Abitare l’Italia fragile

11 settembre 2017
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

Pochi anni fa, durante una giornata di studi in Triennale, rimasi colpito dal fatto che ben due relatori citarono John Kenneth Galbraith che parlando dell’Italia del dopoguerra dava una spiegazione a modo suo “inoppugnabile” dell’intimo carattere di questo paese.

«L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso – scriveva l’economista americano – è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della gestione amministrativa e politica, né infine la disciplina e la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza».

L’auditorio, composto da intellettuali, economisti, tecnici, applaudì in tutti e due i casi con entusiasmo e convinzione. Questo siamo noi, dicevano quegli applausi, questa è l’Italia. Il mio mestiere è raccontare storie, conosco gli inganni della retorica. L’accettazione supina del ritratto fatto da Galbraith mi aveva in qualche modo insospettito. Perché quella narrazione, per quanto emotivamente intrigante, era una narrazione tossica, basata su un paternalistico e buonista pregiudizio etnico. «Per diventare “narrazione tossica” – scrivono i Wu Ming – una storia deve essere raccontata sempre dallo stesso punto di vista, nello stesso modo e con le stesse parole, omettendo sempre gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità.»

Gli stereotipi sono materiali del narratore, che sa come usarli. Chi li ripropone acriticamente fa solo pessima letteratura. Lo stereotipo immobilizza una figura, la eterna, la mitizza. Non accetta la complessità, la mutevolezza. Rifugiarsi negli stereotipi è quel che Giulio Bollati chiamava «l’abdicazione a pensare». Ascoltando la citazione di Galbraith, quel giorno in Triennale, mi chiedevo: com’era, davvero, l’Italia del dopoguerra?

Era una nazione che aveva espresso una scuola di fisica teorica di altissimo livello, al punto che oggi il 50% degli scienziati del CERN è italiano. Che in economia aveva, a detta del Financial Times, la moneta più stabile del mondo. Che per costruire la linea metropolitana milanese attuò tali e tante innovazioni che il sistema di costruzione, denominato Milan Method, fu successivamente utilizzato in Canada e in Brasile. Che esprimeva chimici come Giulio Natta insigniti del Nobel per la scoperta del propilene e con un Ente Nazionale Idrocarburiche che si giocava la partita energetica con le “sette sorelle” del petrolio mondiale, o con il reparto ricerche dell’Olivetti che nel 1964 aveva prodotto il primo personal computer al mondo.

Questa storia dell’Italia non viene mai raccontata. Perché? Sicuramente per l’influenza crociana, che mette in secondo piano la cultura tecnico-scientifica rispetto a quella umanistica. Ma questa risposta non basta. La verità è che il racconto di una Italia dedita al “bello” e all’arte è innanzitutto consolatoria per noi. Ci crogioliamo del nostro patrimonio storico, artistico, paesaggistico, in quel patrimonio, retoricamente, ci riconosciamo. Ce la suoniamo e ce la cantiamo, per farla breve. Ci crediamo esperti di musica in quanto cittadini del paese del belcanto, ma in realtà, spocchiosamente ignoranti, confondiamo il melodramma verdiano con le prestazioni trash de Il Volo. Ci fregiamo del nostro passato, come un onoficienza da appuntarci al petto. Ma questo patrimonio, è ora di capirlo, non è un onore. È un onere. E oggi, sempre più, il territorio sfinito dove viviamo, fra dissesti idrogeologici e terremoti, sembra definitivamente chiederci il conto.

Occorre una contro narrazione. Occorre raccontare l’Italia nella sua complessità, fuori dagli slogan d’occasione. Cosa significa, dopo le immani tragedie dei terremoti del 2016, insistere con lo slogan “dov’era e com’era”? Ma per farne che? Davvero crediamo che il nostro patrimonio artistico sia un “giacimento culturale” da sfruttare, il “petrolio” che ci renderà ricchi solo perché ne abbiamo a disposizione più delle altre nazioni? Cosa significa: “con la cultura si mangia”? Quale cultura? Quella che immagina le piazze storiche come scenografie dove accogliere i turisti, vestiti da centurioni? Il turismo da solo non serve, come d’incanto, per far funzionare il Paese, ma è semmai un Paese che funziona che stimola le attività produttive del turismo.

Un’Italia che funziona è innanzitutto un paese che decide di puntare su innovazione, tecnologia, ricerca, cultura. Che non separa le conoscenze ma le meticcia. Come ha sempre fatto, in realtà. Brunelleschi era un matematico oltre che un architetto, Alberti un politico oltre che un teorico, Leonardo uno scienziato, prima che artista. E non è solo storia del Rinascimento. Il paesaggio amato da Goethe è il risultato di innovazioni agricole, di economie di costa, di tecnologie fluviali. Così fino a tutto il novecento. L’artista Alberto Burri era medico di formazione, lo scrittore Carlo Emilio Gadda ingegnere, l’economista Carlo Azeglio Ciampi un filologo classico.

Per suturare le ferite del territorio il governo italiano deve partire dalla ricerca. Ricostruire per ricostruire, nell’emozione dell’emergenza, senza una visione, una pianificazione che copra l’arco di almeno due generazioni, non serve a niente. Che me ne faccio di un borgo riedificato dov’era e com’era se non so garantire l’economia che lo tiene in vita? Immaginiamo davvero che basti ridurre tutto l’Appennino a un immenso bed and breakfast diffuso? Il paesaggio è un sistema complesso, non una cartolina immobile nel tempo. Il territorio è dove insistono, spesso frizionano, tradizione e novità.

Una nazione fragile, con questa eredità gravosa, deve fare di quest’onere un’opportunità. Non mancano gli scienziati, i progettisti, le intelligenze. Dobbiamo permettere loro di interagire, di immaginare nuovi scenari d’innovazione senza lacci politico-burocratici. Sviluppare nuove tecnologie antisismiche, consci di intervenire in un panorama unico al mondo, quindi non importando protocolli a noi culturalmente estranei ma inventandone di nuovi, che contemplino la conservazione dei materiali della tradizione e la completa sicurezza dei manufatti. Geologi e sociologi, chimici e archeologi, economisti e scienziati della terra, sismologi e architetti, vulcanologi e filmaker, storici e informatici. Tutti, a modo loro, narratori di una nuova idea di nazione.

Il lavoro è enorme: riqualificare le coste, dalla Liguria alla Calabria, demolendo chilometri di inutile edilizia di scarsa qualità, ridefinire e consolidare gli argini e i letti dei nostri fiumi, riforestare i crinali contenendo i dissesti idrogeologici, liberare la Brianza dallo sprawl indifferenziato, bonificare la Terra di Lavoro dalle discariche abusive tossiche. Lavoro enorme e, per i tempi asfittici della politica, poco redditizio in termine di voti. Ma è l’unica opportunità che abbiamo, in un mercato globale sempre più interconnesso, di fare innovazione competitiva. Purtroppo non solo in Italia ci sono problemi di dissesti o di terremoti. Avere università e laboratori di ricerca all’avanguardia su questi temi cogenti significa diventare depositari di conoscenze che poi possono essere esportate ovunque.

Un paese innovativo è un paese che fa della conoscenza il suo capitale. Fa economia. Stimola l’industria agroalimentare conservando la sua peculiare biodiversità qualificando così il paesaggio storico e riuscendo a creare i presupposti economici per presidiare i borghi da ricostruire; rende le sue metropoli autosufficienti, sia dal punto di vista energetico che da quello alimentare (orti urbani, tetti coltivati, etc.); allaccia rapporti fra artigianato manifatturiero, l’industria 4.0 e l’internet delle cose; punta sulla mobilità pubblica, condivisa e dolce; ricrea condizioni di socialità diffusa. Chiama cioè all’appello le migliori menti a disposizione e le lascia sperimentare.

Salvare l’Italia fragile è salvare l’Italia tout court. Altro che Mose, Tav, Ponte sullo Stretto. Altro che tronfie cattedrali nel deserto. La più grande, unica, e davvero necessaria infrastruttura su cui lavorare per i prossimi decenni sarà capillare e diffusa su ogni centimetro quadrato della Nazione. O non sarà.

(pubblicato su Abitare numero 571, gennaio/febbraio 2017)

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