Consigli per scrittori di poche parole

30 settembre 2017
Pubblicato da

di Domenico Talia
Si può scrivere di un libro stagionato parlandone come fosse frutta fresca da gustare? Si può parlare di racconti rubando le parole a qualcuno premiato per essere autore di romanzi? Sia nel primo sia nel secondo caso, la risposta parrebbe essere negativa, ma con un po’ di volontà qualcosa di diverso si può tentare. Stessa risposta negativa si è tentati di dare a chi volesse provare a sintetizzare in poche frasi un libro di per sé già sintetico. Un po’ come tentare di spremere succo da un frutto siccagno. Eppure, anche in questo caso, si può anche provare a ribaltare la risposta e tentare una strada a prima vista impedita.

Paolo Cognetti tre anni fa ha pubblicato un libro sull’arte di scrivere racconti lavorando soltanto su autori statunitensi (dettaglio non dichiarato né nel titolo né nell’aletta del libro – di racconti e basta là si dice). Tuttavia questo focus particolare non limita il valore dei brevi capitoli di quel testo. Dopo averlo letto, credo valga la pena di richiamare un po’ di cose piacevoli (oltre che utili e interessanti) lì discusse, con il rischio che se questi richiami piaceranno a chi sta leggendo queste note, potrebbero tentarlo a non leggere tutto il libro. Rischio che non esclude il suo reciproco: se non piaceranno a chi le sta leggendo, quasi certamente lo spingeranno a non avvicinarsi alla lettura del libro. Doppio rischio da correre con la speranza di incuriosire qualcheduno che quel libro non lo ha avuto sottomano.

Trascurando volutamente la similitudine suggerita dal titolo (A pesca nelle pozze più profonde, minimum fax, 2014), Cognetti è bravo a convincerci, senza compiere un grande sforzo, che scrivere racconti significa esercitare rigore ed economia di lessico per esser capaci di mettere “il grande dentro il piccolo”, cosa non semplice ma che quando avviene ha del miracoloso. È come esser capaci di “vedere l’invisibile” attraverso quella poca luce che si ha a disposizione.

Il racconto è, molto più del romanzo, narrazione incompleta che manca di un prima e di un dopo. Una finestra che ci mostra soltanto una parte del paesaggio, solo una porzione dei fatti, ma non per questo diventa narrazione amputata. Il racconto come spazio stretto tra la vita di prima e quella di dopo, comunque capace di illuminare sia il prima sia il dopo. Un pezzo di una nostra storia che suggerisce qualcosa sul prima ed è anche capace di condizionare il nostro futuro.

Il racconto è una sfida al lettore: della storia io “ne scrivo un pezzo: tu sei capace di immaginare il resto?” A questo proposito, Cognetti richiama la teoria dell’iceberg di Hemingway, “dentro l’acqua c’è la storia, fuori dell’acqua c’è il racconto.” Su questo crinale Cognetti chiama in soccorso anche Flannery O’Conner: “Il problema dello scrittore è come far sì che l’azione descritta riveli quanto più possibile del mistero dell’esistenza.” Quello che, in tempi e luoghi diversi, Corrado Alvaro chiamava “la favola della vita”.

In un universo narrativo in cui occorre “vedere l’invisibile”, “Gli scrittori di racconti adorano i momenti in cui la luce cambia.” È in quei momenti che le storie prendono l’abbrìvio, che cambiano il punto di vista, che mostrano qualcosa di nuovo. È in quei momenti che la poca luce che appare e illumina la scena ci aiuta a vedere l’impercettibile. E anche quando lo vediamo (l’impercettibile), dobbiamo stare lì a chiederci cosa è realmente quello che osserviamo. Cosa vediamo? Cosa stiamo capendo? Cosa ricordiamo? Ricorda Cognetti che è Alice Munro a chiedersi sempre quando scrive: “mai smettere di interrogarsi su ciò che vediamo e registriamo, mai pensare di averlo capito del tutto.” Perché “Scrivere non è costruire una casa: è visitarla, abitarci dentro.” Visitarla cercando di ricordare. “Scrivere è un atto di esplorazione”. Esplorare i personaggi, perlustrare i luoghi, setacciare i fatti. Tenendo in mente che i personaggi vengono prima di tutto e raccontare di chi non è più con noi rafforza il suo ricordo, lo codifica, lo rende permanente.

Usando metafore montanare, Cognetti paragona la scrittura tagliente dei racconti all’operazione di “Stanare ciò che sta nascosto sotto il sasso” per raccontare chi/quello che non è raccontato. Per colmare un vuoto conoscitivo (compito immane della letteratura), per cercare spiegazioni, non per fornirle.

E, per tornare a difendere il fratello minore del romanzo, Cognetti ricorda a chi l’avesse dimenticato che nel racconto “è possibile cominciare dopo che una tragedia si è consumata, lasciarla indietro, occuparsi piuttosto di ciò che rimane.” Come ha fatto Dubus, e come ha fatto e fa anche Munro, si possono scrivere “storie senza colpi di scena ma piene di attenzione.” Più colpi di attenzioni che colpi di scena. Nel racconto si può. Farlo nei romanzi è più difficile, ma quando accade possiamo considerarlo eroico.

Per stare sempre sul filo sottilissimo che divide (o unisce) letteratura e vita, è utile segnarsi che “Un racconto non è solo la storia di un incontro: è un incontro esso stesso.” Un incontro nel quale si può sviluppare la capacità di meravigliarsi anche delle piccole cose. “Per cominciare a mettere una parola dopo l’altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare: e raccontare una storia come fossi il primo di questo mondo a farlo.”

Abbiamo ricordato solo alcune cose che ci sono piaciute e abbiamo trascurato le tanti parti del libro in cui Cognetti torna alla pesca sportiva come parafrasi per spiegare l’arte del narrare per racconti brevi. Ma poiché lui, oltre che alla montagna, sembra sia molto legato al mondo dei pescatori (e dei pesci), si potrebbe azzardare un suggerimento per il titolo di una futura edizione del suo saggio che potrebbe essere “I pesci non prendono il sole” (e per questa semplice ragione la pesca, come l’arte del narrare, non è arte facile).

Tag: , , , , , , , , ,



indiani