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	Commenti a: Umanisti del nuovo secolo e sottomissione tecnologica	</title>
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		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-315553</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Dec 2021 10:32:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-315388&quot;&gt;Andrea Inglese&lt;/a&gt;.

Caro Andrea, mi sono appunto accorto, leggendoti, di questo comune sentire critico, la mia riflessione su questo punto andava al di là delle tue parole, e voleva sottolineare come questa dimensione “politica” non dovrebbe essere un elemento fra tanti, ma piuttosto la linea di partenza, il centro della nostra critica (e ci intreccio insieme quel che riguarda i meccanismi della “servitù volontaria”, e l’analisi del potere e delle sue trasformazioni come qualcosa di indipendente dalla volontà dei singoli, etc.). Il fatto è che moltissimi umanisti  a noi vicini approverebbero la tua (e nostra) riflessione “estetico-morale” o viceversa ti direbbero (a mio avviso sono quelli che hanno capito di meno la natura del fenomeno) che “i social, dipende da come li usi...”: ma gli uni e gli altri cadrebbero dalle nuovole rispetto al finale del tuo ragionamento (e alla parte centrale del mio...). È da lì invece, secondo me, che bisognerebbe partire, ed è a loro che pensavo scrivendo. Ma basta. Per quanto questo sia uno spazio pubblico, rischiamo di restarci imprigionati dentro: invece, innanzitutto, dovremmo adoperarci per dissotterrarle, queste parole, le tue, quelle dei commenti, portarle fuori: meriterebbero una più vasta discussione...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-315388">Andrea Inglese</a>.</p>
<p>Caro Andrea, mi sono appunto accorto, leggendoti, di questo comune sentire critico, la mia riflessione su questo punto andava al di là delle tue parole, e voleva sottolineare come questa dimensione “politica” non dovrebbe essere un elemento fra tanti, ma piuttosto la linea di partenza, il centro della nostra critica (e ci intreccio insieme quel che riguarda i meccanismi della “servitù volontaria”, e l’analisi del potere e delle sue trasformazioni come qualcosa di indipendente dalla volontà dei singoli, etc.). Il fatto è che moltissimi umanisti  a noi vicini approverebbero la tua (e nostra) riflessione “estetico-morale” o viceversa ti direbbero (a mio avviso sono quelli che hanno capito di meno la natura del fenomeno) che “i social, dipende da come li usi&#8230;”: ma gli uni e gli altri cadrebbero dalle nuovole rispetto al finale del tuo ragionamento (e alla parte centrale del mio&#8230;). È da lì invece, secondo me, che bisognerebbe partire, ed è a loro che pensavo scrivendo. Ma basta. Per quanto questo sia uno spazio pubblico, rischiamo di restarci imprigionati dentro: invece, innanzitutto, dovremmo adoperarci per dissotterrarle, queste parole, le tue, quelle dei commenti, portarle fuori: meriterebbero una più vasta discussione&#8230;</p>
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		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-315388</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 18:37:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Giuseppe,

ti ringrazio per il tuo generoso intervento, che rivela in realtà una comunione visione critica, in qualche modo ben maggiore di quella che io ho voluto vedere; in effetti il tuo intervento risuona con altri che lo precedono e hanno arricchito e rettificato questo mio post. 

Un punto che ci tengo a ribadire. Tu scrivi: 

&quot;Ecco, tu spieghi e critichi giustamente una serie di tratti morali, estetici, filosofici, culturali se vogliamo, insiti soprattutto nella spaventosa macchina dei Social (il pensiero breve, il narcisismo solipsistico al posto dello scambio, etc.): ed io sono d’accordissimo, tanto più che ne parlo anch’io nell’articolo evocato all’inizio. Ma, come dire, credo – forse è un riflesso della mia formazione marxista degli anni 70 – che questi tratti siano in qualche modo un riflesso sovrastrutturale di questa nuova forma di capitalismo...&quot;
Attenzione, proprio gli ultimi due capitoletti del mio (ahimé) lungo testo, sono dedicati a questo, ossia a mostrare che la critica morale-estetica non è sufficiente, e che ormai abbiamo sufficienti elementi per avanzare una critica politica, che riguarda innanzitutto &quot;lo sfruttamento&quot; e &quot;l&#039;alienazione&quot; di noi lavoratori del clic. L&#039;ultimo punto s&#039;intitola infatti &quot;Lavoratori del clic: alienati, sfruttati, ma contenti&quot;. Quindi anche qui vediamo esattamente lo stesso scenario. 
Ora, come trasformare questa consapevolezza in azione politica, la quale si inserisce nel discorso più ampio di lotta contro il capitalismo che tu formuli? E come pensare a delle alternative di comunicazione e scambio alla pagina facebook? Non è certo qui che risolveremo tali questioni. Ma esse non sono state ancora poste in modo frontale. L&#039;abbandono delle piattaforme non esiste ancora come gesto collettivo. Ma forse è anche perché non esistiamo abbastanza come colletivo. Quanto alle alternative possibili... Dobbiamo cominciare a precisarle, anche perché su questo Venerandi è stato chiaro e implcabile. Là fuori (fuori dalle piattaforme monopolistiche) c&#039;è tutto un mondo da costruire, ma per ora è deserto, inospitale, e nessuno ci vuole vivere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giuseppe,</p>
<p>ti ringrazio per il tuo generoso intervento, che rivela in realtà una comunione visione critica, in qualche modo ben maggiore di quella che io ho voluto vedere; in effetti il tuo intervento risuona con altri che lo precedono e hanno arricchito e rettificato questo mio post. </p>
<p>Un punto che ci tengo a ribadire. Tu scrivi: </p>
<p>&#8220;Ecco, tu spieghi e critichi giustamente una serie di tratti morali, estetici, filosofici, culturali se vogliamo, insiti soprattutto nella spaventosa macchina dei Social (il pensiero breve, il narcisismo solipsistico al posto dello scambio, etc.): ed io sono d’accordissimo, tanto più che ne parlo anch’io nell’articolo evocato all’inizio. Ma, come dire, credo – forse è un riflesso della mia formazione marxista degli anni 70 – che questi tratti siano in qualche modo un riflesso sovrastrutturale di questa nuova forma di capitalismo&#8230;&#8221;<br />
Attenzione, proprio gli ultimi due capitoletti del mio (ahimé) lungo testo, sono dedicati a questo, ossia a mostrare che la critica morale-estetica non è sufficiente, e che ormai abbiamo sufficienti elementi per avanzare una critica politica, che riguarda innanzitutto &#8220;lo sfruttamento&#8221; e &#8220;l&#8217;alienazione&#8221; di noi lavoratori del clic. L&#8217;ultimo punto s&#8217;intitola infatti &#8220;Lavoratori del clic: alienati, sfruttati, ma contenti&#8221;. Quindi anche qui vediamo esattamente lo stesso scenario.<br />
Ora, come trasformare questa consapevolezza in azione politica, la quale si inserisce nel discorso più ampio di lotta contro il capitalismo che tu formuli? E come pensare a delle alternative di comunicazione e scambio alla pagina facebook? Non è certo qui che risolveremo tali questioni. Ma esse non sono state ancora poste in modo frontale. L&#8217;abbandono delle piattaforme non esiste ancora come gesto collettivo. Ma forse è anche perché non esistiamo abbastanza come colletivo. Quanto alle alternative possibili&#8230; Dobbiamo cominciare a precisarle, anche perché su questo Venerandi è stato chiaro e implcabile. Là fuori (fuori dalle piattaforme monopolistiche) c&#8217;è tutto un mondo da costruire, ma per ora è deserto, inospitale, e nessuno ci vuole vivere.</p>
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		<title>
		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-315207</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Nov 2021 13:56:22 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=93505#comment-315207</guid>

					<description><![CDATA[Grazie, Andrea, per questo lungo articolo, in cui mi sono imbattuto per caso mentre cercavo un’informazione sul web (e già...) e che mi ha, letteralmente, aspirato: è una tematica su cui ragiono – e &#039;à vrai dire&#039; un po’ mi tormento... –  da tempo e sono d’accordo con buona parte della tua costruzione (non tutta), sicuramente ne condivido interamente la filosofia. Tuttavia, se mi butto subito a commentare qui, è innanzitutto a causa di una tua considerazione marginale, nella prospettiva diciamo del “dito-luna”: “Appare allora singolare che la massima allerta sulla situazione della nostra democrazia venga lanciata in occasione di una reale urgenza sanitaria, quando per anni la presenza nelle nostre vite delle tecnologie informatiche, anche da parte della minoranza oggi scandalizzata, è stata vista come poco o nulla problematica”. Ecco, queste parole (e altre sulla stessa linea, in particolare quelle che sottolineano la più o meno marcata assenza del virus nel discorso di chi denuncia la “dittatura sanitaria”) sono state per me  di vero e proprio conforto: è esattamente quel penso e argomento da quando è iniziata questa pandemia, in una desolante solitudine, è stata la mia prima critica, e proprio in questi termini, agli “anti”. Con tuttavia una sfumatura che mi sembra fondamentale: il controllo operato da Google, Facebook etc. non può comunque essere messo sullo stesso piano di quello operato dalla Stato, che “ufficialmente” diciamo detiene il potere politico, con la violenza che questo possesso implica, e il cui uso della schedatura di massa, anche a “buon fine”, apre scenari per certi versi nuovi, e certo non rassicuranti: in ogni caso meritano una riflessione – un’azione? – in sé, forte... (“Anti”: li chiamo così fra il serio, anzi il tragico, e il faceto: ma la dicotomia tra “pro” e “anti” è a mio avviso un’aberrazione, in Italia più radicata che altrove, che soffoca la comprensione della realtà; le posizioni sono tante, alcune – fra cui la mia – molto più sfumate, e in questa polarizzazione non riescono a trovare posto: fra l’altro alcune delle questioni sollevate da Giorgio Agamben o Barbara Stiegler, per non citare che due fra gli “anti” più intelligenti, che del resto il problema delle tecnologie informatiche se lo pongono da tempo, sono più che legittime; e viceversa, basta esprimere, anche da convinti vaccinati e “vaccinisti”, una critica, un dubbio su alcune misure prese, o anche solo sui tempi e i modi di queste misure, per essere stigmatizzati come bollenti “novax”... Su questa dicotomia tossica, e spesso falsa, che impedisce di considerare alcune questioni cruciali, ci sarebbe molto da dire, ma è un altro diciamo soggetto, anche se in realtà intrecciato con alcune delle cose di cui tratti nel tuo articolo: se ne parlerà magari in un’altra occasione...)

Al di là della condivisione di fondo, dunque, ecco qui di seguito brevemente qualche differenza, o almeno aggiustamento rispetto al tuo lungo ragionamento. Sempre molto, troppo brevemente (ma un po’ più a lungo di quanto faccia adesso, anche se indirettamente, ne ho scritto qualche tempo fa proprio su questo sito: https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/)
 
Non direi che gli “umanisti” seguano acriticamente, come per paura di sembrare conservatori, l’onda della “rivoluzione tecnico-digitale”: le riflessioni critiche esistono eccome, sempre più numerose, alcune importanti, sono diventate quasi un campo di studi in sé: solo che spesso questa discussione avviene appunto fuori dai Social. Ma ecco (forse è in questi termini che aggiusterei il tiro della tua riflessione): è come se la critica fosse incapace di spostare gli equilibri – la stragrande maggioranza degli umanisti, sia pur criticamente, sembra pensare (agendo di conseguenza con fatalismo) che i Social, Google, lo Smartphone etc. siano oramai la realtà, l’ineludibile progresso. Mentre invece non sono il progresso, sono un uso del progresso – dipendente di fatto dal capitalismo totale che ha definitivamente conquistato il mondo dopo la caduta del Muro e il rapido dissolversi del socialismo reale. Altri usi del progresso sono possibili. E per cominciare: perché, al di là delle sacrosante riflessioni scritte, non mobilitarsi concretamente, collettivamente, tanto per cominciare, per la diserzione di Facebook (parlo per quelli che ci stanno, e fra questi molti di noi “ipercritici”...)? per costruire – o usare, alcuni esistono già – dei circuiti alternativi a Google? per rifiutarsi di utilizzare Amazon, a prezzo di qualche scomodità? Alcuni di noi, individualmente, già lo fanno: ma se l’azione prendesse una dimensione collettiva,  verrebbe svelato il valore politico che questa azione in realtà possiede – individualmente, invece, assume spesso il senso (sia pur falso) di una dolorosa fuga dalla realtà.

Al di là delle pericolose “derive” di questa invisibile schedatura planetaria, che giustamente sottolinei e analizzi (a cominciare da Cambridge analytica) e che, ricordiamolo, sono (ancora) illegali e perseguibili nelle nostre democrazie, è il cuore stesso di questa gigantesca raccolta dati a essere una “deriva”, tanto più pericolosa in quanto legale, doppiamente legale per via del nostro consenso (continuamente riaggiornato nelle sempre più invasive condizioni d’uso di Google, FB, Smartphone, etc.). Dici anche questo, certo: si tratta in particolare delle diverse faccette dell’uso dei dati più “condizionante” che “predittivo”. Ma secondo me andrebbe sottolineato con ancora più urgenza che in questo “cuore”, in questo DNA – prima e più ancora che nelle continue e inevitabili più o meno pesanti sbandate verso l’illegalità – si cela il nodo tragico di tutta la faccenda: il legale sfruttamento dei dati che noi forniamo, a fini pubblicitari, per il profitto. In altri (e troppo veloci) parole: il lavoro non remunerato, e quindi di fatto schiavizzato, che noi utenti forniamo volontariamente a ogni passo che inoltriamo là dentro, in termini di informazioni poi sfruttate a fini pubblicitari, il che di fatto dà luogo a una forma inedita e spaventosa di alienazione collettiva ... Ecco, tu spieghi e critichi giustamente una serie di tratti morali, estetici, filosofici, culturali se vogliamo, insiti soprattutto nella spaventosa macchina dei Social (il pensiero breve, il narcisismo solipsistico al posto dello scambio, etc.): ed io sono d’accordissimo, tanto più che ne parlo anch’io nell’articolo evocato all’inizio. Ma, come dire, credo – forse è un riflesso della mia formazione marxista degli anni 70 – che questi tratti siano in qualche modo un riflesso sovrastrutturale di questa nuova forma di capitalismo, che con Shoshana Zuboff potremmo chiamare della sorveglianza, che ha preso possesso del pianeta – e andrebbe studiato come queste nuove forme di comunicazione siano “esplose” sulla scia della fine della galassia sovietica: non voglio certo difendere il “socialismo reale”, ma è certo che il suo tramonto ha dato al capitalismo una sorta di patente di invincibile onnipotenza. Ottima l’equiparazione che dal punto di vista culturale fa Fabrizio Venerandi (sì, ho letto rapidamente anche i commenti, alcuni non meno interessanti del tuo pezzo) fra i Social, aberrazione del digitale, e “la peggiore Fininvest” degli anni 80. Ma credo che bisognerebbe spingere l’equiparazione ancora più lontano, intenderla concretamente, nel senso dell’economia. I Social, anzi più generalmente i GOFAM, le maggiori aziende digitali, sono il motore, il cuore di questo nuovo capitalismo che governa il mondo, e sono ai primi posti in termini di fatturato (ma non di occupazione). Se non si parte da qui, e dall’alienazione materiale che questa nuova forma di capitalismo implica, ogni critica dei Social rischia a mio avviso di rimanere sterile. (Ai tratti culturali dei Social che analizzi, e la cui analisi condivido pienamente, ne aggiungerei uno, che per me è cruciale: il &#039;reagire&#039; che ha preso il posto del &#039;pensare&#039;, e che rivela appunto la necessità di correre – come sto facendo adesso io! – perché il tempo, la competizione sono denaro, profitto... Prova a reperire, ne esistono, i luoghi dove non è il profitto a dettar legge, e constaterai che di nuovo il pensiero, necessariamente lento, il dialogo, riprendono i loro colori...). E penso, com’è ovvio, al recente libro della già menzionata Zuboff (The Age of surveillance capitalism, 2019) ma anche a un precedente librino di Renato Curcio (sì, proprio lui, e forse è anche per questo che il libro è stato praticamente ignorato), L’impero virtuale: Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale (2015).

Ultimo punto, che è conseguenza di ciò che ho appena detto. Alla fine ribadisci quel che avevi annunciato sin dall’inizio: non siamo vittime, o non solo vittime, ma “solerti collaboratori”. Ecco, vorrei dirti que questo, di nuovo, è proprio il nodo del problema: la “servitù volontaria” (su cui c’è una vasta letteratura), in particolare la falsa gratuità o semigratuità con cui funzionano Google, Facebook etc. che è l’altra faccia del profitto e della sfruttamento più spietato (nel senso che la merce siamo noi, i nostri dati, che &#039;noi&#039; forniamo gratuitamente), è il DNA di questo nuovo capitalismo. Un capitalismo che mi viene da definire gassoso, nel senso che se una volta il “nemico”, per così dire, ci stava di fronte, ora ci sta dietro, accanto, dentro, è la stessa quotidianità di cui siamo fatti: come combatterlo? L’impasto sembra inestricabile. Breve, doverosa precisazione, per cui mi permetto un piccolo copia incolla dall’articolo di cui dicevo prima: questo benessere da schiavi dentro il quale prosperiamo nelle nostre società, ipnotizzati innanzitutto dalle presunte comodità e praticità che ci fornisce – e che sono oggi, più del pugno di ferro, le vere armi di governo, del potere! (o almeno, quelle più sofiscate) –, si fonda sullo schiavismo miserabile ed esplicito dentro il quale vive l’umanità al di là della nostra vista, o quasi, fatto di miniere, sfruttamento concreto, anche di minorenni, migrazioni, fuga dalla fame e dalle guerre, distruzione ecologica… Questa è forse, da un certo punto di vista, l’epoca più schiava della storia umana! Insomma, tu inviti gli umanisti (e non) “esperti” diciamo di “nuove tecnologie” a uscire dal ghetto, a fare sentire la loro voce; io avrei voglia di invitare tutti gli altri, a sinistra, soprattutto gli incompenti di “nuove tecnologie” o che le accettano passivamente, a riflettere sul fatto che le questioni poste in questo tuo articolo e nei suoi commenti vanno molto al di là dell’uso di internet: sono fondamentali per potere di nuovo pensare e agire una vasta battaglia, politica e culturale, per cambiare (o almeno migliorare? ma è migliorabile?) questo sistema umanicida e planeticida È una battaglia generale di “progresso” (fra virgolette, perché il termine non mi convince) e di sinistra, e non il piagnisteo di umanisti dinosauri che non sanno usare i Social o lo Smartphone: e questo, i dinosauri come te e me, che non hanno uno cellulare degno di questo nome, dovrebbero cominciare ad assumerlo, a capirlo. Non si tratta di tornare indietro, a prima delle nuove tecnologie, si tratta di andare avanti, per liberarne un uso diverso, non più alienato, libero e veramente gratuito: cè un vasto, straordinario universo di possibilità da esplorare... Essere “impegnati” (altre virgolette) politicamente oggi, o se vogliamo lottare per un mondo più giusto, più libero, non può prescindere da questa fondamentale questione.

... Anzi no, l’ultimo punto è questo!... La suprema astuzia della “rivoluzione informatico-tecnologica” è l’aver convinto la maggior parte di noi che questo sia il – naturale, inevitabile – progresso scientifico, e non un uso del progresso, delle scoperte (il “progresso” per altro non è mai neutro, è sempre legato a un uso, a un’interpretazione): un po’ come se ci convincessimo che la bomba atomica coincide con la scopertadell&#039; energia atomica, ne è la conseguenza naturale, inevitabile. Ecco, quando parlo dell’uso alienante delle nuove tecnologie, come quando penso alla trasformazione del potere e al sempre più invasivo controllo sociale (panottismo, etc.), non ne faccio una questione personale, di persone: nel senso che per capire quello che succede, per capire cioè come il potere si è trasformato, si sta trasformando, non credo serva &#039;personalizzare&#039; le colpe, attribuendole, che so, a Marck Zuckerberg, a Bill Gates, o a Macron, a Draghi, ai proprietari delle Big Pharma etc, o peggio ancora ai loro perfidi piani orditi insieme nelle stanze segrete. Con questo non voglio dire, ovviamente, che le scelte degli uni o degli altri non possano essere più o meno scellerate (e quindi giudicate, criticate, combattute, etc.), o che dei piani segreti non possano traversare la storia delle nostre società; voglio dire che queste scelte, questi eventuali piani sono inseriti in una realtà, una macchina globale, economica, innanzitutto, e poi amministrativa, politica, perfino culturale, categoriale (il modo in cui capiamo il mondo) che è, in certo senso, indipendente dalla volontà dei singoli, che anzi sono in qualche modo, anche se potenti, presi dentro l’ingranaggio – ed è quest’ingranaggio che bisogna innanzitutto capire e “smontare”, facendo cultura e politica – o anche poesia: è la differenza se vogliamo fra una comprensione storico-politica del potere e una di tipo complottista. E con questo torno all’inizio, menzionando la terza riserva forte che nutro per il discorso del tipo “dittatura sanitaria”, in cui troppo spesso, appunto, sembra che i potenti della Terra si siano segretamente messi d’accordo per dominare l’umanità. Da continuare...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie, Andrea, per questo lungo articolo, in cui mi sono imbattuto per caso mentre cercavo un’informazione sul web (e già&#8230;) e che mi ha, letteralmente, aspirato: è una tematica su cui ragiono – e &#8216;à vrai dire&#8217; un po’ mi tormento&#8230; –  da tempo e sono d’accordo con buona parte della tua costruzione (non tutta), sicuramente ne condivido interamente la filosofia. Tuttavia, se mi butto subito a commentare qui, è innanzitutto a causa di una tua considerazione marginale, nella prospettiva diciamo del “dito-luna”: “Appare allora singolare che la massima allerta sulla situazione della nostra democrazia venga lanciata in occasione di una reale urgenza sanitaria, quando per anni la presenza nelle nostre vite delle tecnologie informatiche, anche da parte della minoranza oggi scandalizzata, è stata vista come poco o nulla problematica”. Ecco, queste parole (e altre sulla stessa linea, in particolare quelle che sottolineano la più o meno marcata assenza del virus nel discorso di chi denuncia la “dittatura sanitaria”) sono state per me  di vero e proprio conforto: è esattamente quel penso e argomento da quando è iniziata questa pandemia, in una desolante solitudine, è stata la mia prima critica, e proprio in questi termini, agli “anti”. Con tuttavia una sfumatura che mi sembra fondamentale: il controllo operato da Google, Facebook etc. non può comunque essere messo sullo stesso piano di quello operato dalla Stato, che “ufficialmente” diciamo detiene il potere politico, con la violenza che questo possesso implica, e il cui uso della schedatura di massa, anche a “buon fine”, apre scenari per certi versi nuovi, e certo non rassicuranti: in ogni caso meritano una riflessione – un’azione? – in sé, forte&#8230; (“Anti”: li chiamo così fra il serio, anzi il tragico, e il faceto: ma la dicotomia tra “pro” e “anti” è a mio avviso un’aberrazione, in Italia più radicata che altrove, che soffoca la comprensione della realtà; le posizioni sono tante, alcune – fra cui la mia – molto più sfumate, e in questa polarizzazione non riescono a trovare posto: fra l’altro alcune delle questioni sollevate da Giorgio Agamben o Barbara Stiegler, per non citare che due fra gli “anti” più intelligenti, che del resto il problema delle tecnologie informatiche se lo pongono da tempo, sono più che legittime; e viceversa, basta esprimere, anche da convinti vaccinati e “vaccinisti”, una critica, un dubbio su alcune misure prese, o anche solo sui tempi e i modi di queste misure, per essere stigmatizzati come bollenti “novax”&#8230; Su questa dicotomia tossica, e spesso falsa, che impedisce di considerare alcune questioni cruciali, ci sarebbe molto da dire, ma è un altro diciamo soggetto, anche se in realtà intrecciato con alcune delle cose di cui tratti nel tuo articolo: se ne parlerà magari in un’altra occasione&#8230;)</p>
<p>Al di là della condivisione di fondo, dunque, ecco qui di seguito brevemente qualche differenza, o almeno aggiustamento rispetto al tuo lungo ragionamento. Sempre molto, troppo brevemente (ma un po’ più a lungo di quanto faccia adesso, anche se indirettamente, ne ho scritto qualche tempo fa proprio su questo sito: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2021/02/08/linvoluzione-digitale/</a>)</p>
<p>Non direi che gli “umanisti” seguano acriticamente, come per paura di sembrare conservatori, l’onda della “rivoluzione tecnico-digitale”: le riflessioni critiche esistono eccome, sempre più numerose, alcune importanti, sono diventate quasi un campo di studi in sé: solo che spesso questa discussione avviene appunto fuori dai Social. Ma ecco (forse è in questi termini che aggiusterei il tiro della tua riflessione): è come se la critica fosse incapace di spostare gli equilibri – la stragrande maggioranza degli umanisti, sia pur criticamente, sembra pensare (agendo di conseguenza con fatalismo) che i Social, Google, lo Smartphone etc. siano oramai la realtà, l’ineludibile progresso. Mentre invece non sono il progresso, sono un uso del progresso – dipendente di fatto dal capitalismo totale che ha definitivamente conquistato il mondo dopo la caduta del Muro e il rapido dissolversi del socialismo reale. Altri usi del progresso sono possibili. E per cominciare: perché, al di là delle sacrosante riflessioni scritte, non mobilitarsi concretamente, collettivamente, tanto per cominciare, per la diserzione di Facebook (parlo per quelli che ci stanno, e fra questi molti di noi “ipercritici”&#8230;)? per costruire – o usare, alcuni esistono già – dei circuiti alternativi a Google? per rifiutarsi di utilizzare Amazon, a prezzo di qualche scomodità? Alcuni di noi, individualmente, già lo fanno: ma se l’azione prendesse una dimensione collettiva,  verrebbe svelato il valore politico che questa azione in realtà possiede – individualmente, invece, assume spesso il senso (sia pur falso) di una dolorosa fuga dalla realtà.</p>
<p>Al di là delle pericolose “derive” di questa invisibile schedatura planetaria, che giustamente sottolinei e analizzi (a cominciare da Cambridge analytica) e che, ricordiamolo, sono (ancora) illegali e perseguibili nelle nostre democrazie, è il cuore stesso di questa gigantesca raccolta dati a essere una “deriva”, tanto più pericolosa in quanto legale, doppiamente legale per via del nostro consenso (continuamente riaggiornato nelle sempre più invasive condizioni d’uso di Google, FB, Smartphone, etc.). Dici anche questo, certo: si tratta in particolare delle diverse faccette dell’uso dei dati più “condizionante” che “predittivo”. Ma secondo me andrebbe sottolineato con ancora più urgenza che in questo “cuore”, in questo DNA – prima e più ancora che nelle continue e inevitabili più o meno pesanti sbandate verso l’illegalità – si cela il nodo tragico di tutta la faccenda: il legale sfruttamento dei dati che noi forniamo, a fini pubblicitari, per il profitto. In altri (e troppo veloci) parole: il lavoro non remunerato, e quindi di fatto schiavizzato, che noi utenti forniamo volontariamente a ogni passo che inoltriamo là dentro, in termini di informazioni poi sfruttate a fini pubblicitari, il che di fatto dà luogo a una forma inedita e spaventosa di alienazione collettiva &#8230; Ecco, tu spieghi e critichi giustamente una serie di tratti morali, estetici, filosofici, culturali se vogliamo, insiti soprattutto nella spaventosa macchina dei Social (il pensiero breve, il narcisismo solipsistico al posto dello scambio, etc.): ed io sono d’accordissimo, tanto più che ne parlo anch’io nell’articolo evocato all’inizio. Ma, come dire, credo – forse è un riflesso della mia formazione marxista degli anni 70 – che questi tratti siano in qualche modo un riflesso sovrastrutturale di questa nuova forma di capitalismo, che con Shoshana Zuboff potremmo chiamare della sorveglianza, che ha preso possesso del pianeta – e andrebbe studiato come queste nuove forme di comunicazione siano “esplose” sulla scia della fine della galassia sovietica: non voglio certo difendere il “socialismo reale”, ma è certo che il suo tramonto ha dato al capitalismo una sorta di patente di invincibile onnipotenza. Ottima l’equiparazione che dal punto di vista culturale fa Fabrizio Venerandi (sì, ho letto rapidamente anche i commenti, alcuni non meno interessanti del tuo pezzo) fra i Social, aberrazione del digitale, e “la peggiore Fininvest” degli anni 80. Ma credo che bisognerebbe spingere l’equiparazione ancora più lontano, intenderla concretamente, nel senso dell’economia. I Social, anzi più generalmente i GOFAM, le maggiori aziende digitali, sono il motore, il cuore di questo nuovo capitalismo che governa il mondo, e sono ai primi posti in termini di fatturato (ma non di occupazione). Se non si parte da qui, e dall’alienazione materiale che questa nuova forma di capitalismo implica, ogni critica dei Social rischia a mio avviso di rimanere sterile. (Ai tratti culturali dei Social che analizzi, e la cui analisi condivido pienamente, ne aggiungerei uno, che per me è cruciale: il &#8216;reagire&#8217; che ha preso il posto del &#8216;pensare&#8217;, e che rivela appunto la necessità di correre – come sto facendo adesso io! – perché il tempo, la competizione sono denaro, profitto&#8230; Prova a reperire, ne esistono, i luoghi dove non è il profitto a dettar legge, e constaterai che di nuovo il pensiero, necessariamente lento, il dialogo, riprendono i loro colori&#8230;). E penso, com’è ovvio, al recente libro della già menzionata Zuboff (The Age of surveillance capitalism, 2019) ma anche a un precedente librino di Renato Curcio (sì, proprio lui, e forse è anche per questo che il libro è stato praticamente ignorato), L’impero virtuale: Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale (2015).</p>
<p>Ultimo punto, che è conseguenza di ciò che ho appena detto. Alla fine ribadisci quel che avevi annunciato sin dall’inizio: non siamo vittime, o non solo vittime, ma “solerti collaboratori”. Ecco, vorrei dirti que questo, di nuovo, è proprio il nodo del problema: la “servitù volontaria” (su cui c’è una vasta letteratura), in particolare la falsa gratuità o semigratuità con cui funzionano Google, Facebook etc. che è l’altra faccia del profitto e della sfruttamento più spietato (nel senso che la merce siamo noi, i nostri dati, che &#8216;noi&#8217; forniamo gratuitamente), è il DNA di questo nuovo capitalismo. Un capitalismo che mi viene da definire gassoso, nel senso che se una volta il “nemico”, per così dire, ci stava di fronte, ora ci sta dietro, accanto, dentro, è la stessa quotidianità di cui siamo fatti: come combatterlo? L’impasto sembra inestricabile. Breve, doverosa precisazione, per cui mi permetto un piccolo copia incolla dall’articolo di cui dicevo prima: questo benessere da schiavi dentro il quale prosperiamo nelle nostre società, ipnotizzati innanzitutto dalle presunte comodità e praticità che ci fornisce – e che sono oggi, più del pugno di ferro, le vere armi di governo, del potere! (o almeno, quelle più sofiscate) –, si fonda sullo schiavismo miserabile ed esplicito dentro il quale vive l’umanità al di là della nostra vista, o quasi, fatto di miniere, sfruttamento concreto, anche di minorenni, migrazioni, fuga dalla fame e dalle guerre, distruzione ecologica… Questa è forse, da un certo punto di vista, l’epoca più schiava della storia umana! Insomma, tu inviti gli umanisti (e non) “esperti” diciamo di “nuove tecnologie” a uscire dal ghetto, a fare sentire la loro voce; io avrei voglia di invitare tutti gli altri, a sinistra, soprattutto gli incompenti di “nuove tecnologie” o che le accettano passivamente, a riflettere sul fatto che le questioni poste in questo tuo articolo e nei suoi commenti vanno molto al di là dell’uso di internet: sono fondamentali per potere di nuovo pensare e agire una vasta battaglia, politica e culturale, per cambiare (o almeno migliorare? ma è migliorabile?) questo sistema umanicida e planeticida È una battaglia generale di “progresso” (fra virgolette, perché il termine non mi convince) e di sinistra, e non il piagnisteo di umanisti dinosauri che non sanno usare i Social o lo Smartphone: e questo, i dinosauri come te e me, che non hanno uno cellulare degno di questo nome, dovrebbero cominciare ad assumerlo, a capirlo. Non si tratta di tornare indietro, a prima delle nuove tecnologie, si tratta di andare avanti, per liberarne un uso diverso, non più alienato, libero e veramente gratuito: cè un vasto, straordinario universo di possibilità da esplorare&#8230; Essere “impegnati” (altre virgolette) politicamente oggi, o se vogliamo lottare per un mondo più giusto, più libero, non può prescindere da questa fondamentale questione.</p>
<p>&#8230; Anzi no, l’ultimo punto è questo!&#8230; La suprema astuzia della “rivoluzione informatico-tecnologica” è l’aver convinto la maggior parte di noi che questo sia il – naturale, inevitabile – progresso scientifico, e non un uso del progresso, delle scoperte (il “progresso” per altro non è mai neutro, è sempre legato a un uso, a un’interpretazione): un po’ come se ci convincessimo che la bomba atomica coincide con la scopertadell&#8217; energia atomica, ne è la conseguenza naturale, inevitabile. Ecco, quando parlo dell’uso alienante delle nuove tecnologie, come quando penso alla trasformazione del potere e al sempre più invasivo controllo sociale (panottismo, etc.), non ne faccio una questione personale, di persone: nel senso che per capire quello che succede, per capire cioè come il potere si è trasformato, si sta trasformando, non credo serva &#8216;personalizzare&#8217; le colpe, attribuendole, che so, a Marck Zuckerberg, a Bill Gates, o a Macron, a Draghi, ai proprietari delle Big Pharma etc, o peggio ancora ai loro perfidi piani orditi insieme nelle stanze segrete. Con questo non voglio dire, ovviamente, che le scelte degli uni o degli altri non possano essere più o meno scellerate (e quindi giudicate, criticate, combattute, etc.), o che dei piani segreti non possano traversare la storia delle nostre società; voglio dire che queste scelte, questi eventuali piani sono inseriti in una realtà, una macchina globale, economica, innanzitutto, e poi amministrativa, politica, perfino culturale, categoriale (il modo in cui capiamo il mondo) che è, in certo senso, indipendente dalla volontà dei singoli, che anzi sono in qualche modo, anche se potenti, presi dentro l’ingranaggio – ed è quest’ingranaggio che bisogna innanzitutto capire e “smontare”, facendo cultura e politica – o anche poesia: è la differenza se vogliamo fra una comprensione storico-politica del potere e una di tipo complottista. E con questo torno all’inizio, menzionando la terza riserva forte che nutro per il discorso del tipo “dittatura sanitaria”, in cui troppo spesso, appunto, sembra che i potenti della Terra si siano segretamente messi d’accordo per dominare l’umanità. Da continuare&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314271</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Nov 2021 20:51:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie anche Jan del suo intervento, e di nuovo a Stefano Penge e a Paolo Sordi: i vostri interventi chiarificano, correggono e aggiungono materiale importante rispetto alla mia cartografia da utente-incompetente.
Di certo la questione dei dati - chi li fornisce, chi li capta, chi li elabora, chi se ne serve e secondo quali obiettivi - dovrebbe divenire definitivamente uno dei problemi politici centrali del prossimo decennio, per il destino delle democrazie e di coloro che vogliono conquistare più democrazia. Ma parlare di democrazia, vuol dire parlare anche del valore dell&#039;uguaglianza che continua ad essere uno dei terreni di scontro interni alle democrazie e non solo. Le nuove tecnologie non sono solo un progetto egualitario e libertario, che segna il passo. Gli anni recenti hanno mostrato cosa il neoliberismo e perfino il neofascismo o il populismo più reazionario possono fare di questo progetto.
Continuo a pensare che la maggior parte di noi sia ancora in una sorta di differimento rispetto all&#039;esigenza di passare da utenti piuttosto passivi a utenti in grado di determinare su qualhe punto importante l&#039;evoluzione di queste tecnologie. Cio&#039; dipende da diversi motivi che avete anche voi ricordato.

1) Come dice Jan, e su questo sono d&#039;accordo, non siamo in una dittatura che possa usare in modo apertamente repressivo i nostri dati contro di noi. Ma nessuno ci garantisce che cosi sarà in eterno, che gli europei hanno una sorta di assicurazione democratica fino alla fine dei tempi. Durante la persecuzione nazista, si utilizzarono anche nei territori occupati tutti gli strumenti che la statistica allora metteva a disposizione. (A questo proposito un ducementario francese interessante: https://www.nouvelobs.com/ce-soir-a-la-tv/20211106.OBS50731/rene-carmille-un-hacker-sous-l-occupation-le-premier-des-pirates.html) Ma era ancora possibile falsificare dei documenti. Oggi non sarebbe più possibile.

2) Lo sviluppo dell&#039;intelligenza artificiale e degli algoritmi ha preso una direzione precisa, che è quella di proporre &quot;un accompagnamento&quot; sempre maggiore dell&#039;umano, dominio d&#039;inesauribili imperfezioni ed errori. Gli algoritmi prometteno, a patto di basarsi su una ricezione sempre più capillare e massiccia di dati, di guidarci in ambiti sempre più estesi della nostra esistenza, sia di privati, che di lavoratori, che di fruitori di servizi sociali. E&#039; questo che veramente ci interessa? E&#039; il nostro progetto di società? Che costi avrebbe realizzarlo?

3) @Venerandi ha ovviamente ragione quando dice: digitare su una piattaforma, chattare, mettere un like è altrettanto reale che mangiarsi una pizza. Vero. Ma io posso essere in grado di creare una gerarchia dentro l&#039;unico e indifferenziato piano di realtà. Posso preferire prepararmi un pasto che farmelo recapitare già pronto da uber eats, e non solo perché &quot;sono contro lo sfruttamento dei riders&quot;. No, perché trovo più &quot;gioia&quot;, &quot;soddisfazione&quot;, &quot;pienezza&quot; nel processo di preparare un cibo e poi consumarlo. Vedere un film porno è un&#039;azione altrettanto reale che fare l&#039;amore in carne ed ossa, e non è che fare l&#039;amore in carne ed ossa sia sempre una cosa soddisfacente, priva di aspetti magari squallidi e ripetitivi o persino distruttivi, pero&#039; c&#039;è anche qui una differenza che posso individuare. Quindi non stiamo parlando di distinguere fantasmi da realtà solide, ma eventualmente possiamo confrontare stili di vita diversi, pratiche e pratiche. E questo è legittimo farlo.

4) Infine: l&#039;estrazione di valore economico dalle nostre attività, anche in seno all&#039;amministrazione - non per forza su Facebook. Il considerare e il rivendicare il nostro statuto di &quot;lavoratori del clic&quot;, in vista di un nostro potere di negoziazione sia nei confronti delle istituzioni che nei confronti dei privati. Non è una cosa di poco conto. In un documento ufficiale della Comunità Europea si è possta la questione dei &quot;dividendi&quot; da distribuire ai cittadini. Questo è il segno che possediamo non solo desiderio di esprimerci, di distrarci, di uniformarci sulle piattaforme, ma anche la &quot;forza lavoro&quot; del dato di cui Stati e imprese hanno bisogno.

In ogni caso, tutti gli strumenti che persone come voi possono fornire agli utenti-incompetenti (spesso di formazione umanistica) ma anche agli utenti competenti ma acritici sono ovviamente oggi più che mai importantissimi.

Finisco con un&#039;autocritica. Un certo numero di persone da anni studia tali questioni, ha familiarità con il linguaggio di programmazione, ha delle competenze specifiche in materia (insomma, gente come voi), e oltre a questo un bagaglio intellettuale che li pone in una posizione critica rispetto ai miti circolanti. Bene. Gente come me, invece, non ha mai avuto né ingenuo né consapevole interesse per le nuove tecnologie. Non subisce alcuna fascinazione per gli oggetti tecnologici, e in definitiva non possiede neanche uno smartphone. Molti ambienti che si dedicavano ad argomenti tecnologici li ho a lungo percepiti come ambienti di specialisti che discutono in gergo del loro universo professionale o d&#039;interesse. Quindi l&#039;unica cosa che mi ha spinto in qualche modo a riguadagnare il tempo perduto, a dedicarmi con attenzione a tutta una serie di argomenti, attraverso pubblicazioni e documentari, è stato la comprensione della centralità politica che le nuove tecnologie hanno assunto nella nostra società. Se è una questione politica centrale non mi puo&#039; non riguardare. (Cosi è stato anche per la crisi economica del 2008). Ma questo vuol dire anche che per attirare l&#039;interesse delle persone, questa dimensione deve essere esplicitata, messa in avanti, togliendo al discorso sulla tecnologia una sorta di neutralità assiologica. (E&#039; per altro quello che voi già avete fatto. Ma è di certo l&#039;unica strada per strappare un ampio numero di persone a un uso alla fine fatalistico delle tecnologie, considerandolo indiscutibile (di cui è inutile, noioso, difficile discutere). ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie anche Jan del suo intervento, e di nuovo a Stefano Penge e a Paolo Sordi: i vostri interventi chiarificano, correggono e aggiungono materiale importante rispetto alla mia cartografia da utente-incompetente.<br />
Di certo la questione dei dati &#8211; chi li fornisce, chi li capta, chi li elabora, chi se ne serve e secondo quali obiettivi &#8211; dovrebbe divenire definitivamente uno dei problemi politici centrali del prossimo decennio, per il destino delle democrazie e di coloro che vogliono conquistare più democrazia. Ma parlare di democrazia, vuol dire parlare anche del valore dell&#8217;uguaglianza che continua ad essere uno dei terreni di scontro interni alle democrazie e non solo. Le nuove tecnologie non sono solo un progetto egualitario e libertario, che segna il passo. Gli anni recenti hanno mostrato cosa il neoliberismo e perfino il neofascismo o il populismo più reazionario possono fare di questo progetto.<br />
Continuo a pensare che la maggior parte di noi sia ancora in una sorta di differimento rispetto all&#8217;esigenza di passare da utenti piuttosto passivi a utenti in grado di determinare su qualhe punto importante l&#8217;evoluzione di queste tecnologie. Cio&#8217; dipende da diversi motivi che avete anche voi ricordato.</p>
<p>1) Come dice Jan, e su questo sono d&#8217;accordo, non siamo in una dittatura che possa usare in modo apertamente repressivo i nostri dati contro di noi. Ma nessuno ci garantisce che cosi sarà in eterno, che gli europei hanno una sorta di assicurazione democratica fino alla fine dei tempi. Durante la persecuzione nazista, si utilizzarono anche nei territori occupati tutti gli strumenti che la statistica allora metteva a disposizione. (A questo proposito un ducementario francese interessante: <a href="https://www.nouvelobs.com/ce-soir-a-la-tv/20211106.OBS50731/rene-carmille-un-hacker-sous-l-occupation-le-premier-des-pirates.html" rel="nofollow ugc">https://www.nouvelobs.com/ce-soir-a-la-tv/20211106.OBS50731/rene-carmille-un-hacker-sous-l-occupation-le-premier-des-pirates.html</a>) Ma era ancora possibile falsificare dei documenti. Oggi non sarebbe più possibile.</p>
<p>2) Lo sviluppo dell&#8217;intelligenza artificiale e degli algoritmi ha preso una direzione precisa, che è quella di proporre &#8220;un accompagnamento&#8221; sempre maggiore dell&#8217;umano, dominio d&#8217;inesauribili imperfezioni ed errori. Gli algoritmi prometteno, a patto di basarsi su una ricezione sempre più capillare e massiccia di dati, di guidarci in ambiti sempre più estesi della nostra esistenza, sia di privati, che di lavoratori, che di fruitori di servizi sociali. E&#8217; questo che veramente ci interessa? E&#8217; il nostro progetto di società? Che costi avrebbe realizzarlo?</p>
<p>3) @Venerandi ha ovviamente ragione quando dice: digitare su una piattaforma, chattare, mettere un like è altrettanto reale che mangiarsi una pizza. Vero. Ma io posso essere in grado di creare una gerarchia dentro l&#8217;unico e indifferenziato piano di realtà. Posso preferire prepararmi un pasto che farmelo recapitare già pronto da uber eats, e non solo perché &#8220;sono contro lo sfruttamento dei riders&#8221;. No, perché trovo più &#8220;gioia&#8221;, &#8220;soddisfazione&#8221;, &#8220;pienezza&#8221; nel processo di preparare un cibo e poi consumarlo. Vedere un film porno è un&#8217;azione altrettanto reale che fare l&#8217;amore in carne ed ossa, e non è che fare l&#8217;amore in carne ed ossa sia sempre una cosa soddisfacente, priva di aspetti magari squallidi e ripetitivi o persino distruttivi, pero&#8217; c&#8217;è anche qui una differenza che posso individuare. Quindi non stiamo parlando di distinguere fantasmi da realtà solide, ma eventualmente possiamo confrontare stili di vita diversi, pratiche e pratiche. E questo è legittimo farlo.</p>
<p>4) Infine: l&#8217;estrazione di valore economico dalle nostre attività, anche in seno all&#8217;amministrazione &#8211; non per forza su Facebook. Il considerare e il rivendicare il nostro statuto di &#8220;lavoratori del clic&#8221;, in vista di un nostro potere di negoziazione sia nei confronti delle istituzioni che nei confronti dei privati. Non è una cosa di poco conto. In un documento ufficiale della Comunità Europea si è possta la questione dei &#8220;dividendi&#8221; da distribuire ai cittadini. Questo è il segno che possediamo non solo desiderio di esprimerci, di distrarci, di uniformarci sulle piattaforme, ma anche la &#8220;forza lavoro&#8221; del dato di cui Stati e imprese hanno bisogno.</p>
<p>In ogni caso, tutti gli strumenti che persone come voi possono fornire agli utenti-incompetenti (spesso di formazione umanistica) ma anche agli utenti competenti ma acritici sono ovviamente oggi più che mai importantissimi.</p>
<p>Finisco con un&#8217;autocritica. Un certo numero di persone da anni studia tali questioni, ha familiarità con il linguaggio di programmazione, ha delle competenze specifiche in materia (insomma, gente come voi), e oltre a questo un bagaglio intellettuale che li pone in una posizione critica rispetto ai miti circolanti. Bene. Gente come me, invece, non ha mai avuto né ingenuo né consapevole interesse per le nuove tecnologie. Non subisce alcuna fascinazione per gli oggetti tecnologici, e in definitiva non possiede neanche uno smartphone. Molti ambienti che si dedicavano ad argomenti tecnologici li ho a lungo percepiti come ambienti di specialisti che discutono in gergo del loro universo professionale o d&#8217;interesse. Quindi l&#8217;unica cosa che mi ha spinto in qualche modo a riguadagnare il tempo perduto, a dedicarmi con attenzione a tutta una serie di argomenti, attraverso pubblicazioni e documentari, è stato la comprensione della centralità politica che le nuove tecnologie hanno assunto nella nostra società. Se è una questione politica centrale non mi puo&#8217; non riguardare. (Cosi è stato anche per la crisi economica del 2008). Ma questo vuol dire anche che per attirare l&#8217;interesse delle persone, questa dimensione deve essere esplicitata, messa in avanti, togliendo al discorso sulla tecnologia una sorta di neutralità assiologica. (E&#8217; per altro quello che voi già avete fatto. Ma è di certo l&#8217;unica strada per strappare un ampio numero di persone a un uso alla fine fatalistico delle tecnologie, considerandolo indiscutibile (di cui è inutile, noioso, difficile discutere). </p>
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		<title>
		Di: jan reister		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314252</link>

		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Nov 2021 06:21:02 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=93505#comment-314252</guid>

					<description><![CDATA[Articolo multiforme e pieno di direzioni d&#039;indagine, su cui ho rimuginato un po&#039; per trovare un punto di attacco. 

Partirei da Shoshana Zuboff, The age of surveillance Capitalism, 2019, dove l&#039;autrice teorizza una fase del capitalismo in grado di trarre profitti marginali dalla lavorazione dei dati raccolti e sistematizzati in quantità enormi. Illuminante è il legame del capitalismo della sorveglianza (SC) con la zoologia, per il distacco del biologo in volo sulla pianura africana nei confronti del singolo zebù di cui sta osservando la mandria. 

Sono aziende che traggono profitto dai dati delle persone, non solo i dati dello spirito e dell&#039;espressione di sé, ma qualsiasi genere di dato inclusi quelli pedestri delle funzioni corporee (leggi: settore fitness) o i tediosi metadati cinetici dei nostri telefoni. Nella visione di GAFAM non conta tanto il controllo dell&#039;individuo, in una concezione novecentesca dello spionaggio totale sul cittadino, ma la possibilità di plasmare e indirizzare senza darlo a vedere comportamenti aggregati.

Il core business GAFAM in questo senso è l&#039;eterno fine della religione, delle ideologie, della finanza, della propaganda e della publicità: prevedere il futuro modificando i comportamenti delle persone. Ma a differenza della religione e delle ideologie manca completamente la pretesa di dare un senso al mondo e di giustificare sostenendolo l&#039;ordine  sociale e i rapporti di forza e disuguaglianza. Questo ci spiazza non poco quando leggiamo che il tal dirigente GAFAM è un estremista di destra, perché ci distrae dal principio di indagine: follow the money.

GAFAM fanno soldi arbitrando un sistema di scommesse sulla previsione del comportamento delle persone, e sulla modifica di questi comportamenti in funzione delle poste d&#039;azzardo. E nel fare così GAFAM non sono però gli abili scommettitori, gli astuti manipolatori del mondo a vantaggio dei profitti del capitale, ma i gestori del casinò.

E&#039; il casinò che offre l&#039;illusione di partecipare a un gioco immensamente profittevole e prestigioso, ma che non perde mai anche quando il cliente vince. GAFAM vende ai propri clienti l&#039;illusione di compensare i rischi dello scommettere sul futuro con tecnologie raffinate e oscure, e in questo ha i tratti del con artist, del truffatore che raggira, blandisce, attira, solletica, spreme, abbandona, riprende i suoi bersagli. Inglese nel suo pezzo ci va vicino, senza dirlo esplicitamente.

Il centro del campo di analisi è questo confidence trick: la pretesa che GAFAM possa realmente manipolare le persone con forme avanzate di pubblicità/propaganda. La pretesa di efficacia nel controllo delle persone. Ora io non nego che tale propaganda abbia effetti devastanti, profondi e poco capiti, e faccia emergere modi e tecniche nuovi di controllo e resistenza, e giustamente se CA ha fatto doping sul voto democratico, questo è grave a prescindere da quanto nandrolone ha fatto assumere al corpo sociale.

Però mi sembra che siamo spesso preda di una strana pareidolia,  dove cerchiamo di spiegarci la realtà digitalizzata e alienata con schemi a noi familiari (l&#039;astuto Macchiavelli, il perfido Richelieu, la soffocante STASI), senza mettere a fuoco la quantità di sapere, innovazione, conoscenza dell&#039;animo umano e della società che ha un con artist quando gestisce un enorme casinò globale.

In questo senso l&#039;idea del controllo occulto, manipolatorio ed efficace non mi convince, perché per ottenerlo deve affiancarsi alla persuasione la forza coercitiva dello stato. Stiamo guardando in realtà aziende in settori economici in crescita fortissima, che stabiliscono immensi monopoli/monopsoni transnazionali, sottraendo il loro operato al controllo dello stato e del fisco, e in grado questo sì di condizionale la società nel suo complesso. E questo lo ha capito perfettamente la Cina che ha riportato sotto il controllo del Partito i propri colossi digitali ed ha avviato il loro smembramento in una logica antitrust molto lineare. Esattamente quello che molti sostengono vada fatto con GAFAM: rottura dei monopoli, divisione in aziende più piccole, tassazione dei profitti offshore, accountability, sottmissione al potere politico.

Qui per mancanza di tempo finisco.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo multiforme e pieno di direzioni d&#8217;indagine, su cui ho rimuginato un po&#8217; per trovare un punto di attacco. </p>
<p>Partirei da Shoshana Zuboff, The age of surveillance Capitalism, 2019, dove l&#8217;autrice teorizza una fase del capitalismo in grado di trarre profitti marginali dalla lavorazione dei dati raccolti e sistematizzati in quantità enormi. Illuminante è il legame del capitalismo della sorveglianza (SC) con la zoologia, per il distacco del biologo in volo sulla pianura africana nei confronti del singolo zebù di cui sta osservando la mandria. </p>
<p>Sono aziende che traggono profitto dai dati delle persone, non solo i dati dello spirito e dell&#8217;espressione di sé, ma qualsiasi genere di dato inclusi quelli pedestri delle funzioni corporee (leggi: settore fitness) o i tediosi metadati cinetici dei nostri telefoni. Nella visione di GAFAM non conta tanto il controllo dell&#8217;individuo, in una concezione novecentesca dello spionaggio totale sul cittadino, ma la possibilità di plasmare e indirizzare senza darlo a vedere comportamenti aggregati.</p>
<p>Il core business GAFAM in questo senso è l&#8217;eterno fine della religione, delle ideologie, della finanza, della propaganda e della publicità: prevedere il futuro modificando i comportamenti delle persone. Ma a differenza della religione e delle ideologie manca completamente la pretesa di dare un senso al mondo e di giustificare sostenendolo l&#8217;ordine  sociale e i rapporti di forza e disuguaglianza. Questo ci spiazza non poco quando leggiamo che il tal dirigente GAFAM è un estremista di destra, perché ci distrae dal principio di indagine: follow the money.</p>
<p>GAFAM fanno soldi arbitrando un sistema di scommesse sulla previsione del comportamento delle persone, e sulla modifica di questi comportamenti in funzione delle poste d&#8217;azzardo. E nel fare così GAFAM non sono però gli abili scommettitori, gli astuti manipolatori del mondo a vantaggio dei profitti del capitale, ma i gestori del casinò.</p>
<p>E&#8217; il casinò che offre l&#8217;illusione di partecipare a un gioco immensamente profittevole e prestigioso, ma che non perde mai anche quando il cliente vince. GAFAM vende ai propri clienti l&#8217;illusione di compensare i rischi dello scommettere sul futuro con tecnologie raffinate e oscure, e in questo ha i tratti del con artist, del truffatore che raggira, blandisce, attira, solletica, spreme, abbandona, riprende i suoi bersagli. Inglese nel suo pezzo ci va vicino, senza dirlo esplicitamente.</p>
<p>Il centro del campo di analisi è questo confidence trick: la pretesa che GAFAM possa realmente manipolare le persone con forme avanzate di pubblicità/propaganda. La pretesa di efficacia nel controllo delle persone. Ora io non nego che tale propaganda abbia effetti devastanti, profondi e poco capiti, e faccia emergere modi e tecniche nuovi di controllo e resistenza, e giustamente se CA ha fatto doping sul voto democratico, questo è grave a prescindere da quanto nandrolone ha fatto assumere al corpo sociale.</p>
<p>Però mi sembra che siamo spesso preda di una strana pareidolia,  dove cerchiamo di spiegarci la realtà digitalizzata e alienata con schemi a noi familiari (l&#8217;astuto Macchiavelli, il perfido Richelieu, la soffocante STASI), senza mettere a fuoco la quantità di sapere, innovazione, conoscenza dell&#8217;animo umano e della società che ha un con artist quando gestisce un enorme casinò globale.</p>
<p>In questo senso l&#8217;idea del controllo occulto, manipolatorio ed efficace non mi convince, perché per ottenerlo deve affiancarsi alla persuasione la forza coercitiva dello stato. Stiamo guardando in realtà aziende in settori economici in crescita fortissima, che stabiliscono immensi monopoli/monopsoni transnazionali, sottraendo il loro operato al controllo dello stato e del fisco, e in grado questo sì di condizionale la società nel suo complesso. E questo lo ha capito perfettamente la Cina che ha riportato sotto il controllo del Partito i propri colossi digitali ed ha avviato il loro smembramento in una logica antitrust molto lineare. Esattamente quello che molti sostengono vada fatto con GAFAM: rottura dei monopoli, divisione in aziende più piccole, tassazione dei profitti offshore, accountability, sottmissione al potere politico.</p>
<p>Qui per mancanza di tempo finisco.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Stefano Penge		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314238</link>

		<dc:creator><![CDATA[Stefano Penge]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Nov 2021 18:31:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=93505#comment-314238</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314204&quot;&gt;Andrea Inglese&lt;/a&gt;.

Grazie, è raro che qualcuno risponda punto per punto :-)
1) Qualche ragionamento lo appunto dal 2008 qui https://www.stefanopenge.it/wp . Poi ho scritto qualche cosa sul coding, che secondo me è uno snodo fondamentale del processo di fidelizzazione di docenti, studenti e genitor ( https://www.stefanopenge.it/wp/wp-content/uploads/2016/09/dietro_il_coding-1.pdf). E poi sto cercando di portare avanti una collana che propone le attività di coding come mezzo per essere più consapevoli (&quot;program, or be programmed&quot; diceva Rushkoff). Il primo testo è proprio sulle connessioni tra coding e discipline umanistiche, e il prossimo libro sui dati aperti e la cittadinanza digitale.
2) Non dico che non vadano fatte riflessioni e che non vadano cercate connessioni. Ci ho provato: 
 https://www.stefanopenge.it/wp/?p=723
Questo dialogo, scritto l&#039;anno scorso insieme a Marco Guastavigna, è di 11111 parole. Parla soprattutto della possibilità di un uso aperto delle tecnologie digitali nell&#039;educazione, che è poi il mio campo di interesse maggiore.
E&#039; per questo che mi permettevo di dire che un testo lungo viene letto da poche persone, tendenzialmente quelle che non ne avrebbero bisogno (ma chi può dirlo): perché il dialogo di Marco e mio ha fatto quella fine, per quanto diffuso e segnalato nel circolo degli amici,  anche su Facebook. Non ha creato una discussione ulteriore, non ha generato altre domande o provocazioni. Ed era un tentativo di testo poco accademico, mosso, non deterministico. 
3) Per promuovere una maggior consapevolezza degli umanisti (ma in realtà di tutti, compresi i tecnologi più digitali di Bill Gates) degli aspetti nascosti, non solo politici ma anche culturali, sociali, etici, estetici,  dei codici sorgenti  sono partito da un&#039;idea che mi pare l&#039;opposto di quanto ha fatto finora l&#039;informatica umanistica, almeno da queste parti: usare concetti e teorie umanistiche per capire l&#039;informatica, e non solo viceversa. Ho iniziato una ventina d&#039;anni fa leggendo un libro di Pierre Lévy (De la programmation considerée comme un des beaux arts). Quando ho provato a portare queste idee in ambito accademico, per esempio all&#039;Università di Pisa, ma anche alla Sapienza di Roma, ho trovato poco ascolto. Magari le cose ora sono cambiate.
Allora ho creato un&#039;associazione, e con questa sono riuscito ad organizzare CodeFest (https://codefe.st/), il primo festival del codice sorgente, e poi CodeShow, la mostra del codice sorgente (https://www.codeshow.it), dedicata ai ragazzi e non solo. Non sono convegni ma luoghi/eventi che puntano ad un pubblico generico, a volte semplificando, a volte giocando. Vorrebbero servire anche  a far incontrare persone, oltre che idee. 
Nell&#039;ambito di CodeFest sono riuscito ad invitare Mark Marino, John Cayley, Matthew Fuller, che sono tra le persone che si sono occupate di Critical Code Studies. Ora sto cercando un editore italiano disposto a pubblicare alcune traduzioni del loro saggi più recenti, più qualcuno fondamentale.
Questo è quello che intendevo per &quot;fare uno sforzo per formarli&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314204">Andrea Inglese</a>.</p>
<p>Grazie, è raro che qualcuno risponda punto per punto :-)<br />
1) Qualche ragionamento lo appunto dal 2008 qui <a href="https://www.stefanopenge.it/wp" rel="nofollow ugc">https://www.stefanopenge.it/wp</a> . Poi ho scritto qualche cosa sul coding, che secondo me è uno snodo fondamentale del processo di fidelizzazione di docenti, studenti e genitor ( <a href="https://www.stefanopenge.it/wp/wp-content/uploads/2016/09/dietro_il_coding-1.pdf" rel="nofollow ugc">https://www.stefanopenge.it/wp/wp-content/uploads/2016/09/dietro_il_coding-1.pdf</a>). E poi sto cercando di portare avanti una collana che propone le attività di coding come mezzo per essere più consapevoli (&#8220;program, or be programmed&#8221; diceva Rushkoff). Il primo testo è proprio sulle connessioni tra coding e discipline umanistiche, e il prossimo libro sui dati aperti e la cittadinanza digitale.<br />
2) Non dico che non vadano fatte riflessioni e che non vadano cercate connessioni. Ci ho provato:<br />
 <a href="https://www.stefanopenge.it/wp/?p=723" rel="nofollow ugc">https://www.stefanopenge.it/wp/?p=723</a><br />
Questo dialogo, scritto l&#8217;anno scorso insieme a Marco Guastavigna, è di 11111 parole. Parla soprattutto della possibilità di un uso aperto delle tecnologie digitali nell&#8217;educazione, che è poi il mio campo di interesse maggiore.<br />
E&#8217; per questo che mi permettevo di dire che un testo lungo viene letto da poche persone, tendenzialmente quelle che non ne avrebbero bisogno (ma chi può dirlo): perché il dialogo di Marco e mio ha fatto quella fine, per quanto diffuso e segnalato nel circolo degli amici,  anche su Facebook. Non ha creato una discussione ulteriore, non ha generato altre domande o provocazioni. Ed era un tentativo di testo poco accademico, mosso, non deterministico.<br />
3) Per promuovere una maggior consapevolezza degli umanisti (ma in realtà di tutti, compresi i tecnologi più digitali di Bill Gates) degli aspetti nascosti, non solo politici ma anche culturali, sociali, etici, estetici,  dei codici sorgenti  sono partito da un&#8217;idea che mi pare l&#8217;opposto di quanto ha fatto finora l&#8217;informatica umanistica, almeno da queste parti: usare concetti e teorie umanistiche per capire l&#8217;informatica, e non solo viceversa. Ho iniziato una ventina d&#8217;anni fa leggendo un libro di Pierre Lévy (De la programmation considerée comme un des beaux arts). Quando ho provato a portare queste idee in ambito accademico, per esempio all&#8217;Università di Pisa, ma anche alla Sapienza di Roma, ho trovato poco ascolto. Magari le cose ora sono cambiate.<br />
Allora ho creato un&#8217;associazione, e con questa sono riuscito ad organizzare CodeFest (<a href="https://codefe.st/" rel="nofollow ugc">https://codefe.st/</a>), il primo festival del codice sorgente, e poi CodeShow, la mostra del codice sorgente (<a href="https://www.codeshow.it" rel="nofollow ugc">https://www.codeshow.it</a>), dedicata ai ragazzi e non solo. Non sono convegni ma luoghi/eventi che puntano ad un pubblico generico, a volte semplificando, a volte giocando. Vorrebbero servire anche  a far incontrare persone, oltre che idee.<br />
Nell&#8217;ambito di CodeFest sono riuscito ad invitare Mark Marino, John Cayley, Matthew Fuller, che sono tra le persone che si sono occupate di Critical Code Studies. Ora sto cercando un editore italiano disposto a pubblicare alcune traduzioni del loro saggi più recenti, più qualcuno fondamentale.<br />
Questo è quello che intendevo per &#8220;fare uno sforzo per formarli&#8221;.</p>
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		<title>
		Di: Paolo Sordi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314235</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo Sordi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Nov 2021 17:31:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314226&quot;&gt;Andrea Inglese&lt;/a&gt;.

Grazie a te, Andrea Inglese, per l&#039;occasione di di dialogo e conversazione su questi temi. En passant, per quanto rigurarda il tuo invito &#039;bibliografico&#039;, potrei citare il mio &#039;La macchina dello storytelling. Facebook e il potere di narrazione nell&#039;era dei social media&#039; (https://www.ipertesti.it/portfolio/la-macchina-dello-storytelling/) e un testo che sto leggendo ora e mi sembra molto centrato sulla portata della rivoluzione epistemologica della digitalizzazione: &#039;La giustizia digitale&#039;, di Antoine Garapon e Jean Lassègue (https://www.mulino.it/isbn/9788815291332).
Tu chiedi che cosa è cambiato rispetto al 2016 o al 2018. Innanzitutto, mi sembra che il problema sia più al centro di un dibattito che pure è diventanto &#039;mainstream&#039; con tutte le contraddizioni del caso, a cominciare dal ruolo della stampa, per finire a quello di scuola e università, su cui la pandemia e il conseguente affidamento alle piattaforme per la didattica a distanza hanno aumentato la portata del problema. A questo riguardo, la tendenza a estrarre profitto dal nostro vivere e agire socialmente online, nonché dalla nostra rinuncia alla privacy, è in moto da anni e i social media ne sono soltanto una delle manifestazioni: quando gestiamo il nostro conto corrente da soli sull&#039;app o sul sito della nostra banca stiamo facendo il lavoro che fino a qualche anno faceva un impiegato retribuito della filiale presso la quale ci recavamo in quasi sacro pellegrinaggio, no? 
È il modello economico e sociale della &#039;società piattaforma&#039; (a proposito: https://www.guerini.it/index.php/prodotto/platform-society/), in altre parole, che va combattutto, sono qui molto d&#039;accordo con te, ma insomma ce ne sarebbero cose di cui parlare e occasioni da trovare per farlo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314226">Andrea Inglese</a>.</p>
<p>Grazie a te, Andrea Inglese, per l&#8217;occasione di di dialogo e conversazione su questi temi. En passant, per quanto rigurarda il tuo invito &#8216;bibliografico&#8217;, potrei citare il mio &#8216;La macchina dello storytelling. Facebook e il potere di narrazione nell&#8217;era dei social media&#8217; (<a href="https://www.ipertesti.it/portfolio/la-macchina-dello-storytelling/" rel="nofollow ugc">https://www.ipertesti.it/portfolio/la-macchina-dello-storytelling/</a>) e un testo che sto leggendo ora e mi sembra molto centrato sulla portata della rivoluzione epistemologica della digitalizzazione: &#8216;La giustizia digitale&#8217;, di Antoine Garapon e Jean Lassègue (<a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815291332" rel="nofollow ugc">https://www.mulino.it/isbn/9788815291332</a>).<br />
Tu chiedi che cosa è cambiato rispetto al 2016 o al 2018. Innanzitutto, mi sembra che il problema sia più al centro di un dibattito che pure è diventanto &#8216;mainstream&#8217; con tutte le contraddizioni del caso, a cominciare dal ruolo della stampa, per finire a quello di scuola e università, su cui la pandemia e il conseguente affidamento alle piattaforme per la didattica a distanza hanno aumentato la portata del problema. A questo riguardo, la tendenza a estrarre profitto dal nostro vivere e agire socialmente online, nonché dalla nostra rinuncia alla privacy, è in moto da anni e i social media ne sono soltanto una delle manifestazioni: quando gestiamo il nostro conto corrente da soli sull&#8217;app o sul sito della nostra banca stiamo facendo il lavoro che fino a qualche anno faceva un impiegato retribuito della filiale presso la quale ci recavamo in quasi sacro pellegrinaggio, no?<br />
È il modello economico e sociale della &#8216;società piattaforma&#8217; (a proposito: <a href="https://www.guerini.it/index.php/prodotto/platform-society/" rel="nofollow ugc">https://www.guerini.it/index.php/prodotto/platform-society/</a>), in altre parole, che va combattutto, sono qui molto d&#8217;accordo con te, ma insomma ce ne sarebbero cose di cui parlare e occasioni da trovare per farlo.</p>
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		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314226</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Nov 2021 16:55:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=93505#comment-314226</guid>

					<description><![CDATA[Grazie Paolo Sordi del tuo intervento. Per prima cosa ti direi, visto che la tua bibliografia è ampia, di indicarci un tuo o il testo che consideri più aggiornato su questi problemi. Credo che non sarà utile solo per me una tale indicazione.

Incollo qui il paragrafo finale del vostro articolo: 
&quot;In conclusione, se l’universalismo anglo-digitale si sposa perfettamente con il rischio di epistemicidio ed eliminazione della diversità, dall’altro non possiamo negare, come mette in scena Dave Eggers nel suo romanzo, che nel favoloso mondo della “trasparenza” dei social media tutti, da Est a Ovest, da Nord a Sud, collaboriamo alla perdita della nostra privacy e della nostra libertà. Per evitare la scomparsa a ogni latitudine del diritto all’oblio e della diversità epistemica è necessaria un’alleanza più vasta e più profonda di quella auspicata dai teorici del post e decolonialismo. Il “border thinking” è condizione insufficiente: occorre unirsi per lavorare nella direzione geopoliticamente trasversale di una libertà dai (e di una “giustizia cognitiva” contro i) monopolisti dell’immaginario descritti da Eggers. Prima che sia troppo tardi, dobbiamo ampliare i concetti di libertà, diritti e democrazia alle nostre tracce digitali, considerandole a tutti gli effetti un’estensione della nostra cittadinanza, ovvero dei nostri corpi – e delle nostre menti.&quot;

Rispetto a quanto già scritto da voi nel 2016, in un articolo come il mio non si troverà nulla di più (fatto salvo un paio di questioni, che ricordero&#039; dopo). Per altro, sottolineo il punto che a me premeva, e che voi proprio nelle conclusione sottolineate: &quot;tutti, da Est a Ovest, da Nord a Sud, collaboriamo alla perdita della nostra privacy e della nostra libertà&quot;. 

Ora rispetto al 2016, vi è stato in più il caso Cambridge Analytica, ma non sembra che, nel frattemp,o l&#039;osservazione da voi fatta, sulla scorta di Eggers, sia da corregere, o mi sbaglio? Mi sembra che sia stata soltanto la pandemia, oggi, a rimettere sul tavolo la questione, ma in un modo per altro spesso confuso. Insomma, domanda che vi faccio (e che farei anche a Venerandi e Penge): in Italia, in Europa, è cambiato qualcosa dal 2016? O dal 2018? Rispetto al modo in cui la maggioranza di noi utilizza piattaforme e smartphone? Ci sono forme di aggregazione politica significative intorno a questi temi?

La novità oggi viene dalla voglia della UE di implicarsi attivamente nella gestione dati, strappandola dalle mani dei monopolisti privati. E&#039; una buona notizia direi, ma solo in parte. Tutti i problemi di: 1) sorveglianza 2) condizionamento 3) mercificazione della vita quotidiana rimarranno intatti, se non ci saranno, come già sottolinevate voi, delle prese di posizione da parte dei cittadini. 
L&#039;altro punto, che mi sembra sia poco trattato fino ad ora è quello del &quot;digital labor&quot;, di considerare che sulla nostra attività quotidiana in rete viene estratto del valore economico, senza che a noi ne ritorni nulla. Insomma, il tentativo di realizzare un&#039;analisi in termini marxisti dello sfruttamento (in tutti i sensi del termine) del lavoro del clic da parte delle aziende monopoliste.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Paolo Sordi del tuo intervento. Per prima cosa ti direi, visto che la tua bibliografia è ampia, di indicarci un tuo o il testo che consideri più aggiornato su questi problemi. Credo che non sarà utile solo per me una tale indicazione.</p>
<p>Incollo qui il paragrafo finale del vostro articolo:<br />
&#8220;In conclusione, se l’universalismo anglo-digitale si sposa perfettamente con il rischio di epistemicidio ed eliminazione della diversità, dall’altro non possiamo negare, come mette in scena Dave Eggers nel suo romanzo, che nel favoloso mondo della “trasparenza” dei social media tutti, da Est a Ovest, da Nord a Sud, collaboriamo alla perdita della nostra privacy e della nostra libertà. Per evitare la scomparsa a ogni latitudine del diritto all’oblio e della diversità epistemica è necessaria un’alleanza più vasta e più profonda di quella auspicata dai teorici del post e decolonialismo. Il “border thinking” è condizione insufficiente: occorre unirsi per lavorare nella direzione geopoliticamente trasversale di una libertà dai (e di una “giustizia cognitiva” contro i) monopolisti dell’immaginario descritti da Eggers. Prima che sia troppo tardi, dobbiamo ampliare i concetti di libertà, diritti e democrazia alle nostre tracce digitali, considerandole a tutti gli effetti un’estensione della nostra cittadinanza, ovvero dei nostri corpi – e delle nostre menti.&#8221;</p>
<p>Rispetto a quanto già scritto da voi nel 2016, in un articolo come il mio non si troverà nulla di più (fatto salvo un paio di questioni, che ricordero&#8217; dopo). Per altro, sottolineo il punto che a me premeva, e che voi proprio nelle conclusione sottolineate: &#8220;tutti, da Est a Ovest, da Nord a Sud, collaboriamo alla perdita della nostra privacy e della nostra libertà&#8221;. </p>
<p>Ora rispetto al 2016, vi è stato in più il caso Cambridge Analytica, ma non sembra che, nel frattemp,o l&#8217;osservazione da voi fatta, sulla scorta di Eggers, sia da corregere, o mi sbaglio? Mi sembra che sia stata soltanto la pandemia, oggi, a rimettere sul tavolo la questione, ma in un modo per altro spesso confuso. Insomma, domanda che vi faccio (e che farei anche a Venerandi e Penge): in Italia, in Europa, è cambiato qualcosa dal 2016? O dal 2018? Rispetto al modo in cui la maggioranza di noi utilizza piattaforme e smartphone? Ci sono forme di aggregazione politica significative intorno a questi temi?</p>
<p>La novità oggi viene dalla voglia della UE di implicarsi attivamente nella gestione dati, strappandola dalle mani dei monopolisti privati. E&#8217; una buona notizia direi, ma solo in parte. Tutti i problemi di: 1) sorveglianza 2) condizionamento 3) mercificazione della vita quotidiana rimarranno intatti, se non ci saranno, come già sottolinevate voi, delle prese di posizione da parte dei cittadini.<br />
L&#8217;altro punto, che mi sembra sia poco trattato fino ad ora è quello del &#8220;digital labor&#8221;, di considerare che sulla nostra attività quotidiana in rete viene estratto del valore economico, senza che a noi ne ritorni nulla. Insomma, il tentativo di realizzare un&#8217;analisi in termini marxisti dello sfruttamento (in tutti i sensi del termine) del lavoro del clic da parte delle aziende monopoliste.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Paolo Sordi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314216</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paolo Sordi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Nov 2021 10:05:21 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=93505#comment-314216</guid>

					<description><![CDATA[Articolo con cui condivido molte parti delle riflessioni e che, come dice Venerandi nei commenti, meriterebbe un articolo in risposta. Mi limito qui velocemente a evidenziare alcuni considerazioni: il disagio degli umanisti nei confronti dei social media, che spesso poi si traduce in adesione appunto &#039;sottomessa&#039;, deriva da una (credo) atavica incomprensione del rapporto tra tecnologia e saperi umanistici, che sono invece da sempre condizionati dalle relazioni tra quello che si può dire e come lo si può dire. Basterebbe insomma ricordarsi un po&#039; di Jakobson e della Scuola di Toronto per ricordarsene. Nel nostro piccolo, la scuola di informatica umanistica, che ha una bella e consolidata tradizione italiana, ha provato e prova da anni a farlo e, ancora nel nostro ancora più piccolo, ci si impegna anche personalmente, qui ad esempio quello che scrivevamo oramaia cinque anni fa con il collega e amico Fiormonte sulla traiettoria che stava assumendo la rete: 
https://infolet.it/2016/10/12/controllare-internet-in-6-mosse/
Il che ci porta comunque a un errore storico computo dagli umanisti più in generale nei confronti, specificamente del web e che ha a che fare con quanto correttamente (gli ho dedicato un piccolo libro, al tema) Inglese individua come forza pregnante di Facebook: la disponibilità di un mezzo di espressione e di comunicazione individuale. Bene, questa era, tra le altre cose, la promessa del web e, come osserva Venerandi, era una promessa che, a partire dall&#039;ipertesto, comprendeva una infinità di potenzialità espressive (direi: letterarie) alla portata di una platea che Facebook (e Instagram e Twitter ecc.) ha poi assorbito in una gabbia creativamente omogenea e dittatorialmente omologata per ogni utente. Ma, e anche qui sono d&#039;accordo con Venerandi, faremmo un erore a pensare che facebook non contenga e non esprima realtà, identità reali, vite reali, fatti reali. Semplicemente, la realtà oggi passa, si racconta, si produce anche (e soprattutto) per quel medium, come è avvenuto per la carta, per il cinema, per la televisione: dimenticarlo sarebbe, secondo me, reiterare un errore di valutazione e comprensione del fenomeno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo con cui condivido molte parti delle riflessioni e che, come dice Venerandi nei commenti, meriterebbe un articolo in risposta. Mi limito qui velocemente a evidenziare alcuni considerazioni: il disagio degli umanisti nei confronti dei social media, che spesso poi si traduce in adesione appunto &#8216;sottomessa&#8217;, deriva da una (credo) atavica incomprensione del rapporto tra tecnologia e saperi umanistici, che sono invece da sempre condizionati dalle relazioni tra quello che si può dire e come lo si può dire. Basterebbe insomma ricordarsi un po&#8217; di Jakobson e della Scuola di Toronto per ricordarsene. Nel nostro piccolo, la scuola di informatica umanistica, che ha una bella e consolidata tradizione italiana, ha provato e prova da anni a farlo e, ancora nel nostro ancora più piccolo, ci si impegna anche personalmente, qui ad esempio quello che scrivevamo oramaia cinque anni fa con il collega e amico Fiormonte sulla traiettoria che stava assumendo la rete:<br />
<a href="https://infolet.it/2016/10/12/controllare-internet-in-6-mosse/" rel="nofollow ugc">https://infolet.it/2016/10/12/controllare-internet-in-6-mosse/</a><br />
Il che ci porta comunque a un errore storico computo dagli umanisti più in generale nei confronti, specificamente del web e che ha a che fare con quanto correttamente (gli ho dedicato un piccolo libro, al tema) Inglese individua come forza pregnante di Facebook: la disponibilità di un mezzo di espressione e di comunicazione individuale. Bene, questa era, tra le altre cose, la promessa del web e, come osserva Venerandi, era una promessa che, a partire dall&#8217;ipertesto, comprendeva una infinità di potenzialità espressive (direi: letterarie) alla portata di una platea che Facebook (e Instagram e Twitter ecc.) ha poi assorbito in una gabbia creativamente omogenea e dittatorialmente omologata per ogni utente. Ma, e anche qui sono d&#8217;accordo con Venerandi, faremmo un erore a pensare che facebook non contenga e non esprima realtà, identità reali, vite reali, fatti reali. Semplicemente, la realtà oggi passa, si racconta, si produce anche (e soprattutto) per quel medium, come è avvenuto per la carta, per il cinema, per la televisione: dimenticarlo sarebbe, secondo me, reiterare un errore di valutazione e comprensione del fenomeno.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314204</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Nov 2021 21:55:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=93505#comment-314204</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314190&quot;&gt;Stefano Penge&lt;/a&gt;.

@ Stefano Penge, 

1) è evidente che non fai parte degli umanisti acritici o troppo poco critici, o comunque incompetenti. Ben contento di snidarvi. E ti prego, linka o indicaci tuoi interventi, articoli, libri. 

2) Scrivi: &quot;Non saprei dire – perché non lo so per quanto riguarda me stesso – se è sufficiente lanciare allarmi, scrivere bei testi argomentativi (ma di 7000 parole, che quindi verranno letti dalle poche persone che hanno tempo e voglia), o se si deve fare di più.&quot;
Ognuno deve cominciare a fare a seconda dei suoi strumenti e del contesto in cui si trova. Dimmi pure che c&#039;è altro da fare, e che tu hai proposte in proposito. Ma non dirmi che scrivere su questo argomento cose &quot;lunghe&quot; non serve a nulla. Un tema è davvero condiviso (e sale a un livello di reale consapevolezza) quando se ne parla talmente tanto e da tanti punti di vista, che prima o poi si finirà per fare anche qualcosa. 
Perché ho scritto un intervento lungo e non un post su Faceboo? Perché è il solo modo che ho avuto per elaborare una mappa e un’analisi a partire da cinque o sei documentari visti e cinque o sei libri letti di circa 200 pagine ciascuno. Ma non si tratta né di una sorta di “grande sintesi” né di una multirecensione; si tratta di combattere il “dividi et impera” sul piano informativo e conoscitivo. Ho cercato di creare nuove connessioni tra cose che già sappiamo. E se qualcuna di queste connessioni non era così evidente ed è plausibile, allora sto partecipando nell’avanzamento della conoscenza comune.

3) &quot; fare uno sforzo per formarli, questi umanisti digitali critici&quot;. Non so esattamente cosa voglia dire, ma io mi candiderei subito, se mi promettete più strumenti di difesa e di alternativa all&#039;esistente delle piattaforme come sono ora.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/11/03/umanisti-del-nuovo-secolo-e-sottomissione-tecnologica/#comment-314190">Stefano Penge</a>.</p>
<p>@ Stefano Penge, </p>
<p>1) è evidente che non fai parte degli umanisti acritici o troppo poco critici, o comunque incompetenti. Ben contento di snidarvi. E ti prego, linka o indicaci tuoi interventi, articoli, libri. </p>
<p>2) Scrivi: &#8220;Non saprei dire – perché non lo so per quanto riguarda me stesso – se è sufficiente lanciare allarmi, scrivere bei testi argomentativi (ma di 7000 parole, che quindi verranno letti dalle poche persone che hanno tempo e voglia), o se si deve fare di più.&#8221;<br />
Ognuno deve cominciare a fare a seconda dei suoi strumenti e del contesto in cui si trova. Dimmi pure che c&#8217;è altro da fare, e che tu hai proposte in proposito. Ma non dirmi che scrivere su questo argomento cose &#8220;lunghe&#8221; non serve a nulla. Un tema è davvero condiviso (e sale a un livello di reale consapevolezza) quando se ne parla talmente tanto e da tanti punti di vista, che prima o poi si finirà per fare anche qualcosa.<br />
Perché ho scritto un intervento lungo e non un post su Faceboo? Perché è il solo modo che ho avuto per elaborare una mappa e un’analisi a partire da cinque o sei documentari visti e cinque o sei libri letti di circa 200 pagine ciascuno. Ma non si tratta né di una sorta di “grande sintesi” né di una multirecensione; si tratta di combattere il “dividi et impera” sul piano informativo e conoscitivo. Ho cercato di creare nuove connessioni tra cose che già sappiamo. E se qualcuna di queste connessioni non era così evidente ed è plausibile, allora sto partecipando nell’avanzamento della conoscenza comune.</p>
<p>3) &#8221; fare uno sforzo per formarli, questi umanisti digitali critici&#8221;. Non so esattamente cosa voglia dire, ma io mi candiderei subito, se mi promettete più strumenti di difesa e di alternativa all&#8217;esistente delle piattaforme come sono ora.</p>
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