Lettere dall’assenza #5

Bruce Davidson USA. New York City. 1980. Subway.

 

di Mariasole Ariot

Cara L. 

Seduta sulle ginocchia dell’alba ho il volto rivolto ad est, ho sempre capito i segni cardinali, li sento nell’esofago, ti scrivo mentre la casa è un temporale. Mi sono rinchiusa qui in una posizione d’attesa, come l’animale morto di fronte alla preda, irrigidito come i piccoli topi per fingersi invisibile: dire non prendermi, dire non ci sono. 

Mentre tu, L. ci sei da secoli e scalpiti nel mondo. Ti ho vista piegare le strade per aprirti un varco, bere boccette per la crescita e la disperazione, mangiare funghi e dispensare voglie, non posso dire che mi manchi. Mi manca la tua voce, l’animale che portavi in gola e che cantava al mattino, non mi hai mai portata sulle rotaie, ti sei distesa senza aspettarmi.  

Dal tuo letto al mio passano millenni, dove io accudisco l’immobilità tu hai il volto ceruleo e ti accontenti dei fiori, di quei piccoli oggetti appoggiati sul cemento, una candela rossa che smette di bruciare quando è notte – e chi l’ha accesa spera in un fuoco, e chi ha il fuoco spera in un incendio.
Là, dove tutti stanno, nei condomini apparecchiati dei morti, milioni di piccoli camei con la foto più bella, i parenti decidono il tuo ricordo, come ricordare, l’espressione di un giorno, quando il giorno non è che un giorno, e io sono troppo distante: ci separano continenti. Mi hanno detto delle tue ossicine mentre scrivevo il commiato alla mia lingua, ho dichiarato che non ci sarebbe stato più linguaggio. Anche in questo momento la lingua non mi sostiene, cede ad ogni passo, mi hanno chiesto: riconosci queste ossa? 

Non le ho mai viste, ho solo sentito scricchiolarti un plesso solare la notte in cui hai detto che la tua testa era una mandria, e che le mandrie sono piante, e che le piante vanno innaffiate. Mi hai detto – e scricchiolavi – che avevi smesso di innaffiarti la testa, le piante hanno un inizio e una fine, le tue foglie avevano finito di respirare. 

I petali sono caduti d’improvviso, come da una grondaia nel corpo. 

Ho chiesto di conservare solo questo. Un grammo della tua pianta è racchiuso in un vaso, un colore ruggine, i vagiti escono dal vaso, li sento ululare nella notte.  

Seduta sulle ginocchia del mattino il cielo mi penetra la gola, ho ingoiato l’umidità della nebbia, sono piena di umori nella bocca, lo sterno è un passaggio per arrivare al fondo dei fondi e non c’è fondo. Pensata dai pensieri, dicevi: hai deciso di eliminarne uno a uno.  

Qui gli oggetti hanno la forma di autunno, la necessità di percorrere le stagioni al rovescio, rovesciare i nomi, anagrammare i contenuti delle nostre percezioni. Non chiedermi di pregarti, non me lo hai mai chiesto.
E ancora, batte ancora questo tuonare delle cose nella stanza, dove io irrigidisco gli arti e tu non hai più arti, dove io ho osservato il passaggio veloce dalla banchina tu hai poggiato l’inappartenenza sui ferri battuti.
Forse abbiamo aspettato entrambe. Se morire significa aspettare, se aspettare significa morire.  

Mi hanno prelevato imbavagliata da ogni intento e portata nel labirinto dei corridoi, le stanze verdi, i soffitti sporchi, le donne senza madre gettate sulla cesta girevole dei disperati, l’uomo con la faccia di bottiglia, la vecchiaia con gli occhi dipinti, e mentre trascinavano le braccia, le gambe si stingevano sull’asfalto. Ho lasciato una bava di lumaca per chilometri, non hanno pulito niente: ci sono ancora le mie tracce.  

I prelievi del sangue, i prelievi di cuore dal bulbo degli occhi – e diceva la madre: prego, signorina, suturatele la bocca.  

Eri tu sulla banchina, ero io sulle rotaie. Abbiamo aspettato entrambe, i miei petali secchi sono i tuoi petali secchi, il mio vaso è il tuo vaso, dove io non sono io e sono la tua animella capovolta. Non portarmi la cera, non consumarmi. Svolta tre volte a destra, mi hanno incastrato tra la cassa del padre e quella di uno sconosciuto. Dove io non sono io e tu se rimasta dove non sono. Il silenzio merita attenzione, cammina piano, non svegliarci, mi troverai a sud, hanno scelto un volto che non avrei mai scelto – i ricordi non sono mai i nostri ricordi, siamo i ricordi degli altri, a volte siamo solo una dimenticanza.  

Dimentica le parole, dimentica le frasi, dimentica le piante della testa, dimentica i pianti, dimentica le ore passate a contemplare, dimentica che non avevo scelta, dimentica che ho confuso, dimentica la storia che ci siamo rammendate, dimentica la bava alla bocca, dimentica la scia, dimentica che avevo paura, dimentica che tu camminavi quando io non avevo gambe, dimentica gli arti, dimentica che i giorni erano contati, dimentica che li ho contati. 

Tua
S.

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mariasole ariothttp://www.nazioneindiana.com
Mariasole Ariot ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), poesie e prose in antologie italiane e straniere. Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato a esposizioni collettive.  Aree di interesse: letteratura, sociologia, arti visuali, psicologia, filosofia. Per la saggistica prediligo l'originalità di pensiero e l'ideazione. In prosa e in poesia, forme di scrittura sperimentali e di ricerca. Cerco di rispondere a tutti, ma è necessario potare pazienza. Se non ricevete risposta, ricontattatemi a distanza di un mese. Il mio giudizio per eventuali pubblicazioni è ovviamente del tutto personale.