La truffa come una delle belle arti

9 maggio 2017
Pubblicato da

truffadi Edoardo Zambelli

Gianluca Barbera, La truffa come una delle belle arti, Compagnia editoriale Aliberti, 2016, 217 pagine

L’intero corso della storia non è che un susseguirsi di scambi di posto. Dal loggione alla platea, dalle gallerie al palco reale. Tutto si riduce a una questione di sedie. La sua cifra stilistica vira sulla commedia piuttosto che sulla tragedia, non crede?

In una stanza d’ospedale a Rio de Janeiro, Carl Lopiccolo racconta la propria storia. Ad ascoltarlo e registrare quello che ha da dire c’è il signor Ricci, incaricato di scrivere un libro su di lui. Ma – ed è lo stesso a Carl a precisarlo – la sua storia non può essere raccontata senza raccontare quella della sua famiglia. Lui, infatti, è solo l’ultimo (forse) di una stirpe di truffatori che si è mossa all’ombra della Storia dalla metà dell’ottocento fino ai nostri giorni.

E così il libro si apre nel 1842, con la storia di Pepè Lopiccolo, bisnonno di Carl, e con il racconto della sua impresa più ambiziosa, quella che prima tra tutte gli ha dato notorietà nazionale e internazionale: la sirena delle Galapagos. Pepè, che fino a quel momento ha gestito un baraccone di freaks, ha deciso di fare il grande salto: unendo il busto di uno scimpanzé alla parte inferiore di un tonno, ha costruito la sua nuova attrazione. Il successo arriva subito, forse ne arriva anche troppo, visto che il re Ferdinando in persona decide di organizzare un viaggio fino in Sicilia per vedere la famosa sirena. La prima parte del libro prosegue con il racconto delle imprese di Pepè – alla sirena ne seguiranno altre – che dalla Sicilia arriverà a stabilirsi nel Galles dove nascerà suo figlio, Jonathan, nonno di Carl.

Il raccontare di Barbera, soprattutto nella parte dedicata a Pepè, ha qualcosa che ricorda quello del Gabriel Garcia Marquez di Cent’anni di solitudine. La storia in fin dei conti per nulla straordinaria di un piccolo truffatore (mi riferisco a Pepè) si trasforma pian piano in leggenda. Tutto è ammantato di un alone quasi fiabesco: si parla di sirene (vere o presunte che siano), di donne cannone, di uomini-rana, di giganti di pietra ritrovati, di un re burbero e imprevedibile, di viaggi, di scienza (ah, di passaggio si racconta anche di come Pepè abbia avuto un ruolo piuttosto determinante nella formazione di un certo Antoni Gaudì e, più avanti nella storia, si avrà il piacere di leggere una lettera di Maria Maddalena che parla di Gesù).

E in tutta questa sarabanda di storie e personaggi l’autore si muove sicuro, divertendo e (almeno, apparentemente) divertendosi, innestando nella narrazione inserti dialettali a metà strada tra napoletano, romano e siciliano; creando l’illusione di un racconto “in presa diretta”, come se il lettore si trovasse anche lui a Rio de Janeiro, seduto accanto al signor Ricci, ad ascoltare la storia di Carl e dei suoi antenati.

Una cosa è certa” non esita a scrivere sul diario. “Il vero ha dei limiti naturali, il falso è senza confini”. Inutile dire a chi andasse la sua predilezione.

Non serve qui continuare a descrivere le avventure/disavventure dei Lopiccolo. Basti dire che a Pepè seguiranno Jonathan prima e Carl poi, come a proseguire la tradizione di famiglia. Una tradizione che troverà la sua formulazione teorica, diciamo così, nel capitolo intitolato Il problema del male.

Ciò che invece mi interessa mettere in luce è il carattere divagante del racconto. Il continuo perdersi e ritrovarsi è, infatti, una delle sue caratteristiche più evidenti. In questo senso è sorprendente vedere quante cose Barbera è riuscito a infilare in un libro poi non tanto lungo. Si va da eventi storici grandi e piccoli, a brevi incursioni nei saperi più disparati (bellissima la parte sulla storia del volo), a divagazioni filosofiche sulla natura del concetto di truffa. Addirittura, l’autore si prende la libertà di fare del viaggio del re Ferdinando (cui ho accennato all’inizio) un intero capitolo a parte, quasi una storia nella storia.

Mi sembra un piano perfetto” ammise Philip. “C’è però un piccolo problema…”

Quale?”

Tu consideri il tuo prossimo alla stregua di un babbeo integrale”.

Non lo è, forse?”

Già, che si poteva rispondere a cotanta sicumera?

Ho parlato di comicità, di divertimento, dando così l’impressione di parlare di un qualcosa di leggero. Ci tengo però a precisare che la bellezza del libro non si esaurisce solo nella sua altissima godibilità. Occultata sotto una narrazione di apparente leggerezza, appunto, c’è tutta una riflessione che riguarda la finzione e il suo rapporto con il nostro tempo.

Il tono del racconto andrà progressivamente perdendo la comicità iniziale per lasciare il passo a una sfumatura decisamente più amara. La storia dei Lopiccolo, intrecciandosi con la Storia, arriverà fino ai nostri giorni (i giorni drammatici della crisi finanziaria che ha messo in ginocchio mezzo mondo), e Carl si ritroverà a guardare il suo (nostro) tempo con amarezza e nostalgia. Sì, perché è vero che ormai la truffa è ovunque, ma è anche vero che è diventata solo un mezzo volgare per far soldi, per ottenere potere: insomma, non ha più arte.

Lei lo chiama male lo corresse Carl, ma per me ha un altro nome. Per quanto mi riguarda, il problema del male si riduce a questo: da una parte c’è chi vive e dall’altra chi sopravvive. Si è onesti per necessità. Se invochiamo la giustizia è solo per invidia, per spirito di vendetta. Si vuole ridurre tutto a un gioco tra guardie e ladri, quando in ballo c’è molto di più. La vera guerra è tra liberi e schiavi.

La truffa come una delle belle arti è un libro ricco, spassoso, colto. Non è un libro d’avventura, ma potrebbe esserlo. Non è una saga familiare, ma ci assomiglia. A mio avviso, semplicemente, è un gran bel romanzo.

Tag: , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *




indiani