Il racconto dell’ancella

20 luglio 2017
Pubblicato da

di Francesca Fiorletta

Recentemente ripubblicato dall’ottima casa editrice Ponte alle Grazie, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood è un libro straniante, enigmatico e suggestivo, che analizza la condizione della donna in ogni tempo e luogo, e sotto vari punti di vista: reale e immaginario, antico e futuribile, politicizzato e tuttavia estremamente intimista.
Il tutto, giunge al lettore attraverso la voce semplice, mai ammiccante, di una protagonista tanto soave quanto sofferente, strappata alla sua (che diremmo anche nostra, attuale) vita routinaria e “normale”, e improvvisamente costretta in un ruolo ancillare – che evidentemente non le può appartenere, come non potrebbe appartenere a nessun essere umano, mai – dal drastico mutare dei tempi; tempi che sono sì, in questo caso, frutto di un’ispirazione che potremmo anche, per brevitas, definire “orwelliana”, ma che, pericolosamente, sembrano tuttavia assomigliare sempre di più ai nostri giorni in divenire, al presente progressivo col quale sempre più spesso ci ritroviamo a fare i conti, e certamente incarnano – quantomeno – il concretizzarsi delle nostre paure più profonde.

Il rosso acceso della copertina rimanda al rosso sangue con cui le ancelle sono costrette a vestire, in chiarissima antitesi col bianco e l’azzurro, colori angelicati per antonomasia, che contraddistinguono infatti le caste superiori, i ranghi alti della società di questo orribile secolo del futuro. Ci ritroviamo perciò al cospetto di una donna alienata, derubata della propria femminilità, schiavizzata in più modi; una donna privata perfino delle libertà che oggi consideriamo fra le più elementari, come quella di uscire da sola, di sfogliare una rivista, di utilizzare una crema per le mani. Una donna, anzi – pardon! – un’Ancella, che per sopravvivere, o quantomeno per provare a sperare di sopravvivere in una, due tre case non sue, costretta a prender parte ad un ménage assolutamente non voluto, e a ricoprire uno status disgraziato certamente non meritato, tenta in ogni modo di appigliarsi all’unica cosa che forse davvero le può rimanere: la parola.
Una parola che però resta sempre in qualche modo mutilata, una parola segreta, divenuta ormai tanto pericolosa da risultarle a tratti quasi oscena, e sempre immensamente dolorosa. La parola del ricordo, degli affetti, la parola autentica che rappresenta quella che, almeno un tempo, è stata – diremmo – la sua vita vera. Una vita nella quale poteva ancora permettersi di chiamarsi col suo nome proprio, e non con un appellativo possessivo e patetico appiccicatole da una crudele autorità terza.
E infatti, un ulteriore aspetto interessante che mi piace sottolineare è che nell’universo descritto dalla Atwood, minuziosamente misurato attraverso un rischioso gioco di specchi, perennemente in bilico fra obblighi e privazioni, troviamo collocate su una linea retta ma perfettamente antitetica due attività particolari: scrivere, e fare figli. Laddove la scrittura risulta evidentemente proibita – tant’è che il racconto cui fa riferimento il titolo si snocciola tutto nella mente (e forse tutt’al più nella voce) della protagonista, con salti e alternanze temporali tipiche di un vero e proprio stream of consciousness – , la speranza della procreazione è invece percepita a tutti gli effetti come l’unico spiraglio che possa condurre le ancelle, le serve del sistema, le brutalizzate schiave macabre, a un’attesa, agognata, ma certamente parossistica forma di libertà. Di ritrovata indipendenza.
Di seguito, un estratto.

*

La notte è mia, il mio tempo, posso farne ciò che voglio, purché me ne stia zitta e ferma. Purché giaccia immobile. La differenza tra giacere e dover stare a letto. Dover stare a letto è un concetto passivo, anche gli uomini dicevano: mi piacerebbe dover restare a letto per un po’. Ma qualche volta dicevano: mi piacerebbe portarla a letto. Sono solo elucubrazioni. Non so davvero che cosa dicessero veramente gli Uomini. Avevo solo le loro parole per giudicare. Giaccio, quindi, nella stanza, sotto l’occhio di gesso del soffitto, dietro le tende bianche, tra le lenzuola, candide come le tende, e faccio un passo in là fuori dal mio tempo. Fuori dal tempo. Sebbene questo non sia tempo, né io sia fuori.

Ma la notte è il mio tempo libero. Dove andare?

[…]

Mi piacerebbe credere che sto raccontando una storia. Ho bisogno di crederci. Devo crederci. Coloro che possono crederlo hanno migliori possibilità.
Se è una storia che sto raccontando, posso scegliere il finale. Ci sarà un finale, alla storia, e poi seguirà la vita vera. Posso continuare da dove ho smesso.
Non è una storia che sto raccontando.
È anche una storia che ripeto nella mia testa.
Non la scrivo perché non ho nulla con cui scrivere e lo scrivere è comunque proibito. Ma se è una storia, anche solo nella mia testa, dovrò pur raccontarla a qualcuno. Non racconti una storia solo a te stesso. C’è sempre qualcun altro.
Anche quando non c’è nessuno.
Una storia è come una lettera. A voi. Comincerà così, semplicemente, senza nomi. Un nome crea collegamenti col mondo fattuale, che è più rischioso, più azzardato: chi sa quali sono, fuori, le possibilità di sopravvivenza? Le vostre?
Dirò a voi, a voi, come una vecchia canzone, voi significa più d’uno.
Voi può significare migliaia.
Non mi trovo in nessun pericolo immediato, dirò. Farò finta che voi mi possiate udire.
Ma non serve, perché so che non potete.

 

 

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