Se l’io è una proliferazione immaginaria

di Roberta Salardi

Se l’io è una proliferazione immaginaria, come sostiene per esempio Lacan, non si capisce fino a che punto siano giustificati tutti quei romanzi così solidamente strutturati, dalle trame così compatte, che si presentano come granitici monoliti. «Con questo libro,» vorrebbe dire un editore o un libraio all’acquirente, porgendo il maneggevole blocco di cemento armato, «puoi star sicuro che ti vendo un buon prodotto, tenuto insieme dal rigore sintattico e da una logica ferrea. Sei sicuro che non ti si sfascerà fra le mani privo di senso.» Il modello del cemento armato è probabilmente il modello con cui sono costruiti questi parallelepipedi romanzeschi che promettono la tenuta realistica di matrice ottocentesca, senza infiltrazioni o bolle d’aria, cioè senza nulla che minacci la coesione interna, neanche un piccolo dubbio. Blocchi pieni di parole tenute insieme con griglie d’acciaio, forse per far fronte all’elevata competizione: si sa, un vaso di coccio non viaggia bene in mezzo a vasi di ferro. Ecco, queste narrazioni in cui ogni personaggio ha un suo carattere definito, un suo destino inscritto nel carattere, o in cui entrano in relazione soltanto delle maschere sociali più o meno stereotipate, ci dicono qualcosa di appena un po’ diverso da un saggio sociologico. Un saggio di sociologia o di economia ha il vantaggio che può entrare maggiormente nei dettagli, può fornire risposte più precise e argomentate sul contesto sociale in cui viviamo. Ma perché anche nella prosa d’immaginazione vengono riproposti schemi rigidi, assertivi, convenzionali simili a fortini inattaccabili? Come a dire: «Non ti vendo un libro, ti vendo un piccolo fortino in cui trincerarti contro tutte le tue paure».

A parte il discorso meramente commerciale, suppongo che conti anche il punto di arresto cui erano arrivati gli esperimenti stilistici del Novecento. Afasia, incomunicabilità, rimozione, inconscio, alienazione, poliedricità… scogli pressoché insormontabili di fronte a cui si è trovato colui o colei che volesse diventare narratore o narratrice dalla seconda metà del secolo scorso in poi. Il nouveau roman  o “romanzo dello sguardo” negli anni cinquanta e sessanta aveva aggirato il problema, cercando di evitare come la peste l’interiorità e decidendo di osservare tutto dall’esterno (lasciando al massimo intuire un’interiorità appena accennata, dal momento che l’oggetto che viene descritto è comunque scelto fra tanti altri e quella scelta rimanda pur a una volontà, a uno stato d’animo o a un affetto). Per chi si accontenta…

Un romanzo è costituito sostanzialmente dalle relazioni fra i personaggi, quindi il personaggio-uomo è in gioco, c’è poco da fare. Difficile metterlo fuori campo. Ma come rappresentare la sua mente (volubile, mutevole, addirittura parzialmente inconscia)?
Questa è la sfida letteraria che lo straordinario secolo che abbiamo alle spalle ci ha lasciato.

«Ma la storia non si fa con i se,» potrebbe rispondere un ipotetico scrittore marxista che desideri esporre una narrazione del mondo essenzialmente in chiave di conflitto di classe, mettendo in luce soprattutto i rapporti di forza in cui sono immersi i gruppi sociali; un marxista scrittore, che si ostini a mettere in pratica i suoi ideali fabbricando romanzi, ben conscio tuttavia che la stragrande quantità della popolazione cui intende rivolgersi non legge o, se legge, preferisce fumetti, gialli, libretti Harmony o best-seller simili ad Harmony formato gigante, con più pepe, i Big Mac degli scaffali. Questo scrittore che suppongo marxista potrebbe obiettare: «Lasciamo perdere mamma e papà, squilibri nevrotici (che riguardano la solita maggioranza della popolazione su cui è meglio gettare un velo pietoso), deragliamenti psicotici (in genere confinati nei reparti ospedalieri), roba per medici, roba per poveretti che non ce l’hanno fatta a diventare combattenti per una società migliore, che non sono all’altezza delle sfide della storia. Chi ce l’ha fatta ha il compito d’illuminare la strada. Nella storia che cosa resta delle molteplici ansie e vicissitudini umane? Una serie di fatti concatenati fra loro da cause che sono state appurate. Questi fatti vengono esposti dagli storici in modo che trapeli tutto il lavorio di attività, progetti, aspirazioni dei vari gruppi sociali. Analogamente, nelle trame romanzesche la cosa più importante è narrare alcuni fatti e lasciar emergere, dietro a questi, i rapporti che intercorrono tra figure sociali in equilibrio, competizione o contrasto fra loro.» Si può rintracciare sicuramente qualche trama in cui questi rapporti intercorrono per esempio tra un capitalista dal volto umano, coraggioso proprietario di una piccola azienda, il rampante spregiudicato e fedifrago, e il precario intelligente ma condannato a non emergere per destino di classe squattrinata e per mitezza di carattere; le donne, come al solito, in ruoli ancillari di contorno, deputate esclusivamente alla continuazione biologica della specie, cioè a fare figli.

L’autore ipotetico marxista può levarsi quindi con agilità e obiettare al mio attacco polemico (e invidioso) contro molti romanzi odierni, paragonati a blocchi di cemento armato fitti di parole e personaggi unidimensionali, che gli stessi romanzi possono essere piuttosto paragonati a esplosivi al plastico, necessariamente ben congegnati e collaudati per smuovere le coscienze dei lettori e mandare in mille pezzi i Big Mac dell’editoria!

Di fronte all’obiezione politica non mi resta che concludere: tra il discorso di Freud e quello di Marx, in Italia ha circolato di più e abbattuto le convenzioni in special modo quello di Marx…

 

 

 

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