Scurati vs Evangelisti (la finale dei campionati mondiali di letteratura storica)

di Mauro Baldrati

Valerio Evangelisti, Gli anni del coltello, Mondadori, Milano 2021, pagine 252 € 19

Antonio Scurati, M, il figlio del secolo, Bompiani, Milano 2018, pagine 848 € 24

È un romanzo on the road. Come altri di Evangelisti del resto, dove i protagonisti sono in perenne movimento, da Eymerich, che gira per palazzi, caverne, cancelli temporali; o Pantera, che visita tutte le bettole, incontra persone ovunque, torna più volte negli stessi luoghi; o il popolo della trilogia Il sol dell’Avvenire, in continuo spostamento, attacco e poi fuga, senza fine.

Potremmo dire che Gli anni del coltello è il prequel del Sol dell’Avvenire. Evangelisti sta scrivendo una monumentale opera storica in narrativa, ambientata tra le classi subalterne e proletarie dell’Italia otto/novecentesca. Ci fornisce, attraverso il racconto, uno spaccato della miseria, della lotta per la sopravvivenza, delle istanze rivoluzionarie soffocate nel sangue dal potere dominante, quello dei padroni e dei dominatori: l’Impero Austro-Ungarico e lo Stato della Chiesa – ovvero le due potenze transnazionali che, come scriveva Gramsci, hanno smembrato il paese per secoli, impedendo al nostro popolo di elaborare un concetto di sovranità nazionale. È un romanzo di impianto tolstoiano, dove i personaggi sono non solo i rivoluzionari, nel nostro caso i repubblicani mazziniani furiosi per la sconfitta della rivoluzione del ’48, ma anche gli eventi: le continue microinsurrezioni, nelle città della Romagna, a Genova, a Milano, spacciate (o forse sognate?) per l’ennesima, risolutiva rivoluzione che finalmente scaccerà l’invasore e permetterà la creazione di una repubblica. E i personaggi portanti sono non solo le decine di attivisti, tutti realmente esistiti, a parte il protagonista, il forlivese Gabariol; è anche il personaggio collettivo austriaco, che in quegli anni dominava nel Lombardo Veneto, dove avverrà una delle più sballate “rivoluzioni”, invocata dall’Apostolo Mazzini come definitiva, che porterà invece a una disfatta annunciata.

I rivoluzionari sono decisi a tutto, come il dominatore è disposto a tutto. In attesa della rivoluzione attaccano il nemico con ogni mezzo. Anche se i mezzi sono maledettamente scarsi. Non ci sono più armi da fuoco dopo la sconfitta del ’48. Allora si ricorre al pugnale. Lo stesso Mazzini, nei suoi appelli incendiari da Londra, lo definisce “la spada del popolo”. Pugnalano gli esponenti del regime, soprattutto i collaborazionisti, i traditori al soldo dell’invasore che sono responsabili di arresti, torture e impiccagioni di tanti fratelli. Non c’è morale di fronte all’assassinio politico, e come potrebbe? Gli austriaci e i papalini (questi ultimi mai di persona, l’uccisione e la tortura la delegano agli austriaci, proprio come i loro antenati dell’Inquisizione la affidavano al Braccio Secolare) impiccano persino ragazzini di 16 anni, e il popolo marcisce nella miseria. Ogni omicidio serve a diffondere il terrore tra i nemici, che devono temere ogni volta che escono di casa. E quando il tempo arriverà, con gli invasori indeboliti dallo stillicidio degli attentati, il popolo sarà pronto per la rivoluzione risolutiva.

Gabariol è un killer. Uno dei più famosi, rispettati ed efficienti del popolo rivoluzionario mazziniano. Non si tira mai indietro, è sempre pronto a intervenire con un accoltellamento dove e quando è necessario. È uno dei cavalieri senza macchia, votati senza ripensamenti alla guerra agli invasori, a costo della loro stessa vita. E come tale non ha casa, né famiglia. Deve lasciare continuamente le città dove ha ammazzato qualcuno, deve fuggire perché il nemico scatena rastrellamenti e esecuzioni sommarie. Dorme dove gli capita, mangia quando glielo offrono, passa da Imola a Faenza, a Ravenna, emigra a Milano, dove partecipa alla grottesca “rivoluzione” (siamo nel 1853). I dirigenti politici e militari della città affermano di essere pronti. Abbatteranno il potere austriaco, forti di un poderoso esercito rivoluzionario. E le armi? chiede Gabariol. Nessun problema, per ora ci sono i coltelli, ma prenderanno i fucili degli austriaci man mano che conquisteranno i presidi. Ma all’ora zero si presenta solo un pugno di militanti, ma guai a tirarsi indietro. Guai a essere vigliacchi. Si risolverà in un tragico disastro. Ci sarebbe da ridere, non fosse che è costata la vita a decine di “fratelli”.

Con la sua scrittura materialista, mai enfatica e tanto meno didascalica, Evangelisti ricostruisce gli ambienti della plebe rivoluzionaria, i manovali, i soldati votati a tutto, le discussioni politiche. Qua e là usa dei personaggi, come Marietta, la compagna di Gabariol, per smantellare l’impalcatura romantica-terroristica di cui fa parte il suo uomo, votata a azioni omicide che hanno come unico risultato arresti e impiccagioni. Oppure gli appartenenti alla upper class, nobili e borghesi che fanno parte del popolo mazziniano, che contestano gli appelli vulcanici di Mazzini, che da Londra non esita a mandare al massacro migliaia di persone male armate e male organizzate. Gabariol reagisce, si indigna, li insulta, L’Apostolo non si tocca! Ma il tarlo lavora, incrina le certezze.

Lo ritroviamo a Ravenna, con Marietta e addirittura un figlio. Sembra essersi calmato, dopo anni e anni di sconfitte, di morte sfiorata, di fughe rocambolesche, ma… in un finale che non si può raccontare sembra di scorgere la faccia ghignante dell’autore, mentre con un guizzo il romanzo vira in una conclusione degna di uno dei più “tosti” film anni Settanta della nuova sinistra americana.

 

È un altro grande affresco tolstoiano, che parte dal primo dopoguerra, segnato da una dicotomia tra vittoria e sconfitta, per cui alla grande guerra, vinta, segue un ritorno da perdenti, da poveri, da dimenticati. Con una spettacolare scrittura novecentesca, alta, orgogliosa e generosa, Scurati segue la formazione degli Arditi, i reduci delle forze speciali, i principali fautori della vittoria, mentre sprofondano nella disoccupazione e nel vituperio generale, sommersi dagli insulti dei socialisti che fino all’ultimo si erano opposti all’intervento. Sembra essere la scintilla che accenderà un piccolo fuoco incerto, questa frustrazione; ma le esili fiamme si sprigionano in un ambiente ricco di materiale combustibile: lo sfacelo del sistema, una classe politica “malata”, imbelle, rinchiusa nei palazzi del potere. E poi la situazione nelle campagne, in un paese a vocazione agricola ancora dominato dal latifondo, dilaniate dal conflitto tra i vecchi “parùn”, schiavisti che considerano ancora i contadini e i braccianti come servi della gleba, e le rivolte, la creazione delle leghe, gli scontri, gli incendi.

In questa situazione di altissimo conflitto, nascono, come larve che emergono dallo schiudersi di strane uova mai viste prima, tante creature apparentemente deboli e vulnerabili, in realtà depositarie di una spietata forza vitale. Scurati li rappresenta uno a uno, fruga nella loro formazione, li fa muovere, parlare, fa rivivere il loro rancore, la loro violenza. Sono i primi fascisti, riuniti nei neonati Fasci di combattimento, fondati da un ex socialista rivoluzionario che ha “tradito” i suoi compagni per il suo ardore interventista: è l’ex direttore de l’Avanti, il figlio di un fabbro romagnolo, Benito Mussolini.

È male in arnese, senza una lira, indossa vestiti lisi, vecchie scarpe sformate (per camuffarle, qualche anno dopo, quando inizierà ad affacciarsi negli ambienti che contano, le coprirà con le onnipresenti ghette bianche). Ha cercato fortuna in Svizzera, poi, siccome è un giornalista dotato, ha fondato un nuovo giornale, Il popolo d’Italia, che nel 1922 diventerà l’organo ufficiale del PNF (Partito Nazionale Fascista). Lo conosciamo, attraverso la narrativa investigativa dell’autore, riviviamo la sua brutalità, la sua tenacia, il suo retaggio di socialista estremista rivoluzionario; seguiamo la metamorfosi dei vecchi ideali socialisti (dei quali, col passare degli anni non resterà più nulla – forse perché non c’è mai stato nulla?) in una tensione in crescendo che lo porterà a esaltare la violenza dei neonati squadristi, una violenza “sana” e “giovane”, una violenza “chirurgica” che bonifica le terre malate da una politica corrotta, esausta, morta.

Mentre sul mondo aleggia una cappa di tragedia, l’autore fa emergere i personaggi, ci porta nell’espansione inesorabile dell’oscuro, ma anche dell’eroico e dell’epico. Il narratore non ci nasconde la sua ammirazione per i valorosi, disprezzati Arditi, per il fascino dark di Gabriele D’Annunzio, un personaggio gigantesco, contraddittorio; ci porta dentro Fiume, conquistata dopo una incredibile spedizione, capeggiata da D’Annunzio e sostenuta da Mussolini, una babele dove ogni follia era permessa, popolata da ogni genere di umanità: anarchici, socialisti, sindacalisti rivoluzionari, arditi, fascisti, avventurieri vari. Una “città di vita”, dove vigevano tutte le libertà e le uguaglianze, con uno statuto, “La Reggenza del Carnaro”, che faceva pensare alla Comune di Parigi, tanto da ricevere il sostegno addirittura di Lenin.

E soprattutto segue lui, il fulcro dinamico, il mutante, il doppiogiochista traditore compulsivo: mentre finge di sostenere D’Annunzio e la sua Reggenza, Mussolini tratta con Giolitti per sgomberare la città liberata, addirittura prenderla a cannonate. Quello del traditore sarà un marchio che si porterà dietro per tutta la vita. Mentre esalta la platea dei fascisti, durante le adunate fatte di urla, canzonacce, esibizioni di pugnali e bastoni, con invocazioni contro il parlamentarismo porco, corrotto e smidollato, tratta sottobanco coi vari presidenti del consiglio per avere qualche ministero. E intanto che lui tratta, in segreto, coi liberali e i cattolici, persino coi socialisti, i teppisti ferraresi di Italo Balbo partono per Ravenna per distruggere il grande palazzo delle cooperative rosse. “Una notte terribile”, scrive lo stesso Balbo nel suo diario. Il ritorno dura un giorno e una notte, 24 ore di incendi, di devastazione e di sterminio. Tutta la pianura romagnola brucia.

Il racconto segue il Duce e i suoi “ninfomani della violenza”, li accompagna nella marcia su Roma, dove, come riflette lo stesso Mussolini, sarebbe bastato un nulla, l’esercito schierato, per mandare tutto all’aria; ma il colpo di stato viene permesso dall’ignavia di un governo che non esiste, e dalla complicità del re. Il narratore condivide lo sconcerto generale, l’orrore per il vile assassinio di Matteotti, quando il neonato regime vacilla, e di nuovo sarebbe bastato un passaggio all’atto da parte delle opposizioni in ritiro sull’Aventino per abbatterlo.

Il romanzo si conclude nel 1925 con Mussolini solo e in stato abbandono, accartocciato sul pavimento nei suoi appartamenti nel Grand’Hotel di Roma, gemebondo per un attacco di ulcera. Lo ritroveremo nel secondo volume, L’uomo della provvidenza, e nel terzo, non ancora pubblicato.

M è una grande saga epica, eroica e maledetta, ma soffre di una ambiguità strutturale, soprattutto nella prima parte, che provoca effetti collaterali inevitabili. Dipende dal fattore di posizione. Evangelisti piazza la sua storia nel mondo antagonista dei rivoluzionari, degli idealisti, degli arrabbiati. È quello il mondo. Ne sviscera le speranze, le delusioni, le sconfitte. Traccia i profili dei personaggi, li fa interagire, li accompagna nella miseria e nella tragedia. Non entra nelle camerate degli austriaci, non canta con loro le canzonacce della soldataglia. Non impersona Radetzky, non lo descrive come un aristocratico raffinato, spadaccino provetto, esperto ballerino di valzer e seduttore di signore; no, il feldmaresciallo resta quello che è: il fucilatore, l’impiccatore, il torturatore dei ribelli e dei patrioti.

Scurati invece ci mostra un Mussolini bifido, traditore, violento, selvaggio, barbarico, virile. Grande seduttore, puttaniere e sciupafemmine. Bastano queste qualità per farne un eroe negativo, ma un eroe. Lui stesso ne è consapevole, lo afferma in una intervista: «La mia paura è quella che in gergo viene chiamata empatia negativa. Succede spesso nelle serie e nei film che il pubblico empatizzi con i personaggi negativi. Guardate cos’è successo a Gomorra, non al libro né al film, che è un capolavoro, ma alla serie. La gente empatizzava con i camorristi. Il rischio di trasformare Mussolini in un eroe tragico con cui il pubblico poteva empatizzare c’era e mi sono sforzato in tutti i modi di evitarlo.» È vero, non fa sconti ai fascisti. In un crescendo degno di un noir ce li mostra in tutta la loro bestialità, masnade di picchiatori e di assassini al soldo degli agrari; eppure il posizionamento tra le loro schiere e nella mente del loro duce la produce, la temuta empatia negativa. Quando, durante il Consiglio Nazionale dei Fasci di combattimento, il 7-9 novembre 1921, il narratore entra nel teatro Augusteo di Roma, noi sentiamo le urla, ascoltiamo le canzoni gridate dalle camice nere col braccio alzato: «Me ne frego è il nostro motto, me ne frego di morir, me ne frego di Giolitti, e del sol dell’avvenir, un vessillo nero nero, che ci stringe intorno a sé, me ne frego del questore, del prefetto e anche del re.» Sentiamo su di noi la vibrazione della violenza che crepa l’aria come i fulmini nel cielo plumbeo. Subiamo, nostro malgrado, il fascino oscuro del male.

Scurati si espone, consapevolmente, al rischio di un terzismo che segna la nascita dell’intera opera. La sua epopea è grande e tragica, ma necessita di un attento lavoro di deterritorializzazione e di filtro da parte del lettore evoluto. Ricorda un altro grande romanzo, infiltrato dallo stesso errore, Le Benevole di Jonathan Littell, che entra addirittura nelle vite e nelle menti dei nazisti e delle SS. Sono romanzi selvaggi, avventurieri, che sfidano l’ignoto, ma in fondo sono dei ribelli verso quel normal dot che è l’etica di base. Perché a un certo punto, un punto estremo, la letteratura si trova di fronte a una linea di confine. Forse dovrebbe fermarsi, rinunciare al senso di onnipotenza, e fare una scelta di campo.

Per questo, per la loro grandeur, per la qualità della ricerca, i due finalisti sembrano perfettamente allineati, ma il fotofinish non mente: per il rischio non pienamente calcolato dell’empatia negativa Scurati subisce una penalità, pertanto Evangelisti lo batte per un millesimo di secondo, e si conferma campione mondiale di letteratura storica.

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2 Commenti

  1. Ringrazio Baldrati per questo suo bellissimo pezzo che ha dato a Nazione Indiana. Personalmente mi sembra che presenti molto bene, anche per chi non li conosce, i due romanzi che mette a confronto. Devo dire che non sono molto d’accordo con la conclusione. Credo che sia anzi molto importante il momento, in cui la letteratura, a molti anni dai fatti, ha cominciato a mostrare gli orrori della prima metà del Novecento dalla parte dei massacratori e dei perseguitori, dei “cattivi”. Littel, certo, ma altri anche prima di lui e dopo (“Le Debat” ha dedicato nel 2011 un numero molto bello a queste tematiche, che per me resta fondamentale: http://le-debat.gallimard.fr/dossier_revue/historiens-et-romanciers/). Baldrati ha ragione, è un gioco molto pericoloso, e il rischio è certo in stretta relazione con quanto accade nel presente (ovviamente se il demone fascista, purtroppo mai davvero sopito, riaffiora, la linea di demarcazione che definisce il territorio a rischio si sposta), ma che può essere anche molto positivo, aggiungendo quel “di più” che la letteratura sa dare, riempiendo i vuoti lasciati dagli storici, spingendosi ai limiti dell’indicibile, scandagliando con la profondità che le è propria gli abissi delle persone, mostrando le contraddizioni e le complessità ad essi legati, le origini anche psicologiche e le dinamiche del male. Tutto ciò toccando un pubblico più vasto rispetto alle pubblicazioni degli storici, del resto. A volte la spericolata operazione riesce, a volte meno, a volte proprio no, ma di per sé è a mio avviso legittima, e anzi auspicabile. Io credo che la narrativa italiana, e proprio per il fatto che il Paese non ha mai fatto i conti con il fascismo, avrebbe tratto vantaggio che più scrittori ci si cimentassero. In fondo la stessa immagina di Mussolini, che in una vulgata di vecchissima data ma ancora purtroppo molto diffusa risulta un personaggio sostanzialmente positivo, o comunque anche positivo, a parte il fatto di essersi “unito ai tedeschi” (come se l’unica pecca, e la fonte dei mali, fosse solo questa, e senza rapporti con tutto il resto), ne sarebbe risultata ridimensionata, e ricondotta più vicino al vero. Per parte mia, e termino qui, ci ho provato scrivendo un romanzo che racconta, alla terza persona ma appunto “dall’interno”, gli ultimi mesi di Galeazzo Ciano (“Cielo nero”, Gaffi, 2011) (ne ho parlato qui su Nazione Indiana: https://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/). Grazie comunque ancora a Baldrati.

  2. Caro Giacomo, probabilmente le tue considerazioni sull’arte che osa, che si avventura per sentieri inesplorati, sono giuste. Ma anche schierarsi significa percorrere quei sentieri. Diciamo che parlo a titolo personale: credo in una forma di etica introiettata, che non significa censura, né stile didascalico o ecumenico. Ognuno scriva pure ciò che vuole, poiché esiste anche la libertà di critica. Ma la spettacolarizzazione del male è diversa dalla sua rappresentazione, come avviene, soprattutto, nel noir. Il male ha un suo fascino perverso, che affascina e lusinga (non sarà mica il diavolo? Mah.). E il male va combattuto, va denunciato, dice quella forma di etica introiettata. Per cui la letteratura deve chiedersi se è giusto avanzare senza limiti, senza scelte di campo. Queste sono linee generiche, scendere nel dettaglio è responsabilità dei singoli autori. Magari avventurandosi proprio in quei sentieri dell’ignoto.

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Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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