Arginare l’odio

11 luglio 2017
Pubblicato da

di Valeria Rosini

Dirò prima di tutto che il libro di Monica Romano “Trans, storie di ragazze XY” (Mursia, 2015, 13 €) è leggibilissimo, scritto con un linguaggio semplice ed immediato, adatto anche per gli adolescenti, per i quali sarebbe una lettura importantissima. Ma è un libro essenziale anche per adulti acculturati che vogliano calarsi nelle complicazioni e nelle particolarità dell’esperienza di vita di una persona Trans. Un libro quindi, davvero, per tutti.
È in gran parte una narrazione in prima persona della protagonista, che si chiama Ilenia, e che ci accompagna dalla sua infanzia all’età adulta.  Il personaggio – si intuisce – dev’essere la sintesi di tante storie che si somigliano, ma mi sembra che ci sia molto dell’autrice, almeno nella parte in cui racconta di riuscire a vincere le sfide più difficili, rifiutando di ritirarsi dal mondo, proseguendo la scuola nonostante tutto, fino a riuscire a laurearsi e ad affermarsi nel mondo del lavoro. E questa non è cosa da poco.  Perché se è vero che abbiamo alcuni luminosi esempi di persone che ce l’hanno fatta ad essere accettate nel mondo ‘diurno’, quello del lavoro, delle relazioni sociali, della politica, dell’intellettualità, è ancora vero che la maggioranza delle persone che vivono questa condizione, vivono da prigioniere nel ‘mondo della notte’. Infatti, un implacabile circolo vizioso le stritola ancora troppo spesso, senza che riescano a trovare scampo. La derisione e il rifiuto sociale impediscono di finire la scuola, di trovare un lavoro, di avere amici.  Oggetti di bullismo e di esclusione, vivono una solitudine assoluta. Le famiglie che le cacciano di casa per nascondere la vergogna, insieme all’impossibilità di trovare fonti di sostentamento, e l’essere viste da tutti come viziose adatte solo ad eccitare le fantasie su di una sessualità perversa (non propria, ma altrui), finiscono quasi inesorabilmente per sospingerle nel circuito della prostituzione e spesso della droga per poterlo sopportare. “Ma le cose cambiano” ci dice, a più riprese, Monica Romano. E avverte soprattutto i giovani:  per quanto  infernale sia il presente, il futuro sarà migliore. Non perdetevelo!
Le pagine introduttive mostrano l’aspetto peggiore: il modo in cui gran parte dei giornalisti dipinge al pubblico lo stereotipo delle persone transessuali. Siamo nel 2009 e la scena è quella di due amiche di fronte ai servizi dei telegiornali che inseguono Brenda, la donna transessuale del caso Marrazzo (trovata poi morta nella sua casa, soffocata dal fumo di un incendio doloso il cui colpevole non sarà mai trovato, forse mai cercato). La aspettano sotto casa, la rincorrono nei giorni dello ‘scandalo’, si permettono di darle del tu e la chiamano al maschile. La nominano “Brendona” e il suo cognome non esiste, palesando tutta la morbosità da cui loro – i giornalisti – vengono irretiti, trasmettendola al pubblico. I titoli dei giornali non sono da meno, nemmeno per quel convenzionale, e magari un po’ ipocrita, rispetto che circonda chiunque di fronte alla morte: «Il viado Brenda ucciso da esalazioni di fumo», o  «Brenda: morto carbonizzato il travestito coinvolto nel caso Marrazzo». L’angoscia delle due amiche viene alla fine stemperata da una risata con cui concordano di avere un primato imbattibile: quello di essere indiscutibilmente le prime nella classifica degli esclusi. Gli omosessuali hanno ancora molti detrattori, ma sono tutelati e protetti da molti, e oggi hanno perfino una legge che ne tutela le unioni. Gli immigrati sono oggetto di paura, di rifiuto e di infinite contestazioni, ma godono della solidarietà dei movimenti di sinistra,  dei sindacati e della Chiesa. Solo i transessuali sono ancora oggetto di un odio che sembra non trovare argine, la loro condizione percepita come oscura e del tutto incomprensibile.
Si passa quindi alla narrazione in prima persona di un ragazzino che parla di sé al femminile – Ilenia, appunto –  e che sembra proprio non riuscire nemmeno a focalizzare il problema: sembra non riuscire a capire il perché di tanta aggressività, odio, disprezzo e violenza che su di lei si abbatte quotidianamente.  Andare a scuola è un incubo! Uno sprazzo di luce le sembra di intravvedere quando un compagno immigrato e nero diviene oggetto di un atto di bullismo: la lezione infatti si ferma. Gli insegnanti avviano un’altra lezione, contro il bullismo e le discriminazioni, per la tolleranza delle diversità e per l’accoglienza. Allora la nostra protagonista scrive in un tema tutto quello che subisce ogni giorno, ma la reazione non è la stessa. L’insegnante la prende da parte e, con molto imbarazzo, le dice che se si comportasse un po’ più da maschio, tutto questo non le succederebbe. Ilenia se ne dispera, eppure ci prova.  Va dal barbiere, si fa rasare i capelli,  cerca abiti più simili a quelli dei compagni maschi, prova e riprova allo specchio posture, modi di camminare, atteggiamenti.  Eppure le cose vanno ancor peggio.  Prima di tutto perché si sente malissimo (cosa sta facendo?  Si maschera?  Si traveste? Cerca di essere quello che non è?  E cosa è?).  E poi perché le provocazioni dei compagni, invece che attenuarsi, si aggravano.
In questo racconto quello che colpisce di più è che, nonostante tutto questo, Ilenia conserva l’amore per lo studio.  E’ sempre molto brava a scuola, sempre tra le prime della classe.  Questa, che è la migliore delle reazioni possibili, non è la più frequente. Per Ilenia sarà un elemento fondamentale della sua salvezza, insieme a molte altre cose che le succederanno più avanti, come gli incontri con persone a lei simili, e alla vita associativa che via via andrà sviluppando. Ma per la maggior parte delle persone – lo sa bene chi, come me, ha lavorato come psicoterapeuta – condizioni ambientali così avverse, così mirate a distruggere la stima di sé, impediscono reazioni positive e stimolano quelle di natura depressiva: fanno ritirare in se stessi, impediscono di esprimere anche le capacità che si possiedono e ciò finisce per confermare la disistima in se stessi e nel mondo, bloccando il futuro.
Se un messaggio viene da questa parte del libro direi che è questo, rivolto soprattutto ai ragazzi e alle ragazze:  se tutto intorno a voi va male, non mollate quello che vi piace e che potete fare in proprio, come leggere e studiare, o coltivare qualsiasi vostra capacità che vi dia soddisfazione, anche se nessuno ve la riconosce.  Perché, quando vi chiedete angosciosamente chi siete, lì trovate la vostra risposta.  O, almeno, una prima possibile risposta.  La seconda è che “col tempo le cose cambiano”.  Sono già cambiate moltissimo.
La solitudine si è ridotta.  Le possibilità di incontro moltiplicate.  La rete consente scoperte, informazioni, incontri un tempo impensabili.  Le associazioni di autoaiuto e di sostegno alla socialità e alla ricerca di una dimensione esistenziale vivibile si sono incalcolabilmente moltiplicate.  L’attività politica volta all’affermazione dei diritti è oggi alla luce del sole.  Già oggi, nulla è come prima. Nel libro si trovano poi informazioni sui graduali cambiamenti legislativi per la riattribuzione di genere all’anagrafe e per il cambio del nome sui documenti, cambiamenti che ci sono già stati e quelli che ancora si attendono. Si trovano informazioni sui cambiamenti già avvenuti nelle definizioni di questa condizione da parte della psichiatria, assestata oggi sulla quasi benevola definizione “disturbo della identità di genere” o “disforia di genere“, e di quello ancora atteso della cancellazione definitiva dall’elenco delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (come già avvenuto per l’omosessualità, definita oggi come “normale variante della sessualità umana“). Ci sono cenni di storia dei movimenti LGBT nel mondo, e qui in Italia.
Ed infine, appena accennata, anche la questione filosoficamente più complessa e forse più interessante, su cui molto accesamente si discute, all’interno del movimento, e si discuterà ancora:  l’adeguamento del corpo con ormoni e chirurgia – percorso lungo e sofferto, e difficile da realizzare davvero – risponde ad un vero proprio bisogno o si tratta ancora di sudditanza ad una visione binaria del mondo che vuole tutto incasellato nel maschile o nel femminile, senza vie di mezzo?  O non sarebbe meglio  che l’ambiente attorno si abitui sempre più a vedere persone la cui appartenenza di genere non è definita o stabile? Questa forse è la domanda delle domande.

 

NdR: Valeria Rosini è psicanalista

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