Storia con maiali

di Andrea Inglese

C’è un gran tramestio di maiali, entrano, si guardano intorno, si vede, ma proprio si vede che non gliene frega niente di niente, ma si siedono comunque, che poi, magari, nemmeno maiali, per davvero, anche se l’aspetto ce l’hanno, è più una metafora o una carnevalata.

Si alzano, e si vede, ma da subito, che non sono contenti. Sono prontissimi al litigio. Si guardano intorno con facce da maiali. Magari è tutta un’attribuzione a sfondo razzista, è gente per bene, di origine modesta, ma gente che vive dignitosamente, gente che non ha mai perso la dignità, anche con quei gruzzoletti in banca, con quei soldini nascosti nella credenza, l’orticello comunale, che gli permette però di risparmiare sulle carote, sui cavolfiori e le zucchine, gente anche gentile, non eccessivamente elegante o atletica, magari sono anche vecchi, allora questa storia di trattarli da maiali, è un’esagerazione. Ma proprio quando ci siamo tutti convinti di questo, che abbiamo trasfigurato la realtà, che è stato il punto di vista satirico, e anche un po’ sadico, che davvero abbiamo mancato di rispetto a gente così dignitosa, quelli si rivelano di nuovo dei porci, si mettono a sputare per terra e fanno scene madri. Le scrofe del gruppo piangono e si strappano i capelli. Gli uomini minacciano i passanti.

A questo punto, entro io e canto una bella canzone. Faccio un po’ come Enzo Jannacci o Domenico Modugno, utilizzo tutta la mia voce, e diffondo intorno a me il bel canto italiano. Poi gli faccio pure il numero di Houdini. Mi faccio mettere dal più maiale di tutti certi catenacci addosso. Poi chiedo, però, soccorso, anch’io mi metto a piangere, e supplico tutti quanti in ginocchio di liberarmi, di tirare fuori le chiavi, che c’ho mio figlio piccolo da andare a prendere all’asilo, perché così incatenato è fuor di dubbio che io fallisca. E si capisce subito che non sono mica tutti maiali. Le scrofe per prime sono commosse, che sono poi delle brave donne con le calze color sabbia, e le gonne di lana grossa, anche se è ancora settembre, sembra pure un po’ esagerato, ma questa è gente spartana, ma anche empatica, pronta al servizio. Si chinano e mi mettono un panno bagnato sulla fronte per rinfrescarmi, ma proprio dovete andare a cagare voi e il vostro panno, gli rispondo allora io, che ho un figlio molto piccolo da andare a prendere, avrà circa tre o quattro anni, ed esce dall’asilo, forse è persino già alla scuola materna, ma rimane un grande imbranato, anche per la sua età precoce, quello esce di fuori, lì, sul marciapiede dell’asilo, e cosa si trova davanti, come metafora della società in cui vive e vivrà ancora per molti anni a venire, si trova il deserto, il tradimento del padre, che non c’è, perché degli schifosi maiali come voi l’hanno ridotto in catene, e non hanno capito che io scherzavo, perché si vede anche benissimo che sono un tipo mica serio, che sono un allegrone. Quindi mio figlio è là, senza sua madre, che spero abbia un vero alibi produttivo, e non uno schifoso alibi sessuale, tipo che si faceva trombare dal verduraio.

Poi tutta questa faccenda viene risolta, anche molto serenamente, e rapidamente. Non entro per ora nei particolari. Mi obbligano però a pulire il loro vecchio frigo e a dire ad alta voce per cinque o sei volte: “Il maialone sbandato sono io.”

Quando torno in strada, mi ricordo che di figli non ne ho mai avuti, e intorno a me camminano dei tipi molto eleganti, quasi tutti in impermeabile, ma di taglio ungherese, o di tinta ungherese, non so, ma hanno grandi code fulve, questi tizi che mi stanno intorno, e faccette da volpi. A meno che non sia di nuovo un’intricata metafora a sfondo razzista. Vorrei anch’io guardarmi allo specchio dopotutto, magari sono pure io l’allegoria, con zampe e pelame, di qualche sporco vizio umano. Oppure, con la mia faccia sbarbata, i capelli soffici sul cranio, il mio naso affilato, che sembro persino David Bowie oggi, magari proprio così umano, non sono che un’allegoria ancora una volta, ma di un vizio animale, una qualche incontinenza da tricheco, o una brutalità di faina, per questo sembro così bello e alla moda, così londinese, un figurino.

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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