Tredicesimo quaderno italiano

13 maggio 2017
Pubblicato da

Agostino Cornali

 

È il respiro del drago Tarantasio                                                                                                 Chieve

che fa tremare le persiane

nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago

i nostri antenati longobardi

si alzano in piedi, tremanti sulle prue,

le spade e gli scramasax in mano

 

guardano la testa crestata del mostro

che emerge lentamente dalle acque,

i suoi occhi accesi nella nebbia

le fauci spalancate

 

e allora divampa

il fuoco sulle torri

dei castelli di pianura

e il pianto dei bambini risuona sulle coste

da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

 

Di quel lago maledetto

che dà il nome alla tua via

è rimasta una piccola pozza

che non riesce ad asciugare

in un campo di frumento.

 

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

*

 

 

Ogni venerdì pomeriggio di vent’anni fa                                                                              Mozzanica

mio padre guidava sul fondo del lago,

attraversava questi luoghi prosciugati

 

in ogni paese scendeva dall’auto

ed entrava nei bar

nelle farmacie, negli uffici postali

fermava persino i passanti in bicicletta

 

chiedeva a tutti del mostro,

voleva la certezza

che il drago fosse morto

 

un giorno incontrò quest’uomo

mezzo addormentato sotto il campanile

che adesso a ogni ora del giorno

con gli occhi semichiusi

osserva le auto che risalgono la strada

 

forse gli parlò anche di me

perché quando rallento per fare la curva

quest’uomo che mi aspetta da vent’anni

mi fissa, mi riconosce

 

un sussulto scuote

il suo torpore d’annegato.

* *

 

Claudia Crocco

 

ad A. e a M.

 

«Ma così uscirà solo il prossimo anno».

Non ci prenderanno. Lo sappiamo

mentre cerchiamo coraggio mentendo

sulle scale bianche della cattedrale –  gli occhi di lei

verso la fontana maggiore, la tua sigaretta

aspirata con l’ansia prima di un derby.

 

 

Ci guardiamo, e non serve

chiedercelo ancora: qui nessuno di noi

non abbiamo voglia noi di tornare

nei corridoi sporchi, i bagni senza lavandino,

gli altri candidati, i loro dossier in carta lucida.

L’attesa del colloquio ha molti segni

sui pori della pelle e nella saliva acida

sprecata davanti ai distributori del caffè

a parlare di luoghi e libri

che non ci riguardano, ma che ci misurano.

Eppure una tregua armata di tre anni

va difesa con graffi e morsi di righe

sul curriculum.

 

 

Cosa farai tu.

Aspetterò i nuovi bandi, il prossimo anno

cercherò di andar via, servono

un certificato di lingua e –

non ha ancora un piano lei, mi chiede

dove vivrò io.

«Dai miei non ci torno».

 

 

Non è l’assenza di un destino

non ci preoccupa realmente –

ma è non poter difendere

neanche i pochi attimi di ora, gli incontri

e le vite separate scanditi dai giorni

le offerte Ryanair.

 

«No, non è questo. È il nome di mio padre sul display

il ventisette di ogni mese. Si è fatto tardi»- schiacci la sigaretta

sul gradino plumbeo dove siamo sedute noi

quasi con violenza. A lungo evitiamo di guardarci.

 

 

 

III.

 

Sapevamo che non avremmo scelto, ma

ora non sappiamo muoverci, ci manca

un’idea di spazio –

galleggiamo in questa piazza lattea, le strade strette

su ogni lato, senza cartelli e senza

una geografia nota. Non ci sono mappe

né leggi sul quadrato – le caselle impazzite.

Non ci conosciamo mai. Ma resiste

qualcosa nella tua mano tra i miei capelli,

con lenti gesti sgombri le spalle – o nei suoi

piccoli sorsi alla bottiglia di the verde,

me ne lascia metà.

Siamo pedoni impazziti

e per un caso vicini per un attimo.

 

«Lo so. Voglio soltanto – volevo essere più brava».

«Non cambia niente».

 

Calpesto una formica, guardo le altre intorno salve

per oggi. Ci muoviamo anche noi,

cerchiamo a lungo un’edicola, poi torniamo indietro,

prendo un altro caffè, raggiungiamo le stanze del colloquio.

Poi il treno, che di nuovo

rende tutto più decente e, allontanandosi, ci allontana.

***

 

Antonio Lanza

 

Si diffonde più tardi la notizia

di due rumeni sorpresi a rubare

portati via in manette dai carabinieri

della compagnia di Paternò.

Si passano il racconto gli avventori

al bar, ne discutono a braccia strette

al petto, con gravità, le commesse

davanti ai negozi:

sembrano incresparsi

le acque, irrancidire gli umori, sembra

disperdere Etnapolis l’allegria

nello scolo – ma non insiste più di

tanto la memoria, dura i minuti

esatti di permanenza, e neanche

quelli: poi le pieghe si appianano,

nuovi apporti disperdono i vecchi,

e torna uniforme la tavoletta.

***

 

Franca Mancinelli

 

da Pasta madre (Nino Aragno, 2013)

 

un colpo di fucile

e torni a respirare. Muso a terra,

senza sangue sparso.

Cose guardate con la coda

di un occhio che frana

mentre l’altro è già sommerso, e tutto

si allontana. Gli alberi

si piegano su un fianco

perdono la voce in ogni foglia

che impara dagli uccelli

e per pochi istanti vola.

 

*

 

cucchiaio nel sonno, il corpo

raccoglie la notte. Si alzano sciami

sepolti nel petto, stendono

ali. Quanti animali migrano in noi

passandoci il cuore, sostando

nella piega dell’anca, tra i rami

delle costole, quanti

vorrebbero non essere noi,

non restare impigliati tra i nostri

contorni di umani.

 

*

 

padre e madre caduti

frutti che non potevano

marcirmi attaccati

mentre nudo imparavo

a reggere il cielo

come un uccello sul dorso, lasciando

campi e case affondare.

L’azzurro torna

a coprire la terra. Trattengo

nel becco il ricordo,

il seme che sono stati.

***

 

Daniele Orso

 

Sessant’anni e son sessant’anni di morte

Sulle spalle. Più morte che vita

Addosso. Pensieri impastati alle

Figure di morte portate con orgoglio.

 

Queste case e questa più di altre

Queste stanze che risuonano di morte

Queste pietre già calpestate in altre

Messe passate, vite, vie, acque spante.

 

Una frattura, dentro, dentro la casa

Limite alle ombre, linea che percorre

I vetri, i muri, il legno, le ossa, la carne

Si screpola lentamente e crolla la casa

 

Crollano i muri, le tegole, la gronda che corre

Attorno si decompone, così come ai morti

Si decompone sulle ossa la carne.

 

I ROMANZI

 

Rosso è il cuore e in basso

Sta a sinistra, scriveva Saba.

La letteratura è sempre di destra,

Chiosava Pier Paolo.

 

La verità è che i romanzi

Sono sempre così pietosamente

Ostili alla ragione:

Che succedeva a Dachau, Dachau-paese,

 

Mentre poco distante l’Essere

Scompariva nei forni del campo

E l’Agnese andava pedalando,

Come fosse niente, a morire?

***

 

Stefano Pini

 

Premono i pesi sul petto,

le ore sulla sera e noi a frugare

lavori che non esistono più,

un tempo del tempo per cui siamo

qui tra le cime e i fontanili. Ci sono

camicie e anelli e denti a ciascuna finestra

i ritorni di chi ha stretto un patto

con i corpi e le fabbriche.

Quello per cui restiamo

e rimane dopo di noi.

 ***

 

Jacopo Ramonda

 

Cut-up n. 9

Quando mi hai invitato a passare da te per prendere un caffè e parlare di quello che è successo, ho tirato un sospiro di sollievo, ma ora che siamo seduti al tavolo non riesco a raggiungerti, a scavalcare la tua indifferenza. È una barriera trasparente, velata da un sottile strato di condensa e intuizioni a cui non ho accesso. C’è una calamita che attira la tua attenzione. Per tutta la sera i miei alibi rimbalzano su di te, come se fossi fatta di gomma, e cadono a terra, formando un mucchietto sul pavimento.

Mentre mi accompagni alla porta, alzo lo sguardo: il soffitto è una nuvola nera, carica di pioggia e presagi. Dopo averti salutata con un abbraccio, mi volto e scendo la prima rampa di scale lentamente, sentendo la porta che si richiude alle mie spalle; poi mi siedo su un gradino e ti spio dalla mia immaginazione. Sei tornata in cucina, hai aperto l’anta sotto il lavandino per prendere una paletta. Con la scopa raccogli il mucchietto che si è formato sulle piastrelle e lo versi nella stufa. Poi fai un passo indietro e ti appoggi al tavolo, soffermandoti con lo sguardo su un punto imprecisato davanti a te, prima di spegnere la luce uscendo dalla stanza.

 

 

Una distanza relativamente breve (cut-up n. 134)

Nonostante la distanza che la separa da quel periodo sia ancora relativamente breve, i grandi cambiamenti affrontati da L. dilatano il tempo trascorso, dandole l’impressione che quegli eventi appartengano ad un passato remoto, totalmente superato. In quel periodo sentirsi sopraffatta era diventata un’abitudine; il silenzio era l’unica reazione di cui si sentiva capace. Sostanzialmente si stava esercitando a scomparire, in una sorta di prova generale della sua morte. La consapevolezza di indugiare troppo a lungo sulle occasioni sfumate serviva solo ad abbatterla di più, facendogliene sprecare di nuove, e rendendo l’impasse sempre più difficile da superare. Quando ci ripensa, L. si sente davvero grata di essere riuscita a chiudere quel capitolo. Il sollievo non è tuttavia sufficiente a renderla immune alla nostalgia, una nostalgia appena accennata, ma comunque percettibile, nei confronti di quelli che considera gli anni peggiori della sua vita. Di tanto in tanto le manca quel senso di mancanza, e ha il sospetto di essere diventata indifferente. A volte teme che il suo ritrovato benessere provenga da una perdita di sensibilità, come quando ci si addormenta su un braccio.

*

Testi tratti di Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni, Marcos Y Marcos, Milano, 2017.

 

 

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