli interventi dell’uomo. Il bosco si presenta, allora, come il punto di collasso dei significati sociali e della mitologie naturali, la zona dove la frontiera dei moderni tra natura e cultura viene meno, e nello stesso tempo si espone ad essere esplorata nella forma del cumulo di tracce, reperti, geroglifici, “graffi”.

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[Questo testo è apparso in versione francese (traduzione di Philippe Di Meo) nel n° 58 della rivista Nu(e) dedicato interamente ad Andrea Zanzotto.]

 

 

 

 

 

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5 Responses to L’oscurità e il godimento: una lettura di “Il Galateo in Bosco”

  1. Roberto Greco il 19 agosto 2016 alle 18:47

    “Oscurità e godimento”

  2. Giulio Mozzi il 19 agosto 2016 alle 22:10

    Lessi il Galateo nel 1979, diciannovenne. Mi sembrò un libro nel quale si capiva tutto: leggevo, leggevo, anche ad alta voce, ed era così bello!

    Certo, non avrei saputo parafrasare nulla. Ma dai “piccoli schiaffi in quiete” della prima pagina in poi, mi fu chiaro (dico: mi fu chiaro; non dico che ci azzeccassi) che dovevo semplicemente prendere tutto alla lettera.

  3. véronique vergé il 20 agosto 2016 alle 08:55

    Nella poesia enigmatica viaggia il sogno della parola. La lingua ha la sua versione di notte
    Stella et morsura mi viene la parola morte,arsura, medusa.
    Una ferita celeste et salina.
    Mi raconto la mia storia della lingua.

    Ps Complimenti Andrea per Parigi è un desiderio. Libro poetico e inammorato.
    L’ho letto con il mio amore per l’Italie.

    • Andrea Inglese il 20 agosto 2016 alle 15:05

      Grazie a te Véronique. Bises!

  4. Filippo Rosso il 20 agosto 2016 alle 17:31

    I versi di Zanzotto mi tornano sempre in mente quando meno me lo aspetto, non so da dove riportati a galla e da cosa, e sempre sotto forma di musica. Mi succede con pochissimi.

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