Prove d’ascolto #1 – Daniele Bellomi

28 maggio 2017
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divided by zero

 

arresta, informale, la grafica delle scogliere,
seleziona execute: il senso ciclico a processo chiama
l’antiorario all’innocenza, dove s’interra
il lemma della mala, l’intemperia: per dove lavora
decade nel trasporto a breve termine, è merce, finisce.
toglie il segno di spunta su kill ( ): la funzione
lo rende obsoleto al pannello uno, nell’oracolo
della verosimiglianza. l’orazione virerà sul clima
a imporre i maestri, il sangue dietro al tavolo, i fiori
nel bicchiere. dal solito reperto in vitro si torna
a rifornire l’esistente, che invece preme, suggerisce
detenzioni, chiama la sua vittima, l’opera
caduta su se stessa, in relazione al trovato, all’estetica
dell’odio. dopo aver fatto, stila il referto, se è meno
e può diminuire ancora dentro ai crolli: espianta
l’organo del tempo perso e ricettivo, posato
nel corallo. nella busta rimane l’area
adeguata a fare una marea, a moltiplicarsi
senza sosta nel midollo. dopo qualche milione
di lesioni, sceglie la terza: accende una sigaretta,
e questo di sicuro è già una trama.

 

 

 

 

 

 

 

come al solito, nel solito versa e non ricorda, ne dimentica
la parte compensata dalla nascita alla culla, in stato debole
e conforme ormai al silenzio, in profitto alla vita, volta persa
e poi ennesima come una forma anonima, sicura, che associa
alla voce il diritto all’oblio. conclude, ottiene misericordia,
resta solo. conta il sentirsi buoni, chiedere il comando inserito
in brute force, oscillare il limbo fra intermediato e segnalante,
mandare al niente la causa morale, esaudire il gesto a vuoto
nel motore di ricerca. per quanto ne scarti, è responsabile
delle foto, pure rimate, quelle, quando rimane e nulla muta
dalla convenzione a compensare il genocidio incrementale
in correzione alla parola, il rifiuto in formato meno standard,
l’abbandono al dato. striscia, nella feritoia della casa ignifuga,
seleziona l’opzione “carta di credito” per mutui percorribili
da parte a parte, ogni vent’anni, distorto l’angolo di corda,
la curva percorsa come testata d’angolo, estesa e riaperta
a manifestare il morbo nello schianto, la biopsia del giorno
dentro la psicosi, la prima pietra, lo score impact. non sa
più come. della carità ne fa lo stesso analisi, risorsa umana.
così, girando su se stesso, steso, ne farà variante, migra
la sequenza, pollice verso, prognosi, preghiera, recrimina
in giù, nella spirale dell’isola, isola di nuovo il nuovo, prova
a darsi voce nei contorni, nel messaggio liberato per errore,
dall’ironia, dal vuoto conforme che lo attenua e poi riparte,
in dipartita estrema nel poligono in cui uccide per costante
protezione dal dolore, mentre sorteggia il dato conforme,
ancora vuoto. non ne è convinto, ma sul posto di comando,
con tutta quella morte, si troverà bene. gliel’hanno detto.

 

 

 

 

 

panic rosa

 

 

 

 

 

finito, detto al mondo: andato in pace, lontano,
prima che ne sovrascriva la memoria: esodo perché
“ricorrere al presente”. nel file .doc riportato astrae
il sistema operativo, partiziona, separa, riapre
il termine a un sistema detto meglio, andato
e liberato in parte pratica nel vuoto del ricorrere,
che lo inizializza e lo dispiega, estratta l’aria
dalla cavità uterina, il prime move ultraviolento,
la pratica del morbo più cosciente; che peggiori
e tenga il codice, lo stile .css, l’anima, il solido,
continuo bordo nero puntato al veleno, mossa
la vittima verso, che è lo stesso e niente lo precede
se è maggiore o uguale  in causa all’errore nel testo
che si deconcentra, dice una sintassi impropria,
medicata, scarto, o meglio scoria estranea, sicura
indietro tutta; qualcosa cambia prima della violenza
quando qualcosa è cambiato e ne è privo, prima
della violenza, anche se ne sa l’estetica, manca
e siede nella carica completa dentro l’odio, a schermo
spento per futura sorveglianza video dentro
ai luoghi in data di scadenza: le quattordici stazioni
del mattino, l’asserzione, il root descritto, la conta
dei millesimi, la parte andata via per quindici anni
e poi dai venticinque andata altrove, lasciando
il fuoricampo al mondo, l’accesso più remoto,
il moto rapido a recuperarne il lancio, il “quanto”,
lo sbaglio organico, la resistenza nulla, giunta
per semplice decorso delle parti, adesso compresa:
lo stadio terminale, la voce inoperabile alla nascita.

 

 

 

 

 

 

 

è lì che tiene il conto per davvero: da dominio, a regno,
a ramo, nell’insight diffuso, per tutto quanto accade e resta
irreparabile. prepara una discolpa, un grafico a cascata.
lí, nel cranio, e dopo, nei molari, a non procedere nell’oltre
dei circuiti: ricorda l’altra stanza, che era lunga, diffusa
e se ne andava altrove da una luce ora conforme, non lì
per dileguare nell’intorno di caduta. il modo è non sapere
niente, una forma familiare conseguita, pronta a muovere
da parte organica, formata a rovinarne fuori dalle viscere:
è quanto è stato, e altro, e quanto sa di essere crollato,
fatto per te, deposto accanto a tutti, da vedere, in sacrificio
per voi. potendo infine brillare, come superficie, o farsi,
e farsi largo in esplosioni di controllo, dall’alto, masticarne
la ferocia: tremano, dalle aperture del museo dove la lingua
trova contro palati, e ne dovrà spinare, gonfi come dighe
nel veleno che li trova irrigidirsi, schedati: documentario
di una terraferma approssimata in data morte, e che sia
esatta, e data, quotidiana: alcuni via nei morsi, altri ancora
a riposare sulla mano, e ancora è niente fuga, per niente:
è tutto quanto, nei secoli dei secoli, sarà lasciato dopo.

 

 

 

 

 

 

 

dissolve, non come principio, il punto elementare
nel segno che dà spazio, linea e negazione: indica la spunta
e manca il tutto, a differenza dell’umano, nel fine,
e poi “non sa più fare una richiesta”, che è molto di per sé,
“se vuoi”, si dice. “dove stavano all’oscuro”, dentro
il parallelo, prova e trova posto, inoltra e manca appena
riesce a superarlo, per non più vedere, ripete, “per non vedere,
più che altro” e poi riassembla, esercita gli altri nel molteplice
dal mezzo reso minimo, ridato a una coscienza lunga e vuota,
e quanto stalla, o serve infine a farne fuga. “chi si ricorda,
termina da vivo,” ed è caduto, concede e si fa grande, pena
nell’ipotesi di fine. la corrente adesso attiva sovraespone
e approssima il restante come dato, prende luogo nel processo,
va a recidere l’alberatura che dai nodi tiene il vertice, riporta
alla via centrale, simulando scopi, e lei, “tornata su se stessa”
in conversione estrema, al metodo di un nulla amico
e familiare: quando il dato in migrazione porta nello spettro
e si va a perdere, facendo meno suono a mano a mano
che ripete e decodifica la sua parlata come oggetto,
che non sa, ed è fuori dalla stregua: l’elemento di frase
concorda, finalmente, ed è così che è reso muto, si riduce
all’anteprima, esiste, ancora, si apre in sola lettura.

 

 

 

 

 

 

 

nel labiale, più della cura, o per averla, o come sa, è disattesa:
se ne afferra il vulnerabile ne ha, magari resta senza alcuna
frase mancante, nel fuoco. rallenta: gli costerà la norma senza
alcuna norma, lì, in quello che ne è stato il centro, il serbatoio,
là, per contraddirlo, fare deissi: traccia una linea, era e adesso
per terra infesta il pieno a rendere, abbandona, spera, ne porta
via la segnaletica, o qualcosa per te. dove l’oggetto non si vede
più, o non è mai stato, al peggio vola, lontano, e senza carica,
in correnti di lacune, sotteso, a cicli di trenta minuti congruenti
sull’unica distanza separata, senza più angoli per stare in piedi,
ad arginarli è una pressione lenta: decide di darsi, poi, o meglio,
durante l’ultimo gesto lo afferra e gli schiaccia la testa sul piano
ipotetico, almeno. a oltranza ne ha, di strati, per la sua ampiezza
ne moltiplica le strade, le induce a girare in un momento inerte.
e nel frattempo è, nel posto che era, o neanche lì. se continua
esiste a quantità primarie, basta che risponda al conto, o che
si aggreghi o che rifletta o che correli ciò che ne ha descritto,
pensato nella macchina. stasera torna dopo, nel senso, inizia
a portare a casa: vedere per sempre ciò che manca diventa
impossibile da leggere, un’altra volta. se è costretto prova
a intercalarne il fiato, dal retro, mentre viene fatto a pezzi.

 

 

 

 

 

 

 

sa, e ripara i pannelli di luce: la corona, il sangue. dalla linea bianca
del costato vuota il figlio, lo vomita a ritroso, diserta il segnale, l’input
concordato che può solo andarsene al macello e lo riceve altrove:
è che si è nascosto per connettersi. al cambio di marea ne espianta
i led: pensa al fatto che è di luce, il nessuno. una virgola soltanto
lo rimanda al benchmark andato una volta sola più in alto, integra
il cerchio all’ultimo aggettivo. il rapporto master/slave congela
l’interfaccia al suo ritorno umano, il blue screen of death una volta
tanto divenuto vero, tornato ad investire capitale, a fare casting,
nel lancio di incantesimi a ciclo continuato. uno si sacrifica, l’altro
finisce ugualmente per morire, lascia il prossimo come se stesse
dentro un carcere o nel centro dati, e non ne sa spiegare il come,
al prossimo suo come se stesso. dal retro dei monitor riesce a fare
una magia, a domare la terra, il codice, le stringhe: allaccia a caso
la sua idea di domazione, cioè non di dominare, ma di fare domus,
o casa, al meglio. la stagione non cambia, è tempo appena spaziato,
a ricordargli che la lettera di chi gli ha dato luce, e violenza, brucia
a fuoco alto, in camere di esempio e di cattura. il soggetto cessa
la sua marcia, vira nelle fiamme mano a mano, nel campo intuisce
la battaglia, si prende sul serio, corre e tira, segna, fa scala reale.

 

 

 

 

 

 

 

dappertutto andato a fondo, fuori, finito e per sempre,
esatto, e sì, nei molti metri che ha portato via da sé, reso
inaccessibile a chi sa e lo sceglie e non lo seleziona più:
se il limite esiste e lo organizza per trascendere, istruirsi
ugualmente a chi sconforta e a chi dispera, alle pareti
giunte sole al proprio doppio; accumulate, quelle, per
accessi casuali di memoria. lorem ipsum dolor sit amet,
quindi: se ne aggiunga lo stile o meno, prova un dolore
riempitivo, omesso, alloggiato al posto del vuoto. chiesta
casa, o come (e cosa) invece non più dire, sapere quanto
è assente alla sintassi e quanto invece giunga dalla pena
in ore d’aria chieste e residuali ai giorni: è perché crede
ancora che verrai a salvarlo. ne è agito, sempre, come
figlio e come padre, per riceverne la stessa luce. separa,
esatto, e simula una resistenza andata via nel mondo:
libera dal male, procede nel suo estremo, finisce per
allontanare tutti, sempre, dividere il possibile per zero.

 

 

 

 

 

problem blu

 

 

 

 

 

*

 

Il numero dell’impossibile.  Note su Divided by Zero di Daniele Bellomi

di Alessandro De Francesco

 

La poesia di Daniele Bellomi, per forme e temi, è una poesia imbevuta nel presente e nel futuro ma che possiede, a differenza di altre scritture della stessa generazione, una consapevolezza costruttiva classica. Questa frase, mi rendo conto, estremamente banale, non lo è piú se la si considera riattivata in profondità dalla scrittura di Bellomi. La versificazione in lunghezza di Divided by Zero, la cui forma ricorda certe poesie di John Ashbery o Ulf Stolterfoht, per non risalire addirittura a Carducci, è abitata da una metricità inconfondibilmente endecasillabica, italiana. Basti prendere a esempio il primo testo qui antologizzato: “il senso ciclico a processo chiama”; “il lemma della mala, l’intemperia”; “decade nel trasporto a breve termine”, e cosí via. Si noti inoltre l’eredità, cara a molti di noi, di Antonio Porta: nell’elegante crudeltà del linguaggio, certo, ma anche nella scansione ritmica, segnata, come nel primo Porta, dall’incalzare delle virgole.

Eppure la poesia di Bellomi è anche altra rispetto alla tradizione che pur ricorda in modo cosí consapevole. La semantica tecnologica è qui resa corpo e figura: incorporata nel testo fino al conclusivo, e rivelatore, “blue screen of death”. Di questo abbiamo tra l’altro discusso con Bellomi durante il laboratorio Prove di ascolto organizzato da Simona Menicocci e Fabio Teti perché proprio in quel periodo stava uscendo il mio libro americano Remote Vision, la cui copertina sarebbe stata disegnata sullo stesso punto di colore: risonanza tra generazioni vicine in un’epoca, direi, in cui il tecnologico non affascina piú come piano ontologico altro, e diventa invece spazio politico e forma di vita.

Ma c’è di piú: ciò che rende la poesia di Bellomi un gesto autonomo e profondamente contemporaneo non è solo il modo in cui essa si cimenta con i suoi contenuti, ma anche la rapidità con la quale, quasi paradossalmente, questa versificazione distesa ed estesa veicola immagini ed eventi eterogenei accorpati non già da una koinè metaforizzante, ma dalla velocità stessa, quasi una velocità digitale, con cui il poeta, consapevole della loro irriducibile eterogeneità, raggruma immagini ed eventi in un medesimo recipiente espressivo, con una forza centrifuga che fa ruotare tutti i colori verso il bianco, tutti gli eventi verso il nulla, verso lo zero indicato dal titolo e dalla morte digitale eppur irreversibile della schermata blu.

Come è suggerito ad esempio dalla fine del primo testo, tali accorpamenti sono anche frammenti, concentrazioni di una possibile espansione della poesia verso la narrazione, cosí come il verso, allungandosi, moltiplica la propria scansione ritmica tendendo alla prosa: “accende una sigaretta, / e questo di sicuro è già una trama”. Trama dei versi stessi, che tessono il telaio di una memoria digitale ma non per questo meno dolorosa, meno attraversata dalla perdita: “esaudire il gesto a vuoto / nel motore di ricerca. per quanto ne scarti, è responsabile / delle foto”. Lo zero di Bellomi non è solo lo spento contro l’acceso in base 2, non è solo l’attesa contro l’evento, il pre- e il post-. È soprattutto il paradosso di un’operazione impossibile tra tutto e nulla, accumulo e assenza, in una dialettica tra Assoluto e Niente di reminiscenza forse anche mallarméana. Per questo lo zero è qui operatore divisorio e non moltiplicatorio: l’operazione impossibile non rappresenta il nulla, ma il tutto del nulla, un tutto che lo zero contiene spegnendolo e ridefinendolo al contempo, come il bianco i colori.

Anche qui torna, in Bellomi, il gesto classico, per non dire lirico, con cui il suo linguaggio si arricchisce. Per favorire questi accorpamenti dell’eterogeneo, Bellomi privilegia elenchi, spesso di tre, quattro od anche cinque elementi, spesso caratterizzati da un’atmosfera zeugmatica, là dove lo zeugma è appunto un modo per raggrumare piani semantici inizialmente distanti all’interno di una stessa serie, ma anche per esprimere incertezza sulla priorità di un elemento sull’altro: “a manifestare il morbo nello schianto, la biopsia del giorno / dentro la psicosi, la prima pietra, lo score impact”; “che peggiori e tenga il codice, lo stile .css, l’anima, il solido”; “le quattordici stazioni / del mattino, l’asserzione, il root descritto, la conta / dei millesimi, la parte andata via per quindici anni”; ecc.

L’intreccio tra la semantica che si potrebbe definire “della vita-memoria” e quella del digitale e in particolare del web (“lo stile .css”; “il root”) aumenta questo effetto zeugmatico di accorpamento di piani, anche percettivi, in una continuità ontologica tra analogico e digitale che in un certo senso riflette nel microcosmo del dispositivo testuale il macrocosmo dell’intento poetico, dispiegato dall’ultimo testo: “lorem ipsum dolor sit amet”, l’inizio del testo standard usato in grafica per visualizzare la forma tipografica prima del contenuto, senza il contenuto, “alloggiato al posto del vuoto”, esprime il gesto riempitivo e palliativo dell’apparenza, talora ulteriormente abbellita dal foglio di stile (“se ne aggiunga lo stile o meno”), ovvero dal .css sopra citato. Lo zero digitale, ormai anche organico, anche reale, anche foriero di contenuto vuoto, è un operatore la cui pericolosità tanto politica quanto percettiva è condensata dall’ultimo lampo narrativo della serie: “dividere il possibile per zero”. Solo una cosa è piú violenta che annientare il possibile: renderlo impossibile.

Questo gesto di dispersione tecnologica del possibile, questa interfaccia del vuoto che “finisce per allontanare tutti” ed è assimilata da Bellomi anche alla panacea religiosa (“libera dal male”), ha però una controparte da non dimenticare: “lorem ipsum” è anche l’inizio di qualcosa, “è già una trama” che preesiste ad un altro riempimento (del) possibile. Lo zero come operatore divisorio sottrae il numero alla sua natura di numero, rende innanzitutto il calcolo impossibile, sostituisce quindi il continuo al discreto, manda in tilt il macchinario, e il “blue screen of death” non è perciò solo fine, ma anche inizio, forse, di qualcosa, di un piano di eventi in cui il vuoto è un vuoto aperto verso un possibile dell’impossibile. Si può dunque immaginare e in un certo senso auspicare che il seguito dell’operazione poetica e politica di Bellomi contribuirà ulteriormente a questa generazione di possibile dall’impossibile? Magari attraverso il seguito dell’esperienza, dell’Erlebnis vitale dell’autore che, lasciandosi permeare “da un’altra trama”, renderà al suo linguaggio un’organicità e una vulnerabilità che questi versi, coscientemente, ancora non potevano contenere, ma alle quali essi nondimeno già rinviano, dall’interno della fortezza versificatoria, nelle aperture di passaggi-perno.

 

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Prove d’ascolto è un progetto di Simona Menicocci e Fabio Teti

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