I poeti appartati: Laura Liberale

20 agosto 2017
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Singolare coincidenza ha fatto che nel giro di pochi giorni mi arrivassero due libri della stessa casa editrice.  Pur conoscendo i percorsi delle due autrici ho potuto per la prima volta “sentire” davvero le loro voci attraverso queste due opere singolari: Sedute in piedi di Giulia Scuro e La disponibilità della nostra carne di Laura Liberale, entrambe pubblicate, in due diverse collane, dalle Edizioni Oèdipus. Ad accomunarle è sicuramente la perfezione geometrica di una narrazione in versi che, poesia dopo poesia, declina un’esperienza specifica, fondamentale come può esserlo la morte, la nascita, l’essere al mondo, ricostruendo un “tutto” da cui risulta difficile- ci scusiamo per avere osato tanto- estrapolare un passaggio, una singola poesia senza offendere il disegno originale dell’intero. Nei versi di Giulia Scuro la vena ironica sembra irrorare molti passaggi dal fare al disfare dell’io, protagonista qui di un’analisi – le sedute dall’analista vengono perciò numerate –  che riesce a conservare lo spirito dell’incantamento perfino di fronte al dolore; la voce di Laura Liberale è più simile a quella di un Mantra, di una preghiera laica da recitare al mondo più che agli dei. Non mi dilungo oltre. Lascio ai lettori la bellissima nota critica di Fosca Massucco preceduta da alcuni estratti del libro di Laura Liberale. Su quello di Giulia Scuro spero di poter ritornare con la prossima puntata dei poeti appartati. effeffe

 

Tre poesie  da La disponibilità della nostra carne

di Laura Liberale
(Edizioni  Oedipus, collana Croma K, diretta da Ivan Schiavone)

Dalla secca frizione dei corpi

dal ritmo inesatto dell’attrito

dalla fallacia del vostro legno

generaste un ardore primitivo

un fuoco di rovina.

 

Bruciò, l’esca di carne.

 

La colpa, inestinguibile.

 

 

Sono d’oro i due pezzi di legno con cui gli Aśvin generano il fuoco.

Bṛhadāraṇyaka-upaniṣad, VI, 4, 22

 

 

 

*

 

 

Ricostituiscimi

ripete chi fu fatto a pezzi

al fuoco volto a mezzogiorno

che diede al sangue un battito marziale.

A me restituiscimi.

E il sangue si abbandona al proprio sperpero

si dissipa, impotente.

 

Certe donne credono che solidificandosi

il sangue possa generare un figlio.

 

Quando smembrarono Puruṣa, in quante parti lo divisero?

Ṛgveda, X, 90, 11

 

 

 

 

*

 

Non avendoti fermata allora

nel suo male paventava adesso

una retribuzione elementare.

Ti s’incupiva il battito nei passi

e piano ti staccavi dal suo braccio.

Nel limo metafisico del padre

qualcosa di te cedeva. Sconfitto.

 

 

Gli disse: “E me, padre, a chi mi darai?”, e lo ripeté una seconda,

una terza volta. Il padre allora gli rispose: “Ti darò alla morte”.

Kaṭha-upaniṣad, I, 1, 4

Nota di lettura

di

Fosca Massucco

“Aggiogare le parole è quel che resta”

 

Il carattere cinese che indica la poesia, 䀽 (shī), è composto dall’ideogramma parola affiancato da quello di tempio: adorazione attraverso le parole. Laura Liberale fa sua questa saggezza in miniatura proponendo un personale (e molto occidentale, nonostante i rimandi all’Oriente) percorso di distacco dal quotidiano nel suo “La disponibilità della nostra carne”.

Intendiamoci subito: capovolgere i sistemi di riferimento, rivoltare la cognizione mondana porta l’uomo a crescere interiormente oppure, senza scampo, a buttare radici interne. Solo questo rimane, “succhiare la durevole cheratina dei morti”, imparare ad abbandonare (fisicamente o meno, poco importa alla fine) la realtà del quotidiano per un lento e costante apprendimento; l’approccio quadridimensionale fatto di tempo transiente e carne mescolati, “avvinghiati […] come a un nemico” con enorme difficoltà ci porta all’assoluto, all’essenza delle cose pura come ossa.

È un viaggio di ritorno quello di Liberale, verso un antro o un cratere, verso un’accoglienza assoluta, a tratti cosmica, ma sempre oscura nell’accezione più positiva del termine; il suo buio, in cui il pensiero si sospende e rimane immobile, è pieno di miele e di api.

Dimenticando per un attimo il topos dell’ape laboriosa – completamente fuori luogo qui – scartiamo di lato e pensiamo l’insetto come elemento fondamentale della purificazione; non a caso il suo miele conserva immuni da putrefazione le sostanze e tempo addietro manteneva pulite le piaghe. La tensione dei testi cresce insieme al lavoro purificatore delle api, arrivando a trasformarle da simbolo incorruttibile della volontà nelle madri produttrici del “miele di un nuovo coito”, alla ricerca della disponibilità della carne, ed infine nelle creatrici di un nuovo ventre, di “una giara di miele”.

Nel libro si susseguono scene come rapidi thangka di cui siamo spettatori: “scegli!” sembra dirci l’autrice, “decidi cosa vuoi essere!” mentre ci troviamo a scorrere nei versi e tra le dita una mala di ossa con il piglio occidentale del rosario; e lei? Ci scatena addosso Kālī, “la Nera” con la sua collana di sapienza, pronta ad unirsi nella lotta per recidere le nostre teste o, perlomeno, il nostro ego.

Come già in un suo libro precedente (“Ballabile terreo”, D’If 2011), il percorso verso la liberazione dal sé passa attraverso l’accettazione della catastrofe e della sofferenza come naturali e necessarie; lì Liberale scriveva “è alla carne che dovevo annodare i miei bambini | per portarne la crescita ogni giorno | come un serto difeso alla madre”.

Ora il suo percorso si è spinto oltre, le memorie della sofferenza paterna sono ancora presenti, ma a corredo di una visione complessiva più ampia: “Sale dai piedi il freddo, ma è già stato. | Fuori, le crepe e un cranio spoglio”. L’autrice ci accompagna dentro la morte, percepita come scioglimento dai vincoli del sé, senza per forza essere terra di comprensione; ma, d’altro canto, “sapere è bucare la luce | aprire varchi d’ombra”, passare dal regno della (supposta) conoscenza sensoriale a quello della (sicura) ignoranza spirituale, sia esso alla moda occidentale di inferni e paradisi o filosofeggiando di karma non meglio strutturati. Dunque il sapere è ombra? Per Liberale è rientrare nella caverna, in cui tutto è roccioso e umido, in cui le api la accolgono, come nell’antro di Itaca, e il cosmo si rivela nella sua essenza primordiale di “rumoroso” silenzio.

La carne impara, ha memoria più dell’acqua traditrice e porta dentro di sé la rinascita, ma deve imparare a trasfigurarsi nell’accoglienza: non a caso gli ultimi versi con cui il libro si chiude, ci insegnano che accettare è la prima delle liberazioni. Solo così “si fanno chiari i volti delle madri”.

 

Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne, Edizioni Oèdipus 2017, pagg. 48 €11,50

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