Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald

21 dicembre 2016
Pubblicato da

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Una conversazione sul Pizzagate ed il pistolero del Comet, il Fantasma del Camion di Berlino e la performance del poliziotto turco 

Anatole. È molto difficile uscire dalla spirale del complottismo, nella quale ci siamo avvitati inevitabilmente da più di un mese, ma sapevamo che sarebbe stato così e proprio per questo abbiamo evitato di tuffarci in questo argomento sublime quanto inquietante finché ci è stato possibile.

Lorenzo. Non credo che ne usciremo mai completamente, abbiamo capito che si tratta del formato standard della comunicazione via telefonone. Però proviamo.

Anatole. Vorrei suggerire una via di uscita, che forse non porta da nessuna parte, cioè non fuori dal complottismo che ci circonda, perché forse non c’è un fuori in assoluto, ma almeno ci riallaccia ad un altro tema sul quale avevamo avuto modo di intrattenerci in un passato che ormai parrebbe sepolto e invece non lo è. Lo spunto ce lo offre un fatto di cronaca al quale non abbiamo dedicato la dovuta attenzione nel prossimo passato, cioè la notizia  del «Comet Ping Pong shooting», che proviamo a sintetizzare a posteriori, inquadrandolo, appunto, nella cornice della smentita teoria complottistica del pizzagate, riprendendo i termini nei quali è già formulata come parte dell’ontologia corrente su wikipedia.

Lorenzo. Lo vedi? Da complotto non si esce. Racconta.

Anatole. Praticamente all’inizio di Dicembre, il 4 per l’esattezza, un ventottenne del North Carolina di nome Edgar Welsh ha fatto irruzione al Comet Ping Pong, un locale in Connecticut Avenue a Washington DC, con la pretesa di investigare abusivamente su un circuito di pedofilia che, stando ai termini della teoria complottista basata sulla fantasiosa “decodifica” delle email del consigliere di Obama John Podestà rese pubbliche da Wikileaks, avrebbe coinvolto un certo qual numero di pizzerie della capitale americana e membri del partito democratico, tra i quali sono stati fatti i nomi di Hillary e Bill Clinton (per via della frequentazione di Jeffrey Epstein, finanziere di Bear Sterns, condannato per pedofilia).

Lorenzo. Accidempoli.

Anatole. No, ma infatti. Comunque. Nel corso dell’irruzione Welsh ha sparato tre colpi, ma poi si è arreso alle forze dell’ordine, non avendo trovato nessuna conferma alle illazioni in base alle quali aveva pianificato la sua azione. Arrestato per assalto a mano armata, ha spiegato alla polizia che aveva letto online la storia del circuito di pedofilia è voleva appunto accertare da solo se si trattasse di una notizia vera e, nel caso, salvare i minori dagli abusi. Stando alla ricostruzione dei fatti che hanno preceduto l’attentato, pare che Welsh abbia cercato dei complici tra i suoi amici prima di percorrere da solo i quattrocento chilometri che lo separavano da Washington DC, perché «raiding a pedo ring, possibly sacraficing (sic) the lives of a few for the lives of many… The world is too afraid to act and I’m too stubborn not to».

Lorenzo.  Pauroso.

Anatole. Sì, però ora, soprassediamo sulla natura del complotto, che di per sé meriterebbe un libro intiero (il gioco dei collegamenti abusivi tra informazioni irrelate è davvero avvincente), come anche la questione del controcomplotto, o false-flag, di cui parlava un articolo del Washington Post. Teniamo anche per un attimo da parte in caldo i vari filoni di ragionamento che suggeriscono un approfondimento del ruolo dei siti di fake news coinvolti nella campagna elettorale americana (la storia del Pizzagate è stata ripresa e propagandata pochi giorni prima delle elezioni da Infowars e Cernovich) e della composizione della squadra di Trump (nella quale figura come National Security Advisor il generale Michael Flynn, che ha accreditato il Pizzagate in un suo tweet). Prendiamo invece la direzione che ci riporta sull’esile sentiero dei lupi solitari  di cui parlavamo ai tempi dell’attentato di Monaco di Baviera, partendo dal fatto che il nostro lone ranger parrebbe aver elaborato il suo piano criminale sulla base di notizie acquisite in rete e si sia dunque improvvisato supereroe giustiziero. È un caso eclatante che testimonia quanto le parole siano azioni e quante e quali conseguenze possano produrre in una società che si scopre ossessionata dal problema dell’accertamento della verità di un fatto o di una notizia. Meno eclatante, ma comunque significativo, è anche il caso della pizzeria Roberta’s di Brooklyn a NY, coinvolta anch’essa nel Pizzagate, e per questa ragione bersagliata da atti ostili sulla base di evidenze caratteristiche del complottismo più sbroccato, quali ad esempio l’insegna, che raffigura uno scheletro con una pala da pizza. Il New York Times riportava che: «One person drawn by the hoax came at the restaurant to live-stream activity there. Others have stood outside holding signs». Già Cedric L. Alexander parlava a questo proposito sulla CNN del fatto che Fake News is Domestic Terrorism, discorso che ci ricollega alla questione che ponevamo mesi fa’ circa la natura di questi solitari atti di violenza, all’epoca collegati in via esclusiva al radicalismo islamico, per ragioni che già ci sembravano chiaramente riconducibili ad una questione di agenda mediatica.

Lorenzo. Perché, ricordiamolo, c’era in atto uno spezzatino delle evidenze fattuali secondo le linee del conflitto di civiltà.

Anatole. Mentre invece aveva già cominciato a funzionare quello che potremmo chiamare lo schema Lee Oswald, cioè un meccanismo mediante il quale fai talmente tanto casino attorno ad una questione che il matto pronto ad intervenire a una certa salta fuori, in Europa come negli Usa, radicale ‘slamico o semplice cojone che conduce la sua vita demmerda nel Fly-Over-State. E le due figure a noi, peraltro, sono sempre parse molto simili, se non identiche, indipendentemente dagli stereotipi culturalisti detti male che si leggono in giro. Ora, se non fosse tragico, farebbe anche ridere che stavamo scrivendo di lupi solitari prima dell’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia e dell’attentato a Berlino, no?

Lorenzo. Un po’ angosciante, in effetti, ma forse la cosa avviene semplicemente perché i lupi solitari is the new “ciò che avviene”. Quindi se non era ieri sarebbe stato oggi. O domani. E noi non è che stiamo qui a far dialoghi perché non abbiamo nient’altro da fare. In queste ore, comunque, i pensieri mi si accavallano – complice anche l’estrazione di n. 2 denti e conseguente stato di malessere sia generalizzato che localizzato. Ma forse qualche pensiero lucido l’ho fatto. Il primo è che nel mondo superliberalissimo in cui viviamo, nel quale la società è sommariamente strutturata attorno a un comporsi caotico di volontà individuali, la solitudine dei lupi è consustanziale. Cioè: la sensazione è che queste persone, mettiamo il nazista assassino della deputata Jo Cox o il pakistano richiedente asilo della strage di Berlino, sembrano essere ineludibilmente guidati dalla propria “coscienza”, ispirata da qualche delirio altrui, da un qualcosa che il solitario percepisce come parte di sé: spesso una comunità virtuale, con tutto quel portato di falsità e autenticità che essa si porta dietro, o anche una piccola comunità reale che si connette a una comunità virtuale più grande. A questo proposito è ancora illuminante il pensiero di Jesurum sulle microculture di cui parlavamo qui. Parafrasando: a ognuna di queste azioni macroscopiche compiute da lupi solitari corrisponde l’uso psichico personale di una qualsivoglia narratsione, dalla pedofilia, all’invasione islamica. Sì, è un po’ una sindrome di Lee Oswald. Una cosa variamente diffusa che funziona alla grande, cioè diventa quasi di massa, con l’upgrade tecnologico.

Anatole. Questa cosa del dente estratto penso che si possa tamponare solo con la ketamina, sostanza che qualche anno fa in giro per la città andava per la maggiore e potrebbe, pensandoci, rappresentare anche una buona soluzione allo sbrocco generalizzato di queste ore, nel corso delle quali mi pare di capire che sia partito lo spin definitivo, quello secondo il quale Assad è il campione delle democrazie minacciate dall’ISIS, mentre Merkel è un’autocrate responsabile delle stragi in Europa.

Lorenzo. Sì, il livello di allucinazione è indubbiamente ketaminico. Un esempio del livello: ora che abbiamo confermato l’esistenza della bambina Bana – che insieme ai suoi genitori twittava da Aleppo – e che dovremmo piangere sul fatto che è stata strappata alla sua città presso la quale forse non tornerà mai più, dobbiamo sorbirci – in funzione “anti-Bana” – la storia diramata dall’infame Ministero degli Interni egiziano – l’Egitto supporta Asad – secondo cui a Suez stavano fabbricando un video falso con testimonianze false di bambini non-profughi non-aleppini. Intanto, nei commenti al video dell’intervista a Bana interviene un account intitolato ad Adolf Hitler.

Anatole. Accanto a questa continua produzione di false notizie, si osserva uno spiraleggiare a vuoto attorno a costrutti ideologici di soggetti che si esprimono in assenza di un confronto con dati di sostanza, sulla base dei quali sarebbe davvero possibile farsi un’idea di cosa stia accadendo. Da parte nostra credo che il punto sul quale possiamo andare abbastanza sicuri, che rappresenta peraltro un po’ la cornice di tutto il discorso, è questo rapporto tra il singolo isolato e la costruzione ideologica, dal quale sembrerebbero scaturire i gesti di violenza dei quali tanto si parla, dal pistolero del Comet all’assassinio dell’Ambasciatore russo in turchia, , ma anche all’attentato di Berlino, che somiglia molto, almeno in apparenza, a quello di Nizza. Poi Daveed Gartenstein-Ross and Nathaniel Barr in questo articolo di Foreign Affairs, proprio parlando degli attentati di Nizza, Ansbach e Rouen, dicevano che in realtà questa etichetta del lupo solitario la si affibbia nelle prime 24 ore dopo l’attentato, prima che emergano indizi dei più stretti legami tra questi individui e un più articolato ambiente terroristico.

Lorenzo. In realtà in nessuno di quei casi, né in quello dell’attentatore di Monaco, è poi emersa l’appartenenza ad una vera e propria cellula radicalizzata, come quella, per capirsi, che ha operato per l’attentato contro Charlie Hebdo, nato e svolto in una dimensione di terrorismo molto più tradizionale, a cominciare dalla selezione del bersaglio. Ma un discorso analogo potrebbe facilmente emergere comparando l’attentato omofobo di Orlando con quello parigino al Bataclan, con tutto che la selezione del bersaglio è simile (ma, appunto, declinata in maniera contestualmente pertinente), le differenze sul piano organizzativo permangono. La cosa che meno convince dell’approccio secondo il quale tutto il terrorismo islamico ha legami solidi con lo Stato Islamico è che si basa su collegamenti dimostrati molto labili e non situa il fenomeno all’interno di una dimensione sociale, come quella europea o americana, che funziona più o meno allo stesso modo per il lone ranger del Comet e per il pistolero suicida pakistano. Cioè, sarà pure vero che «ISIS has capitalized on evolving communications technologies, building cohesive online communities that foster a sense of “remote intimacy” and thus facilitate radicalization» e sarà anche vero che «the group has also established a team of “virtual planners” who use the Internet to identify recruits, and to coordinate and direct attacks, often without meeting the perpetrators in person», ma siamo alle solite etichette che si appoggiano su stereotipi culturalisti, per non dire proprio razzisti.

Anatole. Ci mancherebbe. Quando l’attentatore è un trentenne di origine afghana, allora è un attacco jihadista alle libertà occidentali, non violenza repressa di carattere omofobo, se invece è un americano bianco della middle class riscattata da Trump che vuole salvare i ragazzini dalla pedofilia liberal, invece cos’è?  Cioè, se sei ‘slamico non solo non puoi essere gay, che non sia mai, ma manco omofobo, figurati le due cose insieme! Devi essere dell’ISIS e non rompere il cazzo. Poi, se vai a leggere bene la storia dell’attentatore del Comet, scopri che aveva anche degli amici che la pensavano come lui, ma non se la sono sentita di seguirlo nel suo folle gesto. Se fosse stato afgano, o pakistano, ecco che i suoi amici sarebbero diventati parte di un tessuto articolato di radicalismo che si organizza in rete. Forse sarebbe più corretto vedere l’uno e l’altro come aspetti di un problema simile, cioè mitomane uno, mitomane l’altro, indipendentemente dalla matrice etnica, culturale o religiosa. Oppure facciamo valere quella per tutti.

Lorenzo. Ma infatti. L’uno e l’altro, alla fine, si propongono come aspetti diversi, cioè classificabili all’interno delle rispettive subculture, della stessa cosa. Sembrano vivere una condizione in cui alla fine si cerca – per come si può – di essere qualcuno, magari per una sola volta nella vita, cioè quando si muore, non riusciendovi. Fra le frasi convulse pronunciate dall’assassino dell’ambasciatore russo ad Ankara c’erano anche queste (sempre che la traduzione di cui dispongo sia affidabile ma credo di sì):

Solo la morte potrà allontanarmi da qui.

E così è stato. E che dire dello sparatore del centro islamico di Zurigo, ritrovato morto a 350 metri dal luogo della sparatoria? Lui addirittura non dice niente, lo trovano morto e basta. Sappiamo solo che un uomo ha tentato di fare una strage (e non ci è riuscito). Il fatto che trovo centrale è che la loro morte, o la loro vita, torna a essere immediatamente irrilevante, come lo era 5 minuti prima del loro “atto”.

Anatole. Certo, il qualcunismo di cui parlavamo a proposito del tronismo di massa. La sestessità scatologica, quella della violenza verbale, ha un pendant abbastanza inquietante nella violenza delle armi, come si diceva a proposito di Welsh al Comet, ma anche dell’attentatore di Monaco a suo tempo. Ci sono sbroccatoni che si sfogano con gli insulti sui social network, altri che invece escono proprio dalla grazia di dio e si concedono il momentone di celebrità definitivo, quello che li santifica e li redime. Da una parte il problema non parrebbe l’ideologia alla quale il gesto violento s’ispira, quanto piuttosto la rabbia che canalizza, dall’altra la modalità che la canalizza, più o meno ricompresa nel campo del socialmente accettabile, a volte, con tutta evidenza, per niente. Di sicuro il lupo solitario, così come le mute di cani anonimi che si scatenano sulla rete, hanno in comune uno scollegamento totale dal dato di realtà, che dipende dalla quantità di balle che sostengono l’inquadramento ideologico della rabbia.

Lorenzo. A volte, addirittura, questo scollegamento determina l’effetto opposto rispetto a quello che il lupo solitario voleva produrre. La condizione degli asilanti in Germania probabilmente peggiorerà dopo l’attentato al mercatino di Berlino, e l’attentatore è un richiedente asilo. Urlando “non dimenticate Aleppo” l’ex poliziotto ‘assassino di Karlov ha contribuito a cancellare dalla memoria le sofferenze di quella città. E non ha spostato di un millimetro le relazioni fra Putin e Erdogan. Anzi: ora Erdogan è nelle mani di Putin e da quello che vediamo in queste ore tutta la vicenda non ha fatto che silenziare quasi definitivamente chi criticava Erdogan per essersi avvicinato a Putin e – dunque – aver abbandonato Aleppo. Un atto più idiota di questo non si poteva fare. Cioè: non mi viene in mente una cosa più controproducente. E per far questo è morto volendo morire. Dell’attentatore di Berlino non abbiamo ancora un profilo certo, però. Anche se è chiaro che ISIS, come ha fatto in tanti altri casi, se lo caricherà in carrozza.

Anatole. Lorenzo, guarda le news

Lorenzo. eh?

Anatole. Guarda le news

Lorenzo. Oh. Non ci credo. Hanno arrestato la persona sbagliata a Berlino. Non ci riesco a credere. Sono le 13.44 del 20 dicembre. Bild online titola “la polizia ha il falso uomo?”. Transverità, come posso definire tutto questo?

Anatole. Una roba che ci riporta direttamente da capo, alla questione dell’indecidibilità di quasi tutto. Cosa dobbiamo credere? Cosa dobbiamo pensare? Che la polizia abbia preso per strada il primo disperato «dal sapor mediorientale» che passava?  L’Attentatore Fantasma mette un po’ in crisi la nostra visione schiacciata sul qualcunismo. Il fatto che si sia dileguato, rimanendo nell’anonimato, apre tutta una situazione di complottismo alla Oliver Stone, dove pareva che Lee Oswald avesse finalmente reclamato il centro della scena. Non c’è niente da fare, dal complottismo non si esce.

Lorenzo. Infatti. Non se ne esce. E il lupo solitario ne è l’espressione compiuta, sembra quasi il protagonista naturale del romanzo complottista. Fermo restando che, nel frattempo, pescando l’attentatore sbagliato in mezzo alla folla, si è dato modo ai populismi di tutto il mondo di riprendere a suonare il disco rotto dei terroristi che si spacciano per profughi richiedenti asilo. E a me fanno male i denti. Penso che dovremmo chiudere con la foto dell’anno, no?

Anatole. Quella che ritrae l’omicidio di Andrey Karlov, l’ambasciatore russo in Turchia durante l’inaugurazione della mostra intitolata «From Kaliningrad to Kamchatka, from the eyes of travelers» ci sta dentro benissimo alla faccenda del qualcunismo omicida, che trascende le appartenenze, o meglio le attraversa, anche se forse ci proietta in una dimensione ancor più estrema, inquietante, straniante. Anzi, forse rappresenta proprio la forma patetica estrema di questa cosa. Un bell’articolo uscito ieri su New Republic di Ryu Spaeth descrive lo scatto di Burhan Ozbilici così bene, che non c’è nemmeno bisogno di riproporlo:

It was like a scene from Godard or Tarantino. A man splayed on his back on the polished floor of an art gallery, his scuffed soles facing the camera as if he had been flattened like the Wicked Witch of the East. Another man is in the foreground: black suit, black tie, the muzzle of a black gun pointed at the ground. His finger is aimed at the sky, and his face is contorted into a shout. Behind him are a row of pastoral images, tilted at such an angle that they appear to be running toward the ground.

Spaeth nota delle inquietanti affinità tra la foto in questione e la famosa performance di Chris Burden del 1971 intitolata Shoot, nel corso della quale l’artista americano si faceva sparare addosso in una austera galleria di Santa Ana in California, riportando la scioccante dichiarazione del fotografo: «When a man in a dark suit and tie pulled out a gun, I was stunned and thought it was a theatrical flourish». E invece manco per niente, era proprio tutto vero. Mevlut Mert Altintas, 22 anni, diplomato nel 2014 all’accademia di polizia Rustu Unsal, originario di Smirne, faceva parte delle unità anti-sommossa di Ankara e aveva anche prestato servizio nella scorta di Erdogan, a Konya nel 2014 e a Bursa nel febbraio 2015. Stiamo a vedere cosa salterà fuori, ma l’apparenza del caso è ancora quella del lupo solitario che trova i suoi quindici minuti di celebrità, gli ultimi della sua vita, compiendo un gesto estremo quanto teatrale davanti alle telecamere.

Lorenzo. Abbiamo parlato parecchio nel corso dell’ultimo anno di questa clamorosa tra fiction e verità, che rappresenta probabilmente la vera cifra stilistica della temperie culturale nella quale ci troviamo immersi. Forse, più che Godard o Tarantino, il rapporto tra lo scatto e la realtà che ritrae fa venire in mente Lynch o Kubrik, o qualcosa a metà tra i due. Siamo in quel punto in cui il teatro della vita prende il sopravvento sulla capacità mimetica del gesto artistico. Non si sa più come chiamare questo effetto, che trascende anche le categorie più estreme della Società dello Spettacolo. La foto ritrae tante cose vere allo stesso tempo, ma ogni verità nasconde un potenziale spazio di ambiguità inquietante. Da parte di chi si cerchi la vendetta per i fatti di Aleppo è tutto meno che chiaro, così come non si capisce a chi si riferisca l’attentatore quando dice che «noi moriamo in Siria e voi morite qua».

Anatole. False Flag? Complotto? Controcomplotto? Anche in questo caso i margini per lo sviluppo di teorie di ogni genere sono vastissimi e certamente le più varie stanno già prendendo forma, come emerge chiaramente da un articolo del New York Times. Il lupo solitario che mantiene grandi margini di ambiguità non facilita una lettura univoca dei fatti più del Camionista fantasma. Ma, appunto, con Lee Oswald non è andata meglio.

Lorenzo. Se nel caso del Fantasma del Camion di Berlino sembrerebbe evidente il quadro ideologico al quale l’azione individuale si ispira in maniera più o meno isolata, in quello del poliziotto turco è un po’ il contrario: l’omicida è noto, ma lo scenario di riferimento appare ambiguo, anche perché le cose che ha dichiarato prima di essere abbattuto non è che proprio rimandino in maniera così diretta al terrorismo di ispirazione Gulenista, su cui si sta indagando. Senza contare che il portavoce di Gulen negli Stati Uniti, Y. Alp Aslandogan ha etichettato come totale nonsense i collegamenti gulenisti di Altintas, da ricondurre secondo lui, invece, alla militanza “islamista” («this clearly was an Al-Nusra or Isis thing», ha dichiarato al New York Times). Quale narrazione trovi senso in questo gesto, quanto comprovabile, quanto grigia è difficile dire e meno ancora se e quanto pesi l’esperienza diretta di chissà quali fatti vissuti in prima persona. D’altra parte ogni qualcunismo che si rispetti, anche quello dall’apparenza più chiara e lineare, non può che sostanziarsi di tante cose, mescolate insieme in una maniera che forse solo un buon romanziere saprebbe raccontare.

Anatole. Forse ogni qualcunista deve necessariamente maturare un’idea romanzesca di se stesso, anche se poi si mette in scena in maniera teatrale, cinematografica, o magari caratteristica della performance art. Come ipotesi di lavoro, dico.

Lorenzo. Lavoriamoci.

Anatole. Mi viene ancora da pensare alla questione della verità delle emozioni, che determina la realtà in cui viviamo allo stesso modo di quella dei fatti, anche perché i fatti non si spiegano senza una forte carica emotiva che li produca a livello autoriale, anche dove l’opera in questione sia un omicidio, e aiuti a capirli a livello del pubblico. Le etichette giornalistiche rimuovono quel processo empatico che dovrebbe collegare questi due piani, al fine di capire davvero, senza banalizzare, facendosi carico dei vari elementi che determinano il quadro problematico. Le soluzioni adottate, ad esempio radere al suolo Aleppo o eleggere leader populisti, sono evidentemente il frutto di una banalizzazione, della ricerca di una soluzione in assenza di un’analisi del problema.

Lorenzo. Certo. Non capiamo cosa stia succedendo, ma facciamo qualcosa, la più stupida e banale che ci venga in mente.

Anatole. Esatto.

Lorenzo. Dunque, prevedibilmente, la cosa non potrà che peggiorare.

Anatole. Se per risolvere un problema adotti soluzioni che sono interne al problema, non vedo come potrebbe migliorare.

Lorenzo. Esatto.

Anatole. Purtroppo.

Lorenzo. Infatti.

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One Response to Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald

  1. […] con i bersagli accesi dalla propaganda antiliberal, soprattutto nel formato del Pizzagate, di cui abbiamo già parlato qua. Il qualcunismo omicida non è più una semplice forma di appartenenza contro i valori liberal che […]



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