Essendo il dentro un fuori infinito #12

Poi ha cominciato a tremare. Il suo corpo in miniatura, fatto di ossa grosse e carne fertile per proteggerla dagli spigoli si dimenava nel letto : tutto attorno, l’odore acre di naftalina e disinfettante percorreva la laguna della sua testa, si muoveva piano come ogni senso, l’opposto del viaggiare del corpo della piccola donna. Tremava il letto, le sbarre, portavano lenzuola nel corridoio – pensavamo ad un’impiccagione – portavano i segni dei legami deboli, dei crani lucidi e minuscoli. La piccola donna versava latte dalle labbra, lo raccoglievano in ciotole che potessero contenere tutto il liquido di cui era fatto il sole che aveva in corpo : un oggetto lucente e pieno, astro che si dimena per confondere il giorno e la notte. Era la notte dei baci nei bagni e delle scarpe appoggiate alle finestre, e non c’erano finestre ma gabbie. Il corpo della piccola donna, alta poco più di un metro, si dimenava vorace, aveva sete, ma la sete era conficcata nel costato, appena sotto la gola che si stava stringendo.

Io e gli altri fabbricavamo ipotesi : cappi, lampadari caduti, specchi spaccati dalle piccole dita gonfie, un taglio, una metamorfosi. Gli avvelenatori passavano e ripasssavano davanti alla porta della stanza con velocità doppia, un andirivieni di tracce umane per prendersi cura della donna come ci si prende cura degli animali: metterla in una gabbia, legarla, aspettare che passasse la crisi, aspettarsi la seconda, la terza, una via d’uscita.

20140503_152957

Le mandibole che crediamo di poter muovere sono ferme, non ammettono parole, non ammettono boccate d’aria : qui tutto è fumo e silenzio, il silenziatore degli organi, la fame. All’alba abbiamo visto la barella trasportarla nella camera oscura, scattare le foto per il mattino successivo e poi svilupparle nell’anticamera del cervello.

Quando cammino mi sento debole, ho i piedi piccoli, sono quasi un mollusco. Mi aggrappo alla roccia come una sirena senza coda, riduco le dimensioni : è necessario chinarsi per accendermi, muoversi lenti per abbracciarmi, abbassare le spalle, sono la nana del laboratorio che vive una vita senza vita. Qui tutto non è permesso, devo chiedere che mi allaccino i piedi alle braccia, devo disossarmi, prepararmi alla visita di chi non mi è caro, piangere perché tu te ne vai, consegnarti il bracciale portafortuna. Appenderesti questa fotografia per me? Sì. Il muro è secco, la colla non resiste.
Siamo noi la colla : non vedi bambina come siamo incollati a questo tremito?

Ancora, dalla stanza verde, vedevamo passare ossa di cani e piccole piante in fiore. Se era una morte doveva essere quella di una bambina – e invece non era morte, e invece non era bimba, e invece non era niente. Loro passavano e ripassavano le leggi che li avevano portati fino a lì. Formule chimiche, distanze di elettroni, apertura dei corpi, membra rotte, membra legate, legami tra neutrini. Noi aspettavamo nel cassetto : avevamo a disposizione lacci di scarpe, cordoncini e piccoli oggetti in miniatura. Ci sedevamo sui letti spiando l’irreparabile, immaginando le teste spaziare nel perimetro della consapevolezza. Noi eravamo noi, lei non c’era : in un altrove senza misura poteva finalmente dirsi salva.

Cos’è un corpo che si dimena se non un grido rivolto all’infinito?

20140506_174515

Non abbiamo piedi per calpestare il mare, bambina. La felicità è solo una porta da cui osservare la vita dei mondi, degli astri nascenti, della luna piena. L’infelice è una fessura, la portiamo tra le gambe per nasconderla : andrebbe riportata alle origini, sopra il mento, andrebbe mostrata come una bocca. Piena o vuota poco importa. Noi siamo gli infelici senza gambe, tu sei una bambina dalle braccia lunghe. Hai visto quanto mondo c’è nel mondo? Quanto da queste grate è possibile vedere? Il riflesso della luce ci appartiene : basta un balzo fuori dal vetro per poterlo raccogliere, mettere in tasca e incastrarlo tra le costole. Questa è la zona fertile, bambina : la possibilità di un lago, il lago in un riflesso.

Riflettendo sulle cose morte abbiamo dedotto che non fosse un rito funebre ma piuttosto un appello : lei c’era ancora, e noi eravamo gli stupidi combattenti che attendevamo il via per poter fuggire dalla stanza al luogo buio del corridoio. Fabbricavamo armi con i pochi oggetti che nascondevamo dietro i cassetti : aprire un cassetto e non trovarci niente, ma dietro, tra la fine e la muraglia, dietro c’erano spille, oggetti appuntini, cordoncini, lamette, profumi pronti a rompersi per magazzinare il vetro prodotto. Ci piaceva dichiararci custodi di un arsenale invisibile pronto all’uso. Non lo usavamo mai.
M. era stata portata nell’ultima stanza, colle braccia legate alla ferraglia del letto. Il corpo in piena si dimenava come un fiume, traboccava oggetti da ogni parte. E noi, pronti all’attacco, non ci attaccavamo a niente. Restavamo aggrappati alle nostre particine da teatro : fare uno sguardo buffo, mettere una maschera sulla testa, danzare un balletto per i nuovi arrivati. Lei era legata, noi annegavamo.

20140517_095856

 

Non partite senza di me. Il mio cuore è fragile ma pulsa come una stella remota, se mi dimeno è per raggiungere l’infinito, quello che non sapete, quello che non sappiamo. Mi è stato dato un corpo in miniatura, mi è stato chiesto di abitarlo : ma è possibile abitare un corpo estraneo attaccato e che rigetta? Guardate fuori : il possibile è questo noi che non abbiamo ancora avuto la capacità di pronunciare.

mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Scipio Sighele e la psicologia della suggestione (in attesa di pubblicazione), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016) prose e poesie per Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Alfabeta2, e il brano Passato Presente nel numero 18 di Ulisse. Finalista al Concorso Poesia di Strada XVI, ha scritto musica e testo del brano In-versione per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Nel 2015 ha partecipato con tre opere (visibili attualmente nell'archivio on line) al progetto e alla mostra Descrizione del mondo – installazione collettiva di immagini suoni scritture (Unione Culturale Franco Antonicelli, Torino). Per Aragno Editore, collana I domani, verrà pubblicato nell'inverno 2016 il libro Anatomie della luce. Suona ilpianoforte, la chitarra, dipinge e fotografa. Interessata in particolar modo a tematiche riguardanti le istituzioni totali, la psicoanalisi, musica e le arti in genereale. 

Tags:

  8 comments for “Essendo il dentro un fuori infinito #12

  1. Filippo Tuena
    2 giugno 2017 at 10:23

    Mariasole Ariot dovrebbe scrivere un atlante del corpo umano. Sarebbe una gran cosa.

    • mariasole ariot
      2 giugno 2017 at 12:05

      Giuro che lo sto facendo, Filippo. Un po’ crudo e crudele, ma lo sto facendo…

  2. 2 giugno 2017 at 11:28

    a chi si interroghi sul senso della letteratura – sempre che vi siano ancora persone poste di fronte a un tale semplice interrogativo- consiglierei di leggere un testo così, semplice. effeffe

  3. Marco
    3 giugno 2017 at 06:24

    Ottimo testo. Da limare nelle parti sentenziose

  4. 3 giugno 2017 at 10:32

    Marco, grazie di aver letto. In che senso “parti sentenziose”? Spiega meglio

  5. A.F.
    3 giugno 2017 at 10:58

    A me sembra bellissimo.. “Il mio cuore è fragile ma pulsa come una stella remota”: una frase (o un verso) che si staglia, direi quasi un “classico”.
    Non mi sembra ci siano parti “sentenziose”: se si riferisce alle frasi con il “noi” non è certo un “noi genere umano”, ma “noi che stiamo qui dentro”, un gruppo definito di persone.

  6. 4 giugno 2017 at 15:54

    C’è qualcosa di grande, nella scrittura di Mariasole, che eccede e invalida le classificazioni: poesia in prosa? Prosa poetica? Chi se ne frega. E’ come circonfusa da una luce bianca quasi mistica e da un nitore che sulle prime ti può ingannare, quando ti ci accosti; ma poi ti rendi conto che il suo movimento interno fondamentale è una specie sui generis di transustanziazione: le parole si fanno corpo, si tramutano in carne e sangue.
    (E infine, magia o miracolo, un attimo dopo sei lì, in quell’altrove, dietro quel vetro, dentro quel dentro, trascinato dall’altra parte dello specchio…)

  7. 6 giugno 2017 at 13:14

    Grazie a tutti per queste parole importanti, una a una.

    Non lo so neppure io se sia poesia in prosa o prosa poetica, Sergio: a diciassette anni dicevo “io scrivo una specie di pRoesia”, non sapendo che rispondere alla domanda “e cosa scrivi?”. Non so risponderci neppure oggi.

    Quello che so è che attraverso questa serie di “ritratti” di cui forse questo è/era l’ultimo, volevo mostrare la vita che infuoca e brucia anche in quei luoghi (interni ed esterni) in cui tutto segna lo zero, il mondo si fa muto e grida solo per uscire da se stesso. Dove tutto è bianco e si pensa sia morte, e invece c’è vita che pulsa, c’è fiamma, c’è corpo.
    Se ci sono riuscita non lo so: ma dedico questi testi a tutti i loro protagonisti. Reali più del reale.

Comments are closed.