Da Scurau

di Giuseppe Nibali

Ultima voce chiama il sangue.

Campo cruento gli uomini, altro sangue per le donne
è il giorno. Tutti sono convocati, vecchi e nuovi
viventi aspettano un gesto per sbranarsi. Il rivolo
aspettano, verticale sullo sterno, il morituri stabilito
dalla nascita, nella nascita futura rivelato. È tempo
adesso per il sesso tra gli attori, gambe nude, lividi,
dai piedi fino all’ano serpi, piaghe fili lo sfondo fuori
anche case, molte, come in cerca vergognosa della luce.
Altro mai, nemmeno nella voce, nella voce ultima

**

due mesi, niente. La città è andata avanti
verso il mondo universo. Vi colpisce fino
ai buchi dentro i nervi fino ai chiodi tra le
costole. La città ha dato germe. Resistete
non muovete il braccio: respirare restare
come gli uomini che sono uomini due volte,
una per l’origine l’altra per il tempo.

**

Corpi cavi enormi, gonne e questi figli come squarcio.
Crolla la religione, Meroè, di chi conosce il tormento
di giocare fino al buco dell’abisso; lo sgravo che ricordi
gli spruzzi di merda sul lenzuolo e dentro l’amigdala
appena lavati macelli, vene scure, osiamo dire:

Cattedrale vuota l’ulivo schiacciato contro il greto
i rami le foglie lo schianto lo scantu della scorza
materna sul petto. Matriarcato dei giochi l’ikea
i segni, questi, del nuovo potere; parola della madre.

Sì, siamo la madre. La morte la morte. La morte.

**

Dal lato filtra l’acquenere nel cemento, passa rifugi antiaerei, tracce di ferrovia. Ai liquami arriva, alle ossa degli antichi. Di qua un nuovo cimitero: cavi molti, un prato. Per lo scopo i piedi premono sul vetro, le mani stanno in preghiera. Mio e comune il giorno in cui ho pisciato via dalla fica il flare, il colpo del sole sulle labbra. Un silenzio primitivo, il viso è morto, non vedi? Le strade, anche le strade, le gallerie come arterie di donna, le vedi? Le sorveglia un’altra volontà. Allora nulla si è sfatto da quanto siamo, non hai da cercare, né manca in TV di guardare i fiati sfiniti degli amanti, il collo che si curva di un airone. Così è fino alla matrice, allorché del maschio e della femmina farete un unico essere sicché non vi sia più né maschio né femmina. Così è fino alla matrice, alla prima carne strappata da uno stomaco.

**

Che bestia sei. Che bestia mentre aspetti col muso l’acqua
battere sul dorso e le zampe arrivare alla nuca, mentre latri
all’erba che spacca in giardino il pezzo vicino di cemento.
Dalle foglie ritorna il grecale, la pioggia passa dalla feritoia
nella casa, dai tendoni che coprono i raggi. Questo e di come
ci siamo dimenticati, di come è successo in fretta. Tenendoti
tu ai miei fianchi io alla maglia stesa accanto. Ora è la mossa.
Fermo. La Bugonia. Solleva le mani dai fianchi, la mossa che
faccio col culo. Svella piano la carcassa mia dalle labbra,
la carcassa qui esplosa, il suo fegato emerso dalle piume.

**

Vi seguirà il male dietro l’edera, e di sopra,
sul balcone in lamiera che avete per rifugio.
Non è il tempo delle corse alla ringhiera
mentre lo sfondo si disossa, e passa dall’arco delle vie
per la montagna. È morto anche il vecchio prete
di Ragalna, per la fine del suo giorno una domenica.

Chissà che luce vi assale lì dai tetti, dove il sole si
inurba coi pastori fra i negozi e che fatica morire
anche voi nella chiesa col barrito alto della fiera.
Qui nel lontano la nebbia muove la pianura
sopra i ponti, dalla miseria di colline, altre volte
fuori alla finestra si alza lo scheletro di un albero.

**

Sgruma tutto l’osso, spolpa le parti del petto non ti fermare
nei calli; tu scheggia gli incisivi sull’osso. Questo amore
con la carne ci ha fatti bestiame umano di denti e radice
di pianta tutta antica tutta crudo inverno. Sgruma l’osso
anzi ascolta: un fischio convoca all’oggi i cadaveri nati
sotto l’orrore delle dita.

Anche la donna, Vera, che pare tua figlia, la donna che guarda
non un punto ma le case, è carne putrefatta già nell’atomo
nel ribosio è carne di rovina, carne rischiarata dai fotoni
al virginale. Non le mani guarda ma la felce cresciuta
sul buio, che il buio tormenta col suo verde. Sui tasti supera
comuni di uomini in trofallassi. Crea suono.

francesca matteoni

Curo laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegno storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduco laboratori intuitivi sui tarocchi. Ho pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014). Dal sito Fiabe sono nati questi due progetti da me curati: Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e ‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori. Sono presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ho all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il mio primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abito in un borgo delle colline pistoiesi. 

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