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	Commenti a: Per non confondere realtà e pregiudizio: una riflessione sulle ripercussioni del populismo culturale	</title>
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		<title>
		Di: cara polvere		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[cara polvere]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2020 16:19:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La Valduga cosa? La Valduga che rivendica il riconoscimento degli intellettuali (odierni ) su dove? Su quale quotidiano? Sul Fatto Quotidiano? Auspico sia una fakenew! Che se non lo fosse... eh... niente... fa già ridere/piangere così.
Lessi l&#039; articolo e lo ritenni personalmente, proprio per i suoi non contunuti all&#039; aria fritta, non degno di nota.
paola lovisolo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Valduga cosa? La Valduga che rivendica il riconoscimento degli intellettuali (odierni ) su dove? Su quale quotidiano? Sul Fatto Quotidiano? Auspico sia una fakenew! Che se non lo fosse&#8230; eh&#8230; niente&#8230; fa già ridere/piangere così.<br />
Lessi l&#8217; articolo e lo ritenni personalmente, proprio per i suoi non contunuti all&#8217; aria fritta, non degno di nota.<br />
paola lovisolo</p>
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		<title>
		Di: ANTONELLA DORIA		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/08/per-non-confondere-realta-e-pregiudizio-una-riflessione-sulle-ripercussioni-del-populismo-culturale/#comment-296673</link>

		<dc:creator><![CDATA[ANTONELLA DORIA]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2020 12:30:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Le argomentazioni dell&#039;articolo di Matteo Bianchi mi trovano pienamente d&#039;accordo. Ed anche i commenti che ho letto sono in linea con il mio pensiero. Non mi accingo quindi a ripetere con altre parole concetti già esplicitati. 
Mi chiedo tuttavia perché alcune testate giornalistiche create - a loro dire - per andare lancia-in-resta contro l&#039;incompetenza, la falsità e le manipolazioni dei &#039;pennivendoli&#039; di vari colori, prestino il fianco a tali argomentazioni, fatte poi nel caso da chi ha avuto la strada tutta in discesa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le argomentazioni dell&#8217;articolo di Matteo Bianchi mi trovano pienamente d&#8217;accordo. Ed anche i commenti che ho letto sono in linea con il mio pensiero. Non mi accingo quindi a ripetere con altre parole concetti già esplicitati.<br />
Mi chiedo tuttavia perché alcune testate giornalistiche create &#8211; a loro dire &#8211; per andare lancia-in-resta contro l&#8217;incompetenza, la falsità e le manipolazioni dei &#8216;pennivendoli&#8217; di vari colori, prestino il fianco a tali argomentazioni, fatte poi nel caso da chi ha avuto la strada tutta in discesa.</p>
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		<title>
		Di: giorgio mascitelli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/08/per-non-confondere-realta-e-pregiudizio-una-riflessione-sulle-ripercussioni-del-populismo-culturale/#comment-296672</link>

		<dc:creator><![CDATA[giorgio mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2020 17:44:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2020/09/08/per-non-confondere-realta-e-pregiudizio-una-riflessione-sulle-ripercussioni-del-populismo-culturale/#comment-296667&quot;&gt;Andrea Inglese&lt;/a&gt;.

Avevo letto l&#039;articolo della Valduga a suo tempo e devo dire che sono d&#039;accordo con Matteo Bianchi, tra l&#039;altro sarei curioso di sapere in che contesto Volponi disse questa frase su Eco, visto che entrambi collaboravano ad Alfabeta con una linea piuttosto critica nei confronti della cultura italiana.  Non si tratta qui nei nostri giorni poi di riprodurre la critica degli apocalittici, specie se, come ricordava Andrea per Valduga,  sono seduti sul velluto, ma di favorire la circolazione di idee e di testi in un mondo talmente unidimensionale che perde anche di senso la differenza tra cultura alta e bassa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/09/08/per-non-confondere-realta-e-pregiudizio-una-riflessione-sulle-ripercussioni-del-populismo-culturale/#comment-296667">Andrea Inglese</a>.</p>
<p>Avevo letto l&#8217;articolo della Valduga a suo tempo e devo dire che sono d&#8217;accordo con Matteo Bianchi, tra l&#8217;altro sarei curioso di sapere in che contesto Volponi disse questa frase su Eco, visto che entrambi collaboravano ad Alfabeta con una linea piuttosto critica nei confronti della cultura italiana.  Non si tratta qui nei nostri giorni poi di riprodurre la critica degli apocalittici, specie se, come ricordava Andrea per Valduga,  sono seduti sul velluto, ma di favorire la circolazione di idee e di testi in un mondo talmente unidimensionale che perde anche di senso la differenza tra cultura alta e bassa.</p>
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		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/08/per-non-confondere-realta-e-pregiudizio-una-riflessione-sulle-ripercussioni-del-populismo-culturale/#comment-296667</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2020 08:05:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E&#039; interessante questa analisi. Io penso che si possa addirittura prendere l&#039;opposizione Valduga-Sgarbi come esemplare di un paradigma interamente interno all&#039;attuale industria culturale. Valduga e Sgarbi ricalcano un copione che è già scritto e definito da tempo, e che non ha nessuna reale portata critica nei confronti delle pratiche culturali in epoca tardo-capitalista. Non ho letto il pezzo di Valduga, quindi mi baso sui passaggi citati da Matteo Bianchi. Innanzitutto Valduga è una poetessa Einaudi, e quindi sfrutta quello che una buona parte di buoni poeti e poetesse in Italia non puo&#039; sfruttare, ossia distribuzione e visibilità, il tutto ovviamente commisurato a un genere &quot;marginale&quot;. Quindi quel che un poeta puo&#039; ottenere dall&#039;industria culturale, poco, Valduga l&#039;ha ottenuto. Quanto a Sgarbi, egli si fa sostenitore di una cultura pop, avendo alle spalle una formazione accademica, e avendo esercitato, nel bene e nel male, il mestiere di critico d&#039;arte, ed è grazie a questa &quot;specialità&quot;, questa competenza specifica, che nel bene e sopratutto nel male, ha ottenuto funzioni politiche e spazio mediatico, prima di diventare un semplice brand, per un pubblico indifferenziato. Queste precisazioni servono innanzitutto a comprendere che portata critica possono avere i discorsi dell&#039;una o dell&#039;altro. Sgarbi è un anti-casta? Ah, ah! Valduga è un innovatrice underground? No. 
Un filosofo marxista, il tedesco Robert Kurz, ha in alcune sue opere ampiamente mostrato come questa finta opposizione tra &quot;i pessimisti culturali&quot; (o &quot;catastrofisti culturali&quot;)  e i post-moderni pop, non riguarda minimamente la critica più tagliente e difficile che si puo&#039; fare all&#039;odierna industria culturale, ossia la trasformazione di qualsiasi attività creativa in un prodotto di mercato, accessibile cioè alla forma merce nel modo più lineare possibile.
Insomma, di queste opposizioni fittizie, o come le chiamerebbe Giancarlo Majorino, di queste lotte secondarie, ce ne sono state e ce ne saranno ancora, molto simili, molto prevedibili.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; interessante questa analisi. Io penso che si possa addirittura prendere l&#8217;opposizione Valduga-Sgarbi come esemplare di un paradigma interamente interno all&#8217;attuale industria culturale. Valduga e Sgarbi ricalcano un copione che è già scritto e definito da tempo, e che non ha nessuna reale portata critica nei confronti delle pratiche culturali in epoca tardo-capitalista. Non ho letto il pezzo di Valduga, quindi mi baso sui passaggi citati da Matteo Bianchi. Innanzitutto Valduga è una poetessa Einaudi, e quindi sfrutta quello che una buona parte di buoni poeti e poetesse in Italia non puo&#8217; sfruttare, ossia distribuzione e visibilità, il tutto ovviamente commisurato a un genere &#8220;marginale&#8221;. Quindi quel che un poeta puo&#8217; ottenere dall&#8217;industria culturale, poco, Valduga l&#8217;ha ottenuto. Quanto a Sgarbi, egli si fa sostenitore di una cultura pop, avendo alle spalle una formazione accademica, e avendo esercitato, nel bene e nel male, il mestiere di critico d&#8217;arte, ed è grazie a questa &#8220;specialità&#8221;, questa competenza specifica, che nel bene e sopratutto nel male, ha ottenuto funzioni politiche e spazio mediatico, prima di diventare un semplice brand, per un pubblico indifferenziato. Queste precisazioni servono innanzitutto a comprendere che portata critica possono avere i discorsi dell&#8217;una o dell&#8217;altro. Sgarbi è un anti-casta? Ah, ah! Valduga è un innovatrice underground? No.<br />
Un filosofo marxista, il tedesco Robert Kurz, ha in alcune sue opere ampiamente mostrato come questa finta opposizione tra &#8220;i pessimisti culturali&#8221; (o &#8220;catastrofisti culturali&#8221;)  e i post-moderni pop, non riguarda minimamente la critica più tagliente e difficile che si puo&#8217; fare all&#8217;odierna industria culturale, ossia la trasformazione di qualsiasi attività creativa in un prodotto di mercato, accessibile cioè alla forma merce nel modo più lineare possibile.<br />
Insomma, di queste opposizioni fittizie, o come le chiamerebbe Giancarlo Majorino, di queste lotte secondarie, ce ne sono state e ce ne saranno ancora, molto simili, molto prevedibili.</p>
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		<title>
		Di: Alessandro Liburdi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/08/per-non-confondere-realta-e-pregiudizio-una-riflessione-sulle-ripercussioni-del-populismo-culturale/#comment-296666</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Liburdi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2020 06:42:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Al netto di alcune osservazioni effettivamente calzanti - le patenti di &quot;grandezza&quot;, ad esempio, hanno bisogno di una fase di decantazione che consenta il giusto confronto fra l&#039;autore x e l&#039;artista y e gli altri grandi esempi del suo campo - l&#039;autrice dell&#039;articolo sottovaluta sostanzialmente che, complice l&#039;istruzione di massa e l&#039;innalzamento del numero di laureati rispetto che so io all&#039;inizio del Novecento, ci sono in giro molti più lettori e, fra questi, più lettori in grado di discernere il buono dal cattivo.
il concetto “di massa” abbia ricadute sociopolitiche. “Di massa” è il contrario di cultura “d’élite”, dunque una cultura di pubblico dominio: opere e libri non più confinate – e controllate – da gruppi aristocratici ben istruiti, ma disponibili per il grande pubblico, pronte a diventare veicolo di democrazia. E fra il grande pubblico, giocoforza per un mero calcolo delle probabilità, dovrà pur esserci qualche spettatore/lettore/fruitore dotato di buon gusto, capace di separare il grano dal loglio, la bellezza di un classico dalla paccottiglia banalizzante di qualche odierno.
Voglio dire: anche fra il grande pubblico ci sarà pure qualcuno in grado di distinguere, perlomeno, un Morricone da un Allevi, un Camilleri da una Ferrante. Nella collettività insomma non ci sono solamente «lettori da cesso» come ammoniva Cèline o quelli che «leggono per sospetto o per invidia» come indicava Flaiano nel suo &quot;Frasario essenziale&quot;: in questa pletora di utenti che fanno la fila ore e ore per un autografo di Vespa o di Elettra Lamborghini e che cercano la ribalta a X Factor, qualche povero cristo che voglia leggere Kafka o Dostoevskij o voglia suonare Vivaldi o Stravinskij per entusiasmo e interesse sinceri ci sarà pure, no?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Al netto di alcune osservazioni effettivamente calzanti &#8211; le patenti di &#8220;grandezza&#8221;, ad esempio, hanno bisogno di una fase di decantazione che consenta il giusto confronto fra l&#8217;autore x e l&#8217;artista y e gli altri grandi esempi del suo campo &#8211; l&#8217;autrice dell&#8217;articolo sottovaluta sostanzialmente che, complice l&#8217;istruzione di massa e l&#8217;innalzamento del numero di laureati rispetto che so io all&#8217;inizio del Novecento, ci sono in giro molti più lettori e, fra questi, più lettori in grado di discernere il buono dal cattivo.<br />
il concetto “di massa” abbia ricadute sociopolitiche. “Di massa” è il contrario di cultura “d’élite”, dunque una cultura di pubblico dominio: opere e libri non più confinate – e controllate – da gruppi aristocratici ben istruiti, ma disponibili per il grande pubblico, pronte a diventare veicolo di democrazia. E fra il grande pubblico, giocoforza per un mero calcolo delle probabilità, dovrà pur esserci qualche spettatore/lettore/fruitore dotato di buon gusto, capace di separare il grano dal loglio, la bellezza di un classico dalla paccottiglia banalizzante di qualche odierno.<br />
Voglio dire: anche fra il grande pubblico ci sarà pure qualcuno in grado di distinguere, perlomeno, un Morricone da un Allevi, un Camilleri da una Ferrante. Nella collettività insomma non ci sono solamente «lettori da cesso» come ammoniva Cèline o quelli che «leggono per sospetto o per invidia» come indicava Flaiano nel suo &#8220;Frasario essenziale&#8221;: in questa pletora di utenti che fanno la fila ore e ore per un autografo di Vespa o di Elettra Lamborghini e che cercano la ribalta a X Factor, qualche povero cristo che voglia leggere Kafka o Dostoevskij o voglia suonare Vivaldi o Stravinskij per entusiasmo e interesse sinceri ci sarà pure, no?</p>
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