L’esperienza soggettiva e l’immaginario collettivo della guerra in Brian Turner

25 agosto 2017
Pubblicato da

di Roberto Antolini

La letteratura italiana (come altre europee) è ricca di ‘narrativa di guerra’. Sono numerosi i libri che hanno segnato l’idea che le generazioni seguenti si sono fatte degli eventi bellici: pensiamo a quanto di quello che abbiamo in testa sugli assalti disperati della Prima Guerra Mondiale lo dobbiamo ad “Un anno sull’Altipiano” di Lussu, o a quanto della ritirata di Russia a “Il sergente nella neve” di Rigoni Stern (e sia l’uno che l’altro sono, in fondo, libri antimilitaristi). “La mia vita è un paese straniero” di Brian Turner (NN editore, 2017, 18 euro) è molto diverso. Ci insegna poco della concreta guerra in Iraq (soprattutto dell’Altro: il nemico), e molto del modo in cui può percepirla un militare americano. È un libro sull’immaginario americano della guerra, sulla cultura della guerra come si è costruita nella percezione collettiva, intrecciando i fatti ad una dimensione mediatica – nella quale i film hanno la funzione tradizionale dei nostri libri – ed un tramandarsi di narrazioni famigliari – comunque anch’esse forgiate dalla dimensione mediatica  – in cui il testimone sulla guerra passa da una generazione all’altra. Basti dire che il libro inizia con incubi notturni dell’io narrante – l’Autore stesso – che di notte, tornato a casa dopo la fine della ferma, sogna di essere un drone in ricognizione «Così trascorro ogni notte, verificando le impronte del calore nel paesaggio, alternando i filtri delle lenti mentre mi inclino in virata, raccogliendo un circuito alla volta le informazioni». Viene subito in mente un classico: l’inizio del film sulla guerra del Viet Nam “Apocalypse Now” di Coppola (a sua volta ispirato a “Cuore di tenebra” di Conrad), in cui il capitano Willard, abbandonato fra la veglia e il sonno sul letto di una pensione di Saigon, confonde il ventilatore della stanza con le pale di un elicottero da guerra, sul sottofondo di una drammatica canzone dei Doors.
La scrittura di Brian Turner è più la scrittura di un poeta – seppur in prosa – che di un romanziere, o di un memorialista. Vive della ricerca dell’intensità della parola e dell’emozione, di blocchi di immagini connesse da meccanismi analogici, più che di un razionale tessuto narrativo referente. D’altra parte all’origine c’è un diario poetico: «anch’io, a tempo perso, riempivo taccuini di poesie, ma quello per me era un modo di isolarmi. Per molti versi il linguaggio della poesia creava in me uno spazio interiore, uno spazio che non apparteneva né all’esercito né alla comunità militare in cui prestavo servizio» (101).

Brian Turner è effettivamente stato a combattere con l’esercito americano nella seconda guerra dell’Iraq (all’origine – possiamo dire – di quasi tutte le sfighe del mondo attuale), e di questa esperienza si nutre il libro. L’Iraq di  Brian Turner è gelido, polveroso, micidiale. Le sue uscite dal campo su mezzi corazzati hanno sempre qualcosa di claustrofobico, sono una discesa in un infernale girone dantesco. Pure non troviamo alcun accenno a qualche ragione storico-politica di quella guerra: è semplicemente un mestiere e una sfida a sé stessi. Gli iracheni un altro mondo incommensurabile, per i quali pure Turner non è privo di sentimenti (più o meno di colpa), come quando incrocia lo sguardo con qualche prigioniero rinchiuso in gabbie all’interno della base americana: «Viviamo entrambi in recinti di filo spinato. Io ho un M4, un pugnale legato con una cinghia al giubbotto antischegge e la bandiera americana che origlia dal distintivo di panno sulla spalla. Lui indossa la tunica, i sandali, e trema per il freddo e l’umido. In un angolo dell’area di contenimento c’è una guardiola protetta dai sacchi di sabbia. Ogni tanto vedo che la polizia militare trascina un prigioniero lungo uno dei corridoi di filo spinato fino a un WC chimico di plastica verde, ma in genere gli agenti restano nel casotto, per stare al caldo e sparare cazzate su quello che succede a casa» (14).

Ma quindi, cos’è questa guerra? La risposta più giusta sarebbe forse ‘un destino’: «Eppure i soldati non smettono di marciare, generazione dopo generazione, da una guerra all’altra, nel fango e nella pioggia nel sole soffocante» (77). Il racconto assomma immagini della guerra in Iraq di Brian (e delle allucinate licenze), ad altre delle guerre degli avi, tramandate – come appunto si diceva –  dalla memoria famigliare. Immagini della Prima Guerra Mondiale sul campo delle Argonne, con i gas a far morire l’avo 14 anni dopo la contaminazione (una  dilazione della morte che consente comunque un concepimento e quindi la continuazione della storia famigliare e dunque all’Autore di esserci), altre dei campi di battaglia del Pacifico nella Seconda, sulle isole di Guan e di Iwo Jima. «Per essere un uomo – spiega Brian Turner – avrei dovuto camminare nella tempesta e nel tuono di un mondo spogliato di ogni ragionevolezza, come prima di me avevano fatto altri nella mia famiglia» (75). Insomma il destino era «spingersi negli spazi desolati, dove gli interrogativi profondi trovano risposte violente» (77). Molto hemingwayano direi.

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