Da un Sordello all’altro

16 settembre 2016
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

 

Molloy sta osservando in una vuota pianura irlandese un signore, il signor B che si allontana in direzione opposta alla città dopo l’incontro con il signor A. Molloy è accovacciato sotto una roccia vestito di grigio e si immagina che il signor B non possa notarlo.  Nel descrivere la sua posizione il vagabondo ricorre a una citazione dantesca, che suona così: Il regardait  autour de lui ( il signor B), je l’ai déjà fait remarquer, comme pour graver dans sa mémoire les carachtéristiques du chemin, et il dut voir le rocher  à l’ombre duquel j’étais tapi,  à la façon de Belacqua, ou de Sordello, je ne me rappelle plus. (1 ) Naturalmente nessuna sorpresa che Molloy faccia una citazione di questo genere perché un carattere costitutivo di questo personaggio è far “trapelare tracce di un’educazione superiore ormai negletta” ( 2) né questa sorpresa può venire dai personaggi citati: Belacqua, il liutaio fiorentino che riteneva con Aristotele che l’anima diventi più sapiente se si riposa molto,  appare frequentemente nell’opera beckettiana (3), e probabilmente la sua indolenza è una proiezione di uno scetticismo beckettiano.  L’elemento interessante è invece paradossalmente la confusione tra Sordello e Belacqua.

Se è vero che i due personaggi appaiono all’inizio nella stessa posizione, seduti e isolati lungo le pendici del monte del Purgatorio, essi sono assolutamente inconfondibili (4): Sordello è descritto da Dante in guisa di un leone a riposo che con grande dignità sta lontano dalla calca di anime questuanti, ma non appena sente il nome della sua città pronunciato da Virgilio si alza e abbraccia il concittadino (5); Belacqua  invece siede accucciato sotto una roccia e con ironia commenta l’impegno di Dante nell’ascesa del monte(6). Insomma la figura di Sordello è quella della dignità e nobiltà (7), quella di Belacqua rappresenta l’indolenza.

L’equivoco di Molloy consiste nel confondere la sua posizione, che è decisamente simile a quella di Belacqua con quella di Sordello ( anche nel testo dantesco il poeta non si accorge dell’amico sotto la roccia finché questi non lo chiama, viceversa di Sordello si accorgono subito sia Dante sia Virgilio). Non solo ma il medesimo equivoco ritorna anche nel Malone muore. ( 8). Nel caso però del Malone il giovane sdraiato che assomiglia a Sordello  si trova sotto una roccia ed è meno fiero dell’eroe dantesco. D’altro canto se si toglie la fierezza al Sordello dantesco, si toglie il nucleo allegorico e umano del personaggio o, se si preferisce, resta solo un tizio stravaccato all’ombra come  Belacqua: in altre parole la confusione tra Sordello  e Belacqua di Molloy diventa una fusione sotto il nome di quello di Goito presso il narratore di Malone muore.  Se le cose stanno così, allora non resta che chiedersi in quale tipo di lettura e di lettore questi due personaggi che per il lettore umanistico sono inconfondibili diventano intercambiabili.

Molloy è indubbiamente un tipo svagato e impreciso, a proposito del quale non si può non condividere il senso di irritazione di Moran , ma non privo di acribia in quanto narratore nel descrivere i dettagli di ciò che entra nel suo campo di osservazione e nel formulare ipotesi sulle azioni e gli stati d’animo futuri propri e altrui. Basterà ricordare qui l’attenta osservazione degli spostamenti di A e B e l’intensa attività predittiva connessa a questa osservazione. Se anche non si ricorda esattamente se assomiglia a Sordello o a Belacqua, ma gli interessasse determinarlo, non avrebbe certo problemi a escogitare appropriati calcoli mentali che gli consentano di superare il vuoto di memoria. La prova di questo disinteresse è che nel Malone, cioè nel romanzo successivo della trilogia, il dubbio è risolto con una fusione completa dei due grazie alla creatività della memoria (9).  Insomma se Molloy non si ricorda è perché non gli interessa di ricordare: chiunque per qualsiasi ragione pratica o psicologica si sdraia o si siede vicino a una roccia o in altri posti aperti è simile a lui, che è un vagabondo emarginato .

Molloy è indifferente alle motivazioni che hanno spinto ciascuno dei due personaggi ad assumere questo atteggiamento di abbandono, confusione invece che sarebbe inammissibile per qualsiasi lettore della Commedia collocato entro la tradizione umanistica.  Questo vuol dire che non solo egli è indifferente alle sostanziali differenze allegoriche, morali e anche psicologiche intercorrenti tra i due personaggi, ma perfino al fatto decisivo che Belacqua è una figura comica e Sordello è una figura seria e nobile.  Naturalmente questo particolare, forse non privo di rilievo,  è spiegabile con la circostanza che lo stesso Molloy è un personaggio comico e se comprendesse questa differenza arriverebbe a un livello di autocoscienza, che di solito viene attribuito ai collettivi e non ai singoli individui; altrettanto ovviamente questa differenza è del tutto nota a Beckett, per il quale può essere utile postulare come ipotesi di lavoro un rapporto con il suo personaggio simile a quello indicato con il  concetto di autore nascosto che Gian Biagio Conte (10) usa per Petronio nel Satyricon. Infondo entrambi gli autori dominano i loro personaggi dall’alto della loro cultura signorile, ma se in Petronio il riso sgorga dalla sicurezza sociale dell’autore rispetto al suo personaggio, Beckett è in una posizione paradossale: egli sa bene che, se l’umanesimo è una lettera ad amici lontani nel tempo, come è stato scritto (11), sta diventando ormai una lettera morta. Egli è il postino che consegna una lettera sapendo che non c’è nessuno ad attenderla all’indirizzo e ride di questo suo supplizio di Tantalo. Ma se restiamo al livello di Molloy, che è il livello di noi lettori del resto, è abbastanza spontaneo incorrere nella confusione tra i due riferimenti danteschi perché è abbastanza spontaneo guardare  al comportamento di gente sfaccendata all’aria aperta come al frutto uniforme di certe distorsioni umane o sociali anziché alle motivazioni e al modo di essere che hanno portato a un tale risultato. Non credo che si rischi di essere tacciati di marxismo volgare nello spiegare questa indifferenza ai motivi dei due personaggi come un prodotto dell’etica capitalistica del lavoro, che utilitaristicamente vede solo il risultato immediato di ogni azione, in particolare rispetto alla produttività. Di conseguenza la dignità e la nobiltà proprio per il fatto di non avere prezzo, e dunque non essere sul mercato del lavoro, sono assimilabili a forme di disagio sociale o mentale.

Nulla di sorprendente  che questa mentalità sia riscontrabile in Molloy: se lo si esamina  con occhio privo di pregiudizi, senza farsi fuorviare dalle circostanze della sua vita esiziale, è del tutto evidente che egli sia un tipico rappresentante della ragione strumentale al pari di molti altri personaggi beckettiani.

Sordello così non è più Sordello, diventa muto come un pesce e si annega in Belacqua.  Nell’immenso continente beckettiano questo è un dettaglio, credo secondario, che non esaurisce nemmeno quanto è possibile dire di questo personaggio ( 12), ma non lo è per la nostra posizione di lettori. Ciò che ci riguarda non è il fatto che venga attribuito a un personaggio dantesco un nuovo valore o sfumatura, cosa accaduta  nel corso dei secoli già molte volte, ma che condividiamo con Molloy questo nuovo Sordello  perfettamente confondibile con Belacqua. Non importa che le note delle nostre edizioni della Divina Commedia riportino ancora la corretta spiegazione dei due personaggi, che il filologo la possa recuperare per noi, che lo stesso Beckett la conosca,  la nostra sensibilità  è già in accordo con Molloy, la sua confusione potrebbe essere la nostra.

Da questo Sordello all’altro, quello di prima, non si può più tornare perché siamo assolutamente moderni.

NOTE

1: S.Beckett Molloy, Paris, Minuit, 1994, p.12

2: : cfr. A. Tagliaferri  Introduzione a S.Beckett Trilogia, Torino, Einaudi,1996, pag.XX

3: cfr.D.Caselli Beckett’s Dante, Manchester university press, Manchester e New York, 2005, cap.II

4: cfr. M.Robinson From Purgatory to Inferno p.10 in Journal of Beckett’s studies 5, 1979

5: cfr. Purgatorio VI vv. 61-75 e nel successivo canto lo stesso Sordello sarà solerte anfitrione dei due poeti nella valletta dei principi.

6: cfr. Purgatorio IV vv.97-135

7:  è pressochè inutile citare la mole di studi relativi a questa interpretazione dantesca della figura del trovatore di Goito, che è altro dalla sua figura storica, ma questa tradizione è lunga e ancora attiva nel Baldus folenghiano, sia pure probabilmente nella forma dell’omaggio al genius loci, visto che Cipada è parte del contado di Mantova.

8: S.Beckett Malone meurt,  Paris Minuit,1995, p.188

9: : Tagliaferri ricorda che nella trilogia personaggi e situazioni di opere diverse vanno lette come completantisi tra loro; analogamente D. Caselli op.cit. p.135.

10: G.B. Conte L’autore nascosto. Un’interpretazione del Satyricon, Bologna, il Mulino, 1997, nel quale testo si afferma che dietro il narratore omodiegetico del Satyicon ossia Encolpio, l’autore articola la propria voce senza esprimere direttamente commenti sulla vicenda, eppure facendo emergere il suo punto di vista.

11: E’ Peter Sloterdijk che dà questa definizione dell’umanesimo, riprendendola da Jean Paul in Regeln fűr den Menschenpark in FAZ 9 ottobre 1999.

12: cfr. D.Caselli op.cit

questo testo è apparso in versione leggermente diversa su Puntocritico2 nel marzo 2013, g.m.)

Tag: , , ,

One Response to Da un Sordello all’altro

  1. Giovanni Palmieri il 30 settembre 2016 alle 12:16

    Mi sembra che la “confusione” tra Sordello e Belacqua anticipi
    la nostra condizione postmoderna in cui, essendo saltata ogni
    gerarchia storica e valoriale, tutto è reversibile e ogni enunciato
    può equivalere ad un altro. Beckett preveggente!



indiani