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	Commenti a: La radice dell&#8217;inchiostro. Dialoghi sulla poesia (seconda parte)	</title>
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		<title>
		Di: mariasole ariot		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/29/la-radice-dellinchiostro-seconda-parte/#comment-294612</link>

		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2020 20:44:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Andrea, 
grazie per la risposta (che richiama risposta - come scrivevo in un commento, poco fa a Renata, in un altro post, in qualche modo, questo momento, sta riaprendo la possibilità di uno scambio- anche qui dento- , il desiderio di un pensare insieme, e speriamo duri oltre alla situazione contingente). 
Scrivi: &lt;i&gt;Non vorrei rischiare sofismi, ma quando parlo di “uso” di un testo, questo uso puo’ essere molto personale, e riguarda il suo funzionamento in me, attraverso di me lettore. Possiamo esaltare l’inutilità della poesia, in termini di utilità razionalmente verificabile in pubblico, ma non possiamo del tutto negare che il testo funzioni. Perché se non funziona in nessun modo, allora che sia pubblico o privato, letto o non letto, bruciato o cancellato dai byte, non fa alcuna differenza. E invece fa differenza se leggo o non leggo un testo di Zanzotto o della Rosselli. O se ne leggo uno di Rondoni o di Raos.&lt;/i&gt;
Su questo ti dò pienamente ragione: certamente la mia provocazione del &quot;deve servire?&quot; (con l&#039;implicità risposta del no) si riferiva ad un&#039;idea non certo dell&#039;uso personale, del funzionamento di cui parli - che appunto ci dev&#039;essere. In realtà nemmeno vorrei esaltare &quot;l&#039;inutilità&quot; della poesia, e in realtà, a dire il vero, Inglish, non vorrei esaltare nulla. 
Non trovo la poesia né utile né inutile. La trovo un accadimento che in qualche modo possa muovere, far muovere (un pensiero, uno stato emotivo, un desiderio) - e questo vale per tutta la letteratura. 

Ovviamente un testo deve funzionare, funzionare nel senso che, come scrivi in alcune righe sotto, rispetto a quell&#039;immagine che avevo visualizzato del &quot;flâneurs dell’inchiostro&quot;, qualcosa deve infilzarci la memoria, forse anche la milza, forse dovrebbe anche fare un po&#039; male (o un po&#039; bene), ma qualcosa lo deve fare. In realtà, quell&#039;immagine non la vedo legata ad una passeggiata oziosa, piuttosto a quel muoversi tra le vie di una città facendoci anche guardare da quella, come mi pare diceva Benjamin, con lentezza, osservandone i minimi particolari. Come dire, non uno scivolare fluido, senza intoppi, senza inceppare, senza buche. Anzi: ecco, se dovessi esaltare qualcosa, nella poesia, esalterei proprio questo. La possibilità di trovare delle buche mentre si sta attraversando la strada (che sia una poesia, un libro di poesia, un saggio di poesia). 

Rispetto alla questione della teoria (ma non ho letto il libro curato da Giovannetti, vedrò di recuperare), io credo che si sia in un&#039;epoca in cui tutte le pratiche, da quelle artistiche alle discipline che prevedono un agito (come la psicoanalisi), per usare un&#039;espressione di un amico che mi è cara, &quot;la teoria sta colonizzando la prassi&quot;. Questo, io lo vedo un dato cruciale su cui riflettere - oppure, dal mio punto di vista, cercare di scardinare. Poi, come dici tu, ciò non significa cedere al lato misticheggiante e oracolare. 

Sul potere: tu dici che il problema è che in poesia non ce n&#039;è. Quello però a cui facevo riferimento non era tanto il potere intrinseco alla poesia, quanto il fatto che mi piacerebbe che il poeta non avesse potere, non aspirasse al potere, piuttosto che fosse la poesia ad averne. 
(poi, certo, invece, a chi la fa o la legge, un potere ma un potere buono, da forze jedi: quello di pubblicare libri, tradurli, scriverne, e poi sì, tenere viva anche NI :))]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Andrea,<br />
grazie per la risposta (che richiama risposta &#8211; come scrivevo in un commento, poco fa a Renata, in un altro post, in qualche modo, questo momento, sta riaprendo la possibilità di uno scambio- anche qui dento- , il desiderio di un pensare insieme, e speriamo duri oltre alla situazione contingente).<br />
Scrivi: <i>Non vorrei rischiare sofismi, ma quando parlo di “uso” di un testo, questo uso puo’ essere molto personale, e riguarda il suo funzionamento in me, attraverso di me lettore. Possiamo esaltare l’inutilità della poesia, in termini di utilità razionalmente verificabile in pubblico, ma non possiamo del tutto negare che il testo funzioni. Perché se non funziona in nessun modo, allora che sia pubblico o privato, letto o non letto, bruciato o cancellato dai byte, non fa alcuna differenza. E invece fa differenza se leggo o non leggo un testo di Zanzotto o della Rosselli. O se ne leggo uno di Rondoni o di Raos.</i><br />
Su questo ti dò pienamente ragione: certamente la mia provocazione del &#8220;deve servire?&#8221; (con l&#8217;implicità risposta del no) si riferiva ad un&#8217;idea non certo dell&#8217;uso personale, del funzionamento di cui parli &#8211; che appunto ci dev&#8217;essere. In realtà nemmeno vorrei esaltare &#8220;l&#8217;inutilità&#8221; della poesia, e in realtà, a dire il vero, Inglish, non vorrei esaltare nulla.<br />
Non trovo la poesia né utile né inutile. La trovo un accadimento che in qualche modo possa muovere, far muovere (un pensiero, uno stato emotivo, un desiderio) &#8211; e questo vale per tutta la letteratura. </p>
<p>Ovviamente un testo deve funzionare, funzionare nel senso che, come scrivi in alcune righe sotto, rispetto a quell&#8217;immagine che avevo visualizzato del &#8220;flâneurs dell’inchiostro&#8221;, qualcosa deve infilzarci la memoria, forse anche la milza, forse dovrebbe anche fare un po&#8217; male (o un po&#8217; bene), ma qualcosa lo deve fare. In realtà, quell&#8217;immagine non la vedo legata ad una passeggiata oziosa, piuttosto a quel muoversi tra le vie di una città facendoci anche guardare da quella, come mi pare diceva Benjamin, con lentezza, osservandone i minimi particolari. Come dire, non uno scivolare fluido, senza intoppi, senza inceppare, senza buche. Anzi: ecco, se dovessi esaltare qualcosa, nella poesia, esalterei proprio questo. La possibilità di trovare delle buche mentre si sta attraversando la strada (che sia una poesia, un libro di poesia, un saggio di poesia). </p>
<p>Rispetto alla questione della teoria (ma non ho letto il libro curato da Giovannetti, vedrò di recuperare), io credo che si sia in un&#8217;epoca in cui tutte le pratiche, da quelle artistiche alle discipline che prevedono un agito (come la psicoanalisi), per usare un&#8217;espressione di un amico che mi è cara, &#8220;la teoria sta colonizzando la prassi&#8221;. Questo, io lo vedo un dato cruciale su cui riflettere &#8211; oppure, dal mio punto di vista, cercare di scardinare. Poi, come dici tu, ciò non significa cedere al lato misticheggiante e oracolare. </p>
<p>Sul potere: tu dici che il problema è che in poesia non ce n&#8217;è. Quello però a cui facevo riferimento non era tanto il potere intrinseco alla poesia, quanto il fatto che mi piacerebbe che il poeta non avesse potere, non aspirasse al potere, piuttosto che fosse la poesia ad averne.<br />
(poi, certo, invece, a chi la fa o la legge, un potere ma un potere buono, da forze jedi: quello di pubblicare libri, tradurli, scriverne, e poi sì, tenere viva anche NI :))</p>
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		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/29/la-radice-dellinchiostro-seconda-parte/#comment-294610</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2020 17:08:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ciao Mariasole,
riprendo alcune cose che dici, che varrebbero ovviamente anche altre reazioni. Qui le mie:

Scrivi: &quot;Poi però mi chiedo anche: deve servire a qualcosa? O forse in realtà è proprio quello strapparsi dalla logica dell’utilità.&quot; Non vorrei rischiare sofismi, ma quando parlo di &quot;uso&quot; di un testo, questo uso puo&#039; essere molto personale, e riguarda il suo funzionamento in me, attraverso di me lettore. Possiamo esaltare l&#039;inutilità della poesia, in termini di utilità razionalmente verificabile in pubblico, ma non possiamo del tutto negare che il testo funzioni. Perché se non funziona in nessun modo, allora che sia pubblico o privato, letto o non letto, bruciato o cancellato dai byte, non fa alcuna differenza. E invece fa differenza se leggo o non leggo un testo di Zanzotto o della Rosselli. O se ne leggo uno di Rondoni o di Raos.

Scrivi: &quot;Perché non invece porsi come flâneurs dell’inchiostro&quot;. Mi sembra una bella immagine, che anche condivido. Ma qui il punto di vista mi sembra più quello dello scrittore che di quello del lettore. Io mi sono posto nella condizione del lettore. E si puo&#039; certo vagare attraverso i testi poetici e i libri di poesia, ma essi spesso ci &quot;costringono&quot;, ritmicamente, a livello di immagini, ci s&#039;infilzano allegramente nella memoria, e quando questo accade è molto bello.

Scrivi: &quot;anche di alcuni autori che si pongono, nel presentare la loro opera, come bravissimi vivisezionatori o “spiegazionisti”...
Questo è un vero problema. E&#039; una trappola sia per coloro che sono ipnotizzati dagli spiegazionisti,  ma anche per gli spiegazionisti stessi. Io ho le caratteristiche dello &quot;spiegazionista&quot;, ad esempio, e mi è anche capitato di praticare lo spiegazionismo, ma ad un certo punto ne ho visto il male per me ancor prima che per gli altri. E nel volume curato con Paolo Giovannetti, &quot;Teoria e poesia&quot;, penso di essere stato chiaro su questo: credo che lo scarto tra teoria e poesia sia costitutivo e insopprimibile. Per cui il testo irride sempre il piglio saccente del suo commentatore. Ma per quanto mi riguarda non amo neppure l&#039;atteggiamento opposto: misticheggiante e oracolare.

Sul potere: il problema è che in poesia non ce n&#039;è, o ce n&#039;è veramente troppo poco, o di qualità scadente, non so come dirlo. Non c&#039;è museo da conquistare, o casa editrice, o collana di riferimento, o spazio televisivo. Stranamente, i pochi che riescono meglio in questi esercizi di &quot;visibilità&quot; o di &quot;vendibilità&quot;, almeno in ambito poetico, per una strana dannazione smettono immediatamente di avere peso sulla specificità della pratica, sul suo ambiente, sui lettori più assidui, sugli addetti ai lavori. L&#039;unico potere che si puo&#039; apprezzare nel nostro ambiente, è il potere di fare qualcosa: organizzare incontri, pubblicare libri, fare traduzioni, scrivere su altri poeti, o fare i redattori di NI :) per esempio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Mariasole,<br />
riprendo alcune cose che dici, che varrebbero ovviamente anche altre reazioni. Qui le mie:</p>
<p>Scrivi: &#8220;Poi però mi chiedo anche: deve servire a qualcosa? O forse in realtà è proprio quello strapparsi dalla logica dell’utilità.&#8221; Non vorrei rischiare sofismi, ma quando parlo di &#8220;uso&#8221; di un testo, questo uso puo&#8217; essere molto personale, e riguarda il suo funzionamento in me, attraverso di me lettore. Possiamo esaltare l&#8217;inutilità della poesia, in termini di utilità razionalmente verificabile in pubblico, ma non possiamo del tutto negare che il testo funzioni. Perché se non funziona in nessun modo, allora che sia pubblico o privato, letto o non letto, bruciato o cancellato dai byte, non fa alcuna differenza. E invece fa differenza se leggo o non leggo un testo di Zanzotto o della Rosselli. O se ne leggo uno di Rondoni o di Raos.</p>
<p>Scrivi: &#8220;Perché non invece porsi come flâneurs dell’inchiostro&#8221;. Mi sembra una bella immagine, che anche condivido. Ma qui il punto di vista mi sembra più quello dello scrittore che di quello del lettore. Io mi sono posto nella condizione del lettore. E si puo&#8217; certo vagare attraverso i testi poetici e i libri di poesia, ma essi spesso ci &#8220;costringono&#8221;, ritmicamente, a livello di immagini, ci s&#8217;infilzano allegramente nella memoria, e quando questo accade è molto bello.</p>
<p>Scrivi: &#8220;anche di alcuni autori che si pongono, nel presentare la loro opera, come bravissimi vivisezionatori o “spiegazionisti”&#8230;<br />
Questo è un vero problema. E&#8217; una trappola sia per coloro che sono ipnotizzati dagli spiegazionisti,  ma anche per gli spiegazionisti stessi. Io ho le caratteristiche dello &#8220;spiegazionista&#8221;, ad esempio, e mi è anche capitato di praticare lo spiegazionismo, ma ad un certo punto ne ho visto il male per me ancor prima che per gli altri. E nel volume curato con Paolo Giovannetti, &#8220;Teoria e poesia&#8221;, penso di essere stato chiaro su questo: credo che lo scarto tra teoria e poesia sia costitutivo e insopprimibile. Per cui il testo irride sempre il piglio saccente del suo commentatore. Ma per quanto mi riguarda non amo neppure l&#8217;atteggiamento opposto: misticheggiante e oracolare.</p>
<p>Sul potere: il problema è che in poesia non ce n&#8217;è, o ce n&#8217;è veramente troppo poco, o di qualità scadente, non so come dirlo. Non c&#8217;è museo da conquistare, o casa editrice, o collana di riferimento, o spazio televisivo. Stranamente, i pochi che riescono meglio in questi esercizi di &#8220;visibilità&#8221; o di &#8220;vendibilità&#8221;, almeno in ambito poetico, per una strana dannazione smettono immediatamente di avere peso sulla specificità della pratica, sul suo ambiente, sui lettori più assidui, sugli addetti ai lavori. L&#8217;unico potere che si puo&#8217; apprezzare nel nostro ambiente, è il potere di fare qualcosa: organizzare incontri, pubblicare libri, fare traduzioni, scrivere su altri poeti, o fare i redattori di NI :) per esempio.</p>
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		<title>
		Di: mariasole ariot		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/29/la-radice-dellinchiostro-seconda-parte/#comment-294608</link>

		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2020 13:24:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non ho ancora letto ogni singolo intervento, e lo farò con la calma dovuta, trovando i partecipanti e ciò che ho scorso molto interessante. Ho molto apprezzato gli scritti strettamente poetici, e , in particolar modo anch&#039;io, l&#039;intervento di Andrea Inglese. Specialmente in alcuni punti: &quot;Un tessuto dialogico non si costituisce attraverso un giustapporsi di monologhi.&quot;
Ecco, io mi chiedo se appunto, un nodo centrale non sia questo - che si lega poi alla questione del &quot;il problema allora non è: &lt;i&gt;a che serve?, ma a chi serve?&lt;/i&gt;&quot;. Poi però mi chiedo anche: deve servire a qualcosa? O forse in realtà è proprio quello strapparsi dalla logica dell&#039;utilità, che permette un dire che produca davvero lì&lt;i&gt;attrito&lt;/i&gt; di cui parli, Andrea? Di recente, su suggestione di Renata Morresi, di cui anche ho letto i testi in questa pagina, si è fatto un breve scambio di riflessioni (lei l&#039;aveva fatta a partire dalla Dickinson in un&#039;intervista), sul non-potere. 
Togliersi quindi dalla logica di potere, che però, io, personalmente, vedo molto legata a quella del Sapere - in senso accademico, e, se vogliamo, in termini lacaniani - un sapere che non incarna il desiderio di conoscenza, anzi 

Mi chiedo allora : siamo davvero sicuri che sia necessario quel tipo di Sapere alla poesia? Alla sua produzione autentica come alla sua fruizione? 
Perché non invece porsi come flâneurs dell&#039;inchiostro: nell&#039;atto stesso di scriverla - nel dare voce alla parola, alla parola in quanto agito - e nel leggerla? Uno scivolamento, almeno un po&#039; lontani dal rischio di deriva di &quot;vivisezione&quot; della poesia, tipica di certa critica letteraria - ma anche di alcuni autori che si pongono, nel presentare la loro opera, come bravissimi vivisezionatori o &quot;spiegazionisti&quot; di ciò che hanno scritto. Sappiamo davvero &lt;i&gt;cosa&lt;/i&gt; stiamo scrivendo? Forse lo sappiamo prima, forse lo sappiamo dopo, forse non lo sapremo/capiremo mai. Forse nemmeno i lettori che leggono (non apro qui però la parentesi triste della poesia che viene letta solo tra poeti che leggono poeti, e in questo vedo un grosso rischio anche nelle frequenti manifestazioni pubbliche, concorsi, reading, performance, eccetera - che spesso portano alla luce autori perché loro stessi si portano alla luce, indicandosi con il dito - epperò, oggi, va così). Un commento un po&#039; sconclusionato, forse, ma che di fatto cerca di dire: cosa dire intorno al dire? Dirlo lo legittima? E&#039; una domanda che resta aperta. Forse il mio silenzio, nel non essere riuscita a partecipare, è dovuto anche a questo: perché non saprei dirne nulla - saperi o conoscenze a parte. Mi limito a navigare attraverso le parole degli altri.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho ancora letto ogni singolo intervento, e lo farò con la calma dovuta, trovando i partecipanti e ciò che ho scorso molto interessante. Ho molto apprezzato gli scritti strettamente poetici, e , in particolar modo anch&#8217;io, l&#8217;intervento di Andrea Inglese. Specialmente in alcuni punti: &#8220;Un tessuto dialogico non si costituisce attraverso un giustapporsi di monologhi.&#8221;<br />
Ecco, io mi chiedo se appunto, un nodo centrale non sia questo &#8211; che si lega poi alla questione del &#8220;il problema allora non è: <i>a che serve?, ma a chi serve?</i>&#8220;. Poi però mi chiedo anche: deve servire a qualcosa? O forse in realtà è proprio quello strapparsi dalla logica dell&#8217;utilità, che permette un dire che produca davvero lì<i>attrito</i> di cui parli, Andrea? Di recente, su suggestione di Renata Morresi, di cui anche ho letto i testi in questa pagina, si è fatto un breve scambio di riflessioni (lei l&#8217;aveva fatta a partire dalla Dickinson in un&#8217;intervista), sul non-potere.<br />
Togliersi quindi dalla logica di potere, che però, io, personalmente, vedo molto legata a quella del Sapere &#8211; in senso accademico, e, se vogliamo, in termini lacaniani &#8211; un sapere che non incarna il desiderio di conoscenza, anzi </p>
<p>Mi chiedo allora : siamo davvero sicuri che sia necessario quel tipo di Sapere alla poesia? Alla sua produzione autentica come alla sua fruizione?<br />
Perché non invece porsi come flâneurs dell&#8217;inchiostro: nell&#8217;atto stesso di scriverla &#8211; nel dare voce alla parola, alla parola in quanto agito &#8211; e nel leggerla? Uno scivolamento, almeno un po&#8217; lontani dal rischio di deriva di &#8220;vivisezione&#8221; della poesia, tipica di certa critica letteraria &#8211; ma anche di alcuni autori che si pongono, nel presentare la loro opera, come bravissimi vivisezionatori o &#8220;spiegazionisti&#8221; di ciò che hanno scritto. Sappiamo davvero <i>cosa</i> stiamo scrivendo? Forse lo sappiamo prima, forse lo sappiamo dopo, forse non lo sapremo/capiremo mai. Forse nemmeno i lettori che leggono (non apro qui però la parentesi triste della poesia che viene letta solo tra poeti che leggono poeti, e in questo vedo un grosso rischio anche nelle frequenti manifestazioni pubbliche, concorsi, reading, performance, eccetera &#8211; che spesso portano alla luce autori perché loro stessi si portano alla luce, indicandosi con il dito &#8211; epperò, oggi, va così). Un commento un po&#8217; sconclusionato, forse, ma che di fatto cerca di dire: cosa dire intorno al dire? Dirlo lo legittima? E&#8217; una domanda che resta aperta. Forse il mio silenzio, nel non essere riuscita a partecipare, è dovuto anche a questo: perché non saprei dirne nulla &#8211; saperi o conoscenze a parte. Mi limito a navigare attraverso le parole degli altri.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/29/la-radice-dellinchiostro-seconda-parte/#comment-294601</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 06:21:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ciao Rosaria, un abbraccio. I dialoghi mancano, sono d&#039;accordo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Rosaria, un abbraccio. I dialoghi mancano, sono d&#8217;accordo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: rosaria lo russo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/29/la-radice-dellinchiostro-seconda-parte/#comment-294596</link>

		<dc:creator><![CDATA[rosaria lo russo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 10:03:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sottoscrivo parola per parola del vademecum di Andrea Inglese, aggiungendo che dovrebbe fare testo, ovvero essere eseguito, non come ultima volontà di uno scrittore ma come regola di comportamento, o meglio, istruzioni per l&#039;uso di una attività altrimenti oramai insensata, dico oramai ripensando a un vecchio questionario della storica rivista &quot;Semicerchio&quot; sul mandato sociale del poeta, largamente deludente non foss&#039;altro per il fatto che manco poeti del calibro di Blanchot mostrarono nelle loro pur affascinanti risposte di aver capito la domanda. Ciao Andrea Inglese, mi manca dialogare con te!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>sottoscrivo parola per parola del vademecum di Andrea Inglese, aggiungendo che dovrebbe fare testo, ovvero essere eseguito, non come ultima volontà di uno scrittore ma come regola di comportamento, o meglio, istruzioni per l&#8217;uso di una attività altrimenti oramai insensata, dico oramai ripensando a un vecchio questionario della storica rivista &#8220;Semicerchio&#8221; sul mandato sociale del poeta, largamente deludente non foss&#8217;altro per il fatto che manco poeti del calibro di Blanchot mostrarono nelle loro pur affascinanti risposte di aver capito la domanda. Ciao Andrea Inglese, mi manca dialogare con te!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: La radice dell&#8217;inchiostro. Dialoghi sulla poesia (prima parte) &#8211; Nazione Indiana		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/29/la-radice-dellinchiostro-seconda-parte/#comment-294585</link>

		<dc:creator><![CDATA[La radice dell&#8217;inchiostro. Dialoghi sulla poesia (prima parte) &#8211; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 10:49:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=83455#comment-294585</guid>

					<description><![CDATA[[&#8230;] SECONDA PARTE [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] SECONDA PARTE [&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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