Non cercare l’uomo capra – Irene Chias

27 novembre 2016
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Anteprima del nuovo romanzo di Irene Chias

(Estratto dal capitolo « Le lettere di Assane »)

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Ma chère Simona,

questo è un messaggio di auguri per le tue nozze, che mi ha annunciato Luisa.

Oltre agli auguri più belli e all’elogio per il tuo coraggio, voglio darti alcuni consigli, che poi pensandoci bene si riducono a uno: non dare niente per scontato, e cerca, per quanto puoi, di fare in modo che neanche lui lo faccia.

Ho lasciato il Senegal a ventun anni e oggi mi rendo conto che se sposassi una senegalese, sarebbe un matrimonio misto anche per me. D’altra parte, con la moglie italiana che ho avuto, non era forse un matrimonio misto? Quindi forse il matrimonio è comunque misto, perché vi si incontrano e spesso scontrano due persone e quindi i due differenti universi che ciascuno ha costruito dentro di sé. È vero però che questi universi possono essere più o meno discordanti.

C’è ad esempio una cosa che per noi africani, almeno per gli africani delle mie parti (c’est-à-dire Senegal, Gambia, e direi anche Mali), non è tollerabile e che qui sembra invece normale. E devo ammettere che non mi ci sono ancora abituato, anche se misurando il mio tempo si vede che ho trascorso una porzione molto più ampia di vita in Europa che in Senegal. La cosa è questa, ma chère Simona: l’aggressione fisica delle donne nei confronti degli uomini. I ceffoni che si vedono nei film, ma anche i pugnetti ridicoli e impotenti dati per sfogare rabbia più che per fare male. Quando ci capitava di vedere dei film europei o americani a Dakar, prima che venissi in Italia, ricordo che restavamo disturbati da scene in cui una donna aggrediva un uomo. È una cosa che noi non tolleravamo. Ora non so come sia, ma a me è rimasto questo tabù. Perché, se per noi un uomo che picchia una donna è motivo di vergogna, una donna che picchia un uomo è proprio questo, un tabù.

Un tabù simile a quello che viene infranto quando in un film, o anche nella vita, sento un figlio che dice al padre o alla madre frasi come “sei un bugiardo” o “sei una bugiarda”. E lo stesso vale per i fratelli maggiori.

Questo, Simona, solo per dirti che potresti sorprenderti nello scoprire quante cose, che per te sono ordinarie, per tuo marito potranno essere lame acuminate che lo feriranno, e quante cose per te assurde e crudeli per lui saranno normali.

Noi africani, e soprattutto quelli dei piccoli villaggi, abbiamo l’ansia del controllo sociale. Beneficiamo dei vantaggi che questo controllo ci dà, della solidarietà, dell’assistenza, anche della sicurezza. Ma certamente paghiamo un prezzo in termini di discrezione.

Uno dei miei migliori amici dopo il mio arrivo in Italia era gambiano, si chiamava Tidiane. Parlavamo la stessa lingua, il wolof, ma io lo facevo inserendo parole francesi, lui inglesi. È davvero strano quello che succede con i gambiani. C’è uno stesso popolo, con la stessa religione e la stessa lingua, spesso sono membri di una stessa famiglia che nell’Ottocento è stata separata da una linea dritta e irreale tracciata da un francese e da un inglese. Diresti che è una linea immaginaria disegnata su una carta e che quindi non ha alcun effetto sulle persone che invece stanno sulla terra. E però non è così. Io posso testimoniare la differenza fra i gambiani e i senegalesi. Certo è minore e trasversale rispetto alla differenza fra la gente di campagna e la gente di città, eppure c’è. A Banjul, ad esempio, sono molto più pragmatici che a Dakar. E parliamo di due capitali. Ci sono differenze rispetto a noi che io collego alla presenza anglosassone. Ma parlo di persone che hanno fatto le scuole, che sono le scuole dei colonizzatori. Per me il rapporto con i gambiani è la dimostrazione di come la colonizzazione ha plasmato la nostra identità, anche se ci si illude di aver recuperato qualcosa di “precoloniale”che ovviamente non esiste più e si può solo inventare.

Non so che fine abbia fatto Tidiane. Partì per la Germania alla fine degli anni Ottanta, amico mio.

Le linee che separano Gambia e Senegal erano artificiali ed espressione di una ripartizione casuale della nostra terra. Ancora oggi non ci sono gambiani che non abbiano un parente in Senegal. Eppure, come ti dicevo prima, chère Simona, oggi le differenze ci sono. Siamo stati brevemente uniti anche amministrativamente, fra il 1982 e il 1989 formavamo la confederazione di Senegambia. Doveva creare una maggiore cooperazione fra i due paesi, ma poi venne dissolta da Dakar perché il Gambia si rifiutò di andare avanti nella progressiva unificazione.

So che tuo marito è mandingo e viene da un piccolo villaggio, probabilmente non ha neppure fatto le scuole, e questo sarà un ulteriore fattore di distanza fra di voi. Ma c’è un’altra cosa piuttosto triste che riguarda il Gambia e tutti i gambiani, o almeno questo è quello che ho capito da alcuni di loro: si trovano di fatto sotto una specie di dittatura. Quindi c’è un altro elemento da tenere in considerazione: molti gambiani che vengono in Europa fuggono da un presidente di cui hanno paura. Jammeh prese il potere con un colpo di stato quando non aveva ancora trent’anni. Era il 1994 e finora nessuno lo ha smosso da lì. Pare sia anche colpa sua se in Gambia non si studia, non ci sono università importanti, non c’è scambio. E forse è in parte anche un’eredità dell’occupazione inglese, quasi esclusivamente commerciale, che non ha lasciato strutture importanti per i cittadini. Ma stabilire le colpe in situazioni come questa è un’operazione talmente complessa che in questo momento preferirei chiuderla qui.

Prima di lasciarti però, mi preme parlarti di un altro elemento di tristezza, e questo riguarda più o meno tutti quelli che lasciano la terra in cui sono nati e cresciuti: dover abbandonare i propri cari. Vedere i propri genitori invecchiare è triste, ma non triste quanto non vederli invecchiare. Così come veder morire i propri cari è doloroso, ma lo è molto di più non essere lì quando ci lasciano, non aver condiviso con loro gli ultimi momenti della loro vita. Prova a tenerne conto, chère Simona, quando qualche volta tuo marito ti sembrerà scontento o nervoso e tu non capirai perché.

Concludo questa lunga lettera sul Gambia, sui wolof, sui mandingo e su me stesso, rinnovandoti i miei auguri più sinceri, perché i matrimoni sono tutti misti, ma alcuni lo sono di più.

 

Ba benen yoon

Assane Diouf

 

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Irene Chias, siciliana, vive a Milano. Nel 2010 è uscito per Elliot il suo romanzo Sono ateo e ti amo. Nel 2013 Mondadori ha pubblicato il suo Esercizi di sevizia e seduzionevincitore nel 2014 del “Premio Mondello Opera italiana” e del “Mondello Giovani”. Suoi racconti sono apparsi su Granta Italia, su Nuovi Argomenti, sulle pagine siciliane di Repubblica, su diverse antologie. Per Non cercare l’uomo capra, lo scrittore della migrazione Pap Khouma ha scritto la postfazione “Le Afriche inconsce che ciascuno ha dentro”.

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