La notte che viene

14 febbraio 2017
Pubblicato da

di Tristan Kron

IMG_20170205_122318Sono dentro.
Resto in piedi al centro della stanza, in ascolto. Mi accordo al rumore di fondo degli elettrodomestici in standby e del vento sottile tra le siepi e i rami degli alberi nel giardino sul retro.
Tutto è perfetto, è sempre perfetto.
Respiro e cerco un posto per poggiare la mia piccola valigia, che apro evitando il minimo rumore. Mi muovo con gesti esattamente calibrati, i sensi che vibrano di un’acutezza felina allenata in anni di vita da ospite invisibile e inatteso.
Questa notte trovo una stufa ancora accesa, una fiamma viva dietro lo schermo di vetro incrostato di fuliggine; fuori la neve continua a scendere, ma nella stanza la temperatura rimane tiepida e per una volta spogliarmi diventa confortevole. Lo faccio con lentezza, prendendomi più del tempo necessario mentre mi oriento nel nuovo spazio al chiarore pallido e danzante che il fuoco produce.
Intravedo delle scale, ci sono quasi sempre nelle case che scelgo. Intuisco i contorni di un bel divano chiaro, un tavolo moderno di metallo, due lampadari ovali di dimensioni troppo diverse che dal mio punto di osservazione sembrano compenetrarsi, come se il più piccolo fosse una tumefazione del maggiore.
E poi c’è l’odore, questo ambiente profuma di ordine asettico e di mani guantate che sistemano, strofinano, dispongono; mani precise e maniacali che contrastano la pressione uniforme del caos, che si appigliano salde alla certezza del metodo.
E’ tutto così evidente ai miei occhi. Perché io ho dovuto imparare ad osservare, so come farlo. E so che i nodi emozionali dei coinquilini, le tensioni, i rapporti di affetto, rabbia o indifferenza, le increspature dell’armonia familiare si condensano in forme strutturate che regolano l’assetto degli oggetti e degli arredi. Con la perizia di un morboso cabalista leggo verità occulte attraverso l’analisi delle altezze a cui sono appesi i quadri e le fotografie, studiando la posizione relativa dei cuscini sul divano, che statisticamente sono tre, l’orientamento delle piante agli angoli dei muri, fino alla sistemazione combinata delle scarpe nei ripostigli, che formano fasci di vettori spesso non troppo divergenti ma niente affatto casuali.
E non mi sbaglio mai.
Se qualcuno potesse frugare nella mia valigia troverebbe solo poche cose necessarie per la notte, un pigiama lungo, una maglietta bianca e una grigia, un paio di calzini, oltre agli innocenti souvenir che ho preso in prestito in altre case, in altre notti. Tra questi, inestimabili, il dentino che sapevo di trovare sotto il cuscino nella camera di un bimbo e un pettine di madreperla, un oggetto che racconta una storia triste di affetti e conflitti armati.
Ma è ora di dormire. Ho camminato a lungo, è molto tardi. Stanotte scelgo la maglietta grigia, la indosso e a piedi nudi scivolo sul pavimento di marmo lucido e su per le scale nel buio compatto, fino al corridoio che si allunga tra i vani, che sento essere tre. Anche questa è una cosa che si impara: nell’oscurità più completa, il vuoto denso delle stanze si percepisce distintamente, ha una qualità ben diversa da quello che striscia lungo i bordi dei muri all’esterno.
Alla mia sinistra una camera ampia, l’istinto mi dice che ci dorme una bambina, a destra uno spazio più stretto che è con certezza il bagno.
Poco più avanti si apre la camera matrimoniale, la mia camera di stanotte. Sulla porta una superficie umida che posso quasi toccare con le mani, la consueta barriera anti intrusione che la gente nel sonno tesse all’ingresso dei propri spazi sicuri, per bisogno di protezione. Sottile ma estremamente solida, devo frantumarla con pazienza, in silenzio.
E poi seguo con le dita il perimetro del letto, che come immaginavo è vuoto per metà, portandomi dalla parte che mi spetta. Mi distendo e tiro le coperte fin sotto al mento, libero infine il mio corpo dall’inquietudine. Mi chiedo sempre se sia questa la felicità. O l’appagamento. O una qualsiasi delle sensazioni di completezza alla cui ricerca disperata ho indirizzato il mio modo di vivere. E resto lì, immobile e leggero, in ascolto dell’unico rumore della stanza che viene dalla figura alla mia sinistra, quello di un respiro regolare e consolante, un ritmo lento frammentato a volte da un borbottio indistinto.
La donna al mio fianco è delicata, ne intuisco le forme lievemente abbondanti ma proporzionate e beneficio del suo calore, una radiazione che emana dal suo corpo rovente e massaggia il mio, a distanza. Mi avvolgo nell’odore inconfondibile della pelle nel sonno e dei capelli sventagliati sul cuscino, come antenne a dissipare le fatiche del giorno.
Sono allenato a perdere consistenza, divento una presenza impalpabile e non tocco mai per primo la persona che ho accanto; a volte accade che sia lei ad avvicinarsi, ad allungare i piedi o stendere un braccio arrivando al contatto e allora divento il ricordo di qualcuno che in quel letto c’è stato, e forse si rivorrebbe indietro anche per una sola notte. E il sonno prosegue sereno.
Nessuno si è mai svegliato, nessuno si è mai accorto della mia presenza così vicina, dall’altra parte del letto. Una volta, non ricordo dove, venni abbracciato stretto e mi fu sussurrato all’orecchio qualcosa di sconnesso che somigliava a una preghiera; altre volte qualcuno adatta il suo corpo alla mia postura, la ricalca, e non di rado mi sembra che pianga chiedendo la mia consolazione, che non nego mai. Perché tutte le persone addormentate sono indifese, come lo sono io.
Stanotte, mentre sto per cedere al sonno, la donna ha una specie di scossa e mormora qualcosa. E’ caduto un pianeta, dice. E’ caduto un pianeta, ancora una volta. Io non so cosa rispondere, rimango immobile dalla mia parte. Lei dopo poco si volta, allunga la mano e mi stringe il braccio. E’ caduto un pianeta, non lo trovano più dice con voce più asciutta, disperata. Le accarezzo il viso e bisbiglio frasi che sappiano di conforto, la lascio calmare. Il suo respiro ritrova il tempo e lo scandisce con lunghe inspirazioni nasali. Il suo sogno si perde nello spazio e indietro nel tempo, a distanze siderali, nell’orbita di stelle appena nate.
E ora chiudo gli occhi. Penso alla casa in cui dormirò domani, l’ho già scelta. Una villetta marrone non lontano da un mare agitato, il giardino arruffato sul davanti e una vecchia statua accanto alla porta, una statua consumata di una donna seduta senza braccia e senza lineamenti, che guarda lontano. Una dea mutilata. Penso a chi troverò nel letto, ai sogni che arriveranno, a cosa potrò tenere per me. E il sonno, a poco a poco, mi scioglie.
Nella mia vita, da tempi di cui non ho più ricordo, ho visitato innumerevoli case, tutte le notti, dappertutto, e i corpi che ho sfiorato non sono altro che versioni più reali del mio. Nel sonno tutte le persone sono buone, come docili mammiferi addormentati nel profondo delle loro tane calde, appagati e protetti, i cuccioli nascosti nel folto della pelliccia a rivivere avventure e sognarne di nuove. Fuori l’inverno non finisce più. Nelle paludi ghiacciate, tra le nevi nei boschi gli esemplari più forti mi danno la caccia, da soli o in piccoli branchi di loro simili, fiutano le mie tracce ma non possono trovarmi e non torneranno nei rifugi prima di aver concluso la battuta. Lasciano uno spazio per me che posso sostare nei loro nascondigli, al sicuro. Una notte dopo l‘altra, una notte per volta.
Non faccio del male a nessuno, in fondo. Ho solo tanta paura, soprattutto al buio e il buio può essere interminabile. Non voglio dormire da solo. Non sono un pericolo. Prima che qualcuno in casa si svegli, me ne sono già andato.

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One Response to La notte che viene

  1. vincenzo il 14 febbraio 2017 alle 07:30

    potrebbe anche essere la morte.



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