L’Atlante delle emozioni umane

1 luglio 2017
Pubblicato da

Brighton beach _ John Constable

È uscito per UTET l’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith, tradotto da Violetta Bellocchio. Ne propongo qualche voce, ringraziando l’editore. [ot]

Ambiguofobia

Emozione inventata dallo scrittore americano David Foster Wallace per descrivere il disagio che si prova nel concedere spazio all’interpretazione altrui. Per esempio: «La sua ricetta ambiguofoba per il vitello allo yogurt consisteva in sette pagine e quattro disegni schematici».
Si veda anche alla voce: paranoia.

l’Appel du vide

State camminando sul sentiero accanto a una scogliera e di colpo siete invasi da un terribile bisogno: saltare giù. Un treno rapido sfreccia nella vostra direzione, e voi scoppiate dal desiderio di correre e lanciarvi sui binari. Si parla spesso della paura delle altezze, ma in verità le ansie che si possono provare di fronte a un precipizio non hanno tanto a che fare con una possibile caduta, quanto con lo spaventoso impulso a saltare giù… In una scena della Donna che visse due volte (1958), quello che immobilizza James Stewart mentre insegue l’aspirante suicida Kim Novak su per le scale traballanti del campanile non è un attacco di vertigini. Con un abile trucco cinematografico, Alfred Hitchcock spinge in primo piano il pozzo delle scale, e questo rende il punto di fuga molto seducente. La vera paura di James Stewart in quella scena è arrendersi e saltare.
I francesi hanno una parola per questo terrificante impulso: l’appel du vide, “il richiamo del vuoto”. Forse è un pessimo scherzo che ci fa la nostra mente, una specie di test il cui scopo è ricordarci quanto vicino a noi sia il pericolo. Ma soprattutto, come notava Jean-Paul Sartre, l’appel du vide ci trasmette la snervante agitazione del non essere in grado di fidarci dei nostri stessi istinti. E la paura che le nostre emozioni, con i loro perfidi impulsi irrazionali, possano essere capaci di portarci molto, molto fuori strada.
Si veda anche alle voci: ilinx; perversione; terrore.

nutrire delle Aspettative

«“Aspettate e vedrete” disse Nonna. Le luci si spensero, da sotto il sipario brillò una luce. Quel momento mi piacque allora e mi sarebbe poi sempre piaciuto più di tutti gli altri, quando le luci si spengono, il palcoscenico si accende e sai che sta per compiersi un prodigio. Non importa se poi quello che segue rovina tutto; l’aspettativa in sé è sempre pura.
 La speranza del viaggio supera la gioia dell’arrivo, come diceva sempre lo Zio Perry. Io, poi, ho sempre preferito i preliminari. Be’, non proprio sempre
Angela Carter, Figlie sagge

Aspettarsi qualcosa significa commettere un minuscolo furto di piacere. Consumare in maniera avventata una gioia di cui non si è ancora in possesso.
In Inghilterra, fino alla metà dell’Ottocento, un’aspettativa era una somma di denaro spesa prima di essere stata guadagnata: un anticipo sulla dote nuziale, o sulla paga della settimana successiva. Alcune emozioni portano con sé una traccia della loro origine legata al clima o al paesaggio. Il concetto di aspettativa, invece, è fortemente radicato nella storia dell’economia e del denaro.
Forse è questo lieve tocco di scandalo («Non chiedere né dare danaro a prestito!», ammoniva Polonio nell’Amleto) che fa sì che alcuni adulti pongano limiti rigidi alle aspettative dei loro figli. O forse lo fanno solo perché sanno fin troppo bene quali siano gli effetti della delusione. Un conto è attendere con interesse un evento. Ma assaporare nei dettagli più vividi quello che accadrà quando si alzerà il sipario, non è cosa adatta ai deboli di cuore. «In una deliziosa agonia di aspettative», scrive Angela Carter, le sorelle sapevano che presto il sipario si sarebbe aperto, «e allora, e allora… chissà di quali meravigliosi segreti ci avrebbe reso partecipi».
«Aspettate e vedrete.»

il desiderio di Scomparire

A New York c’è un uomo che aiuta gli altri a scomparire. Potrebbe creare per voi una nuova identità. Coprire le vostre tracce con un accurato depistaggio elettronico. E poi vi manderebbe per la vostra strada con un telefono prepagato e un biglietto ferroviario di sola andata – pagato in contanti, è chiaro.
È un’offerta piuttosto allettante. Chi, presto o tardi, non ha mai sentito quell’impulso di svanire nel nulla? Quando un ammasso di aspettative e delusioni si avvicina sempre di più a noi, quando la Claustrofobia dei debiti e dei doveri ci mozza il respiro, la prospettiva di scappare via è seducente. Nella piéce teatrale The Mercy Seat di Neil LaBute, il protagonista Ben si trova davanti alla «possibilità di… cancellare completamente il passato» l’11 settembre del 2001. Se ne stava rintanato in un appartamento con la sua amante quando entrambi avrebbero dovuto essere al lavoro in un ufficio alle Torri gemelle. Ora potrebbero cominciare una nuova vita insieme, ufficialmente morti e senza alcuna colpa.
Per molti di noi rimane una semplice fantasia, questa, troppo clamorosa per poter anche solo pensarci. Eppure, una volta ogni tanto, per sfida, ci provate lo stesso. Perdete la metropolitana apposta; rinviate il momento di mettere il telefono in carica. Vi rubate qualche minuto di solitudine pura, e in quei momenti avete la sensazione di essere liberi da tutto; e riuscite a intravedere che cosa sarebbe essere davvero padroni di voi stessi.
Si veda anche alle voci: solitudine; spaesamento; wanderlust.

un Sentimento formale

A volte le esperienze più dolorose ci lasciano stranamente freddi e un poco “meccanici”. La poetessa Emily Dickinson lo definiva “un sentimento formale”; il cuore sembra rigido e indifferente, le emozioni circospette e cerimoniose. «Questa è l’ora di piombo», scriveva Dickinson. Ma, ci rassicura lei, passerà anche questa. Prima c’è «il gelo», scriveva; «poi lo stupore – poi l’abbandono».
Si veda anche alle voci: Lutto; tristezza.

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