Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici

20 settembre 2016
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ponte-immagineUn ponte gettato sul mare, è molto più di un libro – è una storia cominciata quasi un anno fa, nel dicembre 2015, che ci ha profondamente cambiato, è un patto fra chi ha curato i laboratori, chi concretamente ha reso possibile questa esperienza e coloro che vi hanno partecipato. Rientrate dal Cabudanne de Sos Poetas, abbiamo cercato a lungo senza trovarle le parole per ‘spiegare’ cosa sentiamo, cosa sappiamo ora – forse verranno, forse sono tutte in questo libro e nel modo in cui ci siamo guardati tutti il 4 settembre a Seneghe durante e dopo la presentazione, e non era più chiaro, non importava più, chi fosse poeta, chi ospite della casa famiglia, chi educatrice o educatore, chi prezioso tramite e organizzatore. Per quanto mi riguarda questo è un’incancellabile prova di uguaglianza. Grazie Mario, Alessandra, Pier Giuseppe, Massimiliano, Giovanna, Carmela, Maria Grazia, Paola, Manrico, Fabrizio, Giovanna, Andrea, Immacolata, Mariano, Pier Paolo, Ornella, Paola, Maria Grazia, Clara. (f.m.)

Il Paradiso è brutto, se

di Azzurra D’Agostino

Nel risistemare tutti i testi raccolti in questo volume, nel rileggere le parole delle introduzioni scritte da chi ha voluto e condiviso con me questo viaggio, uno strano stupore e una certa commozione mi hanno presa. E credo che questa commozione e questo stupore siano gli ingredienti fondamentali che rendono il senso stesso di questo volume, che lo vivificano come un oggetto prezioso e destinato a durare. La scelta di realizzare un’antologia di poeti non riconosciuti come poeti, di esordienti assoluti, di scrittori quasi improvvisati e tratti fuori da luoghi in cui solitamente si preferisce non entrare, può essere letta in vari modi. Potrebbe essere un atto meramente documentaristico, a testimonianza insomma di un percorso svolto. Potrebbe essere una dedica, il desiderio di donare a chi ha partecipato a questa avventura un piccolo lascito concreto di quello che è stato vissuto. Potrebbe essere un esempio, un monito, un’indicazione di possibilità da porgere a tutte quelle realtà che desiderassero sperimentare nuove pratiche per lavorare insieme dentro alle cooperative sociali, alle case famiglie, ai centri di accoglienza. In parte è tutte queste cose, ma c’è anche altro. Potrei definirlo un piccolo manifesto. Non solo di poetica, ma anche di etica del fare. Del fare poesia, del fare educativo, del fare in generale.

Cosa dichiara questo manifesto? Innanzi tutto, che la poesia non è né un luogo astratto né un valore in sé. Per gli addetti ai lavori, soprattutto, ogni tanto è bene ribadire che la letteratura non è un valore. Lo sono la ricerca dell’onestà, l’amicizia, la compassione in senso classico.  E se la poesia può diventare uno strumento di pratica di questi valori, io credo che assuma un senso ancora più forte al di là degli esiti artistici che vengono raggiunti.

Personalmente trovo tra l’altro che in questo volume ci siano non solo tentativi talvolta naive, anche poesie di buona fattura. Considerando che molte sono state scritte in modo estemporaneo, tanto che anche per persone che abitualmente scrivono poesia come Francesca e la sottoscritta non siamo forse davanti ai testi in assoluto migliori, alcune liriche hanno davvero del buono. Riescono a far emergere tutto il precipitato che la vita fa sedimentare sul fondo dell’anima (questa parola violentata) con levità, con trasparente e generosa limpidezza.

Quello che volevamo Francesca ed io, che è quello per cui e con cui lottiamo quasi quotidianamente, è che si potesse vivere tutti insieme la libertà di un’esperienza al di là dell’ansia per i risultati. Ogni poeta, ogni artista, deve certamente fare il conto con l’esito del proprio fare, ma nell’ambito della creazione deve poter essere libero dal tormento che la nostra società impone verso la prestazione. Trovarsi a agire questo all’interno di un gruppo di persone completamente e definitivamente e concretamente sganciate dalla logica della riuscita, dell’efficienza, dello stare al passo, ha permesso a noi tutti un fare diverso, più puro quasi, e ci ha messi in discussione io credo profondamente in merito alla sincerità del nostro essere o meno in consonanza con la società. Questo piccolo libro-manifesto dunque si presenta al lettore come un luogo della riflessione sul nostro mondo, sui suoi canali, sui suoi ritmi, sul suo linguaggio.

Un’altra dichiarazione implicita contenuta in questo testo è la grande fiducia nel linguaggio. Il linguaggio come possibilità non tanto o non solo di esprimere se stessi, ma soprattutto di riuscire a dire – tramite il passaggio attraverso il personale – quello ‘strambo’, quell’extra-ordinario che sempre ci accompagna mentre ci aggiriamo per la terra. ‘C’è sempre uno che ti cammina accanto’ diceva Eliot, e nel segreto di questa frase sta tutto: l’Oltre, ma anche il nostro passato, i nostri disagi, le possibilità mancate, il linguaggio stesso che come un’apertura di cesoia squarcia il noto per aprire all’ignoto contenuto nelle parole. Mettersi attorno a un tavolo tra sconosciuti con vissuti diversissimi, alcuni dei quali particolarmente complessi, e iniziare a usare lingue altre (la poesia, come lingua sempre ulteriore, ma anche il sardo o il dialetto di altre regioni italiane, con tutto il loro denso composto di vita e terra) per raccontare stralci di infanzia, di sogni, di paure, di visioni, è il gesto più poetico e più politico che credo si possa fare oggi.

C’è dunque qualcosa di non personale né personalistico anche nelle poesie più intime e ‘confessional’ che stanno in questo libro. C’è il tempo dedicato alla ideazione e realizzazione di un progetto, che è una parola che ha a che fare col ponte gettato sul mare a cui allude Pascoli. E c’è qualcosa di anarchico, scandaloso e profondamente scardinante nello scrivere poesia oggi, in questo modo collettivo che è stato praticato. Un ribaltamento dei luoghi più banali, che secondo me è raccontato ne ‘Il paradiso è brutto’, primo verso di una poesia di Tonino Guerra che è stata usata come punto di partenza per la scrittura di una serie di poesie dedicate al proprio Paradiso. Guerra ha un attacco fulminante: il paradiso è brutto, per poi, come dopo una caduta lunghissima, connettersi al secondo verso che comincia con ‘se’. La sorpresa che è questo primo verso, sorpresa provocatoria e quasi ironicamente blasfema, diventa una possibilità di azione nel suo proseguo ‘se’. Mi pronuncio sul Paradiso, sul luogo che dagli altri, forse gli dei, forse gli avi, forse semplicemente tutti gli altri, hanno deciso essere il luogo perfetto, il luogo bello per eccellenza. Ma io, con il mio ‘se’ metto in discussione quello che dovrebbe essere un dato di fatto condiviso, e affermo un’alterità. Il Paradiso diventa allora il ‘mio’ paradiso, un posto che è brutto se non ci sono, ad esempio, gli animali (come dice Guerra).

Ecco, la poesia agita in modo corale come noi abbiamo fatto, è un po’ come questa poesia di Guerra. Apre possibilità altre a ciò che sembra assodato. Permette di pronunciarsi con la propria testa e soprattutto di ribaltare il noto, di trasgredire e spostare i confini, allargare un po’ il trattino che separa il “sì’ dal’no’, il ‘giusto’ dallo ‘sbagliato’, il ‘normale’ da ciò che viene definito non essere tale.

Per questa ragione sono convinta che il libro che ora è tra le nostre mani è come un oggetto che viene da un altro mondo, un oggetto che ha fatto un lunghissimo viaggio e ci arriva come un dono inaspettato. Il dono di concederci una possibilità in più, quella di credere che un altro mondo non solo sia possibile, ma esiste proprio nel momento in cui lo pensiamo o, semplicemente, lo desideriamo.

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Anti-balentia

Da fuori fai il tosto
ma dentro sei pavido
sei una cattiva cultura
in questa terra bella e grande
il balente oggi non vale nulla
fa in fretta a fare l’uovo
non sei nessuno da solo
in tasca hai un coltello
e ti senti già nella gloria
un consiglio, balente, vai piano
sei e rimani uno zimbello.

Fabrizio Trogu

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Autoritratto

Chissà se mi sono mai piaciuto!
Ma a cinquanta e passa mi ci sono abituato
e a miei panni persino affezionato
peccato, in questi ultimi tre anni,
mi sono ingrassato
e la roba a cui tenevo di più
adesso non mi entra più

 Massimiliano Melis

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Il giardino di notte

Vedo la luna e le sue forme,
siamo tutti contenti delle cose intorno a noi
le stelle brillano nel cielo
io mi sento felice

Immacolata Pinna

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Seu a sola

Seu a sola
chena babbu e mamma
cun bambolasa mi prasciada giogai
ca mi fadianta cumpagnia
candu fia a soba in dumu
mamma mia andada a fai sa spesa
candu torrada castiada
e deu, pitiaddedda,
giogai accanta a issa candu traballada

Sono sola

Sono sola
senza babbo e mamma
mi piaceva giocare con le bambole
che mi facevano compagnia
quando ero da sola in casa
mia mamma andava a fare la spesa
quando tornava controllava
e io, piccolina,
giocavo accanto a lei quando lavorava

Giovanna Ortu

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Dalla finestra

Il sole illumina la finestra dove scrivo
vedo una palma che mi dà il sorriso
vedo i bambini felici che giocano al pallone
vedo la bellezza dei campi e, lontano,
l’altezza dei palazzi
e ho la certezza dell’immenso
e vedo l’amarezza della povera gente

Manrico Zoccheddu

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L’albero più occidentale del giardino

Poiché era l’albero più occidentale del giardino,
era quello che prendeva meno luce di tutti,
e siccome era anche rachitico,
il padrone di casa, un bel giorno,
lo tagliò e lo buttò al fuoco…

Pier Paolo Atzei

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Il Paradiso

Luogo tanto desiderato
ciò che ti contraddistingue,
si dice, è la pace
ciò di cui non puoi fare a meno
è un tappeto fiorito
nel quale sdraiarsi
per godere della luce che emani

Maria Carmela Scarpa

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2 Responses to Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici

  1. Corrado Aiello il 20 settembre 2016 alle 12:02

    Complimenti!

  2. davide maria quarracino il 20 settembre 2016 alle 18:20

    Bellissime, lo comprerò.



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