La bambina celeste (un estratto)

31 agosto 2016
Pubblicato da

bambina celeste copertinadi Francesco Borrasso

Ho odiato le pacche sulle spalle, gli occhi tristi o fintamente tristi che ti osservano, ho odiato le parole di conforto, gli abbracci di sconforto, ho odiato tutti i discorsi che sono incominciati con “lo so che non posso capirti”; ho odiato chi ha cercato di capire; ho odiato il funerale, la bara bianca, vaffanculo. Ho odiato la chiesa piena, il prete e i suoi inutili discorsi, le lacrime piene, le ore, subito dopo il lutto, mai vuote, senza riposo. Ho odiato le condoglianze, le telefonate senza argomenti, le presenze dentro casa, i sorrisi di circostanza. Ho odiato il letto vuoto di Giorgia, non lo sto più guardando; la stanza morta che non ci sto più entrando; ho odiato i pranzi d’asporto e le cene silenziose, che la coppia iniziava la scissione. Ho odiato il sole quando non ce n’era più bisogno; ho odiato i negozi di giocattoli perché non servivano più e la faccia di Victoria quando le ho proposto di avere un altro figlio.

Io e mia moglie abbiamo creato una distanza; come due sentinelle immobili alle estremità di un ingresso; senza alcuna distrazione, facciamo una guardia spietata; entrambi convinti di poter riconoscere la morte un attimo prima che faccia il suo ingresso.
La chemioterapia è stata un vampiro, ha succhiato via dal corpo di Giorgia ogni rimasuglio di forza; la sua testolina senza capelli pare reggersi quasi per un gioco di prestigio su un collo che ha perduto potenza ed elasticità.
Giorgia sempre meno, passeggia sempre meno.
È domenica, il giorno di festa di quel Signore lì. La porto al parco, le ruote del passeggino sfrigolano sul cemento umido della mattina; domani è la vigilia di Natale. Sto provando a fare mia l’idea che potrebbe essere l’ultimo di noi tre, sto provando a prendere confidenza con questo tipo di riflessione.
Due fontane circolari, due vasche sono il bacino di piccoli pesci che nuotano a giro.
Sull’erba: due altalene, un girotondo, due scivoli, tanti bambini, genitori. Mia moglie è a casa, sta provando a preparare un pranzo che possa avere la parvenza di un giorno di festa, ci hanno raggiunto i miei genitori, vogliono passare un po’ di tempo con la bimba, vogliono essere di supporto; ma come spiegargli che non posseggono gli strumenti?
Forse ho fatto una cazzata a portarla qui, tutti i bambini corrono energici, sudano, urlano, ridono; lei è una statua di sale in un passeggino che ormai avevamo perso l’abitudine di utilizzare.
Giorgia ha quattro anni e un cancro al cervello.
«Papà, mi voglio alzare».
La voce di mia figlia fa come un vetro che va in frantumi, lo stesso rumore di debolezza.
Ascolto la sua richiesta e osservo che cosa c’è intorno a noi: nuvole bianche che si gonfiano nel cielo, aria ferma, freddo, punge la pelle, alberi, che nella loro immobilità vivono senza il bisogno di gridare; guardo tutto come se potessi scongiurare l’arrivo di un avvenimento nefasto; nella follia che mi cresce dentro ho la convinzione di poter individuare il male e recargli ostruzione.
Sgancio la clip della cintura che la tiene legata al passeggino; il rumore è simile a quello di un ramoscello che si spezza. Il cappellino blu e giallo è di lana e le copre la testa fin quasi sulle orecchie, la pelle del viso mette in mostra delle screpolature rossastre, e poi è bianca, tanto che a volte pare di poter vedere le ossa del cranio. Le metto le mani lungo i fianchi per darle un’aggiunta di forza, per far leva e aiutare i suoi muscoli a mettersi in piedi; non ha più carne, attorno alle ossa non c’è sostanza, c’è solo pelle, pare potersi strappare con un gesto avventato.
Ha un equilibrio imperfetto, è debole, ma questo scintillio degli occhi le fa sfidare la sorte.
Faccio qualche passo indietro, calpesto foglie secche e il rumore è uguale allo scroscio del bacio che le lascio ogni notte su una guancia. Giorgia fa qualche passo, ancora, ancora, la strada che la separa dagli altri bambini sembra poca, la strada che la separa dalla sua vecchia vita sembra molta, ma poi si arrende, si gira con la testa per cercare me, vedo che sta per piangere, imposta il broncio prima della lacrima; l’ingiustizia di una bambina che deve scoprire l’impotenza del corpo contro la malattia.
Sono già vicino a lei.
«Che succede amore?».
Due gocce cadono nel vuoto, una le bagna la punta della scarpa.
«Sono stanca, non ce la faccio a camminare, a giocare con gli altri, voglio tornare nel passeggino».
«Quando sarai guarita potrai giocare tutte le volte che vorrai».
«Papà?».
Sono le domande accennate, troncate di netto, lasciate senza continuazione, che mi fanno assalire da un’incertezza primitiva.
«Dimmi».
«Guarirò?».
«Certo amore».
Mi sento meschino, sporco; avverto una sconfinata debolezza che fa l’amore con ogni spazio dentro il mio corpo, tra le spalle e i muscoli, tra i muscoli e le ossa, tra le ossa e gli organi, tra gli organi e basta, dopo non c’è niente.
«Se muoio?».
Non lo so da dove provenga questo concetto né in quale momento abbia deciso di rapportarlo al suo stato.
«Non succederà».
«Se muoio, posso diventare una fata?».
«Non morirai».
«Ma se muoio…».
«Tu sei già una fata».
Si imbroncia, arriccia le labbra umide, due bollicine di saliva si formano e si rompono al lato destro della bocca.
«Ma non posso volare».
La stringo energico lungo i fianchi e la porto in alto, a ballare con l’aria senza astio dell’inverno, la porto ancora più in cielo, è sopra la mia testa, le mie braccia tese.
«Allarga le braccia Giorgia, vola».
Schiude le ali, libra distesa nel vento, e i movimenti delle mie braccia la mantengono lontana dalla terra meschina.
Fa un salto tra le nuvole, le sporcano il viso, sono morbide e fresche, con una mano afferra il cielo, lo trattiene con insistenza, la sua ostinazione silente nel non voler mollare la vita; forse cerca Dio, forse non lo trova, appena mi torna vicina ne avverto l’energia che come una matita segue tutto il contorno della sua figura.
«Così…».
Grida.
«Così sono la bambina vicino al cielo».
«Sì amore, voli, sei la bambina celeste».
«Sono la bambina celeste».
La cercherò lì per sempre, in quel cielo; farò finta che si nasconda tra le nuvole quando piove, farò finta che si macchierà di tempera nera quando sarà stesa sulla volta rabbiosa di pioggia; farò finta di vederla vestita di stelle, mentre parla con la luna, la sposta, mischia la notte. Cercherò nel cielo, non in quello di Dio, in quello terrestre, in quello reale, una vicinanza con la mia bambina dopo la vita, con la mia piccola Giorgia.

Non ricordo come siano stati i giorni più intensi della malattia, ho solo ben presente un male assoluto che avvolgeva tutti i posti, i luoghi, tutte le ore, gli oggetti, tutti i dialoghi.
Non ricordo cosa io abbia sentito quando mia figlia è morta, nel momento; non ne ho memoria, credo sia stata una disperazione distruttiva che il mio corpo ha scartato per sopravvivere.
Non sono più stato l’amante pieno di fuoco, né il marito amorevole che cercava conferme di sè nella relazione, né un uomo paziente, né una persona pacifica.
Ho una cicatrice brutta, uno sfregio che mi fa somigliare ad un mostro.
Sul mio petto c’è il tatuaggio invisibile della nostra felicità passata.
Come si supera il lutto di un figlio? Come si accetta un movimento che la natura decide di fare contro sé stessa?
La notizia dell’avvento di una bambina e la sua dipartita sono due giganti stupori, simili e diversi; in entrambi i casi si resta con il tempo sospeso, si annulla ogni immagine prospettica del domani.
Resta solo il suono delle parole che ti vengono concesse, e una parte di te, che viene riempita o svuotata a seconda dei casi.

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One Response to La bambina celeste (un estratto)

  1. Daniela Andreis il 2 settembre 2016 alle 11:36

    da non riprendersi più, dopo questa scrittura.
    non se ringraziare, se piangere.

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