Malerba

22 marzo 2017
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9788804669340_0_0_1642_80di Massimiliano Manganelli

Quando le sue opere giungono a essere raccolte in un Meridiano, in genere vuol dire che quel determinato autore è più o meno definitivamente canonizzato. Non assunto in un ideale paradiso della letteratura, sia chiaro, bensì molto più semplicemente (e nel rispetto dell’etimologia) acquisito in un canone: diventa, in sostanza, un classico, o qualcosa di analogo. Perché Luigi Malerba diventasse un classico non era ovviamente necessario un Meridiano, che, pur meritevole, resta sempre e comunque una antologia; Malerba un classico lo era già. Anzi, sarebbe ora di dargli la giusta collocazione nel nostro Novecento, giacché almeno due dei suoi romanzi – Il serpente e Salto mortale – costituiscono delle tappe fondamentali nella storia del romanzo italiano del secolo scorso.


Nondimeno questo Meridiano, ottimamente curato da Giovanni Ronchini e munito di un corposo saggio introduttivo di Walter Pedullà, che a Malerba ha consacrato una “lunga fedeltà”, arriva davvero a proposito, perché, appunto, da un lato “sistema” Malerba nel quadro della nostra prosa più recente, ricapitolandone a grandi linee l’operato, e dall’altro – questo è almeno l’auspicio – lo rilancia verso il futuro. Rileggendo Malerba grazie a questo volume, infatti, si comprende meglio la vitalità della sua scrittura anche tra gli scrittori più giovani, per lo più appartenenti a quell’area emiliana dalla quale proveniva lui stesso, che scherzosamente si potrebbero definire, a vario titolo e in varia misura, i suoi “nipotini”. Tre nomi su tutti: Nori, Cornia e Cavazzoni, al quale si deve la quanto mai meritoria ripubblicazione parallela di alcune opere malerbiane in una delle migliori collane editoriali presenti oggi in Italia, la Compagnia Extra di Quodlibet.
Il limite principale, che non si può certo addebitare al curatore ma è invece connaturato a una operazione del genere, sta nel fatto che in un Meridiano Malerba davvero non ci sta. E non ci sta non tanto per la produzione davvero copiosa, bensì soprattutto in virtù della molteplicità di forme che ha assunto la sua scrittura. «C’è più di un Malerba in Malerba», scrive giustamente Pedullà.
C’è il Malerba che alla letteratura giunge dal cinema (secondo un percorso inverso rispetto a quanto accade spesso), provvisto di una dimensione autoriale tutt’altro che esile. C’è il Malerba scrittore per l’infanzia, almeno nella destinazione editoriale; e in quella produzione si trovano cose straordinarie che vanno dal delizioso Le galline pensierose (riedito appunto da Quodlibet) al Medioevo sporco e basso di Storie dell’anno Mille, opere che sarebbe davvero un peccato lasciare esclusivamente a un pubblico di giovani lettori. E quello stesso Medioevo, poi, esplode letteralmente nel Pataffio, il libro nel quale si scorge maggiormente quanto il Brancaleone di Monicelli fosse in debito, per ammissione del regista toscano, nei confronti di Malerba stesso (quello cinematografico di Donne e soldati, però). Gli stessi anni Settanta in cui esce Il pataffio, tra l’altro, sono quelli del revival di Pinocchio e della sua figura irriducibile, reinventata in chiave postproppiana da Malerba nel fulminante Pinocchio con gli stivali, che costituisce una sorta di contraltare comico e graffiante al tragico e altrettanto memorabile libro parallelo di Manganelli.
E ancora, c’è il Malerba sistematico annotatore di sogni che, quando la letteratura, italiana e non solo, comincia ad abbandonare – per lo meno in apparenza – il territorio onirico pressoché costantemente perlustrato dalle avanguardie, surrealismo in primo luogo, mette in piedi un intero libro fatto della sostanza dei (propri) sogni, quel Diario di un sognatore che rappresenta uno snodo della sua scrittura, forse mai davvero riconosciuto nella sua crucialità. Vi si rinvengono molti frutti del suo lavoro precedente, ma soprattutto i semi di cose che verranno più avanti, in particolare del vero grande romanzo politico di Malerba, Il pianeta azzurro, sicuramente l’assenza più evidente e dolorosa di questa pur lodevole antologia.
È invece molto ben rappresentato l’autore di racconti, genere frequentato con insistenza da Malerba: si può dire anzi che il racconto rappresenta il nucleo originario della sua scrittura (il libro d’esordio è La scoperta dell’alfabeto), che in Testa d’argento, per fortuna incluso nel Meridiano, trova la sua espressione più compiuta. C’è poi il Malerba che si divertiva a giocare con la storia, ad attualizzarla, a renderla in qualche modo viva (Il fuoco greco, Le maschere) o che, proiettandosi in avanti, in un futuro assai prossimo, negli anni Novanta scrive, con Le pietre volanti, una sorta di vie d’artiste alquanto inedita nella sua produzione. Perché Malerba spiazzava spesso i propri lettori, anche i più assidui, non solo scombinando i “fatti” con la letteratura, ma soprattutto facendo di ogni nuovo libro un esperimento. Che questi esperimenti siano riusciti o no, c’è una cosa che davvero non si può imputare allo scrittore, cioè di essersi ripetuto, di essersi adagiato in una routine fatta di modelli consolidati. Esistono, certamente, dei motivi ricorrenti (Pedullà parla di «continuità sotterranea fra gli opposti») ed è palese la compattezza della trilogia composta dai primi tre romanzi, tuttavia la scrittura di Malerba gioca tutte le sue carte soprattutto nella dialettica incessante tra continuità e discontinuità. Ed è proprio per questo che bisogna leggerlo oggi.

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One Response to Malerba

  1. Michele Nigro il 22 marzo 2017 alle 10:04

    Un Malerba poliedrico, curioso sperimentatore: il “problema” di essere o meno un classico passa giustamente in secondo piano; l’incontenibilità di Malerba è premessa di un odierno “uomo culturale multitasking”… Da leggere, sì.

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