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	Commenti a: Verso uno spazio antilirico della lirica	</title>
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		Di: Alberto Rossi Lžedmitrij		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/03/23/verso-uno-spazio-antilirico-della-lirica/#comment-292159</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alberto Rossi Lžedmitrij]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Mar 2018 08:14:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ERRATA CORRIGE:
Chiaramente nella penultima frase sarebbe un &quot;l&#039;ha inventata&quot;.]]></description>
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Chiaramente nella penultima frase sarebbe un &#8220;l&#8217;ha inventata&#8221;.</p>
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		Di: Alberto Rossi Lžedmitrij		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Rossi Lžedmitrij]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Mar 2018 19:07:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non mi convince: quanto si dice sulla poesia della Rankine sembra quasi negare implicitamente quanto si va affermando, cioè che la lirica, come ogni genere, è dinamica: perché dinamica, la lirica, non lo è certo da oggi, come non è da oggi che perde &quot;quegli attributi che almeno negli ultimi due secoli l’avevano caratterizzata&quot;. O meglio, quegli attributi non sono degli ultimi due secoli in toto.
In altre parole, mi sembra che nell’articolo si passi dall’idea ottocentesca di lirica a quella contemporanea, saltando a piè pari il Novecento: nel dirci che “ciò che non rende questo discorso [lirico] totalmente autoreferenziale è la sublimità dello stile, tramite cui l’individuale si farebbe universale”, per cui viene dato da associare alla lirica un tono alto, ci si sta chiaramente riferendo a un&#039;idea ottocentesca di lirica, e non è Rankine a metterla in crisi con la sua &quot;scrittura a bassa definizione, orizzontale, quasi di &#039;grado zero&#039;, l’esatto opposto di ciò che immaginiamo di incontrare quando leggiamo una poesia lirica&quot;. Più o meno le stesse parole le leggevo in un libro (ahimè, non ne ricordo il titolo) che studiai all&#039;università per descrivere una lirica (eh già) di Charles Simic scritta negli anni &#039;70 (&lt;i&gt;The Garden of Earthly Delights&lt;/i&gt;, per dovere di cronaca). Insomma, mi pare che il buon (non eccezionale) libro della Rankine sia in perfetta continuità con tutto ciò che con la lirica si è fatto nel XX secolo, visto che quella di Simic non è certo una poesia eccezionale (nel senso che faccia eccezione) per la sua epoca, è anzi a sua volta in continuità, e il discorso potrebbe via via andare indietro fino a Ungaretti, Apollinaire, Chlebnikov ed altri (non mi allargo alle avanguardie tutte perché non c&#039;era solo lirica e sarebbe un&#039;affermazione troppo generica).

Più interessante, mi pare, la riflessione sul rimescolio di generi che la poesia (lirica?) sta vivendo, e che è d&#039;altronde un movimento che investe tutti i generi letterari (narrativa, teatro, saggio, memoir) contemporanei: anche in questo caso nulla di davvero nuovo (un&#039;altra volta mi tocca di citare Chlebnikov, che già lo faceva un secolo abbondante fa, ma anche Pessoa, Pizarnik, Llansol, e diversi altri): è però vero che se prima si trattava, in questo caso sì, di eccezioni o quasi, negli ultimi anni questa poesia meticcia sembra essere diventata assai più sistematica. Ben venga, come ben venga qualsiasi esperimento interessante.

Un’ultima considerazione sulla nomenclatura, che giustamente nell’articolo viene definita limitante: lyric essay, docupoetics, non-genred writing et similia sono i classici tentativi, tipici degli accademici americani, di dare nomi nuovi a cose non nuove, nella speranza che l’etichetta abbia successo e con essa la persona che la inventata. Inutile dire che li trovo molto brutti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non mi convince: quanto si dice sulla poesia della Rankine sembra quasi negare implicitamente quanto si va affermando, cioè che la lirica, come ogni genere, è dinamica: perché dinamica, la lirica, non lo è certo da oggi, come non è da oggi che perde &#8220;quegli attributi che almeno negli ultimi due secoli l’avevano caratterizzata&#8221;. O meglio, quegli attributi non sono degli ultimi due secoli in toto.<br />
In altre parole, mi sembra che nell’articolo si passi dall’idea ottocentesca di lirica a quella contemporanea, saltando a piè pari il Novecento: nel dirci che “ciò che non rende questo discorso [lirico] totalmente autoreferenziale è la sublimità dello stile, tramite cui l’individuale si farebbe universale”, per cui viene dato da associare alla lirica un tono alto, ci si sta chiaramente riferendo a un&#8217;idea ottocentesca di lirica, e non è Rankine a metterla in crisi con la sua &#8220;scrittura a bassa definizione, orizzontale, quasi di &#8216;grado zero&#8217;, l’esatto opposto di ciò che immaginiamo di incontrare quando leggiamo una poesia lirica&#8221;. Più o meno le stesse parole le leggevo in un libro (ahimè, non ne ricordo il titolo) che studiai all&#8217;università per descrivere una lirica (eh già) di Charles Simic scritta negli anni &#8217;70 (<i>The Garden of Earthly Delights</i>, per dovere di cronaca). Insomma, mi pare che il buon (non eccezionale) libro della Rankine sia in perfetta continuità con tutto ciò che con la lirica si è fatto nel XX secolo, visto che quella di Simic non è certo una poesia eccezionale (nel senso che faccia eccezione) per la sua epoca, è anzi a sua volta in continuità, e il discorso potrebbe via via andare indietro fino a Ungaretti, Apollinaire, Chlebnikov ed altri (non mi allargo alle avanguardie tutte perché non c&#8217;era solo lirica e sarebbe un&#8217;affermazione troppo generica).</p>
<p>Più interessante, mi pare, la riflessione sul rimescolio di generi che la poesia (lirica?) sta vivendo, e che è d&#8217;altronde un movimento che investe tutti i generi letterari (narrativa, teatro, saggio, memoir) contemporanei: anche in questo caso nulla di davvero nuovo (un&#8217;altra volta mi tocca di citare Chlebnikov, che già lo faceva un secolo abbondante fa, ma anche Pessoa, Pizarnik, Llansol, e diversi altri): è però vero che se prima si trattava, in questo caso sì, di eccezioni o quasi, negli ultimi anni questa poesia meticcia sembra essere diventata assai più sistematica. Ben venga, come ben venga qualsiasi esperimento interessante.</p>
<p>Un’ultima considerazione sulla nomenclatura, che giustamente nell’articolo viene definita limitante: lyric essay, docupoetics, non-genred writing et similia sono i classici tentativi, tipici degli accademici americani, di dare nomi nuovi a cose non nuove, nella speranza che l’etichetta abbia successo e con essa la persona che la inventata. Inutile dire che li trovo molto brutti.</p>
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