Bienvenue Italie: Igiaba Scego

5 agosto 2017
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Con questo primo intervento si apre il dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da Patrizia Molteni .  Igiaba Scego, somala, Ornela Vorpsi, albanese, Helena Janeczec, nata in Germania da una famiglia polacca, Jamila Mascat, italo-somala si interrogano sul tema dell’identità. A illustrare il tutto  il fotoracconto del fotografo Mario Ferrara. dedicato al tema dell’Arcipelago, paradigma da noi scelto per superare d’un balzo un concetto e una visione del mondo, quella isolazionista tanto in voga di questi tempi (effeffe)

 

This must be the place

di

Igiaba Scego

Dietro la Piramide Cestia c’è uno dei cuori pulsanti e più nascosti di Roma Capitale: Il Cimitero Acattolico. Lì sono sepolti Antonio Gramsci, i poeti inglesi John Keats e Percy Bysshe Shelley, il pittore russo Karl Brullov, l’indimenticabile poetessa Amelia Rosselli. Ed è lì che ogni tanto vado per salutare questi grandi della terra che tanto ci hanno dato e tanto hanno lasciato. Ho un personale culto degli antenati e guardando queste tombe, quei nomi incisi, quelle date che indicano un inizio e una ne terrena, dico a me stessa “Igiaba devi essere una brava cittadina” e poi in un sospiro aggiungo “e fare lo sforzo di diventare una buona antenata”. Questa frase non è mia. L’ha scritta Naomi Klein, l’ambientalista Naomi Klein. Ricordo che appena la lessi sulla rivista Internazionale ne rimasi fulminata, essere un buon antenato, ecco era proprio quello che volevo diventare. Anch’io come voi un giorno sarò in un’altra dimensione e comunque non più in questa. Cosa avrò lasciato di me su questa terra? Cosa di importante? Ecco perché camminavo tra quelle tombe, per ricordarmi che la nostra vita non è solo un appagamento momentaneo, ma un programma che comincia con noi e può avere ripercussioni nel futuro, per quando non ci saremo più.

Guardo i nomi incisi sulle tombe. C’è Johan David Ǻkerblad un diplomatico svedese, amante dell’oriente. Conosceva il greco. Il turco, l’arabo, naturalmente il latino. Aveva abbandonato la carriera diplomatica per dedicarsi alla filologia. Morì in solitudine, ma la sua tomba porta addosso il fulgente segno dell’amicizia, perché furono i suoi amici a fare una colletta e ad erigere la tomba 5 anni dopo la sua morte. Poi c’è il buon Juan Rodolfo Wilcock, l’autore de la Sinagoga degli iconoclasti, che aveva lasciato l’Argentina perchè si sentiva fuori asse nel suo paese immerso nel peronismo. Non solo decise di fare di Roma la sua casa, ma anche di fare dell’italiano la lingua della sua scrittura. Mi ricorda le scelte fatte da tanti miei amici migranti che invece di scrivere nella loro lingua madre, hanno dato forma all’io letterario che portavano dentro in italiano. Per ironia della sorte la richiesta di Wilcock per diventare italiano venne accolta solo dopo la sua dipartita. Quella cittadinanza che non fu sancita dal passaporto, fu invece donata spontaneamente dalla letteratura. Però la mia meta oggi è una tomba, piccola, quasi nascosta, che contiene in sé una meravigliosa storia di afrodiscendenza e riscatto.

La donna, l’antenata, che sono andata ad omaggiare si chiama (perchè un antenato è sempre coniugato al presente) Sarah Parker Remond. Molti non l’hanno mai sentita nominare. È un nome che non si trova nei libri di storia, che non abbiamo studiato a scuola. Ma è un nome importante. Un nome che dovremmo far incidere nei nostri cuori e a cui dovremmo dedicare piazze, vie, monumenti. Sarah era nata a Salem, in Massachusetts, da John Remond e Nancy Lenox nel 1815. Famiglia numerosa dove la politica circolava copiosamente nelle vene di ogni componente. I Remond avevano fatto della loro grinta una seconda pelle. Già da piccola Sarah era spinta verso la lotta. Il suo essere afroamericana non si fermava solo ad una vaga rivendicazione di diritti, ma si trasformava in azione per lei. Il suo primo discorso antirazzista, o come si diceva allora, abolizionista (c’era ancora la schiavitù purtroppo) lo fece a 16 anni e da lì non si è più fermata. Dove ha potuto ha portato il verbo di un mondo diverso, da fare e costruire insieme. Un mondo senza sofferenza e schiavitù. Suo padre, un nero nato libero, si dava molto da fare. E casa Remond era sempre piena di persone, bianche o nere, che lavoravano per la causa. Mi immagino il casino di fogli, discorsi, prese di posizioni furenti, agorà ateniesi e il parapiglia che l’attivismo porta di solito con sé. Probabilmente non si dormiva mai a casa Remond, Ed è proprio in questo ambiente stimolante e di lotta che si è formata Sarah.

Le foto che ho trovato di lei sul web, ritraggono una matura donna vittoriana, con una crocchia in testa e un atteggiamento molto composto. E poi ci sono i suoi occhi. Nonostante la distanza temporale che ci separa, gli occhi brillanti di Sarah non riescono a celare la sua anima di fuoco. Vedo in quegli occhi la ribellione verso le ingiustizie che attraversa il suo corpo nero e il corpo nero dei suoi affetti. L’odio purtroppo Sarah lo ha conosciuto bene. Avrà un brutto scontro con esso nel 1835.

Sarah Parker Remond amava l’opera ed è proprio in un giorno apparentemente come tanti che si reca all’Howard Athanaeum di Boston per assistere all’opera Don Pasquale. Era testarda e caparbia Sarah e si rifiuta quel giorno (quasi 100 anni prima di Rosa Parks) di dirigersi verso le sedie assegnate agli afroamericani, rifiuta le poltrone della segregazione razziale. Era decisa, voleva resistere ad ogni costo. Sapeva bene che era pura follia, ma più la spintonavano più si aggrappava a quella poltrona con tutta se stessa. La forzarono a lasciare il teatro in malo modo e non paghi la spinsero letteralmente giù dalla scala. Ma Sarah che lottava per i suoi diritti e i diritti della sua gente, non accettò l’ingiustizia subita e citò in giudizio chi l’aveva oltraggiata. E fatto inaspettato vinse la causa. Molti anni prima di Rosa Parks quindi una afroamericana aveva deciso di non piegarsi a quel modello razzista che imperava nella sua nazione. Di fatto Sarah Parker Remond ci ha insegnato, da buona antenata, la disubbidienza.

Guardo la sua tomba e penso che questa creatura dalle mille meraviglie ha incrociato nel suo percorso l’Italia. Si parla spesso di Grand Tour, dei tanti grandi della letteratura, delle arti e delle scienze che sono venuti in Italia a fare un’esperienza, un soggiorno, una vacanza. I nomi sono tanti, da Lord Byron a Goethe, passando per Henry James o Mary Shelley. Ma il mainstream ci ha portato sempre a pensare che sono sempre stati i corpi bianchi a viaggiare su e giù per lo stivale e a godere delle bellezze di questa penisola nata dalla materia delle sue differenze. E invece sfogliando il libro della storia, quella con la S maiuscola, capiamo che l’Italia è stata attraversata non solo da una babele di popoli che l’hanno conquistata di volta in volta, ma anche da soggiornanti che venivano davvero da esperienze e culture tra le più disparate. Dalla Tunisia alle Filippine di fatto c’è stato un Grand Tour che non ci hanno mai raccontato. Ma quello che mi ha sempre colpito è l’arrivo in Italia di donne come Sarah Parker Remond che nella penisola non cercavano solo un soggiorno un po’ particolare, ma un rifugio dall’odio che infiammava la loro terra natia.

L’Italia (e ci suona paradossale se pensiamo all’Italia di oggi, attraversata dalla xenofobia e dallo stereotipo) era una terra aperta e accogliente. Non respingeva le diversità, ma dava a quest’ultima un luogo confortevole dove vivere. Ed è qui che Sarah Parker Remond si è di fatto reinventata. Dopo una vita dedicata alla causa, viene in Italia e a 42 anni si iscrive a Medicina, al Santa Maria Nuova di Firenze. Lei amante dei classici, del latino, dell’arte rinascimentale trova in Firenze una casa accogliente dove crescere intellettualmente. Farà per molto tempo la pendolare tra Roma e Firenze, si specializzerà in fisica e eserciterà la professione per più di 20 anni senza far mai ritorno negli Stati Uniti. In Italia Sarah ha trovato anche uno sposo, l’artista sardo Lazzaro Pintor Cabras e ci sono testimonianze del suo interesse per la questione della “razza” nella penisola, erano gli anni del primo colonialismo liberale, Sarah non solo ne ebbe sentore, ma probabilmente vide in azione il primo vagito di quel razzismo coloniale che tanti danni farà nel Novecento.

Ora sto qui davanti alla sua tomba. Ed ecco, mi dico, una buona antenata. Mi chiedo se diventerò come lei. Continuo a camminare tra tombe, sculture, angeli desolati. Mi guardo intorno. Inquieta. Cerco una tomba che non c’è. Ma il cui posto è qui, dovrebbe essere qui, almeno per me. È solo un caso che ha portato Edmonia Lewis a morire a Londra. Ma Edmonia appartiene a Roma come nessuna. E per me anche se non c’è fisicamente una sua tomba al cimitero Acattolico, lei è qui almeno idealmente come fantasma o come idea. È qui a Roma che Edmonia Lewis è diventata grande, qui che è diventata l’artista che ha sempre desiderato essere. Edmonia nata nel 1844 ha condiviso, pur non sapendolo forse, lo stesso bisogno di fuga dal suo paese di Sarah Parker Remond, il bisogno di essere come gli altri. Edmonia, figlia di una nativa americana Chippewa e di un nero libero, era ben conscia che la sua epoca era contro le persone “mescolate” come lei. E come nella biografia di Sarah, anche per Edmonia c’è stato un episodio che le ha fatto capire quanto la società della sua epoca era contro il colore della sua pelle, la tessitura dei suoi capelli ricci, la forza dei suoi muscoli meticci.

Come molti Edmonia cerca di barcamenarsi nella sua situazione precaria. È un’epoca, quella che segue la guerra civile americana, dove un nero era sia schiavo sia uomo libero. Dipendeva molto da dove eri nato, cresciuto, se il padrone ti aveva liberato. I neri liberi si davano da fare, per andare avanti, per superare la condizione di sottomissione in cui i loro avi erano stati costretti a vivere. Si era consapevoli che però era anche tutta questione di fortuna, perchè lo stato di libertà poteva essere revocato in qualsiasi momento. Era noto che c’era chi catturava gli uomini liberi e li rivendeva al miglior offerente in schiandosene di lotte e rivendicazioni. Erano tempi duri quelli in cui Edmonia Lewis diventava ragazza. Con l’aiuto del fratello Samuel era però riuscita ad iscriversi al Collegio Orbelin, uno dei pochi che accettava afroamericani tra i suoi studenti.

E lì che Edmonia a ronterà per la prima volta i fantasmi della nazione, quelli che non perdonavano ai neri il colore della loro pelle. Edmonia viene accusata ingiustamente di aver servito del vin brulè a delle sue compagne di corso e a causa di questo episodio verrà picchiata selvaggiamente. Non me la so immaginare Edmonia ferita, sola, agonizzante tra le nevi delle montagne americane. Non voglio vederla ferita, sola, agonizzante…

La mia testa rifiuta questa immagine.
L’immagine che ho di lei invece è quella che si trova sui siti web e che troneggia sulla copertina di Forever Free. Oltre la barriera del colore. L’esilio romano di Edmonia Lewis scritto dall’ottima Luisa Cetti. Eccola Edmonia, uno scialle pesante e un fez. Eccola con il suo viso da bambina che non guarda mai verso l’obbiettivo. Ammiro soprattutto le mani di Edmonia. Perchè sono loro a plasmare la materia della sua arte: la scultura.
Ed è proprio a Roma che gli scultori vengono per formarsi. Roma, come ci ricorda Louisa May Alcott in Piccole donne, era il centro di ogni desiderio, è lì che si andava per “diventare la migliore artista del mondo”. Ed Edmonia è lì che si dirige a Roma.
Leggere il libro di Luisa Cetti è appassionante. Lei, esperta di Ottocento statunitense, sembra inseguire Edmonia in ogni vicolo, in ogni piazza e porta anche noi lettori dentro le pieghe di questa vita straordinaria. Vediamo una Edmonia all’inizio alla mercé degli abolizionisti, perchè sono loro a pagarle il soggiorno romano e le maestranze, poi la vediamo piano piano emanciparsi e diventare sempre più romana. Luisa Cetti ci descrive una Roma che abbiamo solo vagamente intravisto nei romanzi di Henry James.

Una Roma babele di lingue, di costumi, di scandali persino. Una città cosmopolita ed elettrizzante come oggi non è più. Soprattutto la scultura la caratterizzava. Il Neoclassicismo e Canova in particolare erano per gli artisti stranieri dell’epoca i modelli da inseguire. La scultura italiana nei salotti londinesi e newyorchesi era diventata di fatto una moda e tutti correvano a Roma per aprirsi un proprio atelier. Edmonia non aveva il colore amato dalla sua Nazione di appartenenza, ma trova in Roma un’alleata per fuggire al destino che il potere le voleva cucire addosso. Non importa il colore, ma la bravura a Roma, nella Roma ottocentesca. E lei è brava veramente. La inseguo idealmente per la città, per le case dove ha abitato da Via della Frezza (vicino all’antico atelier del Canova) a Via San Nicola da Tolentino, no ad arrivare a Via Venti Settembre 4.

Qui Edmonia lavora, ama, diventa cattolica, forgia la sua arte. Dalla fatica iniziale passa a gestire maestranze locali. E qui incontra nel 1876, dopo 20 anni a Roma, uno dei più grandi intellettuali afroamericani della sua epoca, Frederick Douglass, che aveva raccontato in un libro importantissimo la sua esperienza da schiavo. Laura Cetti, insieme ai biografi statunitensi di Edmonia Lewis, hanno lavorato su pochi elementi a loro disposizione. Lettere, qualche sporadica intervista, tracce in diari di artisti dell’epoca, aneddoti, fotografie.

Ma qualcosa si intuisce nelle righe di chi si è occupato di Edmonia. Soprattutto arriva la sua grande forza. Me la immagino mentre cammina per Roma, tra la Fontana di Trevi e piazza Navona, con Frederick Douglass e consorte. Afroamericani che si incontrano in un territorio neutro per loro libero da soprusi.

Anime nomadi in cerca non solo di una casa, ma di una normalità che veniva a loro completamente negata.
È morta a Londra Edmonia Lewis, ma per lei casa era Roma e alla Città eterna rimarrà sempre devota. Non a caso nella sua iscrizione funebre (uscita sul Tablet, un giormale londinese) viene indicato come luogo di origine Roma ed esattamente Via Gregoriana 7, non gli Stati Uniti D’America che per Edmonia ormai erano solo un mondo alieno. Roma di fatto è la sua R(h)ome, la sua casa, la sua home, lì dove il suo spirito è orito.

Edmonia…

Sarah…

R(h)ome.

due antenate.

Una casa.

Le saluto idealmente e lascio il cimitero Acatolico felice di essermi immersa nelle loro storie. Basta un attimo e il panorama cambia. Mi tuffo nel traffico apocalittico della Capitale d’Italia. Sono contenta. Sorrido. Le mie antenate mi hanno dato forza. Ora sono pronta ad affrontare l’ignoto.

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7 Responses to Bienvenue Italie: Igiaba Scego

  1. véronique vergé il 5 agosto 2017 alle 18:48

    Molto bello. Mi incanta. Vieni d’Africa, vieni di sabbia e hai trovato il cimitero minerale, e le domande, quando si abordda l’Italia, prendono la luce e la vastità del mare. Si parla sempre di identità, di coraggio.
    Non vivo in Italia, ma nuoto sovente nella sua lingua per ritrovare la mia.
    L’Italia è dunque la parte misteriosa che spunta nella mia vita, la mia vera ragione di credere in la felicità.

    Grazie a Francesco.
    Una domanda: posso ordinare in libreria?

  2. francesco forlani il 7 agosto 2017 alle 13:40

    Véronique la cosa migliore è abbonarsi alla rivista e riceverla direttamente a casa. Basta stampare e compilare il formulario scaricabile qui (http://www.focus-in.info/IMG/pdf/abonnement_et_numero.pdf) e spedirlo, con l’assegno corrispondente, a : FOCUS IN – 33, rue P. V. Couturier – Hall 11 – 92240 Malakoff

  3. véronique vergé il 7 agosto 2017 alle 18:19

    Grazie.

  4. […] è il secondo articolo ( qui il primo)  del dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da Patrizia […]

  5. […] è il terzo articolo ( qui il primo  e il secondo )  del dossier da me curato e pubblicato in Francia sulla rivista Focus-in, diretta da […]

  6. […] tanto in voga di questi tempi (effeffe) ps qui è possibile leggere gli interventi precedenti   I, II, […]

  7. Rita Felerico il 23 agosto 2017 alle 09:21

    un articolo che andrebbe diffuso e letto con capillarità : affronta temi attualissimitare con uno sguardo diverso. grazie

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