Che tutte le farfalle smarrite vadano a casa

26 dicembre 2016
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Che tutte le farfalle smarrite vadano a casa

di Orso Tosco

L’apocalisse è così dolce.

Il Mondo, se questo è ancora il giusto nome da attribuirgli, somiglia a un’enorme bestia splendidamente rassegnata. Ninna ha sempre saputo che sarebbe andata in questo modo, l’ha sempre immaginato. Non a caso si aggiusta i capelli con due dita lunghe e belle, quasi mischiasse brace a chicchi di riso. Perché è così che si accetta la verità, perché così si accoglie il ritardo della verità. Come se servisse, o bastasse, a qualcosa.

«Cosa vedi?»

«Niente, lo sai, non vedo niente.»

«E cosa vedi dai denti?»

«Dai denti?»

«Sì. Dai denti.»

«Vedo il limone.»

«L’albero o il succo?»

«Il succo. È tiepido. E le balene, vedo le balene voltate verso il cielo.»

«E la pelle, cosa dice?»

«Mi dispiace. Dice mi dispiace.»

«Questo sei tu, tu lo dici, non la pelle.»

«Io sono la pelle, soltanto quello.»

«È per questo che bruci?»

«È per questo che smetto.»

E poi, lui che risponde alle domande, muore.

Ancora una volta, lui con la fronte alta e graffiata e le labbra carnose, muore.

E lei, Ninna, ancora una volta, osserva la costa. Osserva il profilo scuro della collina che si finge linea quando è invece foschia, miscuglio tenue di nebbia e di tratti nemici tra loro: dove l’albero smentisce la roccia e la roccia si allontana a nascondere il crepaccio, dove la poiana appare e scompare più veloce di qualsiasi frana, e la frana è nascosta e lontana, racchiusa nella linea esatta della costa, che raggiunge il mare e nega qualsiasi foschia con un solo tratto.

Contro la costa, come capelli, come fitto manto erboso, stanno le nuvole. Le prime nuvole.

Sono legate tra loro e dense, simili a fango grigio e blu, fango spesso e immobile, slabbrato verso il mare. Oltre la costa, più in alto, le nuvole appaiono invece ben delineate e il tramonto, quasi andato, ci rimbalza contro e sotto, e sopra, disegna pieni e vuoti soltanto per farle sembrare bugiarde e dolciastre.

Al centro del mare le nuvole sono verticali e scure, color del sangue, color del rame, e dentro si vede il vento che sbuffa e cambia posizione, allunga la luce, la spegne e la riaccende. Punte di rosso acceso, morbide e gonfie, vengono sfregiate dal breve passaggio di velature nere e verdi, per poi subito ricomporsi, come lava che dopo aver sbuffato si risistema quieta.

Ninna carezza il volto dell’uomo che muore spesso, dell’uomo così abituato a morire, poi si alza in piedi e si allontana. Ha il passo veloce e deciso. I suoi capelli scuri sono alti il doppio delle persone che sbucano dal mare facendosi largo tra le onde. Più l’Apocalisse cresce, più il Mondo finisce, e più Ninna diventa enorme, smisurata.

Il suo viso, che per via di una bellezza particolare, di uno splendore distante, già in passato, nei tempi andati e apparentemente pacifici generava eguale ammirazione e soggezione, adesso, nel pieno della quiete dell’Apocalisse, agli stanchi occhi della gente che vive sulla spiaggia, appare simile a un monolite di roccia scolpito dal ghiaccio: sovente, gli uomini e le donne della spiaggia guardandola vengono abbagliati. Allora istintivamente si nascondono dietro le palpebre, nonostante siano incorniciate dal sale marino, tagliente e urticante. La loro non è paura, bensì una forma ingigantita di quella stessa soggezione, o ammirazione, che in passato li avrebbe convinti a voltarsi verso di lei pur di osservarla camminare in strada, avvolta nei suoi lunghi cappotti neri, nel tentativo di decifrare se la qualità misteriosa del suo sorriso fosse un invito oppure un’ammonizione. E nel tentativo, quasi sempre vano, di attrarla, di farle posare su di loro i suoi occhi profondi e ampi, e blu.

Ma se allora, durante l’epoca delle passeggiate, dello studio e dei lavori, nelle giornate dei bar e delle mostre d’arte e degli amori, se allora molto, molto raramente Ninna ricambiava l’attenzione degli altri, adesso, mentre l’apocalisse dolce non fa che confermare le sue antiche supposizioni, adesso Ninna ricambia, anzi, anticipa gli sguardi; tutti gli sguardi. Ed è questa improvvisa disponibilità così a lungo taciuta che, miscelata alla sua bellezza, la rende abbagliante.

Ma non soltanto. Ci sono altre ragioni. Altre ragioni che se venissero pronunciate in questo istante sarebbero un insulto per questi uomini e queste donne che si aggrappano agli scogli, tagliandosi, pur di sfuggire alle acque mosse e gonfie di alghe. Perché questi uomini e queste donne, pur avendo già molte altre volte scoperto il motivo per cui Ninna li abbaglia, non lo ricordano. Ed è giusto così. È loro compito dimenticare e ricordare, dimenticare e ricordare senza sosta. Per questo Ninna li avvicina e porge loro un’anfora piena d’acqua. Perché lei sa tutto, ma loro hanno sete e hanno paura, quindi ciò che lei conosce fin troppo bene non ha valore. Non ora.

Theo indossa un pigiama di lana marrone, fradicio d’acqua e troppo largo, porta un paio di bretelle legate in vita senza motivo. Il viso è caratterizzato dalle guance scavate che lasciano sostanza al doppio mento, voluminoso come quello di un pellicano. Theo sorride, pulendosi dal sangue che sgorga da un brutto taglio a forma di mezza luna che ha sulla tempia. È sempre il primo a parlare. È sempre il primo a rivolgersi a Ninna con voce timida e soffice. Sarà per sempre il primo a dire: è bello, è bello essere a casa.

Il modo sguaiato con cui tutti gli altri sopravvissuti alle onde scoppiano a ridere, è il segnale. Tutto può continuare, ricominciando, ancora una volta. Ninna sa perfettamente ciò che sta per succedere, e conosce il modo in cui succederà. Per questo si allontana, incurante delle domande che le vengono poste dai naufraghi. Nonostante Karima, la vecchia minuta, allunghi le sue mani da bambina e provi a afferrarle la gonna per farla restare, nonostante Karima la implori di aiutarla a sconfiggere la paura, quella paura che improvvisamente fa smettere di ridere lei e gli altri, in questo istante che è al tempo stesso una nota cupa, quasi sorda, e un sorso d’acqua che fa tossire senza dissetare.

Ninna, durante le precedenti ripetizioni di queste stesse dinamiche, ha tentato ogni tipo di reazione. Ha informato i naufraghi, li ha ammoniti, li ha invitati alla fuga e alla resistenza, si è opposta fisicamente al processo in atto, ha brandito armi e fuochi, ha creato e formulato incantesimi, è persino arrivata a tentare d’immolarsi per loro: nessuna di queste strategie è mai servita a nulla. Se il Mondo precedente all’apocalisse prevedeva un canovaccio all’apparenza difficile da modificare, ma comunque corruttibile e influenzabile, il Mondo dell’Apocalisse impone il proprio copione con un’inflessibilità disumana.
Ciò che deve accadere, è ciò che accade.

Dopo dodici passi in direzione opposta al mare, Ninna sa che alcuni dei naufraghi sono sul punto di notare qualcosa di strano. Eccoli, eccoli intenti a sbracciarsi, increduli e spaventati. Ninna non ha bisogno di voltarsi, sa benissimo che stanno provando in tutti i modi a attirare l’attenzione degli altri. Degli altri e delle altre che, però, non riescono a capire. Infatti gli altri non possono, non ancora, vedere. Capiranno, capiranno anche loro, ma non prima di essere stati aggrediti. L’aggressione è l’unico varco che permetta di accedere a una visione piena e senza reticenze. Nelle ore o nei giorni, o nelle settimane, alle volta sono mesi, che precederanno la loro aggressione, i naufraghi avranno soltanto modo di osservare, allarmati e increduli, le improvvise, assurde e angosciose posture adottate da alcuni dei compagni di sventura. Chi ancora non sarà stato aggredito, potrà soltanto domandarsi: perché i miei compagnie e le mie compagne, all’improvviso e senza ragioni apparenti, si stringono la gola con le mani? Perché sputano fuori la lingua dalle bocche deformate? Cosa li spinge a gettarsi in terra e a rotolare come scatole calciate? E quale forza invisibile li convince a rituffarsi tra quelle stesse onde da cui, così a fatica, siamo sfuggiti? E gli occhi, si domanderanno, cosa significano quegli occhi improvvisamente dilatati, quegli occhi senza iride che ancora più improvvisamente appaiono come svuotati, scavati? Gli unici in grado di rispondere a queste domande sono quei naufraghi che hanno già subito l’aggressione, che l’hanno osservata subendola. Ma loro non possono raccontarla, essendo scomparsi immediatamente dopo l’aggressione stessa, risucchiati dalle onde, oppure sollevati per aria da correnti invisibili e gettati oltre la linea dell’orizzonte. O ancora inghiottiti dalla roccia, grazie a improvvise voragini, rapide, profonde, che dopo il pasto prontamente scompaiono.

La sola persona che potrebbe spiegare ciò che succede è Ninna. Ma Ninna ci ha già provato, ha già spiegato, ha già sperimentato l’inutilità della rivelazione. Per questo cammina altrove. Quel che poteva fare, dissetare gli assetati, è stato fatto.

Il luogo in cui l’uomo che muore spesso muore, è lo stesso luogo in cui altrettanto spesso smette di morire. Ed è un luogo che muta d’aspetto, di vita in vita, di morte in morte. Può essere composto da un semplice telo da spiaggia, sbiadito, umido, secco e spelacchiato verso i bordi. O da una siepe crollata, da una siepe crollata ma, al tempo stesso, diligentemente potata affinché contenga il corpo dell’uomo che continuamente muore e continuamente smette di morire. Altre volte, il luogo in cui l’uomo aspetta che Ninna ritorni, somiglia a un elicottero abbattuto dalla contraerea, o a un palcoscenico, alla sala di un museo durante i saccheggi che seguono una rivoluzione, oppure all’inizio di un progetto idraulico interrotto per mancanza di fondi. Altre volte a uno scavo archeologico senza reperti. Spesso, come in questo istante, la roccia si tinge di nero. Ninna osserva il nero scuro e calmo sgorgare dalla roccia, come sudore, come un pianto composto, quasi sereno. Poi, dal nero della roccia, fuoriescono piccoli brandelli di carta dai contorni irregolari, simili a quelli usati da Ninna nei tempi passati per le sue opere d’arte. Somigliano a brandelli di neve ritagliati, sempre che la neve decidesse di lasciarsi ritagliare. Sempre che la neve esistesse ancora.
Ninna sa che l’uomo ha smesso di morire, è ritornato, e sa che è curioso.

«Sono di nuovo i pesci?» Domanda l’uomo con la voce ancora gracchiante per via della morte.

«No.» Risponde Ninna, mentre alcuni naufraghi urlano e si dibattono come ossessi.

«Allora gli uccelli, i gabbiani, sono loro che li attaccano?»

«No, nemmeno loro. Sono le piante, questa volta.»

Ninna allora siede accanto all’uomo che ha smesso di morire e che non può vedere. E gli spiega il modo in cui i naufraghi iniziano a subire l’attacco, glielo descrive passandogli le dita lunghe e belle lungo i punti in cui le piante colpiscono.

«Qui», dice Ninna premendo sul collo dell’uomo sdraiato, «qui si è attorcigliata le buganvillea, con spine lunghe il doppio dei canini di un giaguaro. Qui invece», dice Ninna posando la mano sul cuore dell’uomo sdraiato che ascolta e immagina, «qui stanno portando il loro attacco i fiori della digitale gialla, e quelli viola del solano, i fusti pelosi della menta d’acqua. Ma non prima di aver sviluppato una dentatura adeguata. Migliaia di denti affilati sono apparsi lungo i bordi dei petali e dei fusti, persino sui pistilli. E adesso lacerano e scavano, qui», dice Ninna continuando a premere sul cuore dell’uomo che ascolta e prova a immaginare « e qui», dice Ninna premendo al centro dello stomaco.

«E gli altri, gli altri che non subiscono l’attacco, non vedono nulla?»

«Soltanto gli effetti dell’attacco. Soltanto quelli.»

«Eppure, anche loro, anche loro sono stati attaccati mille e più volte. Sono morti mille e più volte. Dovrebbero sapere, dovrebbero ricordare.»

«Anche tu sei morto infinite volte, ma nemmeno tu ricordi.»

«Ricordo che ti ho amata, e ricordo che ti ho delusa.»

«Non ricordi come.»

«Tu si?»

«Io purtroppo ricordo soltanto quello. Il modo. Nient’altro.»

«Raccontamelo.»

Il corpo dell’uomo che vuole conoscere il modo in cui è stato capace d’amare e di deludere, è segnato da un’infinità di piccole linee, simili alle crepe che straziano il terreno quando la siccità è libera d’esprimersi. Da queste crepe, che spesso sono scure e altre volte bianche o giallastre, esce del fumo. Il fumo, invece di librarsi in aria, resta incollato alla pelle dell’uomo e la scurisce. Fatta eccezione per la fronte ampia e graffiata che invece resta pallida, e le labbra, carnose e asciutte, le labbra su cui di tanto in tanto volano frammenti di alga o code di geco.

«Ti sei sempre ritenuto colpevole di tutto », racconta Ninna, «tutte le colpe erano la tua colpa, tutti gli sbagli, tutto il dolore, persino il mio, era il tuo dolore, lo facevi tuo. Ma non per generosità, no, soltanto perché accettare che anche gli altri sbaglino, accettare che anche gli altri soffrano, ti avrebbe costretto a misurare il tuo amore, a soppesarlo, a metterlo a confronto con la difficoltà e la fatica che i tentativi per gestire gli sbagli e le colpe altrui comportano. E invece no. Tutte tue le colpe, tutto tuo l’amore e tutta tua la paura. Ti sei costruito una baracca isolata, impastando i muri con i tuoi morti e le tue responsabilità, i tuoi fantasmi e il tuo bere, le tue storie, i progetti sempre sul punto d’iniziare e per sempre immobili, e poi hai decorato la tua baracca come fosse l’inferno, un piccolo inferno di provincia in cui tu ricoprivi il ruolo di amministratore di condominio, e l’hai fatto per potervi soffrire comodamente, orribilmente e comodamente. Poi ci hai fatti entrare, una alla volta o in gruppo, e ci hai mostrato il colore del glicine, le costole, i cani addormentati, la lingua, il cuscino su cui i tuoi morti poggiano la testa per sorseggiare la luce, e poi, con gentilezza e amore, pieno di paura e di rassegnata stanchezza, hai fatto crollare tutto. Per proteggerti, nella rovina, come una seppia nel proprio liquido scuro.

E ti sei scusato, a lungo, con sincerità e disprezzo verso te stesso, ma mai abbastanza a fondo. Hai sempre scelto la comodità di un dolore sicuro e rassicurante all’imprevedibilità della gioia. Per paura di essere deluso hai sacrificato non soltanto le tue illusioni, ma anche le mie, le nostre. Qualsiasi illusione, all’interno del tuo piccolo inferno, è stata sacrificata affinché le tue scelte apparissero come le uniche scelte possibili: la semplicità, l’autarchia del dolore ha soffocato il complesso ardito della felicità possibile. Ti ho molto amato, e tu mi hai molto amata, e non è bastato. È così che è successo quel che è successo. Ma anche in mille altri modi.»

«Raccontameli, raccontameli tutti. È tutto quello che ho.»

«Non posso. Non capiresti. Dovrei trovare le parole giuste, soltanto quelle giuste. E non perché le parole siano importanti, come hai spesso sentito dire; le parole non sono importanti. Nemmeno il loro significato è importante, nemmeno il loro suono. La forma delle parole, quella, quella è importante. La forma che le parole evocano nelle nostre teste e sulle nostre lingue, dietro le nostre teste e dietro le nostre lingue. Perché è con quella forma, è grazie a quella forma che noi riusciamo, quando ci riusciamo, a raggiungere il silenzio. E subito dopo a perderlo. Per poi cercarlo ancora e ancora. E allora capisci, dovrei trovare infinite parole racchiuse, protette o prigioniere di altrettanti infiniti silenzi, per poterti spiegare tutti i modi. E forse, forse non basterebbero comunque. »
«Ma abbiamo tempo, adesso che il Mondo continua a finire, adesso abbiamo il tempo.»

«L’abbiamo sempre avuto,» dice Ninna carezzando la fronte ampia e graffiata dell’uomo sdraiato «l’abbiamo sempre avuto. Non è mai esistito, non è mai stato niente, il tempo.»

Come sempre, il tramonto finge l’oscurità, abbozza persino le stelle, per poi virare, con un rumore di laccio di cuoio che scoppia, e terminare in un’alba nervosa, in una serie concitata di abbagli, di rapidi ripensamenti della luce. Dunque l’alba si placa, all’interno di un giorno già maturo, fluorescente come un caco osservato controluce.

Come sempre l’uomo che spesso smette di morire, ha ripreso a morire. Ninna lo osserva per qualche istante e prova una tenerezza improvvisa, improvvisa e straziante, al pensiero di loro due, su quella spiaggia, nel cuore del Mondo che continua a finire, nel centro dell’Apocalisse, intenti a parlare d’amore e rimpianti: minuscola, stupida, preziosa punteggiatura.

Sulla spiaggia, i naufraghi che ancora non sono stati attaccati, iniziano a costruirsi delle baracche di legno, come sempre. Hanno immediatamente dimenticato i naufraghi e le naufraghe sbranate dalle piante e quelli annegati tra le onde. Già iniziano a stabilire tra loro legami e rapporti di forza, alcuni si preoccupano di raccontare il mondo con bugie più o meno elaborate, altri fingono di ricordare, altri ancora meditano la fuga, inventano malinconie, stabiliscono la composizione dell’odio e del desiderio.

Ninna li osserva, illuminata dalla luce di un sole a cui non crede. I naufraghi si voltano verso di lei e restano immobili, a osservarla. Ninna adesso è in piedi, immensa e fragile. Rappresenta la rara, irrimediabile bellezza dei condannati a morte che vorrebbero morire e che invece, senza spiegazioni, vengono graziati. È una bellezza imperiosa e risolta, offerta a qualsiasi spreco, una bellezza aperta ai venti e buia, e pulsante. Grappolo d’uva in parte vittima della decadenza imposta dal tempo e in parte luminoso. Grumo di minerali illuminato dal bagliore passeggero di un faro o di una candela.

I naufraghi sono costretti a chiudere gli occhi, abbagliati.

Anche l’Apocalisse li chiude. Anche lei. E poi li riapre.

Il confine tra l’inizio e la fine del Mondo è un buio sorridente che dura troppo a lungo e mai abbastanza.

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2 Responses to Che tutte le farfalle smarrite vadano a casa

  1. Giorgio il 3 gennaio 2017 alle 21:32

    Bellissimo.

  2. lia il 8 gennaio 2017 alle 21:23

    meraviglioso, continuo a rileggerlo, grazie di averlo scritto.

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