Appunti nomadici 1

21 settembre 2016
Pubblicato da

di Giuseppe Cossuto

Con questo articolo, inizio a trattare alcuni argomenti, più o meno noti, legati alla presenza dei “nomadi” (e di coloro considerati tali) in Europa. Inauguro con gli “Zingari Bianchi” (i Jenisch) e le politiche di sterminio dei nazisti riguardo costoro, considerati “primitivi” e portatori del “gene del nomadismo”, capace di “infettare e degenerare” le popolazioni stanziali.

I nazisti, “Il gene del nomadismo” e l’eliminazione degli “Zingari Bianchi”

I “nomadi” o, meglio, coloro che si spostano e sembrano non avere dimora se non carri e tende, sono quasi sempre stati visti con sospetto dalle popolazioni stanziali dell’Europa medievale e moderna. Tollerati in quanto utili alle società stanziali, siano state esse urbane o rurali, in quanto soli in grado di poter esercitare mestieri poco consoni o molto specialistici, spesso vietati o malvisti dalle consuetudini proprie dei sedentari.

I nomadi veri e propri, gli allevatori di cavalli e armenti e conquistatori d’imperi nell’Eurasia antica e medievale, o allevatori di renne nell’estremo nord d’Europa poco avevano a che vedere (e meno che mai hanno attualmente) con i grandi gruppi di persone che, dagli inizi del IX secolo (Jenisch, di lingua tedesca) e dal XV secolo (rom e sinti), cominciano a spargersi per l’Europa occidentale. Questi ultimi infatti sono caratterizzati economicamente non da un movimento da transumanza o da organizzazione militare, ma da spostamenti in piccoli gruppi che andavano spesso a supplire alle esigenze periodico di commercio, piccolo artigianato o funzione ludica (di ogni genere) di città murate o villaggi remoti.

I gruppi, anche specializzati (compagnie teatrali e circensi, mercenari, artigiani del metallo e del legno) col tempo, si moltiplicano a causa delle guerre, degli editti di allontanamento o di esclusione. Guerre ed editti che causano anche il loro spostamento dalle zone dove abitualmente girano e delle quali ben conoscono le necessità (fiere, mercati periodici, tempi di raccolta, ecc.). Spesso, per necessità, i singoli erranti o scacciati si uniscono a gruppi già esistenti.

Il “Fahrendes Volk” (popolo errante) ossessiona gli Europei dell’Europa Centrale, almeno nei documenti, dal IX secolo, ovvero mezzo millennio prima dell’arrivo degli Zingari Sinti e Rom. Questi gruppi di erranti di lingua tedesca sono presenti in Europa occidentale nello stesso periodo durante il quale alcuni popoli delle steppe, nomadi veri e propri si susseguono nell’Europa centro-orientale e orientale (Ungari, Peceneghi, Cumani, Tatari).

I grandi sconvolgimenti politici e frontalieri che smembrano gradualmente gli imperi dell’Europa Centrale e gli Stati dalla metà del XIX secolo fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, provocano, oltre a grandi crisi economiche, grandi e disordinati spostamenti umani, determinati dalla mancanza di lavoro, dalle incertezze della vita e dalla distruzione del tessuto sociale abituale. Questi spostamenti aumentano fortemente il numero dei coloro che vagano cercando di arrangiarsi in ogni modo, che si vanno ad aggiungere ai precedenti “zingari” e vaganti, in un’Europa post-bellica devastata dalla crisi economica e squassata dalle rivoluzioni riuscite o fallite o dalle controrivoluzioni.

Il numero degli “zingari bianchi” (Weisse Zigeuner in tedesco, Tsiganes Blancs in francese) e di coloro che le società sedentarie considerano come tali, aumenta in relazione ai periodi di crisi economica, di mutamento territoriale o di torbidi sociali e politici.

La marginalizzazione spesso si protrae qualora si sedentarizzino in gruppi più o meno grandi, e persiste sino ai nostri tempi, come ad esempio è avvenuto a Marsiglia, nella bidonvile di Ruisseau Mirabeau.

Dopo l’esclusione, la persecuzione e la tolleranza temporanea del medioevo e dell’età moderna (a volte erano addirittura apprezzati dalla nobiltà settecentesca come svago e divertimento) verso questi gruppi di erranti, assistiamo, dalla metà del XIX secolo a forme di controllo sempre più attente. da parte delle autorità e delle popolazioni stanziali, con frequentissimi episodi persecutori che arrivano all’organizzazione di battute di caccia in grande stile per catturare gli erranti.

Per le autorità ed i sedentari lo jenisch è quindi, anche se si sedentarizza, sempre “errante” e figlio di errante, anche se ha un mestiere ed è sottopostosto agli stessi obblighi e dovere degli altri cittadini.

Secondo l’opinione comune anche lo jenisch, come il rom o il sinto, trasmetteva geneticamente il suo patrimonio culturale e il suo “modo vita errante”, considerato arcaico ed inferiore socialmente. Nel 1899, a Monaco di Baviera, venne istituito un’apposito ufficio come centro studi sugli zingari (ricordiamo, nei paesi di lingua tedesca, in buona parte di tipo jenisch) che cambiò denominazione nel 1929, in “Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara”.

Piaga zingara che il governo tedesco (oramai nazista) si proponeva estirpare nelle maniere più assurde, come la deportazione di massa in Polinesia o la più attuabile reclusione in campi di lavoro, dapprima come “asociali” (tringolino nero, lo stesso riservato a molti anarchici tedeschi).

Un punto di svolta nell’attuazione delle ricerche sul “gene del nomadismo” si ebbe dal 1936 con l’opera del direttore dell’istituto di ricerca Rassenhygienische und bevölkerunsgbiologische Forschungsstelle (Istituto di ricerca sull’igiene razziale e la biologia della popolazione), il neurologo, psichiatra e psicologo sociale Robert Ritter. E già dal 1936 gli “zingari asociali” cominciarono ad essere inviati a Dachau in numero di 400, per disposizione di Heinrich Himmler in persona che, proprio grazie a queste azioni, consolidava il suo prestigio. Allo stesso modo, in occasione dei Giochi Olimpici del 1936, tutti gli zingari di Berlino vennero rastrellati e confinati nel lager di Marzahn. L’insediamento coatto era il primo passo per andare, in seguito, nel lager di lavoro.

Lo staff di Ritter identificò un “gene pericolosissimo” tra i rom, gli Jenisch ed altri gruppi di “erranti”: l’istinto del nomadismo, ovvero il “wandertrieb” (l’istinto migratorio).

Se i Rom e i Sinti, secondo Ritter, provenendo dall’India, avevano perso la loro “arianità” mischiandosi con le popolazioni e gli strati sociali più infimi e diversi, la soluzione trovata per far quadrare il cerchio con gli “zingari bianchi” era quella che costoro fossero degli europei pre-ariani, quindi una “razza parallela”, mischiatasi anch’essa poi durante i secoli con altre minoranze degenerate (ebrei e rom) o con ariani degenerati (prostitute, criminali, ecc.).

Il “campo di lavoro” per gli asociali con il gene del nomadismo era eufemisticamente “educativo” e di avviamento al lavoro. In realtà, Ritter stesso aveva scritto (1940) che: “Il primitivo non cambia né si lascia cambiare. E’ necessario arrestare mediante la separazione dei sessi e la sterilizzazione l’ulteriore natalità di asociali primitivi e di delinquenti ereditari”.

I “sangue misto” e gli Jenisch erano per Ritter più pericolosi dei Rom, in quanto rappresentanti la degenerazione razziale e, essendo fisicamente non distinguibili dagli altri Europei, potevano facilmente “infettare” il resto della popolazione.

La classificazione degli zingari (Jenish inclusi) era indicata con la sigla ZN (zingari). Con ZN+ se si avvicinava più allo zingaro puro e ZN- se si avvicinava alla classificazione del “non zingaro”, mostrando un grado di ibridità con una certa percentuale di sangue zingaro.

Ritter e i suoi collaboratori, tra i quali spicca la zelante figura dell’educatrice, antropologa e pedagoga Eva Justin, detta la “Missionaria”, con le loro analisi genealogiche, cercavano di stanare gli Jenisch “sedentarizzati” ad un livello tale che avere persino due ascendenti di quarto grado considerati “nomadi” poteva compromettere (e spedire al lager, almeno dal 1943) anche iscritti allo stesso Partito Nazionalsocialista.

La Justin già dal 1933 con fare da missionaria, appunto, aveva imparato la lingua romanì ad un buon livello e si era introdotta tra vari gruppi di zingari e si era specializzata nell’identificazione del “gene del nomadismo” tra i bambini, sia tra quelli presenti negli orfanotrofi, sia tra quelli adottati da famiglie “non nomadi”. Sinteticamente le conclusioni della Missionaria erano che i bambini “primitivi” se educati da sedentari diventavano asociali e quindi era del tutto inutile qualsiasi tentativo di educarli. Per gli adulti, invece, l’unica soluzione era la sterilizzazione.

A livello legislativo, sempre nel 1933, erano stati varati dei provvedimenti (14-7-1933) contro i “girovaghi non-gitani”, tesi alla “prevenzione di prole tarata” e la “legge per la sicurezza e il miglioramento della stirpe” (24-11-1933).

Gli Jenisch, quindi, vennero quasi completamente sterminati nei lager e il loro notevole numero attuale (circa 200.000) ha fatto ipotizzare ad alcuni esperti, quali il dottor Siegmund A. Wolf (uno studioso e linguista molto esperto della questione e molto quotato prima della sua opposizione al nazismo) che gli Jenisch in Germania e in Austria del dopoguerra non siano imparentati con gli Jenisch d’anteguerra ma siano famiglie e singoli tedeschi datisi al vagabondaggio come è sempre successo dopo ogni catastrofe sociale o guerra. E, in particolar modo dopo la Seconda Guerra Mondiale, milioni di profughi, specialmente di lingua tedesca, migrarono senza mezzi dall’Europa dell’Est nella Repubblica Federale Tedesca.

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