L’Anno del Fuoco Segreto – La primavera

La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segreto, si può leggere QUI.

di Carla Fronteddu

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?

Karin Boye

Quel giorno un grosso cavolfiore bolliva in pentola, rilasciando una terribile puzza di zolfo e impregnando la stanza di umidità, ricordi? La vecchia c’era abituata ma il tuo povero nasino si sarà arricciato infastidito. Riuscì con la sua sensibilità ferita, a distrarti dalla scena? Da quelle manacce deformate dall’artrite che stringevano il canale blu dell’utero, facendo ricadere le ovaie ai lati come tulipani appassiti? Capace che tu neppure sapessi che cosa fosse un utero.
Tua madre era una furia a quei tempi, andava pur fatto qualcosa, ma le tue sorelle non si sarebbero prestate manco morte. Piuttosto l’avrebbero fatta impazzire. La tua docilità, invece, rende sempre tutto una passeggiata. Fai quasi passare la voglia.
Le povere labbra raggrinzite di tua nonna non hanno smesso di fremere neppure per un attimo. Era contraria, eppure, si era presa la croce di accompagnarti, mentre quell’altra se ne stava a strillare a casa.
Quando vi siete sedute a tavola, quella sera, nessuna ha parlato dell’accaduto e non lo ha fatto neppure in seguito.
Quanto le piaceva curarti e lisciarti adesso! I piaceri della maternità ritrovati d’un colpo. La mia tenera piantina, ti chiamava. E diceva bene perché ti tirava su proprio come si fa giardinaggio; una stecchetta qui, una potatina lì. Il pensiero di quel che ti aveva imposto le disturbava per caso il sonno? Se glielo avessi chiesto avrebbe sgranato gli occhi; neppure se lo ricordava. In compenso, però, ringraziava tutti i giorni il cielo per il dono di una bambina tanto buona e devota come te.
Tutte brave a mettersi fette di prosciutto sugli occhi e a farcele marcire sopra. Si sente ancora la puzza. Ma, in fondo, in fondo, tu lo sapevi che non era finita lì e che nella tua pancia c’era un buchino che cresceva e sgranocchiava a destra e sinistra, facendosi un po’ più largo a ogni compleanno. Non avrai mica creduto che le mestruazioni bastassero a barattare la tua verità con un brutto sogno, piccola ingenua? Dovevano solo renderti un perfetto inganno per gli uomini là fuori.
E quanto ci hai messo poco ad accalappiarne uno. Ci sono ragazze che finiscono per beccarsi una bronchite in attesa che qualcuno si accorga di loro. Tu non ti sei neppure dovuta affacciare sul giardino di casa che, dlin dlon, eccoti servito lo sposo; il giovane assistente del dottor D., che quel giorno non poteva far visita alla vecchia matriarca. Arrivato giusto in tempo per il tè e per interrompere quell’insopportabile cicaleccio di tua madre. Lei l’ha capito subito che si trattava dell’uomo giusto, gliel’ha letto nei polsini lindi e inamidati. Oltretutto, i medici parcheggiano dappertutto.
Ma cosa ti vuoi ricordare tu. É capace che di quella giornata ti sia rimasta in mente solo la fatica che hai fatto per resistere alla tentazione di grattare i pizzichi di zanzara. Del resto a te non salta fuori un sentimento neanche se ti prendono a pugni. Non hai avuto dubbi però quando si è trattato di farti mettere l’anello al dito; ti sei fidata subito di quel che aveva detto mammina, che saresti stata tanto, ma tanto felice con quell’ometto lì. Vero? Eccola, gioca con la tua nuova casetta per le bambole. E che fidanzamento corto! Avrai dato soddisfazione a qualche pettegola di paese. C’è da scommetterci che quella impaziente non fossi tu. Tua mamma, in compenso, non vedeva l’ora di liberarsi di te, e quell’altro, quell’anima vecchia del tuo futuro marito, era impaziente di atteggiarsi da uomo di famiglia dai tempi delle elementari.

Non ero preparata quando sulla soglia della chiesa fui colpita dalla prima raffica di chicchi di riso. Non ho mai assistito a una lapidazione, ma è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. Sentivo alla mia sinistra la sua risata rumorosa, una risata che nasceva dal petto e usciva nel mondo senza cercare complici. Mi spingeva, con la mano sulla vita, a seguirlo sulla piazza. Stavo scendendo un gradino, con il braccio ancora sollevato per proteggermi da quella sassaiola bianca, quando notai, tra gli invitati, una vecchia. Al posto degli abiti da cerimonia indossava una camicia di tela grigio-topo infilata in una lunga gonna a quadri. Mi incuriosì e indugiai su di lei con lo sguardo. Fu allora che notai che stringeva nel pugno sinistro un utero bluastro da cui pendeva la coppia di ovaie dello stesso colore. Mi voltai di scatto verso mio marito, ma quando feci per indicare nella direzione della vecchia, era già sparita. Al suo posto una delle mie cugine di terzo grado agitava nervosamente un ventaglio di piume intorno al viso, cercando inutilmente di impedire al trucco di liquefarsi sotto il sole. Il prete, considerato lo scarso preavviso, aveva offerto come unica disponibilità per le nozze una domenica di inizio agosto, a mezzogiorno.
Quella notte, dopo aver eseguito il copione per cui ero stata preparata da mia madre, sognai di trovarmi sull’orlo di una grande macchia scura che non riuscivo a distinguere. Percepivo l’umidità del terreno attraverso i piedi nudi. La sentivo entrare nelle ossa e risalire su per lo scheletro, rabbrividendo. Non osavo fare un passo avanti per la paura di trovarmi sull’orlo di un immenso cratere, eppure dovevo combattere contro l’impulso nelle gambe che mi spingeva a procedere in avanti. Mi svegliai con il cuore che martellava nella cassa toracica. Mio marito dormiva supino con le mani incrociate sul petto. Sembrava già pronto per il proprio funerale.
Non mi sentivo ancora a mio agio per andare in cucina a notte fonda a preparare una camomilla, così provai a calmarmi facendo respiri profondi e ripetendomi che si trattava di un incubo di nessuna importanza causato dall’ansia per le nozze.
Mi sbagliavo. Da quel momento, ogni volta che mi addormentavo tornavo contro la mia volontà su quell’orlo spaventoso e ogni volta era più faticoso strapparmi da lì e spalancare gli occhi. Provai a farmi bastare dei brevi pisolini per non allontanarmi troppo dallo stato di veglia, ma a volte era impossibile resistere alla tentazione di abbandonare la testa sul cuscino. Salvo poi ritrovarmi dove non avrei voluto.

Perché non allunghi quel piedino?

Tolto questo inconveniente la mia nuova vita non era poi così diversa dalla precedente. Certo, adesso passavo lunghe giornate in solitudine, mentre mio marito era a lavoro. Nell’attesa però avevo tante nuove responsabilità con cui tenermi occupata, come la spesa, l’arredamento, lo studio dei ricettari di mia suocera. Con mio marito le cose erano andate proprio come aveva previsto la mamma. Nei suoi occhi grigi potevo leggere senza sforzo di cosa avesse bisogno; distrarsi, lamentarsi, ricever prova della sua virilità. Potevo leggerci anche l’aspettativa di diventare padre ma, ogni mese, tornavo a sanguinare.

E ti stupivi pure. Uno splendido inganno, ti avevo avvisata. Alla fine, con questo fagotto da marchiare con il proprio nome che non arrivava, il nostro dottore ha cominciato a fare due conti. Lo sentivi che c’era qualcosa di nuovo nel modo in cui ti soppesava con lo sguardo? E soppesa, soppesa è arrivato alla conclusione che senza prole e vuota e passiva al di sopra delle sue aspettative (e ce ne voleva!) non ti eri rivelata un grande affare. Rispedita al mittente. Che roba signora mia. Non si capisce più come vestirsi di questi tempi, non trova? A casa ti aspettava (si fa per dire) soltanto la nonna ammutolita, ché tua mamma, prevedibilmente, se l’era data a gambe. Le avevi mai sentito dire che sognava di rifugiarsi in un convento sui Pirenei lontano da tutti, te inclusa? Preparava il piano da quando era ancora nubile, poi tuo padre aveva avuto il cattivo gusto di metterla incinta tre volte prima di tirare finalmente le cuoia. Ad ogni modo sei stata fortunata, perché aveva pensato alla servitù. Per occuparsi di tua nonna, aveva ingaggiato una straniera incontrata per strada la mattina in cui era uscita per donare alla Casa della Solidarietà abiti e gioielli (o i suoi travestimenti, come aveva preso a chiamarli). Vedendola aveva notato che camminava a piedi nudi e con quel suo fare pomposo da sciura le aveva chiesto «La offendo se le offro un paio di scarpe di cui mi sto liberando?» Al ritorno dalle sue commissioni l’aveva ritrovata seduta sul bordo di una fontana a contemplare i pesci rossi e osservandola più attentamente le si era accesa una lampadina. Quanti matti conosci che farebbero entrare in casa propria una sconosciuta di cui non capiscono la lingua? Beh, tua madre dopo trentasei ore di supervisione (di cui la metà trascorse a dormire e a leggere guide per viaggiatrici solitarie), aveva concluso che sarebbe potuta partire tranquilla. E puoi scommetterci, che dopo essersi messa l’anima in pace per aver sistemato così bene madre e figlia, si sia dimenticata di entrambe. Certo, tu hai rischiato di romperle le uova nel paniere proprio per un pelo.

Quando feci ritorno a casa la trovai molto cambiata. L’edera era entrata dalle finestre e continuava a arrampicarsi lungo le pareti delle stanze, attorcigliandosi intorno ai lampadari e coprendo i soggetti dei quadri. Una gallina beccava briciole e sporcizia dal pavimento della cucina e i ragni avevano nascosto gli stucchi dei soffitti con i loro fragili tendaggi grigi. Trovai la nonna seduta in terrazza accanto alla straniera. Entrambe contemplavano un gatto rosso che si leccava tra le zampe. Guardandosi intorno mio marito, che si era offerto di accompagnarmi, aveva detto «Se hai bisogno di qualcosa, soldi o un giardiniere, chiamami. Vedrò cosa posso fare.» Aveva i lineamenti contratti in un’espressione che non avevo mai visto prima. Pensai che si sentisse in colpa, ma mi sbagliavo, perché dopo aver depositato le valigie in salotto ha girato i tacchi e non si è più fatto vedere.

Auuuuf Wiedersheeeeen!

Non fu facile ambientarsi. Non che mi mancasse la sua compagnia, ma mi sentivo terribilmente disorientata. La nonna era uscita dal mutismo in cui si era chiusa negli ultimi anni, tuttavia le poche parole che le uscivano di bocca suonavano sibilline. La straniera elargiva gran sorrisi, ma parlava ancor più raramente. Io mi sforzavo di ricambiare silenzi e sorrisi e intanto mi trascinavo nelle stanze in cui ero cresciuta sperando di trovare, nascosto tra le fotografie e i vecchi abiti tarlati, un indizio su chi ero stata o chi avrei potuto essere d’ora in avanti.

Che spettacolo avvilente eri! L’avrà pensato anche la straniera, quella mattina, quando ha provato a distrarti montandoti in testa una buffa acconciatura, come si fa con le bambine. Mentre su quello sgabello ti ingobbivi senza decenza sotto il peso della tua autocommiserazione, quella stringeva la lingua tra i denti e affondava con grinta il pettine nei tuoi capelli e cotonava, attorcigliava e scioglieva. Quando poi un’invisibile Arcimboldo le sussurrava alle spalle, tirava su una spiga di grano e un papavero da un vaso lì accanto e li appuntava con una forcina. Gliel’hai fatto almeno un sorrisetto di gratitudine quando ha iniziato a battere le mani soddisfatta per l’impresa appena compiuta?

Gli eventi cominciarono a precipitare a partire da quel pomeriggio. La straniera mi aveva piantata a sedere sullo sgabello girevole del pianoforte senza che potessi protestare e si era messa a giocare con i miei capelli. L’avevo lasciata fare; la lotta contro il sonno mi aveva allenata all’apatia. Quando le sue mani smisero finalmente di tirare ciocche e ferirmi la cute con delle vecchie forcine arrugginite, mi comunicò con un gesto di non alzarmi e corse in bagno a staccare lo specchio dalla parete. Avrei dovuto aiutarla. Tornando verso di me, era inciampata su una piega del tappeto e quello si era frantumato. Quando corse di sotto a prendere una scopa, e mi ritrovai sola a osservare le schegge ai miei piedi, si affacciò il ricordo della superficie del lago ghiacciato che avevo visto da bambina, e qualcosa mi spinse ad alzarmi e a camminarci sopra.

Ah, non eri completamente sorda allora.

Osservai la mia immagine frammentata e mi accovacciai per dare un’occhiata allo stato dei miei capelli. Mentre cercavo di scorgere il profilo destro e il profilo sinistro, un altro impulso mi fece abbassare lo sguardo e guardare il riflesso sul frammento di specchio tra le mie gambe. Vidi la macchia nera che mi capitava di sognare e, all’improvviso, avvertii lo stesso freddo nelle ossa che da sempre accompagnava quell’immagine. Una pennellata rossa si affacciò sulla superficie scura e subito scomparve, come il dorso di un pesce rosso. Con la coda dell’occhio notai la straniera che mi osservava appoggiata allo stipite. Mi precipitai sotto le lenzuola e lasciai che portasse via quel che restava dello specchio. Prima di uscire la straniera posò sul comodino il frammento più grande, e io mi girai sul fianco opposto. Quella visione tra le gambe mi aveva turbata. Mi addormentai e in sogno tornai al confine di quella vastità nera. Questa volta resistetti all’impulso di scappare verso lo stato di veglia. Restai sul bordo aspettando una traccia del guizzo colorato che avevo visto nello specchio e osservando la superficie ebbi l’impressione che non si trattasse del cratere di un buco nero come avevo sempre creduto. Sembrava piuttosto un lago.

É un peccato che il buco abbia avuto origine nella pancia e non nel cervello. Negli anni ti saresti risparmiata un sacco di ruminio mentale di nessuna utilità. La mattina dopo eri già pronta a dare la colpa a tua nonna e alla straniera. Erano loro, con la loro presenza, le responsabili della tua irrequietezza. Era certamente la loro presenza a causare le immagini che si producevano nella tua testa e che ti spaventavano tanto. Come no. Mammina? Dov’è la mammina? Il piagnucolio tremolante, pronto a tuffarsi dal bordo del labbro inferiore. Cosa avrebbe detto la tua indispensabile genitrice? L’avresti tanto voluto sapere, vero?

Mi resi conto che da quando era tornata a casa non avevo più messo piede in un centro estetico. Mia mamma non avrebbe creduto ai suoi occhi; non faceva che ripetermi che ero la ragazza più curata che si fosse mai vista. Decisi di provvedere subito, per scrollarmi di dosso la sensazione di paralisi che la casa e le mie due strane coinquiline mi ispiravano.
Tra la ceretta e la permanente, mi capitò di trovare, all’interno di una rivista che mi era stata offerta, il volantino di una tale che vantava di saper trasformare zucche in carrozze e offriva il suo aiuto per realizzare i desideri altrui. Quel messaggio mi dette da pensare. Cosa desideravo? Non mi ero mai posta la domanda e non riuscii a rispondermi. Sentii che avrei potuto far sanguinare le tempie senza per questo tirar fuori un’intuizione su cosa potessi volere. Quanto ci vuole poco a rovinarsi una giornata. Rificcai con stizza il volantino nella rivista. ma subito dopo mi pentii e ricopiai il numero di telefono nella mia agendina vuota.

«Non vorrei che mi scambiasse per una maga. Quella della zucca era una metafora. Mi definirei piuttosto una levatrice.» Ma dai, e noi che pensavamo che tu fossi la fatina di Cenerentola! Se avessi avuto un briciolo di cervello…Ma in quel caso non ci saresti neppure andata da quella svalvolata. Una con due occhi a palla da competere con quelli di un gufo impagliato. A questo punto, perché non baciare i rospi quando spuntano al chiardiluna.

«Cosa vorresti dunque?»
Quella domanda mi fece immediatamente sentire scomoda sulla sedia. Esitai, giusto il tempo di ricordarmi quanto mi stava costando quella consulenza, e svuotai il sacco.
«Non lo so»
«Cominciamo male. Bisogna pur averlo uno scopo. Che so…inventare qualcosa che non esiste ancora, fare un viaggio intorno al mondo. Anche un desiderio generico come diventare ricca, ma devi darmi qualcosa da cui partire.»
Le lacrime mi punzecchiarono gli occhi, ma capii subito che non avrei trovato braccia carnose a consolarmi in quella stanza. La donna seduta di fronte a me, all’altro capo della scrivania, aveva già smesso di guardarmi per infilare un foglio azzurrino nella macchina da scrivere.
«Non facciamo tragedie adesso. Forse la mancata gravidanza e la separazione ti hanno spenta un pochino.»
Cominciò a battere velocemente entrambi gli indici sulla tastiera sillabando dalla prima all’ultima parola e prima di liquidarmi rilesse il testo a alta voce per accertarsi che avessi capito bene le istruzioni. Dal mattino seguente e ogni giorno fino al nostro incontro successivo, avrei dovuto:
Arieggiare e tenere pulito l’ambiente in cui vivevo.
Mangiare frutta e verdura tutti i giorni.
Lavarmi e vestirmi come se avessi dovuto ricevere visite.
Fare esercizio fisico mattina e sera. Ma niente passeggiate che avrebbero potuto rendermi malinconica e pensierosa; ci volevano salti con la corda, corse, esercizi che mi facessero mettere su una bella massa muscolare.
Sarebbe stato impossibile pulire l’intera casa, che ormai era diventata estensione dell’orto, ma questa osservazione la tenni per me. Cominciai dalla mia stanza e dalla cucina.

Cos’è che penzola dal lampadario, saranno mica le tue ov…?

Strappai con decisione i fiori che crescevano tra le crepe del pavimento, sfrattai a uno a uno i ragni che dondolavano dal soffitto, rispedii nelle loro gabbiette conigli e galline recalcitranti. Spazzai, lavai e lucidai con una foga sconosciuta. Quando incontravo il mio riflesso in uno specchio sentavo a riconoscermi, con le gote rosse e i capelli avvolti da una nebbiolina di sudore.
L’acqua nel secchio si scuriva rievocando la visione della macchia nera, che ormai mi perseguitava anche nelle ore di veglia. Di tutta risposta svuotavo il secchio dalla finestra.
Non c’era un momento della giornata in cui non fossi impegnata a svolgere o pianificare una delle attività della lista.

Brava bambina. Vuoi questo? Un bel quaderno con i compiti da fare e una maestrina che ti dica brava? Piantala e vieni qui!

Dopo la prima settimana, la straniera mi pregò di lasciarla cucinare per una sera. Da quando avevo parlato con la levatrice ero riuscita, con una scusa o l’altra, a non farla più avvicinare ai fornelli. Promise che li avrebbe lasciati puliti come uno specchio. Quel modo di dire riaccese la memoria di quello su cui avevo camminato alcuni giorni prima, facendomi rabbrividire, ma scacciai il pensiero e le accordai il permesso, a patto che cucinasse verdure.
Preparò una zuppa. Quando me la trovai davanti ci soffiai sopra e mentre il vapore si spostava vidi nel piatto un guizzo, come quello del pesce rosso che era apparso tra le mie gambe. Spinsi istintivamente la sedia dal tavolo e, per la prima volta, mi voltai verso la straniera con un senso di inquietudine. Attraverso il fumo caldo della zuppa, quella sorrideva come sempre.
Il giorno dopo mi concentrai con ancor più convinzione sulla mia routine. Saltai la corda così a lungo che al termine dell’esercizio ebbi qualche difficoltà a camminare in equilibrio. Quando fu il momento di lavarmi, evitai di riempire la vasca da bagno. Ero ancora turbata dalla sera prima. Pur sapendo che non avrei dormito sonni tranquilli, sentivo l’urgenza di chiudere gli occhi e rilassare i muscoli del corpo; cedetti alla tentazione e mi infilai sotto le coperte. Al mio risveglio, sul comodino accanto a me era appoggiato il frammento di specchio che la straniera aveva conservato il giorno dell’incidente. Era stata lei a metterlo nuovamente lì?

Dai una sbirciatina S.

Corsi al piano di sotto con il pezzo di vetro in mano. «Cosa vuoi da me?» le gridai appena mi si parò davanti. Quella sgranò gli occhi e si irrigidì alla vista del frammento tagliente. «Cosa volevi che ci facessi eh? Da dove le tiri fuori quelle immagini?»
La spinsi verso la porta continuando a brandire il pezzo di specchio e la cacciai di casa senza darle il tempo di raccogliere le sue cose. Mi sentivo come una bestia feroce pronta a sbranare per difendersi, una sensazione nuova che mi diede il capogiro.
Senza la straniera nei paraggi mi sembrò che la casa e i suoi oggetti si fossero liberati dell’aria sinistra che aleggiava su di loro da qualche tempo. Finalmente li vedevo per quel che erano, stanze e mobilia abbandonate a sé stesse e invase dalla vegetazione. Decisi di proseguire con le pulizie e restituire alla casa il decoro che meritava.
Trascorsi alcune giornate in gran movimento, con il giardiniere e il suo aiutante impegnati a far indietreggiare e contenere le piante, il muratore a rinforzare i muri su cui si erano aggrappate le edere e l’imbianchino a ritinteggiare interni e esterni. Mi sentivo coraggiosa e forte e coordinavo tutti con un’energia che mi rendeva orgogliosa. La nonna si era nuovamente chiusa nel suo silenzio e non servì a molto il tentativo di spiegarle che quella donna ci avrebbe reso pazze. Trovai inutile raccontarle che, nella stanza in cui dormiva, avevo trovato delle scodelle piene di acqua melmosa nascoste sotto il letto. Sulla superficie galleggiavano macabramente zanzare morte e batuffoli di polvere e capelli. Le avevo svuotate nel lavandino del bagno osservando con orrore il liquido sporco sparire nel tubo di scarico. Dopo quel ritrovamento avevo chiesto al giardiniere di bruciare un sacco pieno degli oggetti che la straniera non aveva fatto in tempo a portare via con sé, sperando che le fiamme ne cancellassero il ricordo e purificassero la casa dalle sue tracce.
Al termine dei lavori stesi sul tavolo della sala da pranzo la tovaglia di lino bianco del corredo e andai a fare spese in una rinomata gastronomia. Volevo premiarmi con qualcosa di speciale, ma non avendo delle preferenze optai semplicemente per i piatti più cari, fiduciosa che fossero quelli che chiunque avrebbe voluto mangiare. Sebbene tutto quel lavoro fisico avesse rimesso in moto la circolazione sanguigna, ancora non erano affiorati desideri o segni di personalità. Ma questo non mi rattristava più. Ero giunta alla conclusione che non fosse poi così importante avere dei desideri propri; quel che contava era funzionare, tenere lontana quella macchia nera che voleva attirarmi a sé e ingoiarmi.
Feci accomodare la nonna davanti a me; una compagnia silenziosa, ma anche l’unica su cui potessi contare in quel periodo.
«Vuoi uno spicchio di limone per le ostriche?»
In risposta allungò sul tavolo il frammento di specchio.
La guardai inorridita.
Per quella sera il salmerino deliziò i gatti di casa e la mousse alla frutta si sciolse sul tavolo a beneficio delle mosche.
Mi sentivo ingannata. Perché mi spingevano verso quella voragine? Mi volevano morta?
«Voragine…c’hai mai guardato dentro?»
Una figura femminile stava attraversando l’ingresso. Era la vecchia che avevo scorto tra la folla il giorno delle mie nozze. Questa volta aveva le mani vuote.
«Ci siamo conosciute molto prima del tuo matrimonio, non barare.»
«Non mi ricordo di te.»
«Non dire sciocchezze.»
«Tu hai qualcosa di mio.»
«Allora ti ricordi?»
Mi sembrò di riconoscere il movimento di un sorriso sulle labbra della vecchia e provai di nuovo la rabbia feroce con cui avevo cacciato la straniera di casa.
«Mi hai svuotata», gridai «mi hai fatto un buco dentro in cui rischio di cadere in continuazione!» Mentre le parole mi uscivano di bocca mi stupivo di possedere quei pensieri.
«Sei venuta tu da me.»
«Ero una bambina.»
«Certo. Una bambina orgogliosa di sacrificarsi. Ne vedo tante sai? E fate tutte la stessa fine. Basta farvi spuntare una coda e vi credete subito un gatto.»
«…»
«Alzati la gonna.»
«…»
«Alzala.»
Prima che potessi protestare sentii un liquido fresco scorrere attraverso le gambe. In men che non si dica, quel rivolo si fece abbondante e frettoloso come un ruscello, precipitandosi sul pavimento. Fui costretta a sollevare il vestito. Dalla vulva pesciolini rossi guizzavano verso la pozza d’acqua a terra. Inaspettatamente scoppiai a ridere.
La vecchia mi stava già dando le spalle, dirigendosi verso l’uscita.
«Bene. Non c’è bisogno di allagare casa, sei piena di specchi del resto.»

Immagine di Francesco D’Isa. 

**

Carla Fronteddu (1984) vive e lavora a Firenze. I suoi racconti sono apparsi su L’Indiscreto, Altri Animali, Tuffi Rivista.

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francesca matteoni
francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/
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