Bicicletta e scrittura, al di là dell’Appennino non c’è niente

30 maggio 2017
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appennino

di Giovanni Blandino

Ho fatto un viaggio in bicicletta, dall’Adriatico al Tirreno. Ero con due amici, un cuoco e un fotografo. Ho cercato di tirarne fuori un testo. Un prodotto vendibile per qualche rivista o un blog. Devo dire che non ce l’ho fatta. Ho solo alcune immagini impresse nella mente. Tipo questa.

A cena.
Secondo giorno di viaggio. Abbiamo già valicato l’Appennino. È sera, il grande tavolo a cui siamo seduti può ospitare una decina di persone ed è apparecchiato con molta cura. Noi tre ci posizioniamo al centro. Attorno, molti altri tavoli con la tovaglia bianca e vuoti. La sala è deserta, ma sembra pronta ad accogliere numerosi gruppi di ospiti. È come se dovessero spuntare da un momento all’altro, dalla porta, e riempire in un attimo la grande sala. Invece restiamo soli per l’intera durata della cena. La padrona di casa serve tagliatelle al ragù su un grande vassoio di metallo. A cucinarci è stata la mamma, o la suocera, che dopo il caffè ci mostra le foto della sua casa colpita dal terremoto. Siamo poco a nord di Nocera Umbra e il terremoto era quello del 1997. Sul camino di fronte sono appese numerose foto di gruppo. Ne scatteremo una anche noi, da lasciare a loro, e poi partiremo il mattino seguente. Andando via dalla cascina, con il primo sole, scopriremo che subito dietro l’edificio c’è un enorme stabilimento – un gigante grigio rispetto alla casa – ci dicono che era la Merloni e che prima lì ci lavoravano migliaia di persone.

Ho provato a scrivere queste immagini, così per come me le ricordavo. Poi ho provato a metterle una dietro l’altra in ordine cronologico. Ho provato a tenerne solo alcune e a scartarne delle altre. Ho accostato quelle che, insieme, potevano dare un senso compiuto al viaggio. Ho cambiato alcuni dettagli per farle incastrare meglio. Ho inventato. Mi sono venute in mente diverse cornici, dalle più banali alle più complesse. Insomma ci ho lavorato parecchio tempo e ho cercato di tirarne fuori un significato, ma non ci sono riuscito. Mi sono sentito frustrato e mi sono rimesso a pensare.

Preparativi.
Siamo nella mia cucina. Sul tavolo un laptop, uno stradario, una bottiglia di vino cotto, bicchierini e tazzine di caffè. È qui che decidiamo il nostro itinerario. C’era da capire dove valicare l’Appennino, quali strade sarebbero state meno trafficate, quali salite potevamo affrontare. Si arriverà al Tirreno a Marina di Montalto, dopo una lunga discesa iniziata dai Monti Volsini. Mi piacciono i preparativi di un viaggio in bicicletta: devi ridurre tutto all’essenziale e sulla strada scoprirai tutti i dettagli fondamentali che le mappe hanno ignorato.

Eppure c’è stato della bellezza in questo viaggio. Provo a ricominciare allora, ripercorro mentalmente la strada pensando alle cose da cui avevo tratto più piacere, le cose più sincere. Senza pensare più a una gabbia, a una narrazione in cui incasellare tutto. Ho pensato ai preparativi: cercare una strada non ancora del tutto segnata, discuterne insieme ai miei futuri compagni di viaggio e ad altri amici curiosi, nella cucina di casa mia, un inverno.

La verità è che tutto nato è senza una precisa motivazione. Siamo partiti da Fermo, la città dove siamo nati e dove ci ritroviamo a volte con chi vive ancora lì. Abbiamo scavalcato l’Appennino e siamo arrivati a Marina di Montalto, il primo punto utile sulla mappa dove toccare il Tirreno. Abbiamo proseguito verso nord raggiungendo l’Argentario e siamo rimasti lì mezza giornata. Volevamo semplicemente andare al di là dell’Appennino, in bicicletta. Alla fine di tutto ho pensato che se questo viaggio ha un qualche valore, è quello di essere stato un semplice gioco.

Sonorità I.
Barracuda, Marakaibo, Tucano, Praia do sol, Malù, Paradise Beach, il Sombrero. Sulla costa adriatica i nomi degli chalet corrono tra la strada e il mare ed evocano nella mia testa mondi esotici e un tempo passato.

Sonorità II.
Civitanova, la costa. Seguiamo il fiume, Montecosaro, Trodica, Piediripa. Tolentino, San Saverino, Castelraimondo, Fiuminata, Spindoli. Saliamo verso il passo. Cornello. Discesa veloce. Vittiano, Treggio, Foligno. L’Appennino è duro e desolato.

Un gioco. Ecco perché forse non riesco a scriverci un articolo. Un viaggio fatto per gioco, un po’ a caso, volendo rimanere il più possibile sinceri, fai fatica a inquadrarlo in una narrazione. Ma se non lo puoi raccontare, non lo puoi vendere. E se non lo vendi, non lo puoi consumare. Se lo storytelling è la gabbia per un prodotto, il gioco mi ha fatto sentire libero.

Impegnato costantemente a cercare un significato per ogni mia esperienza, sia che dovessi o non dovessi scriverne, non mi ero mai accorto del fascino che può esercitare il caso. Qui, ne ho capito anche l’importanza. Gran parte dei contenuti che leggo ogni giorno sono storie impacchettate che ti vendono una certa narrazione, creano delle aspettative di significato, forniscono dei parametri per valutare l’esperienza a seconda del soddisfacimento di quelle aspettative. Il caso rompe con questi schemi: rende liberi di viaggiare e osservare la vita nella sua semplicità, senza incasellarla in un’aspettativa o in un senso.

La macchia.
Nel centro storico di Foligno siamo rincorsi da un militare. Ci raggiunge. Lo riconosciamo, con sollievo. È un ragazzo di Fermo, ha vent’anni ed è vestito da alpino. È lì per il concorso ed è parecchio agitato. Gli facciamo notare che c’è una macchia sulla sua uniforme. Ci raggiunge un suo collega, ancora più giovane. Fa caldo e il sole ci batte addosso, ci mettiamo in posa e ci facciamo una foto.

Ho capito solo ora il motivo per cui quando qualcuno, conoscendo la mia passione per i viaggi, mi racconta che vuole fare il cammino di Santiago, io non riesco a mostrare un sincero entusiasmo. Stimerei invece chi avesse la forza di uscire dai pacchetti preconfezionati, dalle narrazioni, dalle solite storie. Lo storytelling, insomma, ci ha rotto il cazzo. Vorrei fare un gioco: prendere la bicicletta e partire esattamente dal portone di casa propria. La meta la si dovrebbe scegliere sulla base dell’inclinazione attuale o affidandosi totalmente al caso. Sarebbe davvero bello pedalare, guardare, faticare e godere del viaggio senza avere con sé il peso di doverne trovare un significato, di doverlo vendere a sé stessi e agli altri. Da tutto questo, forse, potrebbe nascere una scrittura sincera.

Istantanee.
La Valle del Chienti, scorre perpendicolare all’Adriatico e risale verso l’Appennino carica di edifici spigolosi, calzaturifici e capannoni. I furgoni ci superano veloci e noi malediciamo la loro fretta. In mezzo al traffico c’è la torre del Castello della Rancia e un’area di sosta con un cavallo finto.

Il lago di Bolsena vista dalla Torre del Pellegrino a Montefiascone mette tranquillità.
Le colline umbre sono diverse da quelle marchigiane: salgono su alte e ripide che sembrano montagne. I tornanti non sono contemplati, bisogna faticare.
La statale costeggia il Tevere, sul ciglio della strada ci sono a tratti sgabelli vuoti, a tratti pandini bianchi parcheggiati, a tratti puttane grassocce.
Un vecchio prende l’acqua alla fonte, ai suoi piedi ci sono due enormi sacchetti di plastica imbottiti di erbe trovate.
Il ristorante di Vissani ha un alto cancello nero davanti e un grande citofono, ma noi non suoniamo.
Sulle colonne del loggiato medievale di Tolentino ci sono gli adesivi della Lega e le foto di Salvini.

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La composizione fotografica è di Riccardo Franchellucci.

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5 Responses to Bicicletta e scrittura, al di là dell’Appennino non c’è niente

  1. vincenzo il 30 maggio 2017 alle 10:46

    A scuola fin dalla prima elementare si segue una programmazione:ci ammazzano da piccoli.

  2. Calzinhos il 30 maggio 2017 alle 16:01

    Per me sarete sempre i miei eroi!
    Alla partenza ero presente e l’emozione è stata unica!

    • Giovanni il 30 maggio 2017 alle 21:47

      La nostra ammiraglia spirituale.

  3. adriano il 30 maggio 2017 alle 19:07

    “ 4 settembre 1991 – « Lo studio non è forse un viaggio attraverso gli avanzi e le idee di un tempo? […] Poiché tutto si riduce quindi a viaggiare fra i morti o fra i vivi, una bicicletta può ben valere una biblioteca, specialmente quella di un giovanotto. » (Alfredo Oriani, La bicicletta, 1902) “.

    • Giovanni il 30 maggio 2017 alle 21:57

      Sì, una bicicletta può ben valere una biblioteca! E ho messo il libro nella mia lista di cose da trovare. Grazie!



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