Prove d’ascolto #9 – Alessandra Greco

29 giugno 2017
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_da studi inediti (2012/2016) fondati su ragionamenti inerenti l’udito, la vista e la liquidità_2016

 

 

 

I. (25 decibel è un sussurro)
II.(scrizione che il cervello sia uno spazio geografico e architetturale)
III. (giorno#X)

 

 

 

I.

 

 

 

(25 decibel è un sussurro)

 

le stelle cadono   dell’inchiostro  lo stilo meticoloso    cadono sulla pelle  come punti vuoti  la porta si chiude come una grande croce    le strutture hanno domini complementari    la stella neve    la neve manifesta    tutto in perfettissimo silenzio    quando è il segno che hai paura di morire    cosa dicevi?   vieni nel mio buio più profondo    le stelle cadono dentro uno spazio bianco    non  c’è  alcuna  sovrapposizione    cadono in scie   fanno un piccolo lago   di  lisci   ami     a lato  la testa  l’anello  l’universo    gocce acustiche tenute  in un’unica perla    parole discontinue   rescissioni    secondo    settimo   primo  terzo  taglio   affondi      però  tutti di ammirazione e di affezione    in direzioni  invertite e polari     abbacinanti   e seduttrici   che era buia la notte che tu mi chiedevi  se andava tutto bene   in onde   ai bordi dei foglietti temporali    preparando oltre l’insidia   quelle stelle morenti    e un netto concorso di luci    la chioma scintillante degli alberi  in aprile    o come si apre un fiore  secondo consonanze    l’albero genealogico occupa un foglio   e le spiegazioni gli altri due   senza guardare  fa osservare: le radici continuano a crescere   viste da un’altra angolazione     il naufragio della voce nell’aria    lo smisurato ingrandire dei suoni nei luoghi chiusi   il vetro poroso tempo dentro un cannone   la dimensione degli spazi in questi astri contenuti   quindicesima  notomia di un suono all’orecchio

 

 

II.

 

 

 

(scrizione che il cervello sia uno spazio geografico e architetturale)

 

lla piccola sfenoide incisura del rostro lacrimale the female nude drawing faces & expressions ove scorrere diluito ipermnesico medizin und plastik nervo che si fa cristallo sfera sul labbro superiore e al di sopra degli angoli boccali diradare et de la duplicité monstrueuse avec planches coloriées de anditu et olfactu borgo spinae praeparate cerea campo cutaneo di proiezione di tutti i centri remoti icones oculi humani il punto alla sera non viene all’esterno ma solo al mattino trascina rariora artifiziale e le sue pareti dilatano e si restringono matutinus occorre pensare alleanza in astri organorum fabrica autem catoptrum microcosmicum de lactibus sive lacteis venis microcosmi in laminis aereis et ecce foramen unum in pariet liquido ostendens l’impulso a correre dei venti pone davanti questa immagine lembi di fondo della ragione un circolo in un più grande circolo svanire in plain view parola in ordine suffuso in start ci sono lacrime nelle cose fin dove continua corr

 

in questo modo la sua rapidità diventa normale da uno spazio vuoto nel quale siamo svegli

 

 

 

III.

 

 

 

(giorno#X)

 

il livello strada risplende    le schegge dell’asfalto sono bagnate di pioggia   infatti fuma splendente vapori iris     come quando emette con le labbra     un respiro    e sospirando si intensificano   le sofisticate luci delle griglie di viaggio del segnale di velocità/modifica# il ritrovo#    la funzione della vita tendenzia/sintesi#    in atmosfera tutta contenuta   attraverso  dietro luna  all’interno parato     un lembo del lenzuolo avanza dal letto   una sorta di immagine fuori campo   un suono fuori campo    che passa dietro la testa  e verticali distende   albedo   inis   candor   oris       dove il linguaggio si muoveva da solo

 

 

*

 

 

Tra limite e totalità. Appunti sui testi Alessandro Greco

 

di Luigi Severi

 

 

Quindi l’ali sicure a l’aria porgo,
né temo intoppo di cristall’o vetro;
ma fendo i cieli, e a l’infinito m’ergo.

(G. Bruno)

 

Tanto più egli sarà dotto, quanto più si saprà ignorante.

(N. Cusano)

 

1. I testi di Alessandra Greco, offerti alle Prove d’ascolto 2015, sono excerpta da un lavoro sul mondo, nella sua accezione umana e più che umana. Espressione, questa, troppo spericolata, senza dubbio, per orecchie contemporanee, soprattutto di molti odierni poeti, troppo invischiati nell’antiretorica (in effetti ormai arciretorica) di poetiche del piccolo passo, involontariamente minimaliste (quando non minime): eppure, l’asciutta, e anzi scabra, vertigine universale che si ricava dalla lettura della Greco non ha nulla di retorico: viceversa, vibra asciuttamente di un coraggio conoscitivo tutto incardinato nella misura della scrittura, in una tecnica (di ascendenza modernista) scaturita da uno scatto di visione di cui i pochi testi regalatici in lettura danno un’idea parziale ma sicura.

La ragione di questa vertigine, di questo incanto freddo è nella capacità della Greco di partire dalla coscienza della provvisorietà euristica umana, sulla traiettoria Montaigne-Wittgenstein, per tentare, proprio dall’interno di queste sconnessure tutto sommato fruttuose, innesti sedimentari di una conoscenza pregressa e possibile, di tensione, imperfettamente bruniana, alla totalità. Proprio le continue fessurazioni che minano i testi della Greco, infatti, non solo teatralizzano le zone nere del linguaggio, ma anzi ne fanno scaturire, quasi fossero pause involontariamente associative, durevoli intenzioni di senso, radicate nella storia biologica dell’uomo, ovvero al di fuori del suo tempo linearmente ricostruibile (cioè della storia propriamente detta).

2. Per questo il primo testo della sequenza – a preludio dell’intera opera, nonché di questa scarna selezione – ha per titolo NT (nessun tempo). Si tratta in effetti di una vera e propria dichiarazione di poetica. Per la Greco, la dimensione in cui la scrittura si colloca è altra da coscienza, autocoscienza e storia: è nella zona comune a parola e oggetto, osservatore e osservato, quella zona cioè in cui essi «forse si incontrano e si dimenticano subito dopo», influenzandosi e confondendo i ruoli.

Non si tratta qui soltanto di un’idea di esperienza interiore come collisione e cooperazione esplosiva tra «non sapere» e «oggetto ignoto» (così Bataille, presente alla Greco); quanto di un’aspirazione a uno stato di conoscenza possibile, aperta a intermittenza (quasi per intervalla insaniae) su un mondo come interazione potente tra chi osserva e quel che è osservato, e anzi come intervento creativo del primo sul secondo: «oltre le porte vi sono possibilità che l’osservato si produca se l’osservatore lo compone».

Il punto di partenza, insomma, è un mondo modernamente svelato, giusta l’intuizione devastante di Heisenberg, tra principio di indeterminazione e idea di un travaso tra occhio dello scienziato e fenomeno descritto, spinta poi all’estrema conseguenza, sulla strada della cosiddetta “interpretazione di Copenaghen”, di un radicamento dell’oggettività nella non-oggettività di chi osserva, e viceversa. La scrittura, come disposizione pura all’ascolto, può scattare proprio su questo displuvio teorico e, più ancora, immaginativo. Da una parte, calcando in senso negativo la dipendenza dell’oggetto dall’occhio di chi osserva, la festosa relativizzazione di ogni conoscenza, secondo una linea che da Pirrone conduce a Berkeley e all’idea dell’infinità degli universi (tanti quanti i punti di vista) di un fisico come Hugh Everett III; dall’altra, l’idea (tipica anch’essa della fisica quantistica) della dipendenza, e persino dell’indivisibilità qualitativa, tra particella osservata e occhio osservante, tra organico e inorganico, tra infinitamente piccolo e infinitamente grande, secondo una linea che, stavolta, dal Timeo porta diritto alla «filosofia nova» nolana, cioè a quella corrispondenza reciproca di ogni parte dell’universo celebrata con toni febbricitanti (De la causa, principio et uno: «cossì ad una potenza attiva tanto di cose corporali quanto di cose incorporee […] corrisponde una potenza passiva tanto corporea quanto incorporea», ecc.).

Su questo piano si muove, come su uno sfondo azzerato eppure brulicante di tutto, la scrittura della Greco: l’interdipendenza tra ogni entità, vivente e non vivente, osservante e osservata, permette di scavalcare la misura carceraria del tempo, e di tentare una conoscenza altra, còlta per fili trasversali, umani solo in quanto extraumani.

3. Da qui il trittico di testi intitolato Nodi. Nella prima tavola (I: nodo Senneh), l’antica tecnica dell’annodatura del tappeto è atto concreto, ripetuto nel tempo («è un déjà vu») e intimo a infiniti luoghi familiari («simula inquadrature di situazioni familiari nodature»), ma anche allusione al testo stesso («dove per inerzia chiude il brano») e soprattutto alla struttura dell’occhio e all’azione del vedere («ruota nell’epitelio pigmentato della retina concava in direzione opposta al cristallino / […] exibisce al fondo del tapetum nigrum con colori»).

Questo sconfinamento dal tessuto manufatto, al testo verbale, al tessuto oculare, agisce sull’accostamento di frammenti eterogenei, da estratti dalla Treccani online, a un proverbio arabo sul valore del silenzio come rifugio del tempo, all’Inno al sole attribuito al faraone Akhenaton, alla complessità etimologica di “caleidoscopio”, sintesi di una percezione aperta e stupita («bello della figura guardare nella meraviglia all’interno   nel posto dove»). Osservazione, gesto, ars mechanica densa di narrazione, canto astronomico, e struttura biologica, composta nel tempo con muto e corale sforzo di generazioni: siamo immessi in luoghi con notevoli ampiezze di maree, come recita il titolo del secondo testo. In questo caso, ad annodarsi sulla pagina sono suggestioni e intuizioni e immagini legate a suono, luce, scorci astronomici, attraverso segmenti di voci tratte dal materiale (ancora una volta collettivo) di dizionari di primo Ottocento (il Peter Lichtenthal, per la musica; il Montferrier, per le Scienze matematiche pure ed applicate), la cui voce frammentata è posta in contatto con proverbi latini («la prima e la seconda giornata di lunazione non contano / la terza indica il tempo [atmosferico]») e con l’Ars poetica di Orazio («la voce una volta emessa non può tornare indietro»). Un territorio comune, questo, ad esseri e epoche, che ha per confini simbolici la percezione («in che sien fra loro concordi e somiglianti la luce e ’l suono», a apertura del testo) e lo scatenamento dell’immaginazione («nel passaggio che fa apparire tutte le fantasie», a chiusura del testo). Per questo nel terzo movimento (45° seguendo con gli occhi il percorso) il percorso è più decisamente umano: a partire dalle esplorazioni scientifico – immaginative («proiettando le immagini del prisma poi su uno specchio    questo sembra infinito»); attraverso l’immagine del tappeto, come regola di metamorfosi («annodature    slegature   intervalli di giro») o gioco di corrispondenze («il silenzio in cui compare il suono ricucito»); fino al risveglio del suono – parola, comprensione e creazione al tempo stesso («parola penetra nella trama – permuta i colori»). Rito di esplorazione della realtà, propria e altrui, attivato da sempre, anche di là dal significato comunicabile:

dire: (continua)

allora dissero (chi non le conosceva): è un lampo – e – appartiene al diavolo.

4. I tre testi della successiva sequenza, IC1101 – che è nome (come spiega la stessa autrice nelle note) di un’importante galassia, tanto vasta quanto debolmente luminosa per via della distanza – sembrerebbero essere animati da un percorso addirittura opposto rispetto ai Nodi: tanto questi vengono definiti da un piccolo intreccio umano, in cui si sovrappongono costanti più che umane; quanto quelli partono da indicibili enormità siderali, per associarvi minimi e ravvicinati movimenti di umanità. La sostanza di queste tre tavole testuali (pulvis et umbra, pulvis scintillans, pulvis et ipecacuanhae opii) non è, invece, troppo diversa: tanto più che la stessa galassia è quasi un vertiginoso intrico di materia (visibile o oscura) – «nodi quasi di stelle», come voleva Leopardi.

Così, alle voci di Orazio e Milton (se pulvis scintillans è tratto dalla storica traduzione latina di «A broad and ample road, whose dust is gold / And pavement stars»), si somma ancora una volta la voce comunitaria del dizionario, dalla Crusca del 1806 a Wikipedia. Viene dunque tracciata, ancora una volta, una vasta campitura, sempre però frammentaria, e non a caso all’insegna della traccia: dai dermatoglifi, a sabbie e sedimenti, a diari astronomici, a database («fra oltre 51 milioni di passeggeri archiviati / cerca qualcuno»). Tra scenari cosmici, disegnati con la freddezza del prelievo da testo scientifico, al lavorio delle maree, quel che rimane è l’immagine dell’impronta ovvero, a rovescio, l’impronta dell’immagine («l’impronta è l’alba dell’immagine»: così in epigrafe): tracce del visibile (del percettibile) si susseguono, si dissipano e si sommano, in un continuo scambio di segni e di resti che accomuna soggetto e oggetto («l’esistenza del modello partecipa dell’esistenza dell’oggetto come un’impronta»), entro un unico spazio vivente e metamorfico:

alcune impronte scompaiono da un’immagine all’altra   mentre ne compaiono di nuove   tra luce e luce

conchiglie – diatomee – ossa – fiori – gocce

Dal cuore stesso di una contraddizione viva, lo spazio tra osservatore e osservato, interazione e mutua creazione che forse è principio di esperienza e di immaginazione, forse del loro contrario («forse si incontrano e si dimenticano subito dopo    forse si produce un’immagine che / tuttavia non ricordano»), nasce una scrittura disposta a tracciare scorci di una «mappatura» (scrive l’autrice nella nota) potenzialmente assoluta.

5. La tensione conoscitiva che anima questo lavoro è, dunque, altissima. Per salti, nella scrittura possono accostarsi tracce di una rispondenza quasi ilozoista, di fisiologia totale, tra le parti del reale: dai legami segreti tra segni e luoghi in apparenza lontani tra loro («linee d’ombra ad arco e vortici tracciano la mappa delle polveri visibili a latitudini galattiche»); alle simmetrie tra la «geografia, lo spazio esterno» e la «geografia del corpo umano» (così ancora l’autrice). È un’idea, questa, continua nella nostra protomodernità, greca e medievale (il medioevo del Megacosmus et Microcosmus di Bernardo Silvestre), e nella nostra modernità, variamente telesiana o spinoziana. Ma quei «rapporti analogici» tra i diversi «aspetti della realtà», evocati alla base del suo lavoro dalla Greco, non hanno nulla a che fare con moderne (sebbene ugualmente utopiche, e persino politiche) Correspondances, quanto con certa preveggente poesia presocratica, quale il poema fisico di Empedocle: se non che la sapiente similitudine empedoclea è diventata, modernamente, scatto di accostamento tra materiali sedimentati quasi a caso, eppure in qualche modo pour cause, dentro un univoco, sebbene imperfetto, meccanismo di scrittura. L’esito impressiona per l’insegnamento che lascia: la tecnica della Greco sembra nascere dall’incontro di un Perì Physeos empedocleo travolto dal tempo, ed ereditato in frantumi; col lavoro su materiali esogeni e documentari di un Pound, ma senza la poundiana sintesi della melopea, troppo esplicitamente ricostruttiva per poter essere considerata affidabile.

In questo contrasto, tra impulso totale e distanza dal canto unificante, è la ragione stessa dell’opera. Da una parte, una fiducia nello scavo verticale della scrittura, alla ricerca di un senso forte, perché comune a molti uomini nel tempo, e perché di ampia visione; dall’altra, il limite necessario della provvisorietà, che frammenta il discorso sul nascere, lasciandolo allo stato di segnale, di traccia in avanti. Il che non sottrae, ma anzi aggiunge forza all’intenzione della scrittura: consapevolmente lontana da verità discorsive e da invenzioni melodiche, e invece costituita da prelievi, eco di altri, raramente riscritti, sempre accostati senza verifica, cioè in modo provvisorio ma aperto a una (a ogni) ricezione possibile. È apertura verso l’altro in ogni sua forma, secondo la via di un pensiero, antico e costante nella cultura umana, nutrito di slancio lato sensu scientifico – e capace di ricondurre all’umano, ma su basi nuove, di distacco fecondo:

deve poter mettere un riferimento    lasciare una giacca   un odore   una storia

allora potrebbe svegliarsi e sapere di aver fatto un sogno che lo riguarda molto da vicino

potrebbe parlarne

Reinventare la facoltà di seguire e di lasciare tracce, come in un sogno di conoscenza che allontani dall’ossessione necrofila della storia, vuol dire aprirsi («molto da vicino») all’alterità; seminare in modo liberatorio la propria piccola storia («lasciare una giacca un odore una storia»); per ricevere infine l’altrui, «che lo riguarda molto da vicino», come del resto ogni minima vicenda del mondo: così da tornare, finalmente, a «parlarne».

 

 

 

*

 

Prove d’ascolto è un progetto di Simona Menicocci e Fabio Teti 

 

 

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