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	Commenti a: Scurati vs Evangelisti (la finale dei campionati mondiali di letteratura storica)	</title>
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		<title>
		Di: Mauro Baldrati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/01/11/scurati-vs-evangelisti-la-finale-dei-campionati-mondiali-di-letteratura-storica/#comment-316560</link>

		<dc:creator><![CDATA[Mauro Baldrati]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 23:36:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Giacomo, probabilmente le tue considerazioni sull’arte che osa, che si avventura per sentieri inesplorati, sono giuste. Ma anche schierarsi significa percorrere quei sentieri. Diciamo che parlo a titolo personale: credo in una forma di etica introiettata, che non significa censura, né stile didascalico o ecumenico. Ognuno scriva pure ciò che vuole, poiché esiste anche la libertà di critica. Ma la spettacolarizzazione del male è diversa dalla sua rappresentazione, come avviene, soprattutto, nel noir. Il male ha un suo fascino perverso, che affascina e lusinga (non sarà mica il diavolo? Mah.). E il male va combattuto, va denunciato, dice quella forma di etica introiettata. Per cui la letteratura deve chiedersi se è giusto avanzare senza limiti, senza scelte di campo. Queste sono linee generiche, scendere nel dettaglio è responsabilità dei singoli autori. Magari avventurandosi proprio in quei sentieri dell’ignoto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giacomo, probabilmente le tue considerazioni sull’arte che osa, che si avventura per sentieri inesplorati, sono giuste. Ma anche schierarsi significa percorrere quei sentieri. Diciamo che parlo a titolo personale: credo in una forma di etica introiettata, che non significa censura, né stile didascalico o ecumenico. Ognuno scriva pure ciò che vuole, poiché esiste anche la libertà di critica. Ma la spettacolarizzazione del male è diversa dalla sua rappresentazione, come avviene, soprattutto, nel noir. Il male ha un suo fascino perverso, che affascina e lusinga (non sarà mica il diavolo? Mah.). E il male va combattuto, va denunciato, dice quella forma di etica introiettata. Per cui la letteratura deve chiedersi se è giusto avanzare senza limiti, senza scelte di campo. Queste sono linee generiche, scendere nel dettaglio è responsabilità dei singoli autori. Magari avventurandosi proprio in quei sentieri dell’ignoto.</p>
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		<title>
		Di: giacomo sartori		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 08:54:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ringrazio Baldrati per questo suo bellissimo pezzo che ha dato a Nazione Indiana. Personalmente mi sembra che presenti molto bene, anche per chi non li conosce, i due romanzi che mette a confronto. Devo dire che non sono molto d’accordo con la conclusione. Credo che sia anzi molto importante il momento, in cui la letteratura, a molti anni dai fatti, ha cominciato a mostrare gli orrori della prima metà del Novecento dalla parte dei massacratori e dei perseguitori, dei “cattivi”. Littel, certo, ma altri anche prima di lui e dopo (&quot;Le Debat&quot; ha dedicato nel 2011 un numero molto bello a queste tematiche, che per me resta fondamentale: http://le-debat.gallimard.fr/dossier_revue/historiens-et-romanciers/). Baldrati ha ragione, è un gioco molto pericoloso, e il rischio è certo in stretta relazione con quanto accade nel presente (ovviamente se il demone fascista, purtroppo mai davvero sopito, riaffiora, la linea di demarcazione che definisce il territorio a rischio si sposta), ma che può essere anche molto positivo, aggiungendo quel “di più” che la letteratura sa dare, riempiendo i vuoti lasciati dagli storici, spingendosi ai limiti dell’indicibile, scandagliando con la profondità che le è propria gli abissi delle persone, mostrando le contraddizioni e le complessità ad essi legati, le origini anche psicologiche e le dinamiche del male. Tutto ciò toccando un pubblico più vasto rispetto alle pubblicazioni degli storici, del resto. A volte la spericolata operazione riesce, a volte meno, a volte proprio no, ma di per sé è a mio avviso legittima, e anzi auspicabile. Io credo che la narrativa italiana, e proprio per il fatto che il Paese non ha mai fatto i conti con il fascismo, avrebbe tratto vantaggio che più scrittori ci si cimentassero. In fondo la stessa immagina di Mussolini, che in una vulgata di vecchissima data ma ancora purtroppo molto diffusa risulta un personaggio sostanzialmente positivo, o comunque anche positivo, a parte il fatto di essersi “unito ai tedeschi” (come se l’unica pecca, e la fonte dei mali, fosse solo questa, e senza rapporti con tutto il resto), ne sarebbe risultata ridimensionata, e ricondotta più vicino al vero. Per parte mia, e termino qui, ci ho provato scrivendo un romanzo che racconta, alla terza persona ma appunto “dall’interno”, gli ultimi mesi di Galeazzo Ciano (“Cielo nero”, Gaffi, 2011) (ne ho parlato qui su Nazione Indiana: https://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/). Grazie comunque ancora a Baldrati.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio Baldrati per questo suo bellissimo pezzo che ha dato a Nazione Indiana. Personalmente mi sembra che presenti molto bene, anche per chi non li conosce, i due romanzi che mette a confronto. Devo dire che non sono molto d’accordo con la conclusione. Credo che sia anzi molto importante il momento, in cui la letteratura, a molti anni dai fatti, ha cominciato a mostrare gli orrori della prima metà del Novecento dalla parte dei massacratori e dei perseguitori, dei “cattivi”. Littel, certo, ma altri anche prima di lui e dopo (&#8220;Le Debat&#8221; ha dedicato nel 2011 un numero molto bello a queste tematiche, che per me resta fondamentale: <a href="http://le-debat.gallimard.fr/dossier_revue/historiens-et-romanciers/" rel="nofollow ugc">http://le-debat.gallimard.fr/dossier_revue/historiens-et-romanciers/</a>). Baldrati ha ragione, è un gioco molto pericoloso, e il rischio è certo in stretta relazione con quanto accade nel presente (ovviamente se il demone fascista, purtroppo mai davvero sopito, riaffiora, la linea di demarcazione che definisce il territorio a rischio si sposta), ma che può essere anche molto positivo, aggiungendo quel “di più” che la letteratura sa dare, riempiendo i vuoti lasciati dagli storici, spingendosi ai limiti dell’indicibile, scandagliando con la profondità che le è propria gli abissi delle persone, mostrando le contraddizioni e le complessità ad essi legati, le origini anche psicologiche e le dinamiche del male. Tutto ciò toccando un pubblico più vasto rispetto alle pubblicazioni degli storici, del resto. A volte la spericolata operazione riesce, a volte meno, a volte proprio no, ma di per sé è a mio avviso legittima, e anzi auspicabile. Io credo che la narrativa italiana, e proprio per il fatto che il Paese non ha mai fatto i conti con il fascismo, avrebbe tratto vantaggio che più scrittori ci si cimentassero. In fondo la stessa immagina di Mussolini, che in una vulgata di vecchissima data ma ancora purtroppo molto diffusa risulta un personaggio sostanzialmente positivo, o comunque anche positivo, a parte il fatto di essersi “unito ai tedeschi” (come se l’unica pecca, e la fonte dei mali, fosse solo questa, e senza rapporti con tutto il resto), ne sarebbe risultata ridimensionata, e ricondotta più vicino al vero. Per parte mia, e termino qui, ci ho provato scrivendo un romanzo che racconta, alla terza persona ma appunto “dall’interno”, gli ultimi mesi di Galeazzo Ciano (“Cielo nero”, Gaffi, 2011) (ne ho parlato qui su Nazione Indiana: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2011/02/09/perche-si-scrive-un-romanzo/</a>). Grazie comunque ancora a Baldrati.</p>
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