ROBERT DESNOS Questo cuore che odiava la guerra… [Auschwitz – Buchenwald – Flossenbürg – Flöha – Theresienstadt]

26 gennaio 2017
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Ultima immagine di ROBERT DESNOS nel campo di concentramento di Theresienstad [1945]

Ultima immagine di ROBERT DESNOS, al centro, appoggiato alla spalla di un compagno, nel campo di concentramento di Theresienstad [1945]

di Orsola Puecher

Ce cœur qui haïssait la guerre…
Robert Desnos

da ⇨ Ce cœur qui haïssait la guerre
poesie scritte in clandestinità [1943 — 1945]

Questo cuore che odiava la guerra ecco che batte e combatte in battaglia!
Questo cuore che batteva solo al ritmo delle maree, delle stagioni, delle ore del giorno e della notte,
Ecco che si gonfia e fa scorrere nelle vene un sangue infiammato di salnitro e odio.
E scatena un tale frastuono nel cervello che fischiano le orecchie
E non è possibile che questo frastuono non si diffonda nelle città e nelle campagne
Come il rintocco di una campana che chiama alla rivolta e al combattimento.
Ascoltate, lo sento che mi arriva rimandato dagli echi.
Ma no, è il frastuono di altri cuori, di milioni di altri cuori che battono come il mio attraverso la Francia
Battono allo stesso ritmo per uno stesso ideale tutti questi cuori,
Il frastuono è quello del mare che assalta le scogliere
E tutto questo sangue fa affluire in milioni di cervelli uno stesso imperativo:
Rivolta contro Hitler e morte ai suoi seguaci!
Eppure questo cuore odiava la guerra e batteva al ritmo delle stagioni,
Ma una sola parola: Libertà, è bastata a risvegliare un’antica rabbia
E milioni di francesi si preparano nell’ombra al compito a cui l’alba vicina li chiamerà:
Perché questi cuori che odiavano la guerra battono per la libertà allo stesso ritmo delle stagioni, delle maree, del giorno e della notte.

 
Ci fu nella vita dei molti che scelsero – la resistenza e l’opposizione al nazifascismo – uno stesso momento in cui la necessità della lotta si fece strada in animi così diversi per estrazione sociale, per cultura, fede religiosa, credo politico, nazionalità, ed è questo, ai nostri occhi ormai tiepidi e poco inclini agli imperativi etici, un culmine che ha qualcosa di misterioso e in un certo qual senso incomprensibile, quasi fosse una chiamata ultraterrena, una specie di scelta vocazionale, per i pericoli e le conseguenze fatali che per molti avrebbe comportato, in una quotidiana abitudine alla consapevolezza della possibilità di perdere tutto quello che era stata la loro vita precedente, con la spada di Damocle della morte sempre accanto. Persone con i cuori che odiavano la guerra, prima, come scrive Robert Desnos, che della pace e della non violenza avevano permeato tutte le loro scelte, svoltarono nell’universo della clandestinità, del nascondere dietro la vita di tutti i giorni, apparentemente normale, segreti e piani, armi e documenti falsi, consapevoli dei rischi che correvano, ma con una superiore noncuranza per essi: il coraggio piccolo dei singoli che divenne il coraggio grande di tutti. Anche dei poeti con il cuore che batteva solo al ritmo delle maree, delle stagioni, delle ore del giorno e della notte.
Robert Desnos scelse nella Parigi degli anni ’40, occupata dai Nazisti, dove sventolavano le bandiere con la croce uncinata e plotoni a passo d’oca marciavano sotto l’Arc de Triomphe.

 
 
 

Dopo una luminosa carriera poetica e letteraria, attraversata da variegate esperienze, dall’adesione al Surrelismo, al successivo abbandono, dalla radio, alla pubblicità, al cinema, alla critica, musicale, teatrale e cinematografica, durante l’occupazione nazista Desnos sceglie di impegnarsi nella Resistenza con scritti clandestini. Perfino in alcune filastrocche della raccolta per bambini Chantefables et Chantefleurs del 1944, che ancora oggi e materia di gioco e di studio in tutti gli asili e le scuole elementari francesi, si nascondono in filigrana messaggi criptati.
 


 
Juliette Greco
musica di Joseph Kosma
Parigi, Bobino 16, febbraio 1972

La formica
 
Una formica di diciotto metri
Con un cappello sulla testa,
Ma non esiste, non esiste proprio.
Una formica che tira un carro
Pieno di pinguini e di anatre,
Ma non esiste, non esiste proprio.
Una formica che parla francese,
che parla latino e javanese.
Ma non esiste, non esiste proprio.
Eh! E perché no?

Robert Densos
da ⇨ Chantefables et chantefleurs

Nella ⇨ testimonianza, raccolta al Mémorial de l’internement et de la Déportation di Royallieu mercoledì 29 maggio 2013, Jacques F. figlio e nipote di due amici di Desnos, appartenenti anch’essi al movimento surrealista, e che ebbe modo da bambino di conoscerlo, di ascoltare seduto sulle sue ginocchia favole e filastrocche che egli amava inventare per lui e che mai ha dimenticato, la dolcezza, il sorriso e la sua joie de vivre, questa formica di diciotto metri che tira un carro di anatre e pinguini che parlano tutte le lingue assume un significato particolare.
 

Voi sapete su “Chantefleurs Chantefables”, che avrete certamente letto, almeno alcune di esse, io non sapevo affatto, all’epoca, che molte di queste poesie hanno un doppio significato. Desnos diceva, non era l’unico, ma lui soprattutto, che aveva sempre voluto cercare un doppio significato in tutte le poesie. Ed è proprio nel “Chantefleurs Chantefables” c’è un doppio significato molto chiaro ad esempio nella “La Formica”. Non so se lo sapete “La Formica” … “La Formica” è una poesia di resistenza. Se volete vi posso raccontare che “Fourmies” è una città nel nord della Francia, con impianti metallurgici dove si fabbricavano locomotive. Queste locomotive erano conosciute nell’ambiente ferroviario con il nome di “Fourmies”. E quando Desnos parla della “formica lunga diciotto metri”, si scopre che la locomotiva con il suo carro del carbone sono lunghi proprio diciotto metri. Quando parla di tutte quelle persone che sono sul treno e parlano francese, giavanese e tutte le altre lingue, è ormai chiaro che queste persone sono tutti gli stranieri, tutti gli ebrei che erano stati trasportati su questi vagoni.


 
Ma ad attirare l’attenzione della Polizia Politica Segreta nazista, furono soprattutto i coraggiosi articoli sul giornale Aujourd’hui, dove nella rubrica La revance des médiocres scriveva contro Petain, la dittatura e l’antisemitismo. Così nella bella e stravagante casa di Rue Mazarin 19 che Desnos divide con la sua compagna Youki, il cagnolino Pipo e un gran numero di gatti, piena di libri, quadri, collezioni di oggetti improbabili, teatro di arte e poesia, dove passavano Jean-Louis Barrault et Madeleine Renaud, Felix Labisse, André Masson, Antonin Artaud, Picasso, fa irruzione la Gestapo.
 
rue mazarin
 

Racconto di Youki Desnos da ⇨ LE PETIT MONDE DE YOUKI

Martedì 22 febbraio 1944, alle 9 e 25 del mattino, suonarono alla nostra porta tre personaggi in abiti civili che non erano altro che agenti della Gestapo. Erano venuti per arrestare il poeta André Verdet, di cui noi non sapevamo nulla. Perquisirono tutto l’appartamento, scrollarono i libri, i cestini della carta straccia. Madame Lefèvre restò come sbigottita, seduta su una sedia e non ebbe alcuna reazione. Avvertito qualche minuto prima, con una telefonata, da un’amica, Madame Grumier, collaboratrice del giornale Aujourd’hui, dove quelli erano passati prima, Robert avrebbe avuto il tempo di fuggire, ma voleva salvare Alain Brieux che nascondevamo in un rifugio segreto nel contro soffitto della cucina.
E fu così che il giovane fuggì e il poeta rimase.
Comunque, Robert avrebbe potuto nascondersi anche lui, ma non volle, temeva che i tedeschi mi portassero via. Gli sembrava che restando fino all’ultimo, avrebbe potuto proteggermi con la sua presenza.
Fu allo stesso tempo toccante e quasi ridicolo, non facendo parte di alcun movimento, avrei potuto uscire anche in caso di arresto. Lui aveva paura per me, lui che sfidava tutti i pericoli; e poi non sapeva esattamente che cosa avremmo dovuto affrontare.
A volte i tedeschi arrestavano tutti. Spesso torturavano le donne con raffinato sadismo, aiutati dai francesi della Rue Lauriston.
La piccola auto nera della polizia politica non ci mise molto ad arrivare da Avenue de l’Opéra, dove c’era il giornale Aujourd’hui a Rue Mazarine.
Stavo ancora dicendo A Robert: ”Ma scappa, vattene via!” e lui mi rispondeva “Nemmeno per sogno!” che quelli suonarono alla porta.
– Il signor Desnos? – Mi chiese un bel’ufficiale giovane e biondo.
– E’ là, entrate. – Gli risposi
Vidi passare come un velo di tristezza nei suoi occhi.
– Ah… è là. – mi rispose con aria sorpresa e desolata
Robert avrebbe potuto fuggire. Eravamo capitati con un tipo “buono”. Ma come ci sarebbe stato possibile prevederlo?
Mentre i suoi due accoliti perquisivano la casa, il giovane mi disse:
– Sappia, signora, che io sono un ufficiale tedesco. Mi hanno obbligato a questo compito di polizia. Ma io sono un ufficiale tedesco. – Insisteva.
Nel piccolo soppalco adibito a camera da letto e studio, Robert stava mostrando a uno dei due scagnozzi che cosa c’era nei suoi cassetti. L’altro di sotto rovistava nella nostra biblioteca.
Quest’ultimo mise le mani su un foglio nascosto nel dorso di una rilegatura, e lo tese al suo capo. C’era la lista completa dei nostri amici resistenti, con nomi, cognomi e indirizzi.
Erano passati circa cinque minuti fra il momento in cui avevamo ricevuto la telefonata e l’arrivo della Gestapo.
Preoccupato di far scappare Alain Brieux e di resistere alle mie preghiere di fuggire, Robert aveva dimenticato quel foglio, che di certo pensava fosse ben nascosto.
L’ufficiale cominciò a leggere
– Louis Aragon… indirizzo… Lione…
Non potendo interrompersi davanti ai suoi subalterni, o forse non avendo ben compreso l’importanza del documento, stava continuando la lettura ad alta voce…
Gli lanciai uno sguardo eloquente. Egli interruppe la lettura in ordine alfabetico e interrogò Robert dalla porta al piano di sotto.
Dall’alto Robert gli rispose con voce calma:
– Io non sono soltanto giornalista, ma sono scrittore e quella è la lista dei critici che potrebbero parlare delle mie opere.
– Bene – disse l’ufficiale e si mise il foglio in tasca.
La missione di quei tre era arrestare Robert Desnos.
Spaventata a morte, sentii il giovane ufficiale consigliare a Robert di lasciarmi il suo orologio d’oro con la catena, il libretto degli assegni e di prendere un paio di articoli da toilette.
In preda al panico, gli chiesi:
– Ma dove lo portate, signore?
– Non ho il permesso di dirvelo. – Poi aggiunse di nascosto: “Andate a vedere a Rue des Saussaies.”
E’ là che all’uscita di un interrogatorio il nostro amico Brossolette si gettò dalla cima delle scale nel cortile che oggi porta il suo nome. Era là che imperversavano le vasche piene di acqua ghiacciata in cui si era immersi con la testa fin quasi all’asfissia.
Scoppiai in lacrime e Desnos, che non aveva sentito quello che mi era stato detto, mi ripeteva, sorpreso: “Ma non piangere così, andiamo!”
Poi, mentre lo portavano via, si girò verso di me e mi porse la sua penna, una Parker a cui teneva molto perché gli era stata regalata dai suoi amici cubani Frejaville durante il suo viaggio in Sud America:
– Tienimela, dolcezza, tornerò a prenderla.
Con la mente completamente sconvolta, crollai accanto alla signora Lefèvre, su una sedia vicina, e da lì, vidi, appoggiato delicatamente contro una piccola scultura, il foglio che conteneva l’elenco dalla A alla Z di nomi, cognomi e indirizzi del fior fiore della Resistenza francese.
Il tedesco non mi aveva mentito. Era un ufficiale, non un carnefice.
Naturalmente, il mio primo atto fu quello di distruggere immediatamente quel documento.
Disarmata, non avvertii nessuno e non mi preoccupai… L’ufficiale tedesco non utilizzò le informazioni scoperte per arrestare clandestini.


 

 
Desnos interrogato a Rue des Saussaies, finisce poi nella prigione di Fresnes, dove resta dal 22 febbraio al 20 Marzo. Youki dopo faticosissime ricerche riesce a rintracciarlo e a mandargli dei pacchi. Il 20 Marzo viene trasferito al campo di smistamento di Royallieu à Compiègne da cui ogni settimana partivano i trasporti per la Germania.
 
compiegne
 
Robert Desnos è ormai inglobato nella macchina concentrazionaria, che inghiottì nel nulla milioni di persone, e di lui si sarebbe persa ogni traccia, se non fosse per un testimone d’eccezione, André Bessière [12 Febbraio 1926] che si trovò con lui a Compiègne fin dal suo ingresso e nel suo libro DESTINATION AUSCHWITZ AVEC ROBERT DESNOS Mémoires du XXe siècle – ETUDES LITTÉRAIRES, CRITIQUES e in numerose interviste è tornato a raccontarne la storia. Entrato nella Resistenza a quindici anni, arrestato a 18, mentre tentava di varcare la frontiera spagnola, parte insieme a Desnos con il “convoglio dei tatuati” seguendo le stesse tappe di deportazione, da Auschwitz, a Buchenwald fino a Flöha e Terezin, poi liberato dall’Armata Rossa il 7 maggio 1945. compiegne buchennwald E’ il 21 marzo 1944 quando Bessière incontra il poeta Robert Desnos, arrivato il giorno prima al campo, dove vengono radunati prigionieri politici ed ebrei in attesa di essere deportati, e dove regna una relativa libertà: i detenuti possono camminare nell’immenso spiazzo dell’appello del complesso, sede di un’antica caserma francese; il loro numero oscilla da due o trecento a due o tremila, a seconda della partenza dei convogli di deportazione. Ogni settimana un piccolo o un grande convoglio lascia il campo sui vagoni merci per una destinazione di cui non si sa molto. je_cherrche_fortune Andrè è stupito dall’aspetto del poeta, con il suo feltro marrone scuro, la grande cappa nera e soprattutto le ghette. Gli sembra Aristide Bruant dell manifesto de Le Chat Noir. Ma è soprattutto lo spirito ottimista e travolgente a colpire i compagni di prigionia: dopo aver tenuto una tumultuosa conferenza sul surrealismo, che trovò dei vigorosi oppositori, tra cui Max Rénier, ma che si concluse con un’ovazione, ispirandosi alle sue trasmissioni radiofoniche, animò il Club degli Imbattibili e lanciò il concorso Giochi Floreali: si fece un appello ai prigionieri perché inventassero una canzone che diventasse l’inno del campo di Compiègne, una poesia che evocasse la gioia di vivere, un racconto, un discorso sulla vita quotidiana. Il pubblico avrebbe dovuto designare il vincitore. Ma il 26 aprile giorno designato per i Giochi Floreali ebbe luogo un appello di massa: più di mille e settecento uomini, fra quali Bessière e Desnos, vengono fatti mettere da una parte. Di alcune poesie scritte da Desnos a Compiègne restò traccia, perché egli cedette il suo taccuino in cambio di cibo ad un prigioniero, che riusci a conservarlo. Fra queste Terra di Compiègne che così, in forma di ballata-canzone con coro e più voci, avrebbe potuto benissimo essere la candidata elettiva e forse la possibile vincitrice del concorso dei Giochi Floreali del Club degli Imbattibili, che non poté mai più avere luogo. E con il coro scandito nel ritornello dalle parole selce e gesso ripetute ossessivamente, quasi a ritmo dei passi di marcia dei prigionieri, piena di malinconia per il passato, ma di speranza per una vita meno breve, per un futuro di luce, primavera, pioggia, rose e stelle, accompagna la partenza con il suo canto, partiremo cantando, e il solo bagaglio dei ricordi lontani.

Terra di Compiègne
 
CORO (molto in fretta come accavallandosi)
Gesso e selce ed erba e gesso e selce
E selce e polvere e gesso e selce
Erba, erba e gesso e selce, selce e gesso
(rallentando)
Selce, selce e gesso
E gesso e selce
E gesso…
 
UNA VOCE
Da qualche parte fra Hay-les-Roses
E Bourg-la-Reine e Antony
Fra le rose di Hay
Fra Clamart e Antony.
 
CORO (molto ritmato)
Gesso e selce – gesso e selce
E gesso
E selce e gesso e selce e gesso
E selce
 
UNA VOCE
Fra le rose di Hay
E gli alberi di Clamart
Avete visto la sirena
La sirena di Antony
Che cantava a Bourg-la-Reine
E che canta ancora a Fresnes.
 
CORO
Terra di Compiègne!
Terra grassa ma sterile
Terra di selce e di gesso.
Nella tua carne
Marchiamo l’impronta delle nostre suole
Perché un giorno la pioggia di primavera
Vi si posi come l’occhio di un uccello
E rifletta il cielo, il cielo di Compiègne
Con le tue immagini e le tue stelle
pesante di ricordi e di sogni
Più duro della selce,
Più docile del gesso sotto il coltello.
 
UNA VOCE
A Parigi vicino a Bourg-la-Reine
Ho lasciato soli i miei amori
Ah! come li cullano le sirene
Io dormo tranquillo, oh! miei amori
E raccolgo, a Hay, le rose
Che vi porterò un giorno
Appesantite di profumi e di sogni
E, come le vostre palpebre, si schiudono
al chiaro sole di una vita meno breve
piena di lampi come una selce
luminosa come il gesso.
 
CORO (alternato)
E gesso e selce e selce e gesso
Terra di Compiègne!
Terra fatta per marciare
e lungo la stazione gli alberi,
Terra di Compiègne!
Simile a tutte le terre del mondo,
Terra di Compiègne!
Un giorno scuoteremo la nostra polvere
Sulla tua polvere
E partiremo cantando.
 
UNA VOCE
Partiremo cantando
Cantando ai nostri amori
La vita è breve e breve il tempo.
 
ALTRA VOCE
Niente è più bello dei nostri amori.
 
ALTRA VOCE
Noi lasceremo la nostra polvere
nella polvere di Compiègne
(scandito)
E ci porteremo via i nostri amori
e il loro ricordo.
 
CORO
E il loro ricordo.

Robert Desnos da Ce cœur qui haïssait la guerre
poesie scritte in clandestinità [1943 — 1945]

La partenza ebbe luogo il 27 aprile con un treno merci. Un viaggio apocalittico di quattro giorni e tre notti trasformò ogni vagone in una bara viaggiante e in un asilo di alienati. All’arrivo ad Auschwitz-Birkenau più di sessanta morti e più ancora di persone impazzite. Poi le grida delle SS, l’abbaiare dei cani, i colpi di frusta e bastone, i calci nella schiena, e i sopravvissuti, 1665 uomini costretti a percorrere a passo di corsa i dieci chilometri che li separano dalla baracca della quarantena della Divisione Canada di Birkenau. Tutti vengono tatuati sull’avambraccio sinistro. Tutto puzzava di morte a Auschwitz, inspiegabilmente, ed è un odore che sento ancora, racconta André. Una sensazione terribile di morte permea ogni cosa. Ma anche in questo quadro desolante Desnos riesce ancora a mostrarsi ottimista, sostiene i suoi compagni con i suoi racconti, le sue poesie e soprattutto con quella che sarà la sua curiosa attività principale: appassionato di chiromanzia da anni ecco che si mette a leggere le linee della mano ai più abbattuti fra i deportati, predicendo sempre cose positive, futuro, futuro luminoso a tutti in luoghi senza nessuna speranza di futuro.
 
mani di desnos

Man Ray Le mani di Robert Desnos
da L’étoile de mer [1928]

 
Parla… parla… racconta storie incredibili del suo passato facendo dimenticare ai compagni, almeno per un attimo, la situazione desolata in cui si trovavano.

Quello che lui faceva principalmente – e per questo io credo che senza di lui la mia deportazione non sarebbe stata la stessa – era raccontare storie ai ragazzi […]. Noi, il gruppo dei giovani, noi ascoltavamo vivamente Desnos. Aveva l’arte del racconto. Ci addormentava con le sue storie. Aveva l’arte di affascinare. Riuscivamo a evadere ascoltando Desnos. Cosa ci raccontava? La Montparnasse degli anni venti, Picasso. […] Navigavamo con lui attraverso tutte le sue avventure. Ci raccontava ogni sorta di cose, senza dimenticare tutte le sue conoscenze che ci facevano sbavare: Jan-Louis Barrault, Madeleine Renaud… Così ci faceva dimenticare molte cose.

André Bessière Da Compiègne a Terezin avec Desnos
intervista in Desnos pour l’anne 2000 Gallimard 2000 [pag 318-319]

Cerca di procurarsi in ogni modo pezzi di carta di tutti i tipi dove continua a scrivere di nascosto poesie e anche un romanzo surrealista Le Cuirassiere nègre. Si proclama sempre orgogliosamente e testardamente poeta. Conserva tutto in una scatola di latta, che però sparisce a Flöha, campo dove i detenuti lavoravano alla costruzione di carlinghe di aerei, dopo che Desnos, punito per aver rovesciato il calderone della minestra, in un momento di rabbia contro uno dei preferiti dei Kapò che si rifiutava di riempirgli la ciotola, verrà duramente punito, incarcerato, picchiato e frustrato. Il gesto di estremo disprezzo di una delle SS, che gli schiaccia sotto il tacco degli stivali i suoi preziosi occhiali, darà inizio a un rapido crollo psico-fisico, che dopo la faticosa marcia verso Theresienstadt, ormai allo stremo, lo porterà alla morte, nell’infermeria del campo, in preda a una terribile dissenteria, solo pochi giorni dopo l’arrivo dei Russi, l’ 8 giugno 1945.
 
Robert e Youki

Robert e Youki in Rue Mazarin

 
 

[ traduzioni a cura di Orsola Puecher ]
immagini da http://bljd.sorbonne.fr/

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17 Responses to ROBERT DESNOS Questo cuore che odiava la guerra… [Auschwitz – Buchenwald – Flossenbürg – Flöha – Theresienstadt]

  1. Corrado Aiello il 27 gennaio 2017 alle 18:15

    Commovente, straordinaria testimonianza. Complimenti.

  2. al il 27 gennaio 2017 alle 20:27

    Scavare nell’umano e trovare tanto silenzio, anche nelle parole della sofferenza più grande, chissà cosa siamo veramente.

    • orsola puecher il 29 gennaio 2017 alle 07:40

      Il poeta André Verdet, che ritrovò Desnos a Buchenwald, dove lui anche era stato deportato, si stupiva di vederlo leggere le linee della mano a tutti e gli chiese:

      – E tu?
      – Io so che ho una linea della vita non molto bella, ma ci passo sopra; faccio finta di non crederci.

      ,\\’

  3. carlo carlucci il 28 gennaio 2017 alle 17:28

    Nel retro di Notre Dame a Parigi c´é il piccolo mausoleo della Deportazione. Sul muro scritti vari dei deportati. Tra questi questi versi, gli ultimi di Robert Desnos, i piú belli:

    Ho cosí sognato di te
    Cosí camminato cosí parlato di te
    Che non mi resta piú niente di te
    Non mi resta che essere l’ombra
    L’ombra che verrá e riverrá
    Nella tua vita piena di sole

    Pare che venisse trovata addosso al poeta, nel Campo liberato da giorni ma troppo tardi per lui che stava morendo di tifo.

    Incombeva ai tedeschi e all’Europa tutta (quella rigata di sangue dai nazisti), per non parlare dell’Italia fascista, incombeva al termine del conflitto come obiettivo primario non tanto l’ovvia ricostruzione quanto non saprei come dire…prendere coscienza dell’assoluta enormitá dell’accaduto. Mai nella Storia…E la Storia era arrivata a a un turning point di ineffabile orrore….Bisognava fermarsi….la Storia DOVEVA prendere un nuovo corso….Nulla di tutto questo. Decine di migliaia di criminali nazisti con la correitá delle alte gerarchie ecclesiastiche andavano a seminare i loro grani di orrore in America Latina. Mi pare che proprio da quegli anni incominiava inesorabile il declino dell’Europa e dei suoi cosiddetti ‘valori’

  4. orsola puecher il 29 gennaio 2017 alle 07:51

    Riguardo ai versi scolpiti nel memoriale di Notre Dame, conosciuti come l’ultima poesia di Desnos, la loro storia è un po’ diversa: in realtà essi sono, a ben guardare, quasi una parafrasi della parte di finale di una poesia scritta nel 1926 ⇨ J’ai tant rêvé de toi, della raccolta Corps et Biens.
     
    J’ai tant rêvé de toi que tu perds ta réalité.
    Est-il encore temps d’atteindre ce corps vivant
    Et de baiser sur cette bouche la naissance
    De la voix qui m’est chère?
     
    J’ai tant rêvé de toi que mes bras habitués
    En étreignant ton ombre
    A se croiser sur ma poitrine ne se plieraient pas
    Au contour de ton corps, peut-être.
    Et que, devant l’apparence réelle de ce qui me hante
    Et me gouverne depuis des jours et des années,
    Je deviendrais une ombre sans doute.
    O balances sentimentales.
     
    J’ai tant rêvé de toi qu’il n’est plus temps
    Sans doute que je m’éveille.
    Je dors debout, le corps exposé
    A toutes les apparences de la vie
    Et de l’amour et toi, la seule
    qui compte aujourd’hui pour moi,
    Je pourrais moins toucher ton front
    Et tes lèvres que les premières lèvres
    et le premier front venu.
     
    J’ai tant rêvé de toi, tant marché, parlé,
    Couché avec ton fantôme
    Qu’il ne me reste plus peut-être,
    Et pourtant, qu’à être fantôme
    Parmi les fantômes et plus ombre
    Cent fois que l’ombre qui se promène
    Et se promènera allègrement
    Sur le cadran solaire de ta vie.

     

     
    Divenne l’ultima poesia scritta da Desnos, per via del fatto che il giornale ceco Svobodne Noviny nel luglio del 1945 pubblicò un articolo sulla morte di Desnos contenente questo estratto della poesia del 1926 tradotta in ceco, e l’articolo venne poi tradotto in francese nell’agosto del ‘45 sulla rivista Lettres Françaises e così tradotto in ceco e poi ritradotto in francese i versi finirono per essere considerati l’ultima poesia. Ma poco importa il senso profetico e il concetto possono benissimo fungere da ultima poesia. La poesia può resistere a traduzioni, ritraduzioni, salti spazio temporali.

    ,\\’

  5. ornella tajani il 29 gennaio 2017 alle 13:14

    Splendido, Orsola, e attraverso di te imparo sempre qualcosa su Desnos che non sapevo. Grazie!

    • orsola puecher il 30 gennaio 2017 alle 06:56

      Basta stargli un po’ accanto e si scoprono cose incredibili.
      Grazie Ornella
      ,\\’

  6. mariasole ariot il 29 gennaio 2017 alle 14:07

    Delle meraviglie di Orsola. Grazie davvero

  7. carlo carlucci il 29 gennaio 2017 alle 16:32

    Ti ringrazio Orsola, precisazione non saccente, non da erudita…Per ragioni personali e cioé che riguardano la mia vita i versi sulla lapide mi hanno toccato il cuore. Ogni volta che mi recavo a Parigi andavo al Memoriale.
    Certo la Resistenza…..Certo non proprio tutti i tedeschi….qualcuno obtorto collo….
    Rimane nel cuore dell’Europa che cosa?,,,,colossale omertá?…..Non saprei come dire ma l’attuale declino (d’Europa) lo lego (opinione personalissima)…a quella diciamo compartecipazione indiretta e sopratutto al non riesame sconvolgente da attuare dopo la fine della guerra. Come profeticamente scriveva Hetty Hillesum…dopo…dopo bisognerá….cambiare tutto…La tardiva celebrazione dell’Olocausto é meglio che niente, ma proprio perché intesa come celebrazione…Ieri Mattarella teneva ricordare la nostra correitá indicibile (dell’Italia fascista)….Un nostro grande Presidente!
    E noi a sorbirci tante facce, il Nulla appunto.
    Questo Orsola mi premeva e mi preme. Null’altro.

  8. véronique vergé il 1 febbraio 2017 alle 21:05

    Leggo con ritardo ma sempre con il cuore vivo questo post in omaggio a Robert Desnos. Fa parte dei poeti che avevano il talento della fantasia ma anche dell’amore. Vedere poesia scritta nel sangue della pietra non si dimentica.

    • orsola puecher il 2 febbraio 2017 alle 08:19

      Ciao Véronique, è sempre bello rileggerti, mi ricorda anni molto belli di NI.
      E grazie.

      ,\\’

  9. Giacomo Sartori il 4 febbraio 2017 alle 00:49

    magnifico e commovente e terribile, Orsola;
    su quelli che scelsero (e spesso, specie per quanto riguarda il nascondere gli ebrei, in maniera naturale e senza pensarci un secondo), segnalo questo documentario andato in onda su Arte, che vedo essere ancora visibile:
    http://www.arte.tv/guide/fr/search?q=justes&scope=plus7&kind=plus7&country=IT

    (e, a proposito dei “giusti” che hanno scelto senza quasi scegliere, vorrei ricordare mia zia Sofia (= moglie di un mio zio che ha vissuto dal dopoguerra in Francia), staffetta della resistenza, morta qualche anno fa, che con la stessa naturalezza ha sempre rifiutato qualsiasi forma di riconoscimento o onoreficenza, proprio perchè considerava normalissimo quello che aveva fatto, e non sopportava che così non fosse)

    • orsola puecher il 4 febbraio 2017 alle 09:20

      Grazie Giacomo, e grazie del link. A colpirmi è soprattutto il fatto che questi eroismi piccoli quotidiani, parafrasando questa banalità del bene, furono spesso puniti con la stessa durezza implacabile degli atti di grande eroismo. Le semplici staffette come tua zia Sofia o la mia mamma, che portava in bicicletta nella borsa della spesa, fra riso stantio e rare patate, le copie clandestine de l’Unità, rischiavano la fucilazione immediata e la deportazione. E io anche voglio ricordare zia Alice, zia che allevò la mia mamma a Milano, che per il solo fatto di aver prestato la sua tessera annonaria alla moglie incinta di un partigiano fini a Ravensbruck. Nella tasca della giacca del partigiano, poi impiccato, trovarono una lettera in cui la moglie accennava a una buona signora che che le aveva prestato la tessera. Scatenarono una vera e propria caccia all’uomo nel quartiere Sempione, e forse in seguito alla delazione di un vicino di casa Camicia Nera o di un gestore di un chiosco, che venivano ben pagate, ovviamente, la trovarono e la portarono via. Era ormai anziana e probilmente fu subito avviata alla camera a gas.

      ,\\’

  10. orsola puecher il 4 febbraio 2017 alle 09:28

    Che nei lager ci fossero esseri umani e non numeri, che nell’iconogrofia un po’ abusata di fili spinati e larve umane, si scrivesse poesia, si scrivesse musica, che questo fosse una forma estrema di salvezza e di resistenza, è testimoniato anche dal prezioso lavoro del musicologo Francesco Lotoro, che recuperando queste partiture da anni, sta liberando dai campi di concentramento questa musica, anche se i loro autori non ci sono più:

    http://www.raiplay.it/video/2017/01/La-Grande-Storia-presenta-Il-Maestro-13c5c55d-a15b-4765-bb4e-40e68af4aaeb.html

    ,\\’

  11. carlo carlucci il 4 febbraio 2017 alle 17:21

    I numeri dicono che questi eroi dismessi (ma nondimeno meno eroi) furono una esiguissima minoranza. Era prevalente il tran tran dell’omertá. Mi pare che dalla fine della guerra, passato il fervore della ‘ricostruzione’ sia comunque incominciato il declino dell’Europa. E fra le possibili cause del declino questa, ovvvero la mancata presa coscienza dell’enormitá oltretutto storica di quanto avvenuto e noi italici o italioti per primi….La Giornata della Memoria é ben tardivo riconoscimento. L’iconografia un pó abusata di fili spinati e larve umane? Ma basta rileggere ‘Se questo é uomo´….Celan quando lesse le sue poesie a una delle prime riunioni del gruppo 47 fu blandamente dileggiato da i giovani scrittori e poeti emergenti. Oggi quei poeti e scrittori appaiono datati mentre Celan é in continua ascesa proprio perché nella sua carne l’inaudito si era impresso. Ripeto Hetty Hillesum nelle sue lettere da Westerbrok…’piú tardi dovremo costruire un mondo COMPLETAMENTE NUOVO…..’ Iconografia certo l’abuso delle immagini dei lagher….a che pro oggi. Che qualcuno scrivesse….come no. Attimi per astrarsi….E poi che i numeri dei Giusti (triplamente Giusti) cosí esigui rispetto…..Tutto qui.

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