La scomparsa di Anice Zolla

di Vincenzo Celano

Smarrito, confuso nella città di Firenze, come colui che ha perso le coordinate del tempo e dello spazio, Anice comprava ogni giorno il giornale con immutata puntualità, ma non riusciva più a leggerlo. Lui, che pure scriveva per alcuni importanti periodici, intratteneva ora con la carta stampata un rapporto particolare, parecchio somigliante a quello di un dongiovanni rimbambito che, ritrovandosi quotidianamente disponibile un’invitante ragazza, ogni volta s’affretta più che può a spogliarla per abbandonarsi subito dopo all’ebete contemplazione dei nei scoperti sulla fresca pelle di lei, senza fare neanche un tentativo di andare più oltre.
Con la stessa impotente ingordigia, scartabellò all’infinito quotidiani e riviste di ogni genere all’ostinata ricerca di un segno, di un indizio incoraggiante tra le inserzioni pubblicitarie. Nell’ansia ossessiva di carpire alle pagine dei giornali la più piccola traccia che potesse avere un nesso con la notte passata in treno, esplorava giorno dopo giorno, con pignoleria morbosa, i comunicati della piccola pubblicità, gli “oggetti smarriti e ritrovati”, i “messaggi personali”, le “necrologie”, le “occasioni matrimoniali”, le “chiromanzie”, la “vita sociale dei club”, i “cedesi” gli “offresi” i “cercasi”, gli “incanti pubblici”, gli “avvisi d’asta”.
A un certo momento capì che, se veramente voleva venirne a capo, doveva tralasciare il resto e soffermarsi unicamente sulle vendite all’incanto degli oggetti d’arte e d’antiquariato. Doveva insomma specializzarsi. La ricerca degli avvisi d’asta gli regalava i soli momenti esaltanti della sua giornata. Il piacere che provava in quella masturbazione quotidiana funzionava da rinforzo. La sua capacità di fiutarli a distanza, quei messaggi, e di raggiungerli in angoli remoti e inimmaginabili delle pagine, diventava in lui a dir poco sorprendente.
Il pensiero che quel feticistico rapporto, quel suo fare all’amore con una certa parte del giornale, non potesse sopravvivere a tempo indeterminato, lo aveva caricato di angoscia. Ma, proprio quando si trovava attanagliato più forte dalla paura che tutto potesse a un certo momento finire, aveva scovato l’avviso in terza pagina. Così era anche riuscito, attraverso un itinerario assai tormentato, a raggiungere il luogo del pubblico incanto.
Alla palazzina di caccia, dove venivano dispersi gli ultimi arredi della proprietà, era già in corso avanzato la seconda sessione di vendita. Con l’accento esotico dei giocolieri, il banditore proponeva una coppia di bambole Sioux di cuoio, imbottite e con le facce dipinte e le lunghe trecce corvine, spingendo con fare casereccio per arrivare al prezzo di stima. Un sorriso ambiguo di piacere gli inondò subito la persona quando stava portando a quadruplicare il prezzo di partenza di un flauto per corteggiamento e un amuleto a forma di lucertola per conservare il cordone ombelicale dei neonati. L’atmosfera era gelidamente professionale per via del pubblico formato per intero da antiquari arrivati dalle capitali dell’arte. Il banditore tambureggiava i suoi tic sul cuoio di una minuscola tenda a pianta circolare. Vietato in modo rigoroso, si capisce, l’ingresso ai non addetti.
Anice Zolla poteva vedere sfilare i pezzi uno dietro l’altro restandosene incollato a un tendaggio che s’accordava alla perfezione con il suo vestito color fumo, né più né meno come le penne ruggine di una beccaccia si confondono, in perfetto mimetismo, con le foglie morte del bosco.
La roba, ovvero “ciò che è palpabile di una mitica ricchezza”, si sparpagliava senza tensione di memorie. Sui teleschermi passavano le collane Navaho con le mezzelune tempestate di turchesi, gli alti stivali Comanche verdi e azzurri decorati di borchie rotonde e di perline. “Lei – come poi avrebbe riportato in cronaca il quotidiano La Repubblica – aveva svuotata la sua casa ed era come se una regina, per sbarazzarsi del passato, si fosse gettata alle spalle, scendendo dal trono, tutto ciò che ha fatto da scenario al suo ruolo”.
Il medaglione del portachiavi comparve sul video subito dopo i raschiapelle ricavati da femori di bisonte, ma passò tra la complice indifferenza degli esperti. Nessuno che avesse dato udienza alla proposta, non uno che avesse avanzato offerta per la spoglia di natura diversa.
La telecamera temporeggiò a lungo nelle froge aperte e le setole frementi del cignale, scavò con insistenza nell’occhio piccolo e stravolto ottenendone lampi di quella stessa forza medianica che animò il bulino in mano all’artefice. Ma era tutta la testa furibonda della bestia a mandare i lampi che denudavano, come scarnificandolo per un tempo interminabile, l’avorio delle zanne parate, annunciatrici di ricca tragedia.
“Il diritto di caccia è il più prezioso di tutti i diritti naturali, dopo il diritto dell’amore”: il banditore continuava invano a officiare, nel suo accattivante stile di prima, il rito propiziatorio. Di fronte al muro di silenzio dovette a un certo momento avvertire che la sua volontà demiurgica s’incrinava e risultava attenuata, perché il suo volto fu percorso da un impercettibile moto di stizza e smarrimento che l’accartocciò su se stesso. Fu solo un momento, perché fu visto ripigliarsi e aprirsi come il sole quando improvviso ride con l’acqua e, voilà!, seminò a spaglio il medaglione tra il pubblico che, a quel gesto, si fece di marmo.
La testa ispida del cignale fece carambola sul tavolato. Le gambe di compasso di Anice avvinto al tendaggio non si scomposero. Rigide rimasero all’urto dell’argento del medaglione. Eppure straziante era il desiderio che aveva di raccoglierlo. Solo la donna inguainata nei jeans color pistacchio, come sfuggita alla cornice del dipinto che campeggiava sull’ampia parete di fronte, sgusciò furtiva tra il diorama delle sagome raggelate degli antiquari. Divertita e irriverente, mostrava, ormai lontana, il medaglione.
Quando l’accorato “oh!…” di meraviglia e di scandalo si levò dalle bocche di pietra di quel mondo esclusivo, Anice tentò invano di raggiungerla. Lo scambiarono per uno scippatore. La stessa persona che aveva avvertito la legge si presentò, poi, per dire che non era niente vero. A giocargli il brutto tiro era stato il presentimento, una vera ossessione, di dover un giorno o l’altro essere vittima o testimone di un tentativo di stupro con rapina.
Quando egli fu liberato sperava di essere almeno in tempo per comprare i giornali. Ma quel giorno c’era lo sciopero degli edicolanti. La mattina sembrava una sventurata bellezza rimasta all’improvviso vedova. E per lui era non poco rischio dover strappare ancora ventiquattrore a quella estenuata stagione senza almeno la ventata di ossigeno di un avviso d’asta.
Con un’auto presa a nolo si era messo in marcia per tornare a Nèrulo. A chi gli avesse chiesto di questa subitanea pensata avrebbe certamente risposto con i versi che gli era accaduto di leggere in quei giorni e dei quali rammentava bene anche l’autore. Gerardo Vacana si chiamava il poeta che li aveva scritti.
“Vivo nella terra dove sono nato, / il solo habitat in cui riesco a respirare. / L’amo d’un amore necessario, muto / come quello di un albero o un animale. / Altri che l’hanno lasciata / e ne stanno alla larga / innalzano sue lodi in prosa e in versi. / Altri le fanno così la serenata / che io fare non so, / ma l’ho sposata”.

 

NdR: questo frammento è il secondo capitolo del romanzo di Vincenzo Celano “La scomparsa di Anice Zolla”, pubblicato recentemente da Avagliano; ringraziamo l’autore e l’editore per la disponibilità.

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