Transessualità e letteratura

9 giugno 2017
Pubblicato da

giò-chiambrettidi Yasmin Incretolli

A differenza degli scritti autobiografici, la narrativa d’autore per opera di persone transessuali è praticamente irreperibile.

Apparentemente sembra che la legittimità editoriale della loro creatività debba sottostare alla richiesta d’intimità ed esibizionismo.

Il lettore prevede dalla narrazione alcuni paradigmi che costituiscono convenzionalmente un iter di cambio di sesso: intenso disagio, vulnerabilità, tormento interiore e indeterminatezza – con aneddoti su più punti culminanti della fenomenologia.

Sebbene la fissità nel tempo, intrinseca della testimonianza scritta, vanifichi il presupposto transitorio del suddetto percorso, essa rappresenta l’unica alternativa all’esclusione letteraria.

Così, senza tener conto delle plausibili risorse di una complessa dimensione identitaria, l’esperienza trans in letteratura viene evidentemente limitata, rendendo le persone trans scrittori e scrittrici “di un solo libro” e “di un solo genere”.

Colei che potrebbe essere capostipite d’una tradizione letteraria declinata trans è sicuramente Giò Stajano (1931-2011).

Primo omosessuale italiano dichiarato, ha effettuato la riconversione chirurgica del sesso a Casablanca nel 1982.

Tra le sue molteplici attività anche quella di prosatrice e poetessa.

Rilevante è la storia editoriale dei libri Roma Capovolta, Meglio l’uovo oggi e Roma Erotica, sequestrati dalle autorità poco dopo l’uscita nelle librerie: compromettendone la reperibilità.

E nonostante l’innegabile importanza, sia storica che letteraria, non sono mai stati soggetti a ristampa e tutt’ora risultano introvabili.

Nel 2007 esce per Manni Editori il testo Pubblici scandali e private virtù. Dalla Dolce Vita al convento, una lunga chiacchierata tra Giò e il giornalista Willy Vaira.

«Questa è la vera biografia di Giò, comprende tutto quello che aveva taciuto, si è raccontata senza pudore perché io ero suo amico»

La pubblicazione del testo ravviva l’interesse sulla figura di Giò. È il contrasto tra la sua storia personale e quella familiare che intriga sopra ogni cosa. Suo nonno, Achille Starace, è stato il braccio destro di Mussolini. Questo aspetto attribuisce a Giò l’oneroso titolo di “nipotino del fascismo”.

«È immediatamente finita in televisione. Bonolis, Magalli, Chiambretti. Questo la voleva addirittura fissa al suo programma. Doveva essere quello il momento di ripubblicare tutti i suoi lavori ma fisicamente non ce la faceva. Quando siamo stati ospiti da Bonolis aveva un catetere impiantato nella pancia. Nel tempo, l’intervento fatto a Casablanca le aveva causato l’occlusione dell’uretra. Ormai viveva di niente, in un bugigattolo a Sannicola che condivideva con due gatte.

Una volta mi disse che non riusciva più a depilarsi. Si tagliava, si faceva dei danni. Non vedeva più, era quasi cieca. Poi quella casa era piena di batteri e i tagli si infettavano»

Nella seconda metà degli anni ’80, un incendio nel suo chalet a Sabaudia distrusse quadri, lettere e le copie originali dei suoi romanzi.

«Non rimase niente… I libri scritti da lei di cui sono in possesso li ho recuperati quando era in vita cercando sulle bancarelle e acquistando su ebay.

Poi, fortunatamente, aveva delle fotocopie conservate a Sannicola che mi consegnò firmate e con dedica»

Willy Vaira, infatti, ha i diritti su tutta la produzione passata, presente ed eventualmente futura di Giò Stajano.

«È importante riscoprire le sue opere prima di tutto per la loro qualità letteraria. L’ironia e l’intelligenza che usa nei suoi scritti non la trovi da nessuna parte. Anche la profondità con la quale trattava temi difficili per l’epoca senza però risultare pesante.

Poi Giò è stata antesignana della cultura LGBT italiana e, a tutt’oggi, è l’unico scrittore italiano ad aver pubblicato anagraficamente maschio e anagraficamente donna»

Roma Capovolta fu ordinato nel 1959 dall’editore romano Giovambattista Quattrucci; nello stesso anno fu stampato anche Meglio l’uovo oggi e nel 1968, per l’edizioni ABC, Roma erotica concluse la trilogia che mette in luce la realtà omosessuale nell’Italia dell’epoca.

Nel 1961 il romanzo Le signore sirene utilizzava l’espediente della metafora per raccontare altre esperienze omosessuali. Tuttavia, esaminato con la sensibilità del presente, è più verosimilmente analogo a una verità transgender. Nel testo, infatti, le “sirene” sono “infelici creature femminili che nascono sterili, col dono di una voce melodiosa e il marchio di una capigliatura verde che deve essere occultata con tinte e parrucche per risultare del tutto simili, in apparenza, alle donne vere”.

«Chi ha avuto modo di leggere i lavori di Giò li trova molto attuali, di Roma Capovolta se ne è riparlato dopo la “scandalo Marrazzo”»

Una celebre foto di Stajano la ritrae alla serata del Premio Strega del 1984 con Alberto Moravia e sua moglie Carmen Llera.

Diventa amica di Moravia a Sabaudia, dove lo scrittore aveva una villetta che affacciava sul mare, per lui illustrò anche una novella pubblicata sull’edizione italiana di Playboy.

Sempre a Sabaudia consolida i rapporti con molti protagonisti dell’ambiente letterario come Milena Milani, Antonio Spinosa, Lino Matti, Ugo Moretti, Besana e Cattabiani.

«Viveva in contatto giorno e notte con queste persone, l’editoria era casa sua.

Allo Strega non mancava mai, era tra gli scrittori più fotografati perché lei, allora, era come un Platinette e una Luxuria di adesso !»

Fortunatamente sta poco a poco aumentando la consapevolezza che Giò Stajano è artefice della prima rivoluzione di genere avvenuta in Italia.

Da quest’anno, il Lovers Film Festiva istituirà un premio a lei dedicato e ad Agosto, Willy Vaira, sarà al Salento Pride per presentare il docufilm Giò Stajano. Siamo Tutti Figli di Dio di Luigi Caiffa.

 

 

 

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