Il Grande Complotto che dà senso al Telefonone

10 novembre 2016
Pubblicato da

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Lorenzo. dopo l’uscita dell’ultimo pezzo ho dovuto fare un po’ di controcomplottistica, cioè il corrispettivo digitale della prepugilistica. Mi sono dedicato a un esercizio complesso: combattimento cinguettante. Che la forma dialettica naturale di Twitter sia la bagarre è evidente: quel social non è fatto per dialogare e articolare un ragionamento complesso in una serie di pensierini da 140 caratteri è semplicemente impossibile. Dunque è un’ottima palestra: sono passato di livello, credo, e ho maturato l’idea che la controcomplottistica sia una disciplina a sé stante, che necessita di un training ad hoc – ad esempio esercizi di empatia gratuita – e che abbia come fine l’elisione della contrapposizione.

Anatole. Mi stai dicendo che puoi vincere battaglie ma non le guerre: devi fare la pace. Ma la pace è una forma di adesione leggera alla forma del complotto. Cioè, che la forma dialettica naturale della contemporaneità è in sostanza un complotto.

Lorenzo. Sì, è così. L’esercizio mi ha portato a pensare a 2 cose:

  1. c’è da approfondire questo discorso delle catene causali. I complottisti non li convinci perché, di fronte a una evidente debacle, risalgono in su, sulla catena causale, che risulta essere quasi infinita e, spesso, circolare: insomma non si arriva mai. Definirei questo processo “sindrome dei duemarò”. I complottisti fanno un po’ come i salmoni. Quando li vedi saltare indietro entri nel dominio della controcomplottistica. Se il salto non riesce hai la possibilità di ripartire dicendo una cosa come “e allora i duemarò?”.
  2. Tra le 5 “W” del giornalismo (what, who, when, where, why) ce n’è una, la quinta, attorno a cui si gioca tutto il mondo del complottismo. Cioè: una notizia ti dovrebbe dire cosa, chi, quando, dove e perché. E su questo perché a livello teorico si è ragionato moltissimo, essendo che puoi spiegare la presenza di un cane rosa di fronte ai Vigili del Fuoco di via Marmorata come un “abbandono di cani” o come un “preciso disegno che Loro mettono in atto per danneggiare il Sindaco”. Cioè: il “perché” del giornalismo (ovvero la causalità della cosa) sarebbe da intendere in un senso estremamente terra terra. Il cane rosa era lì perché è stato abbandonato, basta. Qualsiasi altro tentativo di spiegazione non pertiene al campo del giornalismo, se non in forme ben codificate: editoriali, fondi ecc.

Anatole. In quell’esempio che facevi l’altra volta (le Toyota americane in mano all’ISIS) la cosa era rivoltata. Prima c’era un lunga spiegazione del perché, e alla fine la notizia, che poi non era una notizia.

Lorenzo: Sì, questo allungarsi sul perché ha un inquietante risvolto rispetto a quello che nella puntata precedente vedevi come un “mischione” fra fatti e invenzioni. In un complotto sono i perché ad agire. In una struttura complottista (cioè quella dell’immagine che avevamo riportato) tutte le notizie possono essere tutte vere, basate su fatti, sono i legami a essere falsi. Certo, si fabbricano falsi per confermare catene false, ma al centro della cosa c’è la catena, non il fatto. Sento che hai bisogno di discutere attorno a una delle caratteristiche fondanti di queste catene causali.

Anatole. Mi permetterei di proporre un significativo sviluppo delle cose importantissime che ha detto Segre a proposito del tempospazio letterario, anzi l’ho già fatto in un articolo di Critica del Testo che hanno letto tipo in cinque nel mondo. Che cioè etichettiamo quotidianamente come “fiabesco” o “medievale” o tutt’e due il fattore di sincronicità grazie al quale in realtà diamo ancora senso a determinati fatti in base alla loro concomitanza. Questo perché la sincronicità non sarà una struttura profonda della nostra psiche nei termini junghiani, ma di sicuro rappresenta un meccanismo di grande efficacia quando dobbiamo dare shensho alla nostra vita, che in realtà non ce l’ha.

Lorenzo: [pensa] Per esempio?

Anatole: Esempio. Se io mi trovo di fronte ad un terremoto devastante ho la scelta tra l’arrendermi al fatto che questa cosa non ha nessun senso e attaccarmi al cazzo, oppure elaborare un sistema retorico che gliene conferisca uno. Se devo vendere le copie di un giornale o attrarre l’attenzione su di me in qualche maniera, è ben evidente che la prima soluzione funziona meno della seconda. Adesso non so se al corso di Narrazione della Scuola Holden te lo insegnano così, ma la sostanza è questa, da Chrétien de Troyes a Harry Potter, dal romanzo medievale in versi fino a Hollywood. Col complottismo si arriva al punto che la ragione, la motivazione, il significato non si limita a spiegare un fatto, ma lo determina proprio, ne caratterizza lo stato ontologico, secondo modalità narrative caratteristiche di quello che abbiamo etichettato come racconto di finzione. Se poi i racconti di fiabe dei cacciatori neolitici fossero costruiti in base ad una provvidenzialistica interpretazione della coincidenza di due o più fatti irrelati, la cosa potrebbe anche non stupire, perché loro stessi magari provavano a darsi un senso così, anche se a me apparirà sempre più probabile che la filologia romantica abbia rielaborato i loro racconti secondo codici romanzeschi.

Lorenzo. Ok, ora è chiarissimo. Nel giornalismo – del quale sono allibito osservatore – sta cosa si fa con la quinta W. E il volano che permette sulla rete di avere tanti click è di fatto su quel perché. Ma il web 2.0 non è fatto di giornalisti, è l’antitesi del giornalismo. I click arrivano quando quella notizia trova un perché nelle narrazioni di una massa di persone che si raccoglie attorno a casse di risonanza social. Questo è il motivo per cui la Siria sta perfettamente dentro Povia anche se un Povia probabilmente non sa nemmeno dove la Siria stia di casa.

Anatole. Cioè Povia il cantante? Quello dei bambini che fanno oh?

Lorenzo. Racconto solo questa, ché Povia l’ho incrociato per via della Siria. È il 22 settembre 2015 e la pagina Facebook di Arianna, l’editore del già citato Daniel Estulin pubblica questa cosa qua:

Le donne siriane hanno gli stessi diritti che hanno gli uomini, nello studio, nella salute e nell’educazione. In Siria le donne non hanno l’obbligo di portare il Burqa. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale. La Siria è l’unico paese arabo con una Costituzione Laica e non tollera i movimenti estremisti islamici. Circa il 10% della popolazione siriana appartiene ad una delle tante denominazioni cristiane presenti da sempre nella vita politica e sociale. In altri paesi arabi la popolazione cristiana non arriva al 1% a causa delle discriminazioni subite. La tolleranza religiosa siriana è unica nella zona. La Siria è l’unico paese del Mediterraneo che è ancora proprietaria della sua impresa petrolifera, che non l’ha voluta privatizzare. La Siria ha un’apertura alla società e cultura occidentale come nessuno degli altri paesi arabi.. Prima della guerra, la Siria era l’unico paese pacifico nella zona senza guerre ne conflitti interni. La Siria è l’unico paese arabo che non ha debiti con il Fondo Monetario Internazionale. La Siria è l’unico paese del mondo che ha ammesso rifugiati iracheni senza nessuna discriminazione sociale, politica o religiosa. Bashar Al Assad ha un’approvazione estremamente popolare. Lo sapevate che la Siria ha riserve di petrolio di 2.500 milioni di barili, il cui sfruttamento è riservato alle imprese statali? FORSE ADESSO PUOI COMPRENDERE

Ora: potrei fare qui un po’ di debunking, un bel po’ di debunking, giusto per riavviare la cirrosi epatica, ferma da un po’. Meglio però soffermarsi su questo “forse adesso puoi comprendere” (il debunking lo trovate in fondo al pezzo, la cirrosi è ripartita, in effetti). Diciamo: ammesso che sia tutto vero, che cosa mai dovremmo forse comprendere? Ovvio: dovremmo comprendere che è tutto un complotto contro la Siria, che Loro hanno preparato da tempo per motivi che hanno a che vedere col Fondo Monetario Internazionale e il petrolio.

Ma la cosa non finisce qua, anche se poi quel post fece 1.4k di like. Lo stesso 22 settembre 2015 scopro che Giuseppe Povia ha fatto un video che mette in musica il testo. Il video stava su facebook ma ora non c’è più. La cosa davvero molto divertente è che il 29 settembre sul blog “Siamo la gente” esce un post dal titolo “Giuseppe Povia – ECCO PERCHÈ ATTACCANO LA SIRIA, ALTRO CHE ISIS… Video da vedere prima che venga eliminato (sia il video che Povia) !!”. Nel post leggevamo “Obama disperato non sa proprio come fare per entrare in Siria” ma in effetti in Siria Obama ci era già entrato da qualche anno, anche se non nella forma auspicata quelli di “Siamo la gente”. Ma, soprattutto risalivamo la “catena delle cause”: anche in base a tutto questo discorso sulla Siria noi dovevamo continuare “a diffondere il brano: CHI COMANDA IL MONDO”, cioè un brano che ci spiegava non solo la situazione della Siria ma anche tutto il resto e che secondo testate come Informarexresistere raccontava una certa qual verità, tanto da rischiare di essere censurato. Il fatto è che in questo video si diceva che Gesù Cristo (che ricordiamolo, fino a prova contraria era ebreo) era stato ammazzato in Israele, cioè in un paese nato più 1900 anni dopo Gesù Cristo stesso, e la cosa aveva sollevato – mettiamola così – un certo moto di repulsione nei confronti del cantante che dopo iniziò a farsi ritrarre incatenato e imbavagliato. Ironia della sorte: “Chi comanda il mondo” è ancora lì, il video sulla Siria no.

Anatole. Ci sono dei veri e propri operatori del settore, che fungono da transponder delle varie argomentazioni complottistiche. Citavamo nella puntata precedente il cantante Marco Carta, che forse cerca di seguire le orme di questo grandissimo genio della telepredicazione social che citi, Il Grande Povia, anche lui originariamente cantante. È probabile che stia nascendo una nuova professione di entertainer a tutto tondo, ispirata all’idea (sbajata) che il patetico contemporaneo si debba fare giulleria medievale (non ritorniamo sulla matrice bachtiniana della scatologia populista, di cui parlavo qua). Ad ogni modo, seguendo la tua pista Povia mi capita di vedere che già a proposito delle scosse del gennaio 2014 costui, rispondendo ad un seguace che adduceva varie possibili cause del terremoto, quali «esperimenti militari in mare», «test nucleari sotto l’Appennino», rispondeva che «molte cose non tornano», rimbalzando la faccenda dei «test a 1000 metri sotto L’Aquila». Il rimbalzo tra social network e media ufficiali, che si fanno eco gli uni con gli altri al fine di creare un rumore abitabile attorno agli eventi catastrofici, era già tale che questa storia finiva sul Corriere della Sera. Cronologicamente congrua è la lettura in filigrana della clamorosa cazzata diramata dal Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca del governo Berlusconi ai tempi della Gelmini, che definiva la «scoperta del Cern di Ginevra e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare» sui neutrini, «un avvenimento scientifico di fondamentale importanza», aggiungendo che «alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro». Era il settembre 2011 e l’hashtag #tunnelgelminì scalò rapidamente tutte le classifiche del pubblico ludibrio social. Ora, a cinque anni di distanza, la stessa storia colpisce ancora. Ne parlava già un articolo de Il Fatto, riassumendo i complottismi vari sorti a seguito delle scosse di agosto e in questi giorni riemerge il famoso tunnel con tanto di mappa dell’autostrada di neutrini lungo la quale al CERN «eseguono esperimenti sparando materia oltre la velocità della luce», che poi sarebbe tipo il tracciato della E35-A14. Poi, come se non bastasse, ci sono quelli che trovano la conferma del “sisma indotto” da «forti emissioni elettromagnetiche ed onde ELF ed ULF di ritorno dalla ionosfera». Sostanzialmente «l’ipocentro poco profondo e la genesi del sisma avvalorano la tesi del terremoto artificiale, scientificamente voluto» per ragioni di carattere politico. Uno penserebbe alla SPECTRE e invece no: «in un periodo politico difficile per il Governo Renzi […] sarebbe venuto utile un nuovo evento che distraesse l’opinione pubblica dalla questione “Referendum” e da altre mille magagne di questo Governo illegittimo e dittatoriale». Cioè il terremoto “ce lo siamo fatto da soli”, come gli amerikani con le torri gemelle. L’aspetto fondamentale di questo genere di visioni complottistiche è la “plausibilità” del discorso, che alla lettura di un ignorante in materia di geologia o astrofisica può sembrare perfettamente “scientifico”. Tipo così:

Si chiama effetto rimbalzo o “bunching”. La ionosfera viene riscaldata (e quindi gonfiata verso l’alto) con l’emissione di impulsi ad alta frequenza sfasati di tempo e frequenza (es. 10.000 hz e 10.006 hz) e che creano una risonanza ELF ed ULF verso terra. Quindi, una volta interrotto il segnale, la ionosfera ritorna velocemente alla sua forma naturale, creando un effetto domino verso gli strati di atmosfera sottostanti nonché sulle faglie, già sollecitate dalle bassissime frequenze che risultano dallo sfasamento di fase creato da due impulsi inviati con piccola distanza di tempo l’uno rispetto all’altro.

Lorenzo. Insomma Quelo, il predicatore pugliese di Guzzanti, aveva ragione: “ti chiedi quasi quasi, e miagoli nel buio, ma le risposte non le devi cercare fuori, la risposta è dentro di te epperò è sbagliata“. Ma vorrei fare un passo avanti anche rispetto a Quelo, perché secondo me in molti, invece, dentro di sé non hanno nemmeno una domanda a cui rispondere. Mi riferisco all’universo degli analfabeti strumentali e funzionali, quelli che Tullio De Mauro studia da circa 53 anni. Nel 2014 sono usciti i risultati del Programme for International Assessment of Adult Competencies che suddivide le popolazioni in età da lavoro (16-65) di 30 paesi, fra cui l’Italia, in cinque livelli di alfabetizzazione e “numeracy”. Più di due terzi della popolazione italiana in età da lavoro rientra nei primi due livelli (analfabetismo strumentale, cioè totale, e analfabetismo funzionale “insufficiente alla comprensione e scrittura di un breve testo”). Ecco io penso che questo 70% non sia in grado di elaborare una teoria del complotto e neanche di porsi una domanda. La qual cosa mi rimanda molto ad una delle costanti della letteratura complottista, che suona: «ti sei mai chiesto perché…» o, per riprendere i simpatici “editori” di Arianna: «forse adesso puoi comprendere».

Anatole. quindi quel 70% sarebbe un bacino di utenza che poi, nei social, come nel telefono senza fili, gonfia la “teoria” finché tutto si trova imprigionato dentro di essa. A scrivere e rielaborare i complotti sono sostanzialmente gli opinion lìder, che fanno evidentemente parte del 30% sopra il livello dell’analfabetismo funzionale. In altre parole la complottogenesi è fatto elitario, presentato come sapere diffuso di massa, secondo modelli caratteristici delle teorie sull’origine popolare dei fatti culturali. Il “popolo” non ha mai inventato niente, manco le famose fiabe, questa è la verità, le ha solo ritrasmesse male, cosicché il filologo le ha poi dovute riscrivere, come si diceva prima.

Lorenzo. Oggigiorno la maggior parte di quel 70% ha un telefonone, cioè lo strumento di diffusione del complottone. E chiariamoci su come funzioni il telefonone: il mondo dell’informazione è pieno di questi personaggi che ti dicono che ci sono bebè che usano i tablet e i telefononi come e meglio degli adulti. Quelli che dicono questa cosa dimenticano o non percepiscono che tablet e telefononi sono oggetti di consumo, sono fatti per essere comprati. Sono pensati, dunque, per chi può comprarli: persone dotate di danaro. Per far sì che questi oggetti siano acquistabili da queste persone, che nella stragrande maggioranza sono quasi incapaci di leggere, bisogna fare degli oggetti che “potrebbe usare anche un bambino”. Insomma: capito il tema? Se i bambini sanno perfettamente cosa fare con un telefonone e ci si divertirebbero per moltissimo tempo se li lasciassimo da soli con essi, essendo persone aperte alle esperienze, la maggior parte degli adulti che acquistano quei telefononi, coi telefononi non sanno davvero che farci. In realtà se non li si inducesse a pensare che questi oggetti servono, essi li userebbero come clave.

Anatole. L’acquisto di tecnologia sottoutilizzata al centro commerciale nel weekend è un mio tema, mi trovi perfettamente sintonizzato. In sostanza, “dacci oggi il nostro complotto quotidiano”, così diamo un senso al fatto che ci siamo comprati sto telefonone col quale non sappiamo, in sostanza, cosa cazzo fare. Il telefonone risponde a domande che lui stesso ha formulato. Brillante. Praticamente diventi spettatore del tuo stesso telefonone, mentre l’idea di fondo sarebbe quello di metterti in condizione di comunicare meglio. Questa cosa riporta un po’ indietro alla società dello spettacolo, in realtà, a dispetto delle promesse di emancipazione dalla produzione dei contenuti di massa. Non ci si emancipa, perché i contenuti che la massa produce alla fine sono ridondanti e rompono il cazzo: quanti gatti sulla poltrona, torte, tramonti, cani che sbavano, culi, tette e cazzi puoi reggere prima di accendere i pacchi su RAIUNO? La massa di prosumer alla fine abbisogna di un senso, non per sé, ma per quel coso da cinquecento euro che si ritrova in tasca. 

Lorenzo. C’era questo articolo uscito su Vice dal titolo “Ho usato Facebook come un cinquantenne per una settimana”. Racconta di un universo in cui si augura “un buon martedì” a tutto il mondo e si può stare a dire cose qualsiasi, in forma profondamente sgrammaticata, di fronte a una vecchia fotografia. La vera sfida di chi vende il telefonone è far sì che degli adulti tendenzialmente analfabeti siano indotti a passare del tempo sul telefonone, affaccendati in un’attività qualsivoglia che faccia dir loro: “guarda, uso il telefonone”. Avere il telefonone fa sì che queste persone pensino di essere tecnologicamente “in tune” – motivo per cui si indignano quando vedono un profugo che ne ha uno (e che magari lo usa davvero) – cioè che siano veramente parte di qualcosa che succede al di fuori della (sterminata) community di candy crush. Di fronte a un panorama del genere una letteratura del complotto è sostanzialmente l’unica possibile.

Anatole. Di sicuro siamo sempre più dentro una storia, forse anche proprio dentro una Storia, che prevede vari livelli di soluzione dei problemi, trascendendo la forma del poliziesco classico, che alla fine vuole una verità, un colpevole, una soluzione chiara e condivisa, ma forse anche quella del più ardito dei film di spionaggio. Da una parte il meccanismo di proliferazione dei livelli fa in modo che ne possa affiorare sempre uno nuovo, dove due fatti irrelati finiscono per trovare una qualche addentellato che li collega. Dall’altra sembrerebbe di vivere dentro una narrazione autoconsapevole, ad ingegneria inversa, in cui il giudizio arriva a produrre il fatto, secondo un capovolgimento dell’ordine naturale delle cose. Entrambi questi fattori puntano in una direzione molto interessante, che riporta alle origini della cosiddetta “finzione” moderna, cioè a quelle del romanzo medievale in versi, dove il conflitto sulla verità si gioca ad un livello che trascende la sostanza dei fatti, investendo piuttosto il loro significato emotivo. È più importante ciò che si prova, del fatto che lo si prova perché qualcosa è davvero accaduto, come se ci fosse quasi un desiderio di provare una determinata rabbia o indignazione a fronte di circostanze che devono prodursi perché quel sentimento possa protrarsi. Nel prologo del Chevalier au lion Chrétien de Troyes lascia intendere in maniera allusiva che la verità della sua storia non va cercata nella topografia della foresta di Broceliande, dove difficilmente il viaggiatore troverà la meravigliosa fonte di Barenton (e Maistre Wace in un celebre passo del Roman de Rou dice appunto di non averla trovata). Piuttosto dovrà interrogarsi sulla verità del sentimento amoroso che caratterizzava la disposizione affettiva dei cavalieri del buon tempo antico, cioè della corte di Artù, a fronte di quelli dei tempi suoi, la fine del XII, che di amore hanno fatto fable e mensonge. La verità dei sentimenti, la stessa sulla base della quale sono confezionati i film hollywoodiani, è l’unica vagamente appagante, mentre quella dei fatti è noiosa, vagamente nichilista, ci rilancia continuamente problemi che non siamo in grado di risolvere, ci costringe a riflettere fuori dalle polarizzazioni dicotomiche.

Lorenzo. Sì, è un forse po’ la differenza che passa fra la noiosissima geografia amministrativa di Ibn Khurdadhbih (IX-X secolo, e cito Wikipedia perché so chi ha scritto la voce), funzionario statale dell’impero Abbaside – il cui libro probabilmente non uscì mai dalle mura di un palazzo governativo – e l’esaltante ciclo di Sindbad il marinaio (stesso discorso di prima: so chi è il revisore della voce) ne Le Mille e una notte – la cui genesi Calvino collocò, correttamente, in un contesto “borghese”,  sebbene la diffusione di quella narrativa arrivò a toccare, attraverso l’oralità, lo strato popolare. Con in mezzo una cosa come “Il libro delle meraviglie dell’India” che, forse, potrebbe funzionare come parametro per misurare quello che vediamo oggi sui telefononi: una cosa che suscita meraviglia basandosi su fatti, fattoidi e veri e propri falsi. Comunque: Quattrociocchi e Vicini, al capitolo 5 di Misinformation, lo dicono chiaramente: “In fondo anche coloro che credono di essere bambini indaco, con un’aura particolare e con speciali attitudini (extra)sensoriali, cosa fanno se non alimentare speranze illusorie e collettive in una nuova e migliore umanità?” (p. 108)

Anatole. sempre tenendo conto di Quelo, però.

Lorenzo. ovviamente.

Anatole. Potremmo concludere che, più dei gattini, delle tette o del cazzo in DM, il complottone riesce a dare senso al telefonone, il quale da solo non basta a distrarre il disadattato e il fallito dalla noia che scaturisce dall’ignoranza.

Lorenzo. Come dice Rust alla fine di True detective: “Una volta c’era solo l’oscurità. Se me lo chiedessi, ti direi che la luce sta vincendo”.

Anatole. Poi ti svegli e ha vinto Trump: chiediamo a Rust se sia ancora di quell’opinione…

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* Le donne siriane hanno gli stessi diritti che hanno gli uomini, nello studio, nella salute e nell’educazione? Sì, ma non nel matrimonio, che si stipula su basi confessionali. Lo Statuto personale in Siria è materia religiosa. In Siria le donne non hanno l’obbligo di portare il Burqa? Sì, ma in nessun paese musulmano vige l’obbligo di portare il burqa, che è un indumento afghano. Nei territori dei talebani vige l’obbligo di portare il burqa. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale? Eppure l’articolo 3 (versione del 2012) si legge: 1. Il Presidente deve appartenere alla religione islamica. 2. La dottrina giuridica islamica è fonte principale della legislazione. 3. Lo Stato rispetta tutti i credi religiosi e garantisce la libertà di praticare tutti i riti, purché non contravvengano all’ordinamento generale. 4. Il benessere personale e lo statuto delle confessioni religiose sono rispettati e tutelati.La Siria è l’unico paese arabo con una Costituzione Laica e non tollera i movimenti estremisti islamici? Non mi sembra. Oltre ad aver fatto transitare per anni (dal 2003 in poi) i jihadisti diretti in Iraq e aver dato un pulpito a personaggi come Abu al-Qaqa, predicatore jihadista (salvo poi ammazzarlo quando era diventato scomodo), nell’arco di 50 anni ha inaugurato 18.000 nuove moschee, ha chiuso migliaia di cinema e teatri. Circa il 10% della popolazione siriana appartiene ad una delle tante denominazioni cristiane presenti da sempre nella vita politica e sociale? Vero. In altri paesi arabi la popolazione cristiana non arriva al 1% a causa delle discriminazioni subite? In Egitto i copti sono il 6% della popolazione. In Libano circa il 40% della popolazione è cristiana. Ma mettersi a dare i numeri è riduttivo. Ogni paese ha una sua storia e di certo discriminazioni ci sono state, ma ciò significa quasi nulla. In Siria la gestione delle confessioni è parte di un quadro più ampio in cui le minoranze sono in una forma o in un’altra asservite al potere. Ai curdi, ad esempio, non è concessa la cittadinanza fino al 2012 quando Asad, messo alle strette dalle proteste, decidere di “includere” i curdi nel suo progetto di mantenimento del potere. Dunque: la tolleranza religiosa siriana è unica nella zona? Formalmente sta molto meglio la Turchia, ad esempio. Ma l’intolleranza politica, sia in Siria che in Turchia è la regola. Questa, comunque, è un’opinione non un fatto, basata su affermazioni false. Andiamo avanti. La Siria è l’unico paese del Mediterraneo che è ancora proprietaria della sua impresa petrolifera, che non l’ha voluta privatizzare? Ma come cazzo scrivi, Arianna Editrice? Vabbene, nel merito: il suo regime clanico-mafioso possiede tutta l’economia, un’economia di mercato. La Siria ha un’apertura alla società e cultura occidentale come nessuno degli altri paesi arabi? Questa è un’opinione non un fatto, si vedano ad esempio Tunisia, Egitto, Algeria e Marocco. E comunque non è affatto detto che un’“apertura alla società e cultura occidentale” renda la Siria e questi altri paesi migliori di altri. Cioè: non è affatto automatico che “il bene” stia dalla parte di qualcuno, per finta o per davvero, si apre alla società e allla cultura occidentali. Prima della guerra, la Siria era l’unico paese pacifico nella zona senza guerre ne conflitti interni? Ma davvero? E perché allora in carcere stavano decine di migliaia di dissidenti, regolarmente torturati e a volte uccisi? La Siria è l’unico paese arabo che non ha debiti con il Fondo Monetario Internazionale? Può essere, ma ha tanti debiti ad esempio con l’Iran, che sta colonizzando il paese. La Siria è l’unico paese del mondo che ha ammesso rifugiati iracheni senza nessuna discriminazione sociale, politica o religiosa? Questa vorrei capirla meglio, ma lascio perdere, diciamo “può essere, chiedetelo agli iraqeni”. Bashar Al Assad ha un’approvazione estremamente popolare? E’ lingua italiana questa? Comunque è così popolare che un intero popolo gli si è rivoltato contro mentre lui trucca le elezioni e brucia le anagrafi. Lo sapevate che la Siria ha riserve di petrolio di 2.500 milioni di barili, il cui sfruttamento è riservato alle imprese statali? Lo sapevate che una riserva del genere è microscopica? Leggete i dati sulla produzione annuale di petrolio per Stato.

 

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4 Responses to Il Grande Complotto che dà senso al Telefonone

  1. lorenzo il 15 novembre 2016 alle 16:10

    Non è un “intero popolo” che gli si è rivoltato contro, diciamo che la maggioranza dei siriani non era contenta di Assad ma molti se lo sarebbero tenuto (e alla fine della fiera è ancora lì!) invece di vivere quest’inferno assurdo (alla fine del quale rimangono i morti, le case bombardate, ma rimane pure Assad). Siccome vivo con un rifugiato siriano in nessun modo assadiano che mi dice che da dentro (da sotto le bombe) la percezione è che le grandi potenze (inclusa Israele) stiano giocando con la loro vita, pregherei chi scrive di non avocarsi il diritto di fare da portavoce d popolo costretto a un esodo di dimensioni bibliche, spacciando per irvoluzione un crudele risiko con dei tagliagole foraggiati di dollari e mescolati ai ribelli veri. Tra i complottisti che citano e loro, non c’è nessuna differenza linguistica, entrambe le categorie usano una tragedia immane per dimostrare delle loro tesi (quella degli autori è che il complotto è un complotto), senza nessun metodo che non sia quello pregiudiziale e ideologico. Trovo tutto ciò estremamente cinico.

    • Lorenzo Declich il 26 novembre 2016 alle 11:12

      Salve, non accetto questo genere di critiche che si basano sulla lettura pregiudiziale di espressioni usate in un contesto argomentativo molto specifico – una nota al testo – per esigenze di brevità o per scelta stilistica, e attribuiscono all’autore intenzioni che l’autore non ha, e sottotesti che non esistono, giungendo infine a conclusioni generalissime al riguardo di un intero ragionamento (che di cinico ha ben poco).

      E’ un tipo di argomentazione che ha un nome, si chiama argomentum ad hominem.

      In altre parole: questo brano non parla di ciò di cui vuoi parlare tu e se la mia lettura del (o il lessico usato per definire il) fatto specifico non ti piace ciò non significa che l’intero brano sia da cassare, né che quella parte da te criticata sia tacciabile di cinismo.

      Vogliamo davvero parlare di cosa intendo per “un intero popolo”? Dovrei mettermi qui a sciorinare un pedigree “non cinico”? I miei scritti (e il mio impegno) sulla Siria?

      Questo sì sarebbe cinico.

      Suvvia, caro Lorenzo, non è questo il punto, non è questo il luogo, non è questo il modo.

  2. […] Anatole. La mia conclamata intolleranza al lattosio mi mette in difficoltà di fronte a questa tua, peraltro pertinente, contestualizzazione. Di sicuro tutto questo incredibile nulla, impacchettato in chiave complottistica, funziona strabene come infotainement utile a dar senso all’acquisto di tecnologia sottoutilizzata al centro commerciale nel weekend, come dicevamo nella puntata sul Grande Complotto che dà senso al Telefonone. […]

  3. Letture #3 – Pephuka il 4 dicembre 2016 alle 11:36

    […] Il Grande Complotto che dà senso al Telefonone […]

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