La postverità e il pallone sbagliato dalle veline dell’ISIS ai tronisti della «loi travail»

23 novembre 2016
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Anatole. Forse si può riprendere la questione del complottone per elaborare qualche idea su come funzioni la verità del discorso corrente, cioè per ragionare su cosa significa oggi dire una cosa vera. Disponendo sull’asse delle ordinate un gradiente di menzogna/verità e su quello delle ascisse populismo e democrazia, il complottismo si situa al punto di intersezione. È un po’ il grado zero di questa configurazione, che peraltro disegna abbastanza bene il quadro politico delle democrazie contemporanee, ossessionate dalla ricerca del consenso. Si potrebbe anche dire che il complottismo sia il punto in cui il rodimento di culo cosiddetto populista e la suadente risposta tecnocratica dei regolamenti si trovano a confliggere su cosa sia vero o falso e lì vuole stare la politica oggi, perché quello è il vero point break dell’onda di consenso: quando sei sopra vuoi surfarla all’infinito. E per populismo sarà bene spiegare che intendiamo quello che diceva Alessandro Lanni in Avanti Popoli, cioè l’emergere di queste categorie del tipo di «Popolo della Rete», che nascono come semplificazioni giornalistiche, ma ritraggono scenari economici, come nel caso del «Popolo delle Partite IVA», o politici, come in quello del «Popolo Viola» (per chi se lo ricorda) o in maniera più nota del «Popolo della Libertà», in maniera trasversale rispetto alle tradizionali appartenenze di classe.  Ad ogni modo, finché è in corso un conflitto su cosa sia vero o falso, la tenuta democratica sembrerebbe garantita. È però anche chiaro che all’interno di questo conflitto c’è sempre più spazio per visioni centrate su ipocrisia o, peggio, veri e propri deliri.

Lorenzo. tipico di un mondo pre-scolare (o post-scolare, se vogliamo), mi vien da dire, che surroga l’educazione con le competenze passive accessibili dal telefonone, posto che, come abbiamo ricordato nella puntata precedente, una ampissima maggioranza delle persone nel mondo è solo spettatrice e “replicatrice” (memetica) della comunicazione telematica.

Anatole. Credo che sia proprio così, soprattutto se pensiamo alla scuola come il luogo dove sei costretto fin da bambino a misurare la tua condizione percepita con quella degli altri, dunque con un’idea di realtà che emerga dalla sintesi di questa prospettiva dialettica in cui la tua idea di te stesso non dipende soltanto dal modo in cui ti percepisci da solo o nello scambio coi tuoi più stretti familiari. È ben evidente che se devi relativizzarti in base al modo in cui ti pensano persone diverse da te e anche in relazione al fatto che sei in condizione di pensare gli altri diversi da te, poiché la scuola ti mette a contatto con loro, con il loro modo di vita e di intendere il mondo, ecco che difficilmente potrai pensare che tutto ciò che diverge dalla tua prospettiva originaria sia un complotto contro di te.

Lorenzo. Tutto ciò potrebbe condurci a sviluppare qualche riflessione appuntata sul nostro file aperto a proposito di «Tecnocrazia e populismo nel mondo globalizzato del doposcuola», ma, seguendo i ragionamenti sulla grande truffa del decostruzionismo (ma vedi anche questo bell’articolo, uscito dopo a dir la verità), è forse il caso di prendere di petto questa questione del rapporto tra vero e falso, realtà e finzione, cronaca e narrazione. Specialmente perché abbiamo passato settimane a situare queste categorie nella dimensione del grande complottone, per poi scoprire che l’affabulatore numero uno è proprio Zuckerberg, il capo di Facebook, quando vorrebbe spiegarci che «Of all the content on Facebook, more than 99% of what people see is authentic. Only a very small amount is fake news and hoaxes» (lo si legge ad esempio sul Guardian).

Anatole. Questo pensiero percorre un esile sentiero tra un baratro e l’altro, contrapponendo l’autenticità dei contenuti alle fake news e agli hoax (concetto interessante, che rimanda a questioni di carattere filologico fin dalle sue origini, riconducibili al libro di Tomas Ady A candle in the dark, or a treatise on the nature of witches and witchcraft  del 1666, come osservava già Robert Nares nel secolo XVIII). La questione dell’autenticità è davvero delicatissima, specialmente se, come fa Zuckenberg, la metti in relazione alla verità o meno di un fatto. Vero e autentico sono in realtà aspetti diversi del rapporto di un racconto con la realtà: hanno di sicuro molto a che fare l’uno con l’altro, ma troppo spesso vengono sovrapposti abusivamente.

LorenzoAuthentic è la parola centrale: autentico, genuino, vero nel senso di non artefatto. L’autenticità è un attributo che si può applicare al falso. “E’ un autentico falso” si può dire, si può concepire, così come – in diplomatica e nel diritto – l’idea di “falso autentico”. Mi vengono fra l’altro in mente tutte quelle microstar della De Filippi che dicono “sono una persona vera”, che non è una tautologia (le persone sono tutte vere), ma una dichiarazione di genuinità, di autenticità. Eppure non riesco a pensare a qualcosa di più pataccato di una microstar della De Filippi. C’è chi dice che la maggior parte dei contenuti di Facebook non è né verificabile, né falsificabile, ad esempio Alexios Mantzarlis su Poynter, e in questo senso l’affermazione di Zuckerberg è in un certo senso un falso. Io però andrei più a fondo perché, al di là di questo dato incontrovertibile che gli scienziati mettono sul piatto, l’affermazione di Zuckerberg è anche vera – nonostante sia ovvio che egli ne strumentalizzi le implicazioni.

Anatole. Nathan Jurgenson, il fondatore di Real Life Magazine e ricercatore a Snapchat, riconduce il problema all’algoritmo che filtra l’utenza di notizie su Facebook, osservando che: «getting rid of obvious fake news doesn’t make people informed when you’re only seeing a targeted sliver of reality». Dice che, in sostanza, puoi distinguere una sezione di contenuti controllati, affidabili, trasformandoti di fatto in un editore, oppure mettere gli utenti in condizione di scegliere da loro che genere di contenuti ricevere nel feed. Di sicuro, aggiunge, il fatto stesso che si chieda a Facebook di diventare responsabile del mondo in cui informa mediante i contenuti che veicola spiega di per sé la ragione per cui non accadrà: perché la filosofia è quella di dare agli utenti quello che vogliono, non ciò di cui avrebbero bisogno. Indugiare sul piano etico di «cosa gli utenti vogliono» e ciò di cui «gli utenti hanno bisogno» ci ricondurrebbe a questioni inerenti la scuola, la formazione, cioè la necessità di alzare drammaticamente l’asticella del sapere critico in una società centrata sull’informazione. Per rimanere al livello in cui ci stiamo muovendo, quello del rapporto tra autenticità e verità, c’è sicuramente da osservare che i contenuti veicolati dai social network spesso non sono veri, nel senso che non reggono ad una falsificazione basata su evidenze positive, ma sono autentici nel senso che sono autenticamente formulati dalle fonti che li producono. Ci sarebbe davvero da sviluppare una teoria filologica dell’informazione, per evitare di confodere verità, autenticità e realtà di un determinato fatto veicolato da un discorso pubblico, che ormai è un discorso in generale, poiché di discorsi privati sembrerebbe che non ne esistano più. Forse si potrebbe fare anche una filologia del tronista, ma forse è esagerato. Di sicuro mi viene da pensare che questa cosa dell’essere se stessi, del presentarsi in maniera non artefatta, che poi deriva dalla cultura del rap, quel get real che ti configura come credibile, espone ad una continua verifica del piano di autenticità. Un po’ come se ci si dovesse dimostrare credibili in base ad un principio di conformità rispetto al modo in cui ti pensi e appari, piuttosto che in considerazione del fatto se hai detto una cosa vera o una stronzata atomica. Se ti qualifichi come uno che dice stronzate atomiche, allora è quasi meglio che continui a dirle, perché se per caso dici la verità non sei più credibile, in quanto inautentico.

Lorenzo. Esatto. L’autenticità implica un piano di autorialità, non necessariamente un piano di verità. La Donazione di Costantino è falsa, ma il documento che la descrive è autentico. Un documento che, fra le altre cose, sancisce la nascita del potere temporale della Chiesa e lo mette in ruolo. In altre parole: se io su Facebook scrivo che i rettiliani mi hanno rapito dico una cazzata autentica, oltre che un’autentica cazzata. E l’algoritmo di Zuckerberg non andrà a scovare il mio post per cancellarlo, il ché è sostanzialmente corretto, perché quel post è autentico, cioè non lo ha scritto qualcuno in mia vece, registra una (qualche) realtà, non una verità. D’altra parte è corretto anche il discorso sulla non verificabilità/falsicabilità di un post sul rapimento rettiliano: la cosa avviene perché sostanzialmente quel post è narrativa.

Anatole. Certo, c’è un piano di verità che trascende la verità dei fatti. Ci sto lavorando a proposito della verità del romanzo nelle sue forme più antiche, con un confronto tra due opere francesi della seconda metà del secolo XII, il Roman de Rou di Wace, un’opera di carattere storico, e il Chevalier au lion di Chrétien de Troyes, un romanzo vero e proprio. Se Wace dice che è andato a cercare la fonte meravigliosa di Barenton nella foresta di Brocéliande e non l’ha trovata, biasimando se stesso per il fatto stesso di averla cercata, Chrétien non si fa scrupolo ad impiegare il luogo letterario screditato di valenza storica. Questo perché la verità del romanzo non dipende dall’effettiva consistenza dei luoghi in cui gli eventi si svolgono, quanto piuttosto con quella delle emozioni dei personaggi, con ciò che provano, che sentono, nella prospettiva idealizzata in cui il loro autore li situa. Nel prologo del Chevalier au lion Chrétien dice chiaramente che i cavalieri di Artù amavano davvero, mentre quelli del tempo in cui vive e scrive hanno trasformato Amore in fable e mançonge, finzione e menzogna, perché dicono di essere innamorati, ma in realtà non provano davvero quel sentimento. La verità del Chevalier au lion risiede nell’autenticità del sentimento che Yvain prova per Laudine de Landuc, verificato attraverso tutta l’estensione del romanzo, non già in quella dei luoghi attraverso i quali la storia si svolge.

Lorenzo. Proprio in virtù di questo parallelo possiamo forse archiviare l’idea che “Trump ha vinto grazie a Facebook”, per quanto sia vero che sempre di più le persone “si informano” sui social network, cioè non leggono notizie ma storie (questo è il motivo per cui Zuckerberg dice una mezza verità). In un contesto come il social network i “fatti” (veri o falsi che siano) discendono dalle argomentazioni e non viceversa. Secondo la nuova retorica “l’uditorio è tutto” e Zuckerberg questa cosa deve averla capita bene se, invece di mettere il bottone “vero/falso”, ha messo il bottone “mi piace/sono orripilato/mi fa ridere/ mi fa piangere”.  Su FB sono in contatto con diversi operatori dell’informazione che della verità fanno la loro bandiera. È una cosa meritoria, assolutamente. Mi piace questa cosa che fanno, sorrido, metto un cuore. Approvo il loro argomento, ma la compresenza di informazione e narrativa, la sovrapposizione di queste due categorie, la confusione a volte, è tale da rendere necessario un altro approccio alla questione.

Anatole. Esatto. C’è un problema evidente di sovrapposizione di registri, cioè di racconti di finzione che si spacciano per notizie, di notizie mascherate da racconti di finzione, o filtrate mediante il registro del sarcasmo, commenti che sono racconti, racconti che sono commenti, come in un grande zibaldone che confonde i registri e mescola tutto con tutto. A questo proposito cade bene il fatto che la parola dell’anno dell’Oxford Dictionary sia il sostantivo “Post-truth”, anche preferita ad “alt-right”, venuta di sodissima soprattutto dopo la vittoria di Trump alle presidenziali americane. È interessante osservare che la parola abbia una storia lunga alle spalle, poiché, come riporta il Guardian «the first time the term post-truth was used in a 1992 essay by the late Serbian-American playwright Steve Tesich in the Nation magazine» relativo allo scandalo Iran-Contra e la Guerra del Golfo. In particolare, Tesich diceva che «we, as a free people, have freely decided that we want to live in some post-truth world», denunciando la già avvertibile predominanza di una propaganda volta a mistificare i dati di realtà al fine di produrre effetti politici e militari di rilievo planetario. La forma stessa della parola evidenzia, d’altra parte, addentellati evidenti con la teorizzazione postmoderna, che, come diciamo fin dal primo di questi dialoghi, appare sempre più una profezia che si auto-avvera, cioè un progetto politico e culturale, più che un’analisi della realtà.

Lorenzo. A proposito di vero e falso, autentico e genuino nell’epoca postmoderna della postverità l’esempio che subito mi viene in mente in relazione ai miei interessi mediorientali è la storia del mercato degli schiavi nei territori di Stato Islamico. Il meme che ancora circola in rete, che non ha mai smesso di circolare, è questa fotografia che ritrae donne in abaya e niqab che, incatenate, si dirigono da qualche parte accompagnate dai loro aguzzini.

 

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La fotografia, pubblicata nel 2011 da Le Monde, è autentica. E’ stata scattata in Libano, durante le celebrazioni della Ashura, una ricorrenza dell’Islam sciita che assumono talvolta la forma di rievocazioni allegoriche. Cioè è una foto autentica che registra la realtà di una allegoria messa in scena da una denominazione religiosa che con Stato Islamico non ha nulla a che fare, anzi attualmente gli si oppone. 

 

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L’articolo che linko qui è molto chiaro su questa cosa. Dice: “Many Yazidi women captured by the Islamic State (IS) group have been forced into slavery. After months of speculation while photos claiming to show their plight circulated online, the group finally confirmed these rumours in its online magazine Dabiq. However, all of the photos of these slave women circulating on social networks are fake. Even though the jihadists boast about enslaving these women, they keep them hidden away”. Ossia: il mercato degli schiavi è una cosa reale, lo conferma anche la rivista di Stato Islamico, ma le foto sono false (cioè false in relazione alla notizia perché, nei fatti, sono autentiche). Un capitoletto recita: “A reality illustrated by false images” ma quello ciò circola sono proprio quelle “false images”, il meme è quello. Non è finita, però. Il pezzo linkato è dell’11 giugno 2014 ma ancora nel novembre seguente l’International Business Time, una testata online dalla buona diffusione, usava ancora quell’immagine in un articolo in cui si parlava di un presunto documento dello Stato Islamico in cui si riportavano i prezzi degli schiavi. Il documento era a sua volta un falso: portava la data del 16 ottobre 2014 ma era intestato allo Stato Islamico di Iraq, un’organizzazione antesignana dello Stato Islamico di Siria e Iraq (aprile 2013) e dello Stato Islamico (giugno 2014). Nessuno si chiese chi potesse averlo fabbricato, cioè chi ne fosse autore: scoprendolo avremmo ricavato una notizia vera riguardante persone e gruppi che fanno circolare dei falsi. Si preferì “smontare” il documento e basta, quello che rimase fu la conferma dell’esistenza di un mercato degli schiavi da parte di Stato Islamico e il “discorso” su questo fatto.  A un certo punto, l’anno dopo, era all’inizio di agosto, una rappresentante dell’ONU disse di aver effettivamente visto circolare un prezzario degli schiavi nei territori di Stato Islamico. Non disse che quel documento “emerso” l’anno precedente era autentico, disse che aveva visto coi suoi occhi una lista dei prezzi degli schiavi bambini fra le mani di combattenti di Stato Islamico in Siria e Iraq. Ciò però non impedì ai redattori di Russia Today di scrivere“After circulating for almost a year, the UN has finally confirmed the authenticity of the Islamic State Sex Price list being offered to their fighters and other men trying to purchase sex slaves as young as one for $165”. Russia Today in quell’articolo riportava un tweet in cui compariva indovinate cosa:

 

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In un marasma come questo è ovvio che non si riesce più a parlare “bene” di questi maledetti schiavisti di Stato Islamico – come di qualsiasi altra cosa – senza che qualcuno ti metta in dubbio che alla base ci sia un fatto vero. Ricordo un mio “amico” di Facebook, Oussama Abu Musab, che parteggiava per l’ISIS (poi una volta parliamo degli amici di Facebook, con calma). Ogni giorno portava tonnellate di argomenti basati sul debunking di storie simili. In un’ecologia come quella appena drscritta lui ci sguazzava benissimo. E avendo pascolato (con sofferenza) nel network di Stato Islamico posso dire che questa dinamica è pressoché obiqua. Mi viene da pensare che anche Trump e i suoi abbiano potuto contare su una situazione simile. In questo non c’è alcuna differenza fra lui e Abu Bakr al-Baghdadi.

Anatole. Tra i tanti fatti di casa nostra che si potrebbero associare a questo che presenti, mi viene in mente la foto fotoscioppata di un corteo contro la loi travail in Francia alla fine del maggio scorso, quella che ritraeva i manifestanti dietro uno striscione della CGT (Confédération Générale du Travail, la CGIL francese per capirci) sul quale ci sarebbe stato scritto «Nous ne ferons pas la fine de l’Italie». Si trattava chiaramente di un falso, un’elaborazione grafica, dunque racconta un fatto mai avvenuto. Fatti linguistici puntavano inesorabilmente in questa direzione, senza che ci fosse nemmeno bisogno dell’intervento del filologo. Senza calcolare l’improbabilità del costrutto maccheronico «ne ferons pas la fine de l’Italie», quindi l’incongruenza sintattica, la parola «fine» è in francese aggettivo femminile, qui scambiato per il sostantivo «fin» e corretta in «fin» in versioni più recenti della stessa elaborazione grafica. L’immagine la trovavi condivisa sulle pagine dei social network dell’autore di corsivi antigovernativi al vetriolo de Il Fatto Quotidiano, senza nemmeno la decenza di una parola di scusa nei confronti delle centinaia di (più o meno) ingenui lettori, che l’hanno a loro volta propagata a macchia d’olio. Anzi, il nostro giornalista professionista provava poi addirittura a farci lo splendido, additando al pubblico ludibrio una povera disperata che richiedeva per Renzi lo status di dittatore e la pena di morte per i dissidenti. Il fatto di aver procurato l’isteria di una povera di spirito non rendeva meno grave che un giornalista professionista diffonda un conclamato falso senza verifica.

 

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Si potrebbe commentare che tra il rilancio di una foto adulterata e lo scatto superpiacione di Renzi con Obama ci passa un abisso, almeno in termini di professionalità: la narrazione epica renziana sarà stucchevole quanto vogliamo, ma almeno le foto del Presidente che siede pensieroso su un gradino all’Arsenale a Venezia o gioca alla Playstation con Orfini mentre si vota l’Italicum, come quelle della Boschi con la bambina africana che le fa la treccina, sono vere, cioè raccontano fatti realmente accaduti. Ma è più interessante notare che la cura del dato positivo, il fatto verificato, l’evento prodottosi tende qui, e in tanti altri casi, ad identificarsi con la sua interpretazione, fino al punto che la seconda produce il primo. Molte delle argomentazioni di chi provava a giustificare il contributo alla propagazione della foto manipolata suonavano, infatti, nel senso di «anche se è un falso, questo argomento è stato usato dai lavoratori francesi in lotta», motivo per cui il falso non sarebbe poi così falso.  Cioè, la postverità, almeno in questo caso, è una cosa falsa che confermerebbe un pensiero corrente vero, una sorta di emblema della verità.

Lorenzo. In effetti la traiettoria “emotiva” è la stessa rispetto al tema “mercato degli schiavi” dell’Isis. Uguale proprio. Il risultato, in questo caso, è che non riesci a parlare della loi travail in maniera sensata (nell’altro si trattava di parlare con sensatezza del mercato degli schiavi di stato Islamico) perché ti trovi in una situazione in cui tutti intorno a te hanno indossato la casacca, e anche l’arbitro è uno scemo. Stanno giocando una partita a pallavolo con un pallone da basket e non se ne sono accorti. E se vai lì e gli dici:«scusate, avete sbagliato pallone» ti guardano pure male.

Anatole. Appare piuttosto conseguente che l’esclusione dal dibattito sulla democrazia e il suo funzionamento delle discipline che accertano la verità dei fatti su base documentaria conduca alla definizione di un sistema di opinioni centrate su un giudizio che si produce in anticipo rispetto all’accadimento dei fatti dai quali dovrebbe scaturire, o magari anche in loro assenza, cosicché non sorprende che il giudizio arrivi anche a produrre il fatto, secondo un capovolgimento dell’ordine naturale delle cose.

Lorenzo. Sì, ritorniamo al punto individuato nel primo nostro dialogo, quello intitolato “Cinque matti…” ma la cosa si allarga. Già nel 2004 Ron Suskind sul New York Times ci raccontava che nel 2002 un senior adviser di George W. Bush aveva già un nome per quelli che «believe that solutions emerge from your judicious study of discernible reality». Li definiva in maniera derisoria una “reality-based community”. Siamo a un anno dall’11 settembre e a pochi anni dalle teorie sulla “fine della storia”, sul “conflitto di civiltà” e altre panzane. Già allora qualcuno pensava che “quelli che credono che le soluzioni emergano da uno studio giudizioso di una realtà distinguibile” debbano essere descritti come una “comunità”, cioè che il problema della realtà non riguardi l’intera umanità bensì, in definitiva, quattro scemi che parlano in salotto (raccontavi, nell’articolo che abbiamo citato all’inizio, di come a Stanford a voi filologi vi definissero positivist). Flaminia Saccà lo ha spiegato molto bene nel suo Culture politiche, informazione e partecipazione nell’arena politica 2.0 (in Sociologia, L, 3, ottobre 2016, p. 38) aggiungendo:

La realtà viene qui chiaramente intesa come una scelta di appartenenza, come una delle variegate possibilità caratterizzanti la società umana. Non un fattore di coesione, non una condizione comune, non una necessità, bensì una delle tipologie identitarie fra le tante. Minoritaria, verrebbe da dire, perché “questo non è più il modo in cui funziona il mondo oggi”, come venne spiegato al giornalista […].

Un’osservazione come questa mi riporta a ripendere una cosa che mi è cara. Siamo ancora nel 2004 quando John K. Galbraith in L’economia della truffa scrive:

le opinioni condivise, che altrove ho chiamato ‘sapere convenzionale’, sono altra cosa dalla realtà […] Non sorprendentemente, tra le opinioni e la realtà ciò che conta, alla fine, è la seconda […] in seguito a pressioni economiche e politiche e alle mode del momento, tanto l’economia quanto realtà politico-economiche ancora più vaste coltivano una versione della verità. La quale non ha necessariamente qualche rapporto con la realtà.

È per questo che se uno dice che Stato Islamico è una organizzazione criminale globalizzata di tipo mafioso molti ti guardano male come se avessi detto quella cosa del pallone sbagliato.

Anatole. Questa sintesi iconica del pallone sbagliato mi pare perfetta. Mi piacerebbe calciarlo nella direzione del complottema per eccellenza, quello de “L’HACKER RUSSO”, il vero cattivo che si profila all’orizzonte, passando dal ritratto dei manifestanti americani antitrump come comparse pagate da Soros (la finanza internazionale con la quale noi élite liberal intellettuali saremmo colluse) di cui parla bene Martino Mazzonis, e il complotto filorusso del Movimento Cinquestelle in Italia denunciato da Iacoboni e ripreso da Salamida.

Lorenzo. Aspetta, Fermati qua. Hai dimenticato la polemica su questa gif fotoscioppata, o forse l’hai rimossa:

In realtà quella persona reggeva un cartello che diceva: «WE LOVE YOU JOIN US». Bello, no? Ti ho fatto male al pancreas? Non hai idea del panico che ha generato su twitter… Complotto!

Anatole. … [sgrana gli occhi] L’idea del movimento complottista che complotta a sua volta stabilisce una circuitazione ermeneutica da sbrocco senza precedenti, che riporta tutto il ragionamento sull’autenticità e la verità al piano sul quale ci siamo mossi nelle ultime settimane. Mi rendo però conto che già così abbiamo tirato giù una lenzuolata illeggibile (ma il superlong form dialogato è l’unica risposta possibile alla retorica del complotto).

Lorenzo. Effettivamente si è fatta una certa e non abbiamo ancora iniziato la partita a Illuminati

Anatole. Ok, allora concluderei con un commento sulle ultime parole di Albus Dumbledore a Harry Potter nel finale della serie a proposito del concetto di realtà.

Lorenzo. Sei sicuro di ciò che stai facendo, vero? Con Potter partono treni, autostrade, navi spaziali.

Anatole. La dico e basta: «of course it is happening inside your head, Harry, but why on earth should that mean that it is not real?».

Lorenzo. … [fissa Anatole]

Anatole. … perchè mi guardi così?

Lorenzo. No, vabbe’. Spiegala.

Anatole. Cioè: una cosa che accade anche soltanto nella tua testa ha una sua realtà, nel senso che determina il modo in cui vedi le cose, dunque incide sulla realtà, interagisce con essa, la modifica. Anche la più inverificabile delle notizie, la più apertamente falsificata, voglio dire la più atomica cazzata, ha un suo statuto ontologico non dissimile da una notizia vera, poiché incide sulla realtà, non solo quella che prende forma nella testa dei patiti del complotto, ma anche quella di chi si trova costretto ad interagire, magari anche solo indirettamente, con ciò che seminano nella semiosfera dei social network. È un po’ il punto che segnala giustamente Alessandro Lanni, interpretando l’articolo dell’Economist sul fatto che “Mere” speech has powerful consequences alla luce del concetto di «gesto linguistico» formulato da Peirce, cioè con «l’idea che il significato delle parole non sia un fatto là fuori ma che abbia a che fare […] con gli effetti che esso mette in moto». Insomma, la realtà che abitiamo non è soltanto il prodotto di dati fattuali, trascende la cronaca giornalistica, dialoga con la verità assoluta, ma anche con un sacco di altre cose, che sono vere solo in senso molto relativo (perché ad esempio qualcuno le pensa) o non lo sono proprio. Non si può escludere che si possa sconfiggere il Male facendosi paladini della verità e rimanendo determinati a questa sola ed unica causa, ma quello che sappiamo di certo è che si può sconfiggere il Bene dicendo un sacco di cazzate.

Lorenzo. …

Anatole. ….

Lorenzo. Ok, siamo a posto. Da qui ripartiremo per nuove avventure, sicuramente.

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One Response to La postverità e il pallone sbagliato dalle veline dell’ISIS ai tronisti della «loi travail»

  1. […] il seguito di quello che si diceva commentando la frase di Dumbledore, in calce al lenzuolone su postverità e palllone sbagliato collegato alla riflessione sulla “guerrra di parole” che facciamo in “Da «sticazzi…» […]

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