Suttaterra – Orazio Labbate

10 novembre 2017
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SUTTATERRA

Estratto dal nuovo romanzo di Orazio Labbate

(Tunué Edizioni, novembre 2017)

II

Gemevano le alte foglie del campo di granturco mentre il vento le sfregava come se dovessero scintillare per la nascita di un fuoco. Nelle campagne di Milton le magie si consumavano da sempre, sullo sfondo di sempre eguali e indifferenti cosmi. La casa dei Buscemi, squallida eppure maestosa, in un singolare stile vittoriano, si sollevava su due piani. Nerastra e beffarda, innalzava i suoi mattoni scuri arrivando fin quasi ad alterare il confine delle nuvole. L’edificio che le faceva da contraltare, al di là del loro campo, pareva invece cambiare densità al crepuscolo. Era una bianca e lignea chiesa, all’origine metodista, sulla quale risaltava un tetto grigio scuro e screziato, come sopravvissuto a un incendio, da cui svettava uno stretto campanile assommitato da una nera croce di ferro. Quando il sole tramontava, il biancore della facciata della chiesa veniva ferito da una luce che la faceva simile a pelle umana ustionata, arrostita. Scampanava, la struttura religiosa: l’officio apparteneva a Dale Murray, pastore di antiche origini irlandesi, grasso e altissimo, con una manciata di peli punicei sulla testa, i cui occhi verdicci erano gonfi come nodi di un albero marcio. Contava l’uomo settant’anni di vita. Al rintocco della melodia, quando la campana veniva vibrata attraverso le sue mani robuste e ulcerate, si scagliava la liturgia religiosa dei venti e dei verbi. Il suono si abbatteva nelle ampie stanze dei Buscemi. Faceva fischiare le croci appese nel soggiorno, rigonfiava le pareti e scollava la carta da parati ricamata di temi romantici e poi sbatteva sulla grande foto di famiglia incorniciata. Ogni sera Dale Murray soleva conversare a distanza col predicatore Razziddu Buscemi, affinché quest’ultimo sempre si ricordasse di sfaldare la ragione nel suo sonno: sfasciare le impalcature celesti, scannare gli agnelli sacri belanti tra le polveri del Sinai, svestire il figlio di Dio. Abbandonata la campana, il pastore imboccava un megafono e rivolgendosi al padre di Giuseppe cominciava a vociare: “Razziddu! Razziddu! Colui che hanno inchiodato è l’uomo della croce: il Signore dei Puci vivente! Allegro guardò coloro che gli fecero violenza. Egli sapeva che siamo nati ciechi. Egli aveva le nostre facce e altre ne esigerà! Confessatevi! Rendetegli la carne! Che il fuoco dello Spirito Santo riduca a spoglie i vostri cuori immondi e vi protegga!”.

Prima che la sera violasse l’arida strada verso il campo di granturco e i passeri divenissero corvi con la tenebra, il robusto prete concludeva il suo salmo. Così dal campanile, prendendo a poco a poco aria sufficiente, e mentre slargava la bocca tirando fuori i denti dal becco dello strumento, il pastore faceva un passo in avanti e si palesava agli occhi dell’avvocato fattosi predicatore.

“Giuseppe, Giuseppe…”, diceva quello al figlio. “Sei l’annunciatore. Hai sentito? Dobbiamo affrettarci! Con il volto lattescente, il Cristo oscilla il suo riflesso su di noi, come un demone mirabolante. Ci riguarda le anime, il Figlio di Dio, attraverso lo Spirito Santo. Tese le sue membra sulla croce e poi le distese per incatenarsi. Perciò, bada, è gobbo. Il mio Cristo di Butera, il Signore dei Puci, avresti dovuto vederlo, vasapacchio schifoso! Aveva oscure stelle sopra il suo mantello blu e clamoroso avvelenerebbe chiunque non sia pronto a sfuggire dal suo lavacro. Lo incendiai, sai, quel mostro che infestava Butera. Ma a nulla valse. Ascoltami! Solo la Madre può trascinare in basso la connessione delle sue ossa appuntite!”, così farneticava furiosamente l’anziano al figlio mentre figgeva oltre la finestra della sua camera da letto, con l’indice e il medio, il gran buio incombente sul campo. Giuseppe sedeva dolente sul giaciglio di Razziddu ché il padre gli stritolava frattanto il braccio, e il giovane poteva recitare solo scongiuri e rimescolare a voce bassa paroline da ventriloquo: “Padre stai parlando della stessa Signora che riposa sui muri della mia stanza? Padre… come devo procedere nel salvarmi?”. “Come osi chiedermelo? Non è tempo, maledetto! Non è tempo… siamo spiriti disorientati. Viviamo nell’imminenza degli scandali del Figlio e della Madre”, rispondeva Razziddu assaporando qualcosa nell’aria, con gli occhi che saettavano da sinistra a destra, rievocando immagini distorte della sua giovinezza sognata. Poi, quando si faceva notte, da quel fondo di buio definitivo che assimila noi tutti, lo lasciava finalmente in pace e per entrambi arrivava il momento del sonno, ma nelle loro camere c’era un castigo immanifesto.

La stanza di Giuseppe aveva le pareti di gesso bianco prive d’ogni ornamento. Si stagliava soltanto in capo allo squallido lettino un poster mal stampato, coi colori tutti sgranati, della patrona di Gela, la Madonna dell’Alemanna. Lungo un modesto tavolo in legno d’acero riposavano la misera plastica di un rosario mariano e un santino, anch’esso raffigurante la Madonna gelese. Una Bibbia invece sembrava fluttuare ché si trovava al limite dello spigolo di un marcio comodino attaccato al giaciglio. Dal tavolo, nottetempo, il ragazzo sollevava una candela, e subito si rischiarava il poster dell’Immacolata.

“Guarda verso l’alto o ripiega lo sguardo al Cristo infante?”, sussurrava Giuseppe a un tempo estasiato e terrorizzato da quella truce donna di Dio. Poi, più vicino al volto di carne scura, s’accertava che la Madre di Cristo non avesse denti aguzzi e nella testa non abitassero corna. Nel continuo volgere del mondo notturno sentiva parlare nel sonno il padre. Allora si dirigeva a piccoli passi al cospetto del grande letto matrimoniale, ai cui piedi stava aperta, sventolando, una copia dello Uniform Commercial Code. Una camera che mai accoglieva la madre Rosa, la quale a tali ore era solita girare ossessivamente per tutta l’abitazione, come una strega ammattita che infesta le case diroccate.

“Mi trascina lungo il deserto. Indossa un nero cappello. Il capo soffre la croce. Sanguina. Ha la faccia di sua madre. Sotto la testa ci sono… ci sono… spine della sacra corona. La faccia della Madre… ride. Le guance si arricciano all’insù fino alle orecchie. Tira a sé il mio piede. Si gira…”, borbottava cose del genere Razziddu composto nel letto, e di tanto in tanto spalancava gli occhi, ma in realtà continuava a dormire. Il vento che penetrava dagli interstizi delle larghe finestre del corridoio suonava come un miagolio. La camera del vecchio era, in quel buio infinito, un grosso mare in cui il giovane si sentiva annegare. Era già nel sangue di Razziddu Buscemi l’incominciamento della mortificazione del figlio. Lo aveva allevato nell’odio contro la religione del Signore, ma col tempo il vecchio si era istupidito e incattivito, si era fatto bilioso e poi nuovamente religioso, bigotto, posseduto da una fede oscura che lo portava addirittura a predicare in giro per Milton: e ora, quel figlio cresciuto nella diffidenza per gl’idoli, lo nutriva invece perfidamente con i suoi freschi esorcismi mariani. Il legno laccato che sfavillava a contatto con la luce della luna incorniciava il giaciglio dell’avvocato fattosi predicatore, adornato di un Cristo bambino in plastica, ciondolante al muro. Sul mobile della grande specchiera campeggiavano parecchie foto famigliari intorno a una, più grande: nell’argento annerito della cornice lui, il figlio e la moglie si stringevano un anno prima in occasione di una lontana festa.

Razziddu fissava l’obiettivo. Era vestito di un lucido completo nero interrotto da un paio di rossi stivali da cowboy. I baffi bianchi dell’uomo salivano ritti alle occhiaie come a sorreggere le orbite spente di umanità. A braccetto, la moglie Rosa sulla quale ricadeva un abito in misera stoffa a tema floreale: vecchia larva denutrita dalla faccia allo stomaco, quasi incassatosi a comprimere le costole tanto era magra. Della sua fresca bellezza giovanile era rimasta in foto solo una lievissima ricordanza, rintracciabile nell’ologramma che brillava nei ghiacci immensi dei suoi occhi blu. In disparte ma in piedi, alla destra del padre, Giuseppe sfidava la sembianza ordinata di Razziddu indossando un giubbotto in pelle su cui, nel lato sinistro del petto, sporgeva un simbolo ricamato nella forma di una croce di falsi brillanti. Poi una maglietta bianca sulla quale era stampata l’icona di una cantante dai capelli biondo ossigenato, il volto che simulava beffardamente l’estasi di una santa; portava infine un paio di stivali di cuoio la cui punta d’argento scintillava. I jeans di lui si strappavano alle ginocchia; i capelli invece erano tirati all’indietro e sorretti da una massa di gelatina scintillante.

Quando il padre nel sonno smetteva di parlare e si acquietava, dritto e rigido, le mascelle tirate, il figlio ogni volta sperava che fosse morto. E ogni volta Razziddu Buscemi alzava e sgonfiava il mantice dei polmoni. Una volta destatosi la punizione avrebbe avuto di nuovo inizio. A volte, nella notte, il giovane prendeva una torcia elettrica e usciva sotto la luce di cenere della luna, per andare a rifugiarsi dentro la grossa cuccia di Marty, il loro husky. In compagnia della bestia, in mezzo a quel tepore penetrante che si trasferisce all’uomo quando un animale lo compatisce, conversava col cane schiarendogli il muso con la torcia. “Dimmi, quando arriverà l’Angelo a sterminare papà?”, diceva alle fauci dell’animale che nel chiarore artificiale non comprendeva e invece abbaiava come a mendicare altri alfabeti. “Se non muore, allora preferirei morire a mia volta, piuttosto che ritornare dalla Madonna.” Con la pronuncia di quel nome, sgravatosi il cielo del fardello delle tenebre e annunciando l’alba, ecco comparire sulla soglia di casa Razziddu.

“Dove sei figliolo? È tempo di pregare! Vieni qui, picciddu mio!”, diceva ad alta voce mentre il gelo di quell’ora pareva cementare il suo fiato. Ogni volta il padre lo stanava rannicchiato nella cuccia, facendosi luce con una candela sacramentale che lo rendeva pallido come un Re Magio alla vista del figlio di Dio. “No. Ti prego. No. Non voglio!”, diceva Giuseppe e il cane ringhiava in direzione di Razziddu e verso ciò che presentiva attorno alle forme dell’uomo. Fanno così gli animali quando sanno dei demoni, epperò sfugge loro la forza del simbolo per scacciarli, giacché non possono reggere nessuna cosa. Zampe hanno e polvere di zampe offriranno al Diavolo. Lo tirava fuori per i capelli e il ragazzo si rotolava come bestiame avviato al mattatoio, e il padre allora si voltava ridendo e raschiava quella terra trascinandovi il figlio.

Gli stivali, indossati sulla camicia da notte, battevano sulle pietre che punteggiavano il cortile come gli zoccoli del Diavolo. “Padre perché? Perché?”, e intanto tossiva ché la bocca aperta veniva a riempirsi della terra che Razziddu camminando rialzava in spire polverose. Alle soglie del portico sollevava in braccio Giuseppe. Poi con ferocia gli strappava il pigiama di flanella di dosso e nudo lo genufletteva dinanzi all’edicola votiva scavata sulla sinistra della porta d’ingresso della casa. L’edicola conteneva una Madonna dell’Alemanna in porcellana su cui Razziddu aveva sottolineato più volte le occhiaie con un pennarello rosso, a significare lacrime di sangue. “Prega, adesso, che Lei ti accolga, come ha fatto il figlio. Fatti accettare. Prega. Dille che puoi ficcarti nel suo grembo”, diceva il padre a Giuseppe che si dibatteva. E ancora Razziddu diceva: “Ripeti questo: Ave Maria, colma di grazia, che il Signore morda il tuo seno e da esso io mi possa allattare finché nutrito del tuo latte e del tuo sangue io acceda al regno più radioso. Amen. Ripeti questo, maledetto!”.

E non si placava finché Giuseppe non ripeteva. Poi c’era da scendere al rifugio, un buco nel terreno con una rozza scala scavata nella terra, che si apriva in una soffocante stanza di cemento, realizzato da Razziddu paventando l’apocalisse nucleare. Lì, nella camera sotterranea, si trovava un minuscolo altare su cui spiccava un’ulteriore statua della Vergine. Le pareti erano dipinte di corna che riempivano, piccole, minuscole, grandi, grosse, la faccia della Madonna dell’Alemanna.

Nel contempo, in quella caverna stretta dove si trovavano pochi scaffali colmi di taniche d’acqua e scatolette di carne secca, bambolotti col sangue disegnato sulla fronte a pennarello imitavano la figura di Gesù con la corona di spine.

Diceva il padre: “I nostri corpi sono assemblee. Chiudi gli occhi e raccogli le tenebre per poi espellerle nel ventre della Donna”. Mentre il figlio a occhi chiusi piangeva, le lacrime baluginavano al tocco della luce della candela del padre e cadevano sul pavimento in lamiera, componendo vertici di triangoli sulla zigrinatura.

Quei giorni avvelenati continuavano a trascorrere anno dopo anno, senza che mai giungesse alcunché a lavarne il sangue. Anzi si rinnovavano persino nel regno conchiuso di Dio quando, durante la messa domenicale officiata dal pastore Murray, la Saint Mary’s accoglieva anche i sermoni di Razziddu Buscemi. Lassù, nei pressi del tabernacolo, reggendo il leggio svestiva i panni di avvocato della contea e gridava, come invasato: “Sono ormai un mucchio di ossa indecifrabili i nostri corpi. Cosa aspettate, cari fratelli? Orsù, cercate di erigere nelle vostre case la soluzione perché dappertutto i morti ci stanno accoltellando le carni. Qui ad avere un coltello carne ce n’è. Ognuno di noi cuoce il figlio di Dio dentro di sé. Dovete capire come interpretarlo e grazie a chi. Ripetete con me: Sì! Sì! Lo volete? Sì! Sì! Sacrificherete? Sì! Sì!”. I fedeli all’inizio lo scrutavano perplessi, ma dopo qualche anno avevano cominciato a farci l’abitudine e a gridare con lui “Sì! Sì! Osanna!” facendogli brillare gli occhi di scintille porporine.

La Saint Mary’s era povera di finimenti. Sedie e sedili, null’altro. La riempivano di identità le persone. Contadini magri. A volte le loro bestie. Donne grassocce. Bambini tenuti a stecchetto. Dalla sommità del campanile cadevano e superavano le vetrate gli astri, ridotti a nervi sottili. Preso poi il posto di Razziddu, Dale Murray ultimava il rito. Imboccava le ostie alle fauci di quella platea, di quella gente di Milton che si incamminava compatta verso le sue mani che grondavano sudore stantio.

Durante una di quelle sere di ritorno da messa, a Giuseppe, giunto al culmine del suo tormento, venne l’idea di dedicarsi alla dominazione della morte. Così, pensò, avrebbe forse potuto alleviare il dolore irreligioso della sua vita. Aveva ventisette anni, tempi giusti per divenire impresario di pompe funebri. Quando lo annunciò, nel padre sopraggiunse la collera come se fosse stato seminato olio di fuoco in mezzo al suo cuore di grano avariato. Così Razziddu percosse Giuseppe. Lo fece con la cinghia, nel punto stesso in cui gli fu data la notizia, al centro del campo di granturco, durante la raccolta estiva. Il nerbo e la fibbia incisero il petto ignudo del figlio. Gli scavarono pure la pelle del volto, mentre si torceva all’insù la carne della cinghia assieme alla carne del ragazzo. Da lì venne il taglio che porta Giuseppe ora sotto i soli. Razziddu alla fine gli sputò sulle ferite, a sigillare col disprezzo la rivelazione di avere in casa un futuro beccamorto.

Ma quegli anni, o dannose cerimonie, si mostrarono in parte buoni al ragazzo. Nel lavoro trovò consolazione, e conquistò inoltre l’amore. In un anno di lavoro incessante aveva fondato la Buscemi’s Funeral Home: l’ufficio era nel soggiorno, il garage era usato per costruire e levigare le bare, mentre la camera per l’imbalsamazione aveva dovuto metterla in cantina, giacché il padre gli aveva proibito l’uso del rifugio antiatomico. Un anno ancora dopo, l’agenzia di pompe funebri poteva dirsi ben avviata, se non fiorente. Fu allora che una donna dalla chioma chiara e arruffata sbucò un giorno dalla fitta piantagione. Correva come se una bufera stesse per travolgerla da un momento all’altro ed era ricoperta, soltanto lei, di una luce lunare vagolante. L’astro non irradiava più, se non dintorno alla donna, che si avvicinava come fuoco opalino preparato dalle sante iscrizioni. Santa era la carne, e ricapitolata la pelle di lei smagliava. Come informata di un prodigio essa veniva a sconvolgere le sue sorti: non c’era dubbio, per come abbatteva tremante le ombre della sera.

“Salve. Può aiutarmi?”, furono le parole tuttavia prosaiche che rivolse ansante a Giuseppe. “Che cosa le è successo, signorina?”, rispondeva il ragazzo pulendosi intanto le mani sulla sua nera giacca da beccamorto. Sfregava su di essa la formalina con cui aveva eternato i defunti. Quando la guardò negli occhi, il suo cuore ne fu accecato.

“Mi chiamo Maria, sono la figlia dei Boccadifuoco… Ho l’auto in panne, laggiù, lungo la strada”, diceva la ragazza riprendendo fiato il più possibile. Conosceva Giuseppe quel nome, proferito a volte da suo padre. Immigrati come lui, gelesi di origine. Lamentava il fatto che non venissero mai in chiesa. Neanche una volta però aveva parlato di una figlia.

“Io sono Giuseppe Buscemi… Piacere… piacere di conoscerla. Vuole… un bicchiere d’acqua? Venga, entriamo un attimo in ufficio, cioè in casa…”, rispondeva, scoprendosi a stringerle il polso. E mentre quella beveva e gli sorrideva, la fissava.

Intanto, le stelle cadevano a sassate, rigando il buio e ustionando il tetto della Saint Mary’s.

 

 

Orazio Labbate (Butera, 1985). Ha esordito nel 2014 con Lo Scuru (Tunué), a cui sono seguiti la Piccola enciclopedia dei mostri e i racconti di Stelle Ossee. Torna al romanzo con Suttaterra.

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