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	Commenti a: Una teoria femminista della violenza. Intervista a Françoise Vergès	</title>
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		<title>
		Di: Una teoria femminista della violenza: intervista a Françoise Vergès &#8211; hookii		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Una teoria femminista della violenza: intervista a Françoise Vergès &#8211; hookii]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2021 09:01:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[&#8230;] storica e politologa femminista Françoise Vergès discute in un&#8217;intervista il problema della violenza in una cornice femminista, in particolare le correnti del femminismo [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] storica e politologa femminista Françoise Vergès discute in un&#8217;intervista il problema della violenza in una cornice femminista, in particolare le correnti del femminismo [&#8230;]</p>
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		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307647</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Feb 2021 08:52:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cara Jamila, grazie della risposta articolata, e densa di esperienza diretta. E certo sarebbe interessante confrontarsi anche con l&#039;autrice, ma mi sembra già una bella occasione confrontarsi con te, e il tuo punto di vista. Il mio intervento critico nasce da un mio interesse, per le diverse prospettive teoriche che una diversità di movimenti di contestazione oggi, in modo più o meno coerente, elaborano. Parto da un presupposto. Molte persone a sinistra sostengono l&#039;idea di una &quot;spoliticizzazione&quot; delle persone, degli sfruttati e dominati in particolare. Io non ci credo, e mi sembra di vedere diverse forme di mobilitazioni e d&#039;impegno legati alla &quot;polis&quot;, allo spazio di vita e produzione comune. Di certo, pero&#039;, non entrano nelle forme di azioni politica più consolidate nel novecento (la forma partito, prima di tutte). Le lotte a cui Vergès e tu pensate ne fanno certo parte: lotte antirazziste, femministe, contro il regime repressivo francese. Lo scoglio, per me, è un altro. E io credo che Carlo Formenti lo abbia espresso in maniera molto chiara in un suo libro del 2013 intitolato &quot;Utopie letali&quot; (Jaca Book). Ti cito qui un semplice passaggio, che per me puo&#039; essere messo in rapporto con questa tua affermazione: &quot;Quel che dice Françoise è che la protezione dello Stato è selettiva e ingiusta. E che forse bisogna ripensare la protezione dal basso. Gli esempi che cita sono esempi diversi di resistenza in casi di occupazione militare, clandestinità straordinaria, ma anche solidarietà ordinaria in tante parti del mondo. E la proposta di ripensare una protezione dal basso che non sia mafia né squadriglie di quartiere, ma una solidarietà cittadina organizzata capace di farsi carico di coloro che non sono pres* in carico dalla protezione statale.&quot;
Ecco il passaggio di Formenti: &quot;Si tratta, infatti, di forme di agire collettivo che Gramsci avrebbe definito &quot;apoliticiste&quot;, sia per il rifiuto di qualsiasi forma di istituzionalizzazione, sia per l&#039;assenza di qualsiasi preoccupazione di prefigurare scenari futuri, per l&#039;assenza cioè - volendo ancora usale il lessico gramsciano - di &quot;spirito statale&quot;.&quot;
In soldoni. Io vedo due modelli possibili. Uno che forse riporterei a Rancière (in La haine de la démocratie): oggi le nostre democrazie liberali e capitalistiche sono confrontate continuamente a un disordine e una contestazione che interferisce continuamente con la loro tranquilla amministrazione dell&#039;esistente (intendi sfruttamento e dominazione). Non è realistica l&#039;opzione di un abbattimento totale dello Stato (delle prigioni, ecc.), ma è realistico un controllo maggiore dello Stato dal basso, cosi come l&#039;allargamento dei diritti, e l&#039;apertura di spazi autogestiti. Qui l&#039;anticapitalismo mi sembra non voler o non poter divenire completamente (se non in forma puramente utopica) antistatalismo.
Poi vi è il ragionamento di Formenti, e l&#039;apoliticismo di cui parla citando Gramsci vuol dire questo. Non tanto inerzia e passività delle masse, ma l&#039;incapacità o semplicemente il rifiuto di pensare un&#039;istituzione (o una somma di istituzioni) alternative a quelle democratico-liberali.
Se l&#039;ottica è dunque questa (non pretendiamo di prefigurare uno Stato anticapitalista, antirazzista, ecc.), ma qui rispondo per parte mia, io opto per il modello riformista: lottare perché le leggi cambino, perché cambi la cultura istituzionale delle forze dell&#039;ordine, perché non vi sia immunità per i poliziotti, perché il sistema carcerario funzioni diversamente, insomma si ricade nella lotta per i diritti (con i suoi limiti). Ma non vedo neppure perché una tale lotta contrasterebbe, fino a un certo punto, con l&#039;ampliamento delle solidarietà di cui parla Vergès. 

Ora, posto che il libro di Formenti mi ha convinto sulle debolezze di certi movimenti nati tra fine novecento e inizio secolo (il loro paradigma sostanzialmente libertario), deve ancora convincermi sulla realizzabilità (e bontà) della sostituzione di uno Stato borghese con uno Stato proletario e davvero anticapitalista. Ma su questo ancora leggo e &quot;studio&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Jamila, grazie della risposta articolata, e densa di esperienza diretta. E certo sarebbe interessante confrontarsi anche con l&#8217;autrice, ma mi sembra già una bella occasione confrontarsi con te, e il tuo punto di vista. Il mio intervento critico nasce da un mio interesse, per le diverse prospettive teoriche che una diversità di movimenti di contestazione oggi, in modo più o meno coerente, elaborano. Parto da un presupposto. Molte persone a sinistra sostengono l&#8217;idea di una &#8220;spoliticizzazione&#8221; delle persone, degli sfruttati e dominati in particolare. Io non ci credo, e mi sembra di vedere diverse forme di mobilitazioni e d&#8217;impegno legati alla &#8220;polis&#8221;, allo spazio di vita e produzione comune. Di certo, pero&#8217;, non entrano nelle forme di azioni politica più consolidate nel novecento (la forma partito, prima di tutte). Le lotte a cui Vergès e tu pensate ne fanno certo parte: lotte antirazziste, femministe, contro il regime repressivo francese. Lo scoglio, per me, è un altro. E io credo che Carlo Formenti lo abbia espresso in maniera molto chiara in un suo libro del 2013 intitolato &#8220;Utopie letali&#8221; (Jaca Book). Ti cito qui un semplice passaggio, che per me puo&#8217; essere messo in rapporto con questa tua affermazione: &#8220;Quel che dice Françoise è che la protezione dello Stato è selettiva e ingiusta. E che forse bisogna ripensare la protezione dal basso. Gli esempi che cita sono esempi diversi di resistenza in casi di occupazione militare, clandestinità straordinaria, ma anche solidarietà ordinaria in tante parti del mondo. E la proposta di ripensare una protezione dal basso che non sia mafia né squadriglie di quartiere, ma una solidarietà cittadina organizzata capace di farsi carico di coloro che non sono pres* in carico dalla protezione statale.&#8221;<br />
Ecco il passaggio di Formenti: &#8220;Si tratta, infatti, di forme di agire collettivo che Gramsci avrebbe definito &#8220;apoliticiste&#8221;, sia per il rifiuto di qualsiasi forma di istituzionalizzazione, sia per l&#8217;assenza di qualsiasi preoccupazione di prefigurare scenari futuri, per l&#8217;assenza cioè &#8211; volendo ancora usale il lessico gramsciano &#8211; di &#8220;spirito statale&#8221;.&#8221;<br />
In soldoni. Io vedo due modelli possibili. Uno che forse riporterei a Rancière (in La haine de la démocratie): oggi le nostre democrazie liberali e capitalistiche sono confrontate continuamente a un disordine e una contestazione che interferisce continuamente con la loro tranquilla amministrazione dell&#8217;esistente (intendi sfruttamento e dominazione). Non è realistica l&#8217;opzione di un abbattimento totale dello Stato (delle prigioni, ecc.), ma è realistico un controllo maggiore dello Stato dal basso, cosi come l&#8217;allargamento dei diritti, e l&#8217;apertura di spazi autogestiti. Qui l&#8217;anticapitalismo mi sembra non voler o non poter divenire completamente (se non in forma puramente utopica) antistatalismo.<br />
Poi vi è il ragionamento di Formenti, e l&#8217;apoliticismo di cui parla citando Gramsci vuol dire questo. Non tanto inerzia e passività delle masse, ma l&#8217;incapacità o semplicemente il rifiuto di pensare un&#8217;istituzione (o una somma di istituzioni) alternative a quelle democratico-liberali.<br />
Se l&#8217;ottica è dunque questa (non pretendiamo di prefigurare uno Stato anticapitalista, antirazzista, ecc.), ma qui rispondo per parte mia, io opto per il modello riformista: lottare perché le leggi cambino, perché cambi la cultura istituzionale delle forze dell&#8217;ordine, perché non vi sia immunità per i poliziotti, perché il sistema carcerario funzioni diversamente, insomma si ricade nella lotta per i diritti (con i suoi limiti). Ma non vedo neppure perché una tale lotta contrasterebbe, fino a un certo punto, con l&#8217;ampliamento delle solidarietà di cui parla Vergès. </p>
<p>Ora, posto che il libro di Formenti mi ha convinto sulle debolezze di certi movimenti nati tra fine novecento e inizio secolo (il loro paradigma sostanzialmente libertario), deve ancora convincermi sulla realizzabilità (e bontà) della sostituzione di uno Stato borghese con uno Stato proletario e davvero anticapitalista. Ma su questo ancora leggo e &#8220;studio&#8221;.</p>
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		<title>
		Di: JAMILA		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307608</link>

		<dc:creator><![CDATA[JAMILA]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2021 12:04:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Rispondo finalmente a Andrea e Gianni, ma non in quanto &quot;portavoce&quot; del pensiero di FV – Françoise è un&#039;amica e condivido molto di quello che scrive, ma non voglio farmene interprete. Anzi, magari potremmo fare una seconda puntata per chiedere direttamente a lei le cose che vi sembrano rimaste in sospeso. Dirò quello che a me interessa del suo discorso. In particolare due aspetti dell&#039;ultimo libro mi sembravano interessanti: da un lato il ritratto delle mascolinità trasfigurate dal razzismo, inscritte in un reticolo di violenza simbolica e materiale, che complica lo schema vittima/carnefice=donna/uomo, obbliga a pensare il maschile razzializzato all&#039;insegna della vulnerabilità, demistifica la presunta innocenza del femminile (l&#039;esempio delle donne schiaviste è fortemente eloquente) e sottolinea i limiti del femminismo &quot;carcerale e punitivo&quot; contemporaneo, il femminismo di Stato che vuole punire la violenza di genere facendo ricorso alla la violenza legittima dello Stato. A parte la cacofonia di tanti di questi termini che in italiano mi sembrano molto più pesanti che in francese, il punto è interrogarsi sulla condizione specifica, per esempio, dei giovani di banlieue che crescono tra perquisizioni musclées e pestaggi e droga nella cité, questi bad boys la cui virilità è comunque costantemente umiliata dalla violenza razziale e sociale perpetrata dallo Stato (a vari livelli: la scuola che ti scarta, la polizia che ti stupra – l’affaire Théo è emblematico). Additare il problema dello status di questa mascolinità ferita e però non di rado violenta, come lo fa Françoise, mi pare importante, perché proprio questi uomini &quot;naturalmente&quot; considerati maschilisti e violenti, sono lo spettro e il target del femminismo “carcerale e punitivo” incarnato da M. Schiappa. La rivisitazione di Françoise non assolve nessuno, ma complica il quadro. E solleva, ma solo implicitamente, il problema di stabilire a cosa/chi giova la punizione carcerale contro le violenze di genere. Ma è un dibattito più ampio, che rinvia a Angela Davis e l’abolizione delle prigioni, e anche su quello la si potrebbe risollecitare per dire di più. L’altro aspetto che a me interessava del suo libro era proprio quello della protezione oltre/contro/dallo Stato. La critica di Françoise prende le mosse da un’analisi con la quale concordo in pieno: lo stato francese è tanto egualitario nei principi, quanto borghese–imperialista-razzista-patriarcale storicamente e di fatto. Di nuovo, a molt* sembreranno paroloni démodés, ma proverei a prenderli nel modo meno ideologico e più terra terra possibile:  la République è uno stato in cui le violenze razziste sono all’ordine del giorno e quindi strutturali, idem per i femminicidi, le violenze e le discriminazioni di genere; è uno stato che difende ben poco gli interessi delle classi popolari e subalterne, privilegiando anche in una fase come questa piani di rilancio economico che non sembrano immediatamente beneficiare queste ultime (mentre si riformano le pensioni, la scuola, l&#039;assurance chomage ecc.); ed è uno stato che interviene militarmente nelle sue ex-colonie (e non) e che coltiva la Françafrique come il proprio backyard. In questo senso definirlo borghese, imperialista, razzista e patriarcale è descrivere uno stato di cose evidente che poi può essere apprezzato, giustificato o criticato.
Ora, questo non significa negare, ad esempio, che questo stesso Stato, con tutti gli epiteti che mi risparmio di ricitare di nuovo, non sia anche erogatore di servizi pubblici, sussidi di disoccupazione, case popolari e istruzione – con tutte le contraddizioni del caso. Ma se parliamo di protezione e giustizia di fronte alle violenze subite, la questione si complica anche da un punto di vista soggettivo: chi si sente protetto dalle forze dello stato, cioè dalla polizia? Chi si rivolge alla polizia per essere protetto? Tra quelle che Françoise chiama le “popolazioni vulnerabili”, quindi racisée.s di banlieue, ma anche migranti senza documenti, gente senza fissa di mora, persone in condizioni di disabilità mentale o fisica che pure magari beneficiano di alcuni servizi di assistenza da parte dello stato, ecco da parte di questi soggetti la percezione lo stato protegga proprio non c’è. Per tante persone il punto è proprio proteggersi dalla protezione dello Stato garantita dalla polizia. Ora, pur non essendo io una persona particolarmente vulnerabile sul piano sociale, di certo non paragonabile a un migrante sans papier che si fa sgomberare a calci una volta a settimana all&#039;alba a la Chapelle, non saprei dire quando mai il rapporto con le forze dell’ordine, quindi con la protezione dello Stato, sia stato per me efficace o degno di questo nome: penso alle compagne finite in ospedale o peggio durante il G8 di Genova, alla violenza sperimentata e subita durante almeno gli ultimi 5 anni di manifestazioni a Parigi, a quel che vivo quotidianamente a Barbès costantemente pattugliata da poliziotti su di giri, all’arresto del mio compagno nel 2015 così, tanto per, a mio padre desaparecido per sospetto di terrorismo in Arabia Saudita (lo stato del Rinascimento dixit Renzi) e poi rimesso in libertà dopo diversi mesi di interrogatori, senza accusa e senza scuse, a quando la teste di cuoio ci hanno sfondato la porta alle 5 del mattino nel 2014 mentre ero incinta di Anna cercando droga e non so chi, per sbaglio. Possiamo anche chiamarla sfiga e basta, ma diciamo che perfino una persona come me ha qualche buona ragione per diffidare della protezione delle forze dell’ordine. E infatti non mi rivolgo alla polizia per essere &quot;protetta&quot;.
Quel che dice Françoise è che la protezione dello Stato è selettiva e ingiusta. E che forse bisogna ripensare la protezione dal basso. Gli esempi che cita sono esempi diversi: parla di resistenza in casi di occupazione militare, clandestinità straordinaria, ma anche solidarietà ordinaria in tante parti del mondo. E la proposta è quella di ripensare una protezione dal basso che non sia mafia né squadriglie di quartiere, ma una solidarietà cittadina organizzata capace di farsi carico di coloro che non sono pres* in carico dalla protezione statale. Un esempio scemo e recente: mi convocano dei genitori dalla scuola di Anna per chiedermi di firmare un appello da indirizzare al commissariato del 18esimo arrondissement/municipio per chiedere di &quot;sgomberare i marciapiedi&quot; dalla presenza di &quot;assembramenti&quot; di persone (africani) che parlano ad alta voce, bevono birra e forse fumano spinelli a pochi metri dalla scuola di mia figlia e sono quindi &quot;visbili&quot; all&#039;uscita della scuola.  Questione di decoro ma anche di &quot;protezione&quot; dei nostri bambini....La sacrosanta protezione dei bambini implicherebbe l’intervento di pattuglie della polizia, controlli di documenti per chi ce l’ha e chi non ce l’ha, evacuazione di barboni che dormono in prossimità, probabilmente interpellazioni poco cordiali e pacifiche con la popolazione del quartiere. Ora io davvero non vedo il problema rispetto agli africani, la birra e gli spinelli, ma magari è una risposta da gauchiste dire che si può fare slalom e non muore nessuno. Però provando a prendere seriamente il problema del decoro a cui altre persone sono sensibili, perché di fronte a un problema di protezione si pensa che la soluzione migliore siano uomini e donne in armi? E perché non immaginare che il quartiere possa organizzare solidarietà e protezione dal basso come si organizza la vendita di saponi bio tramite le app. fighette dei bobo?  Quindi, Andrea, non so rispondere alla tua domanda per Françoise – se esiste un’istituzione non repressiva e non al servizio dello sfruttamento del razzismo e della violenza, o se ci sia spazio per pensarla. Io non la vedo, e certo non è la République. Però penso che sia altrettanto interessante pensare come storicamente la solidarietà degli oppressi  abbia dato luogo in situazioni estreme e non a delle forme diverse di organizzazione della protezione. E pensare a come rinnovare questa tradizione. Non per condannare a priori la persona che, avendo subito aggressione, voglia sporgere denuncia, ma tenendo a mente proprio a tutt* quell* che pur avendo subito un&#039;aggressione, non si rivolgerebbero mai alle forze dell’ordine per essere protetti o perché giustizia sia fatta. E sono in tant*.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rispondo finalmente a Andrea e Gianni, ma non in quanto &#8220;portavoce&#8221; del pensiero di FV – Françoise è un&#8217;amica e condivido molto di quello che scrive, ma non voglio farmene interprete. Anzi, magari potremmo fare una seconda puntata per chiedere direttamente a lei le cose che vi sembrano rimaste in sospeso. Dirò quello che a me interessa del suo discorso. In particolare due aspetti dell&#8217;ultimo libro mi sembravano interessanti: da un lato il ritratto delle mascolinità trasfigurate dal razzismo, inscritte in un reticolo di violenza simbolica e materiale, che complica lo schema vittima/carnefice=donna/uomo, obbliga a pensare il maschile razzializzato all&#8217;insegna della vulnerabilità, demistifica la presunta innocenza del femminile (l&#8217;esempio delle donne schiaviste è fortemente eloquente) e sottolinea i limiti del femminismo &#8220;carcerale e punitivo&#8221; contemporaneo, il femminismo di Stato che vuole punire la violenza di genere facendo ricorso alla la violenza legittima dello Stato. A parte la cacofonia di tanti di questi termini che in italiano mi sembrano molto più pesanti che in francese, il punto è interrogarsi sulla condizione specifica, per esempio, dei giovani di banlieue che crescono tra perquisizioni musclées e pestaggi e droga nella cité, questi bad boys la cui virilità è comunque costantemente umiliata dalla violenza razziale e sociale perpetrata dallo Stato (a vari livelli: la scuola che ti scarta, la polizia che ti stupra – l’affaire Théo è emblematico). Additare il problema dello status di questa mascolinità ferita e però non di rado violenta, come lo fa Françoise, mi pare importante, perché proprio questi uomini &#8220;naturalmente&#8221; considerati maschilisti e violenti, sono lo spettro e il target del femminismo “carcerale e punitivo” incarnato da M. Schiappa. La rivisitazione di Françoise non assolve nessuno, ma complica il quadro. E solleva, ma solo implicitamente, il problema di stabilire a cosa/chi giova la punizione carcerale contro le violenze di genere. Ma è un dibattito più ampio, che rinvia a Angela Davis e l’abolizione delle prigioni, e anche su quello la si potrebbe risollecitare per dire di più. L’altro aspetto che a me interessava del suo libro era proprio quello della protezione oltre/contro/dallo Stato. La critica di Françoise prende le mosse da un’analisi con la quale concordo in pieno: lo stato francese è tanto egualitario nei principi, quanto borghese–imperialista-razzista-patriarcale storicamente e di fatto. Di nuovo, a molt* sembreranno paroloni démodés, ma proverei a prenderli nel modo meno ideologico e più terra terra possibile:  la République è uno stato in cui le violenze razziste sono all’ordine del giorno e quindi strutturali, idem per i femminicidi, le violenze e le discriminazioni di genere; è uno stato che difende ben poco gli interessi delle classi popolari e subalterne, privilegiando anche in una fase come questa piani di rilancio economico che non sembrano immediatamente beneficiare queste ultime (mentre si riformano le pensioni, la scuola, l&#8217;assurance chomage ecc.); ed è uno stato che interviene militarmente nelle sue ex-colonie (e non) e che coltiva la Françafrique come il proprio backyard. In questo senso definirlo borghese, imperialista, razzista e patriarcale è descrivere uno stato di cose evidente che poi può essere apprezzato, giustificato o criticato.<br />
Ora, questo non significa negare, ad esempio, che questo stesso Stato, con tutti gli epiteti che mi risparmio di ricitare di nuovo, non sia anche erogatore di servizi pubblici, sussidi di disoccupazione, case popolari e istruzione – con tutte le contraddizioni del caso. Ma se parliamo di protezione e giustizia di fronte alle violenze subite, la questione si complica anche da un punto di vista soggettivo: chi si sente protetto dalle forze dello stato, cioè dalla polizia? Chi si rivolge alla polizia per essere protetto? Tra quelle che Françoise chiama le “popolazioni vulnerabili”, quindi racisée.s di banlieue, ma anche migranti senza documenti, gente senza fissa di mora, persone in condizioni di disabilità mentale o fisica che pure magari beneficiano di alcuni servizi di assistenza da parte dello stato, ecco da parte di questi soggetti la percezione lo stato protegga proprio non c’è. Per tante persone il punto è proprio proteggersi dalla protezione dello Stato garantita dalla polizia. Ora, pur non essendo io una persona particolarmente vulnerabile sul piano sociale, di certo non paragonabile a un migrante sans papier che si fa sgomberare a calci una volta a settimana all&#8217;alba a la Chapelle, non saprei dire quando mai il rapporto con le forze dell’ordine, quindi con la protezione dello Stato, sia stato per me efficace o degno di questo nome: penso alle compagne finite in ospedale o peggio durante il G8 di Genova, alla violenza sperimentata e subita durante almeno gli ultimi 5 anni di manifestazioni a Parigi, a quel che vivo quotidianamente a Barbès costantemente pattugliata da poliziotti su di giri, all’arresto del mio compagno nel 2015 così, tanto per, a mio padre desaparecido per sospetto di terrorismo in Arabia Saudita (lo stato del Rinascimento dixit Renzi) e poi rimesso in libertà dopo diversi mesi di interrogatori, senza accusa e senza scuse, a quando la teste di cuoio ci hanno sfondato la porta alle 5 del mattino nel 2014 mentre ero incinta di Anna cercando droga e non so chi, per sbaglio. Possiamo anche chiamarla sfiga e basta, ma diciamo che perfino una persona come me ha qualche buona ragione per diffidare della protezione delle forze dell’ordine. E infatti non mi rivolgo alla polizia per essere &#8220;protetta&#8221;.<br />
Quel che dice Françoise è che la protezione dello Stato è selettiva e ingiusta. E che forse bisogna ripensare la protezione dal basso. Gli esempi che cita sono esempi diversi: parla di resistenza in casi di occupazione militare, clandestinità straordinaria, ma anche solidarietà ordinaria in tante parti del mondo. E la proposta è quella di ripensare una protezione dal basso che non sia mafia né squadriglie di quartiere, ma una solidarietà cittadina organizzata capace di farsi carico di coloro che non sono pres* in carico dalla protezione statale. Un esempio scemo e recente: mi convocano dei genitori dalla scuola di Anna per chiedermi di firmare un appello da indirizzare al commissariato del 18esimo arrondissement/municipio per chiedere di &#8220;sgomberare i marciapiedi&#8221; dalla presenza di &#8220;assembramenti&#8221; di persone (africani) che parlano ad alta voce, bevono birra e forse fumano spinelli a pochi metri dalla scuola di mia figlia e sono quindi &#8220;visbili&#8221; all&#8217;uscita della scuola.  Questione di decoro ma anche di &#8220;protezione&#8221; dei nostri bambini&#8230;.La sacrosanta protezione dei bambini implicherebbe l’intervento di pattuglie della polizia, controlli di documenti per chi ce l’ha e chi non ce l’ha, evacuazione di barboni che dormono in prossimità, probabilmente interpellazioni poco cordiali e pacifiche con la popolazione del quartiere. Ora io davvero non vedo il problema rispetto agli africani, la birra e gli spinelli, ma magari è una risposta da gauchiste dire che si può fare slalom e non muore nessuno. Però provando a prendere seriamente il problema del decoro a cui altre persone sono sensibili, perché di fronte a un problema di protezione si pensa che la soluzione migliore siano uomini e donne in armi? E perché non immaginare che il quartiere possa organizzare solidarietà e protezione dal basso come si organizza la vendita di saponi bio tramite le app. fighette dei bobo?  Quindi, Andrea, non so rispondere alla tua domanda per Françoise – se esiste un’istituzione non repressiva e non al servizio dello sfruttamento del razzismo e della violenza, o se ci sia spazio per pensarla. Io non la vedo, e certo non è la République. Però penso che sia altrettanto interessante pensare come storicamente la solidarietà degli oppressi  abbia dato luogo in situazioni estreme e non a delle forme diverse di organizzazione della protezione. E pensare a come rinnovare questa tradizione. Non per condannare a priori la persona che, avendo subito aggressione, voglia sporgere denuncia, ma tenendo a mente proprio a tutt* quell* che pur avendo subito un&#8217;aggressione, non si rivolgerebbero mai alle forze dell’ordine per essere protetti o perché giustizia sia fatta. E sono in tant*.</p>
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		<title>
		Di: Gianni Biondillo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307512</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gianni Biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2021 22:37:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Be’, Andrea, uno dei miei “dubbi non risolti” era proprio l’esempio che hai appena fatto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Be’, Andrea, uno dei miei “dubbi non risolti” era proprio l’esempio che hai appena fatto.</p>
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		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307390</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2021 17:25:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cara Jamila,
anch&#039;io ringrazio per questa lunga, e densa intervista. Tocca questioni che c&#039;interessano tutti e tutte. E tocca, in particolare, dei punti che anche per me sollevano alcuni problemi. Non m&#039;interessa qui entrare in questioni di &quot;esegesi&quot; del pensiero di Françoise Vergès, ma provare ad estrarre dal suo discorso dei punti su cui riflettere in maniera generale. Sono costretto ovviamente a semplificare, ma altrimenti il discorso se preso con troppe cautele è troppo prezioso e sfaccettato per acquistare un &quot;valore d&#039;uso&quot;. Ovviamente, provo a interloquire con te, in quanto portavoce di questo pensiero critico. Dal punto di vista della tradizione del pensiero critico di matrice marxista (ma non solo), l&#039;attitudine anticapitalista e antimperialista ha una sua storia e un suo radicamento. A partire da un certo punto del Novecento, e ancora oggi, l&#039;esigenza di coniugare anticapitalismo e antimperialismo con l&#039;antirazzismo e l&#039;antiptriarcato si è fatta pressante, imponendo di riconfigurare sia pensieri che pratiche. E in quest&#039;ottica mi sembra che l&#039;apporto di un pensiero come quello di Vergès sia fondamentale. Vi è pero&#039; uno scoglio, che a me non pare facilmente risolvibile. Se a tutto cio&#039; aggiungiamo una prospettiva di anti-Stato, di rifiuto dello Stato (delle istituzioni), diventa difficile avvicinare questo pensiero all&#039;esperienza di una gran quantità di casi e persone.

Prendiamo un passaggio come questo: &quot;Gli oppressi hanno sempre implementato le proprie politiche di protezione – impedendo alla polizia militarizzata di entrare impunemente nei quartieri e nelle case, impedendo gli sfratti, falsificando documenti, organizzando vie di fuga clandestine, creando nascondigli e rifugi, mettendo le armi a disposizione delle comunità minacciate, creando le proprie scuole, cliniche, chiese, attività, università. In questo contesto l’obiettivo di una giustizia riparatrice e rigeneratrice è di reintegrare il reo nella comunità rendendolo consapevole del danno perpetrato.&quot;

Di che scenario concreto stiamo parlando? Di che contesto politico e geografico stiamo parlando? Io faccio fatica a vederci chiaro. Stiamo parlando ci comunità che lottano contro regimi autoritari? Stiamo parlando di strategie di sopravvivenza di quartieri popolari delle nostre città? Stiamo parlando di organizzazioni di tipo mafioso, che organizzano un controllo del territorio alternativo a quello dello Sato e delle sue istituzioni? Stiamo parlando di un territorio franco, che si autogestisce interamente, dalla culla alla tomba, pur senza acquisire la complessità e l&#039;estensione di un piccolo Stato?

In realtà, il discorso di Vergès, se dovessi farne un&#039;analisi attenta, mi sembra che oscilli tra due poli: quello del rifiuto radicale dello Stato (non c&#039;è Stato accettabile) e quello della critica allo Stato (questo Stato va modificato). Non credo che sia un problema solo di Vergès, né della sua teoria femminista. Credo che sia un problema che per certi versi era già presente in Marx e nel suo originario anticapitalismo e antimperialismo. Marx aveva pensato lo Stato post-rivoluzionario? Marx aveva pensato a una sorta di società senza Stato. Poi il marxismo-leninismo ha prodotto uno Stato elevato a potenza, amaro e tragico paradosso.

Una persona dopo vari anni di vita in coppia e con figli, decide di ribellarsi e difendersi rispetto alla violenza del proprio compagno. Magari lei è bianca, magari lui è nero. Cosa fa? Ci ha messo anni a uscire da quel rapporto, a emanciparsi da quel rapporto. Lui è stato molto abile nel farle terra bruciata intorno. Nessuno puo&#039; aiutarla, anche perché lei per prima non voleva essere aiutata. Poi uno spiraglio. Deve o non deve ad un certo punto rivolgersi alla polizia, per proteggersi? Ecco, non vorrei sentirmi rispondere: &quot;non entro in questa discussione&quot;. Non dico questo rivolto a te Jamila. Intendo dire che è un po&#039; troppo facile rispondere &quot;di questo non voglio parlare&quot;, quando un&#039;istanza pratica bussa alla porta di  una teoria (&quot;cosa devo fare in questo caso?&quot;).

In alcune zone del mondo, la mancanza di Stato non ha minimamente ridotto il tasso di violenza e sfruttamento sulle persone, ma ha lasciato libero corso a delle semplici bande criminali, che fanno liberamente quello che il poliziotto più razzista spesso puo&#039; solo sognare di fare.

Detto questo, potrei riformulare in questo modo la mia domanda, Jamila: &quot;Esiste, nella teoria di Françoise Vergès, lo spazio per pensare un&#039;istituzione che non sia semplicemente repressiva o al servizio della violenza e dello sfruttamento?&quot;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Jamila,<br />
anch&#8217;io ringrazio per questa lunga, e densa intervista. Tocca questioni che c&#8217;interessano tutti e tutte. E tocca, in particolare, dei punti che anche per me sollevano alcuni problemi. Non m&#8217;interessa qui entrare in questioni di &#8220;esegesi&#8221; del pensiero di Françoise Vergès, ma provare ad estrarre dal suo discorso dei punti su cui riflettere in maniera generale. Sono costretto ovviamente a semplificare, ma altrimenti il discorso se preso con troppe cautele è troppo prezioso e sfaccettato per acquistare un &#8220;valore d&#8217;uso&#8221;. Ovviamente, provo a interloquire con te, in quanto portavoce di questo pensiero critico. Dal punto di vista della tradizione del pensiero critico di matrice marxista (ma non solo), l&#8217;attitudine anticapitalista e antimperialista ha una sua storia e un suo radicamento. A partire da un certo punto del Novecento, e ancora oggi, l&#8217;esigenza di coniugare anticapitalismo e antimperialismo con l&#8217;antirazzismo e l&#8217;antiptriarcato si è fatta pressante, imponendo di riconfigurare sia pensieri che pratiche. E in quest&#8217;ottica mi sembra che l&#8217;apporto di un pensiero come quello di Vergès sia fondamentale. Vi è pero&#8217; uno scoglio, che a me non pare facilmente risolvibile. Se a tutto cio&#8217; aggiungiamo una prospettiva di anti-Stato, di rifiuto dello Stato (delle istituzioni), diventa difficile avvicinare questo pensiero all&#8217;esperienza di una gran quantità di casi e persone.</p>
<p>Prendiamo un passaggio come questo: &#8220;Gli oppressi hanno sempre implementato le proprie politiche di protezione – impedendo alla polizia militarizzata di entrare impunemente nei quartieri e nelle case, impedendo gli sfratti, falsificando documenti, organizzando vie di fuga clandestine, creando nascondigli e rifugi, mettendo le armi a disposizione delle comunità minacciate, creando le proprie scuole, cliniche, chiese, attività, università. In questo contesto l’obiettivo di una giustizia riparatrice e rigeneratrice è di reintegrare il reo nella comunità rendendolo consapevole del danno perpetrato.&#8221;</p>
<p>Di che scenario concreto stiamo parlando? Di che contesto politico e geografico stiamo parlando? Io faccio fatica a vederci chiaro. Stiamo parlando ci comunità che lottano contro regimi autoritari? Stiamo parlando di strategie di sopravvivenza di quartieri popolari delle nostre città? Stiamo parlando di organizzazioni di tipo mafioso, che organizzano un controllo del territorio alternativo a quello dello Sato e delle sue istituzioni? Stiamo parlando di un territorio franco, che si autogestisce interamente, dalla culla alla tomba, pur senza acquisire la complessità e l&#8217;estensione di un piccolo Stato?</p>
<p>In realtà, il discorso di Vergès, se dovessi farne un&#8217;analisi attenta, mi sembra che oscilli tra due poli: quello del rifiuto radicale dello Stato (non c&#8217;è Stato accettabile) e quello della critica allo Stato (questo Stato va modificato). Non credo che sia un problema solo di Vergès, né della sua teoria femminista. Credo che sia un problema che per certi versi era già presente in Marx e nel suo originario anticapitalismo e antimperialismo. Marx aveva pensato lo Stato post-rivoluzionario? Marx aveva pensato a una sorta di società senza Stato. Poi il marxismo-leninismo ha prodotto uno Stato elevato a potenza, amaro e tragico paradosso.</p>
<p>Una persona dopo vari anni di vita in coppia e con figli, decide di ribellarsi e difendersi rispetto alla violenza del proprio compagno. Magari lei è bianca, magari lui è nero. Cosa fa? Ci ha messo anni a uscire da quel rapporto, a emanciparsi da quel rapporto. Lui è stato molto abile nel farle terra bruciata intorno. Nessuno puo&#8217; aiutarla, anche perché lei per prima non voleva essere aiutata. Poi uno spiraglio. Deve o non deve ad un certo punto rivolgersi alla polizia, per proteggersi? Ecco, non vorrei sentirmi rispondere: &#8220;non entro in questa discussione&#8221;. Non dico questo rivolto a te Jamila. Intendo dire che è un po&#8217; troppo facile rispondere &#8220;di questo non voglio parlare&#8221;, quando un&#8217;istanza pratica bussa alla porta di  una teoria (&#8220;cosa devo fare in questo caso?&#8221;).</p>
<p>In alcune zone del mondo, la mancanza di Stato non ha minimamente ridotto il tasso di violenza e sfruttamento sulle persone, ma ha lasciato libero corso a delle semplici bande criminali, che fanno liberamente quello che il poliziotto più razzista spesso puo&#8217; solo sognare di fare.</p>
<p>Detto questo, potrei riformulare in questo modo la mia domanda, Jamila: &#8220;Esiste, nella teoria di Françoise Vergès, lo spazio per pensare un&#8217;istituzione che non sia semplicemente repressiva o al servizio della violenza e dello sfruttamento?&#8221;</p>
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		<title>
		Di: ombre corte		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307388</link>

		<dc:creator><![CDATA[ombre corte]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2021 16:36:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di  Un femminismo decoloniale e site una traduzione italiana (qui stranamente omessa) per i tipi di ombre corte, uscita nel maggio 2020 e ora in ristampa, ma a disposizione a giorni. Anticipiamo inoltre che il libro su cui verte l&#039;intervista saraà tradotto e disponibile a maggio 2021 sempre per i tipi di ombre corte.
http://www.ombrecorte.it/index.php/prodotto/un-femminismo-decoloniale/]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di  Un femminismo decoloniale e site una traduzione italiana (qui stranamente omessa) per i tipi di ombre corte, uscita nel maggio 2020 e ora in ristampa, ma a disposizione a giorni. Anticipiamo inoltre che il libro su cui verte l&#8217;intervista saraà tradotto e disponibile a maggio 2021 sempre per i tipi di ombre corte.<br />
<a href="http://www.ombrecorte.it/index.php/prodotto/un-femminismo-decoloniale/" rel="nofollow ugc">http://www.ombrecorte.it/index.php/prodotto/un-femminismo-decoloniale/</a></p>
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		<title>
		Di: jamila mascat		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307375</link>

		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 23:32:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie a voi! 
@Ornella, merci, inserisco subito il link alla traduzione italiana pubblicata da Ombrecorte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a voi!<br />
@Ornella, merci, inserisco subito il link alla traduzione italiana pubblicata da Ombrecorte</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Gianni Biondillo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307345</link>

		<dc:creator><![CDATA[Gianni Biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2021 18:41:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Complimenti a Jamila per la bella intervista. Avrei in realtà curiosità e dubbi non risolti da quel che ho letto ma immagino occorra leggere il libro per chiarirli. Ancora brava!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Complimenti a Jamila per la bella intervista. Avrei in realtà curiosità e dubbi non risolti da quel che ho letto ma immagino occorra leggere il libro per chiarirli. Ancora brava!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307342</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2021 16:28:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie, Jamila, per questa lunga intervista. Dei vari spunti tratti da quest&#039;ultimo volume, che non ho ancora letto (mentre conosco Un féminisme décolonial, che segnalo essere stato tradotto in Italia da Ombrecorte, per chi fosse interessato/a), mi ha colpita l&#039;affondo sul &quot;mito individualista della volontà, profondamente reazionario, [che] serve spesso a giustificare il razzismo&quot;. È proprio vero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie, Jamila, per questa lunga intervista. Dei vari spunti tratti da quest&#8217;ultimo volume, che non ho ancora letto (mentre conosco Un féminisme décolonial, che segnalo essere stato tradotto in Italia da Ombrecorte, per chi fosse interessato/a), mi ha colpita l&#8217;affondo sul &#8220;mito individualista della volontà, profondamente reazionario, [che] serve spesso a giustificare il razzismo&#8221;. È proprio vero.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Silvia		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/01/23/una-teoria-femminista-della-violenza-intervista-a-francoise-verges/#comment-307340</link>

		<dc:creator><![CDATA[Silvia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2021 15:48:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Molto interessante, grazie!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molto interessante, grazie!</p>
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