Spinalonga o della lebbre del potere

21 marzo 2017
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

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Vincenzo Frungillo Spinalonga, Zona, 2016, euro 12

Spinalonga, piccola isola vicina alla coste cretesi, che, dopo essere stata sede di una fortezza prima veneziana e poi turca, ospitò tra il 1903 e il 1957 l’ultimo lebbrosario d’Europa, è l’ambientazione scelta dal poeta Vincenzo Frungillo per lo svolgimento del suo primo dramma.

L’azione si svolge proprio nel lebbrosario che con lieve anacronismo viene immaginato ancora in funzione durante la dittatura dei colonnelli ( 1967-74). Nella comunità guidata da un medico in odore di filantropia, che ha rinunciato a una carriera universitaria di primo piano per trasferirsi nell’istituto,  fervono i preparativi per l’annunciata visita ufficiale dei colonnelli nel corso della quale il degente Epaminonda si dovrà esibire come cantante. Sbarcherà invece sull’isola soltanto un capitano, che in realtà è alla ricerca di una studentessa fuggiasca, dopo la rivolta del Politecnico, storicamente avvenuta nel novembre del ’73,  e sospetta con ragione che sia nascosta dal dottore, suo ex amante, sotto mentite spoglie nel lebbrosario.

Questo testo si occupa, per esplicita indicazione dell’autore nella premessa che precede la scrittura drammaturgica, di corruzione: è comprensibile che la corruzione delle carni a opera della malattia e anche degli antichi edifici dell’isola a opera del tempo si presenti benjamininianamente a Frungillo come un’allegoria di un processo di corruzione storicamente dato, ma questo termine non va letto nella sua accezione più consueta oggi ossia quella giudiziaria. Si tratta al contrario della natura corruttrice del potere nel senso morale che gli è propria in ogni epoca e di quella specifica contemporanea del mercato con la sua capacità di desertificare e scarnificare la società. “Il re è senza occhi. Il re adesso è ovunque” sono le prime parole dell’azione scenica pronunciate dal capitano al momento del suo sbarco sull’isola quando vede il Leone di San Marco in pietra della fortezza veneziana ormai danneggiato dal tempo. In questa considerazione si condensa la consapevolezza del capitano della natura microfisica, relazionale e produttiva del potere neoliberista così diversa dai dispositivi e dalle pratiche dei tempi in cui c’erano le forche e quindi anche la sovranità, per dirla con Paul Celan.

Tutti e quattro i personaggi principali ( il dottore, il capitano, Epaminonda e la studentessa, che per gran parte dell’azione si presenta nascosta sotto un sacco di juta con il nome parlante di Meteco ossia lo straniero della polis), visto che in senso tecnico non vi è un vero protagonista, si dispongono lungo un asse relazionale con il potere, nel quale, se verità e inganno occupano le due estremità, nessuno dei personaggi riesce a collocarsi esattamente in queste posizioni. Il capitano, naturalmente, si pone più dal lato dell’inganno, ma la sua franchezza di servo, teorico ed esegeta del potere raggiunge livelli di autocoscienza impensabili  per gli altri personaggi ( “Ci diciamo nichilisti, ma in fondo crediamo vilmente al lieto fine.”, p.77). Anche il dottore, falso filantropo compromesso con il potere dei colonnelli, ha la sua quota di verità umana nell’illusione tardoadolescenziale che la sincerità del suo amore e la disponibilità al sacrificio delle proprie ambizioni possano riscattare la sua corruzione carrieristica presso una donna coinvolta in uno scontro totale con il potere. A sua volta, Elena la ribelle, la studentessa, colei che rappresenta la verità politica contro lo scandalo dei colonnelli, rivela un pragmatismo leninista nell’ingannare il dottore circa i veri motivi della sua venuta all’isola, sfruttandone i sentimenti d’amore e di colpa con spregiudicatezza. Perfino Epaminonda, personaggio ispirato a un omonimo ricoverato del lebbrosario, ma che forse deve qualcosa anche al suonatore di cetra protagonista assente di Ultime parole di Werner Herzog, cortometraggio dedicato all’ultimo abitante dell’isola evacuato a forza dalla polizia a Creta dove suona la cetra nei caffè  rifiutandosi di parlare, trova la forza del silenzio solo alla fine del dramma dopo aver promesso di cantare per i colonnelli, pur nella sua condizione esibita fin da principio di non ricattabilità per assenza di speranze (“ Amo le parole bisillabiche, non posso farci nulla./Vedo/vero/ meno/ spero”, p.23). E proprio il silenzio conquistato da Epaminonda alla fine del testo sembra rappresentare l’unico tentativo di fuoriuscita da questo asse di rapporto con il potere in una sorta di cupo anarchismo pessimistico, che più che un dato ideologico di Frungillo pare una risultanza di quel senso di impotenza storica che è lo spirito rabbioso che circola nella nostra epoca.

La qualità letteraria di Spinalonga fa sì che esso sia pienamente godibile anche alla semplice lettura, la quale viene impreziosita da quattro dense illustrazioni di Davide Racca che scandiscono l’articolazione del libro ( la prima di esse illustra il presente post). Si tratta di un testo che trattiene in sé qualcosa della tragedia classica, peraltro le tre unità aristoteliche vi sono rigorosamente rispettate, in alcuni dialoghi stentorei che hanno il sapore di lettere capitali scolpite nella pietra.

Spinalonga, benché non sia una drammaturgia di tipo storico in senso stretto, interroga il presente a partire dalla storia con una felice autonomia dalla rigida ricostruzione documentaria e, talvolta, antiquaria che caratterizza i testi letterari di genere storico del nostro tempo e in ciò, a mio avviso, consiste il motivo del suo maggiore interesse. Frungillo evoca con libertà una situazione storica ben precisa, quella di un fascismo classico come fu la dittatura dei colonnelli, e la mette in rapporto con il presente non in ragione di un’analogia di struttura, ma seguendo piuttosto dei fili che collegano il presente e lo anticipano allegoricamente. La corruzione del potere è infatti efficace solo in ragione della sua pervasività nelle vite, che è precisamente il filo rosso o meglio nero che lega il nostro presente alle forme novecentesche del totalitarismo. Il rapporto con la storia viene quindi costruito a partire da un’attualizzazione che richiama alla nostra condizione di esistenza odierna la continuità con i dilemmi morali che caratterizzarono altre epoche. Un rapporto siffatto con la storia è un rapporto politico, che individua come via d’uscita dal caleidoscopico citazionismo postmoderno non una generica riproduzione letterale del passato, ma la rivendicazione di quei nodi di esso che parlano al nostro presente.  E, tra i meriti della drammaturgia di Frungillo, questo non mi sembra certo l’ultimo.

 

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3 Responses to Spinalonga o della lebbre del potere

  1. Biagio Cepollaro il 21 marzo 2017 alle 12:53

    “La corruzione del potere è infatti efficace solo in ragione della sua pervasività nelle vite, che è precisamente il filo rosso o meglio nero che lega il nostro presente alle forme novecentesche del totalitarismo.” Così l’intelligenza critica di Giorgio. Ho salutato anch’io con gioia questa lavoro di Frungillo che pare abbia un talento non solo speciale ma alto per questo tipo di scrittura. Non conosco molti esempi nell’italia di oggi. La corruzione oggi è più che mai biopolitica, tecnologicamente indotta, per così dire…Ogni moralismo è fuori luogo. La retorica della complessità è diventata complice proprio della corruzione. Spero che vi sia la possibilità di vedere a teatro Spinalonga.

    • Vincenzo Frungillo il 21 marzo 2017 alle 13:05

      Caro Biagio, grazie. Le tue parole mi riempiono di gioia. Spero davvero che questo lavoro possa essere messo in scena. Vediamo.

    • Vincenzo Frungillo il 21 marzo 2017 alle 14:28

      Caro Biagio, le tue parole mi riempiono di gioia. Grazie a Giorgio per questa profonda lettura. Per la messa in scena vediamo.



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