I cambiamenti climatici dentro di me

di Giacomo Sartori

Dentro di me c’è un io che tanti anni fa ha deciso di studiare agronomia, vallo a sapere da dove gli è venuta di preciso l’ispirazione, molti aspetti di noi stessi restano un mistero. Questo io si occupa da quarant’anni di suoli, e ha sempre pensato che la cosa migliore che potesse fare per l’ambiente, anche quando di cambiamenti climatici pochi ne parlavano, è fare bene il proprio lavoro, mettendoci tutto l’impegno possibile, per arrivare a dei risultati convincenti e per far capire che i terreni sono fragili e essenziali, e che vanno quindi difesi e curati. Questo infaticabile io si è imposto di prepotenza nella mia vita, anche perché era lui che portava i soldi a casa, tutti gli altri ii vivevano sulle sue spalle. Per molto tempo ha indagato i suoli di montagna, che sono molto belli, soprattutto quelli che se ne stanno sui graniti e sulle altre rocce vulcaniche acide: sono leggeri e lievemente umidi, con colori arancioni o gialli, e un delizioso odore di funghi o muschio. Confrontando cosa succedeva alle varie altitudini, lui e i suoi colleghi raccoglievano informazioni che possono adesso aiutare a capire cosa succederà nei boschi, visto che il clima sta cambiando a passi da gigante, non sono più solo delle ipotesi degli addetti al mestiere.
A partire dalla crisi finanziaria del 2009 il mio io studioso dei suoli non ha più trovato soldi per queste indagini da cui nessuno traeva un guadagno immediato, quindi ha abbandonato i parchi naturali e le foreste alpine. Ha ripiegato sui terreni dei meleti e dei vigneti, che devo confessare all’inizio gli piacevano molto poco: erano sporchi e sfiancati, sciatti e tristi, portavano le tracce dei maltrattamenti e dell’incuria dell’uomo. Anche l’odore non aveva nulla a che fare con quello delizioso di porcini e sfagni, spesso era anzi respingente, con sentori di prodotti chimici o di lubrificante esausto. A volte erano talmente appestati da risultare paralizzati, tramortiti. Solo in profondità, dove gli aratri e le malversazioni non arrivavano, il mio io trovava qualcosa di vagamente simile alle terre libere e fiere che rimpiangeva. Poi però ha finito per affezionarsi anche a quelle schiave bistrattate, è anzi diventato un loro fedele difensore, un loro appassionato portaparola. Considera che hanno bisogno che qualcuno porti avanti i loro diritti, come tutti i derelitti che subiscono delle violente ingiustizie e i perseguitati che non possono esprimersi.
Per un decennio il mio io scientifico ha raccolto insomma campioni sotto i meli e le vigne, li ha fatti analizzare, e ha definito meglio che poteva i tratti somatici e il carattere dei vari tipi di terreni della parte coltivata della regione dove è cresciuto. Ha disegnato le carte della loro distribuzione sul territorio, cercando di convincere gli addetti al mestiere che bisogna prendere molto più seriamente la terra, che la nostra sussistenza dipende dalla sua ricchissima e complicata vita biologica, e che la sua buona salute è centrale anche per i cambiamenti climatici. Lottava contro i mulini a vento, perché nel modo di vedere che domina adesso è tutto questione di sacchi di concime chimico, e di trattamenti con deleterie sostanze chimiche, tutto il resto conta molto poco. Il clima muta, e le teste formattate rimangono uguali, o più precisamente fingono di cambiare e non cambiano. I governanti parlano adesso di transizione energetica e di svolta verde, e i dirigenti degli istituti di ricerca agronomica volano alto nella stratosfera dei loro sogni tecnologici, ma nessuno si cura davvero dei poveri terreni, nessuno cerca di capirli e aiutarli. Tutti sostengono che sono importanti, ma nei fatti si continua a considerarli dei limoni da spremere per massimizzare i redditi, dei limoni che per qualche magia saranno sempre disponibili. Rinfocolando gli impazzimenti del clima.
Il mio io studioso di provincia con tendenze donchisciottesche è stato sconfitto, questa è la verità. Se fa un bilancio oggettivo deve ammettere che i suoi studi non sono utilizzati, anche adesso che il clima è effettivamente partito per la tangente, e che il terrore latente delle persone affiora sotto forma di intransigenze e di arroccamenti nella rimozione edonistica. Si rende conto che non può continuare a mettere l’accento solo sui ridicoli passi che sono stati fatti: è adesso in profonda crisi. Prova disagio e si domanda cosa deve fare, si rode a rimanere con le mani in mano, si sente impotente.

In me c’è poi un io militante, che si è distinto quando ero molto giovane, ma che poi è rimasto in sordina, come un’acqua che senza affiorare in superficie, lasciando secco il letto del torrente. Nel corso della mia esistenza ha sempre cercato di tenersi al corrente e di documentarsi, e si è indignato tante volte per questa o quella ingiustizia, con una particolare attenzione alle questioni ambientali, ma non è mai passato all’azione. Non ha preso contatto con delle associazioni o dei gruppi vicini alle sue idee, anche se ogni tanto gliene veniva la tentazione. Non è nemmeno quasi mai andato a una manifestazione, sebbene poi si sentisse in colpa per non averlo fatto, percorrendo i ben noti va e vieni di qualsiasi nevrosi. E a me sostanzialmente andava bene quel suo fare così discreto, per non dire sotterraneo.
Vista la velocità con cui si sciolgono i ghiacci e l’altalena di desertificazioni e alluvioni, questo mio io militante adesso ha però alzato la cresta. Vuole dire la sua, o meglio ambirebbe a prendere in mano lui la situazione: ha degli argomenti molto solidi, e è testardo, mi è molto difficile tenergli testa. Trattandomi con malcelata commiserazione mi dice che non posso andare avanti così, devo prendere atto che la linea ingenua del mio io studioso non paga: devo fare qualcosa, se non voglio sentirmi un completo fallito. Di fronte alla gravità della situazione ambientale, mentre i governi fingono di operare per cambiare le cose, e nei fatti fanno di tutto per continuare esattamente come prima, o insomma per non rallentare la macchina impazzita sulla quale viaggiamo, non posso più rimanere con le mani in mano. Devo tirarmi su le maniche e lanciarmi nella mischia, mi dice il mio io battagliero. Se non lo faccio vuole dire che sono corresponsabile.
Incassando queste recriminazioni e questi ragionamenti tanto stringenti che mi colpiscono in profondità, io subito mi agito, e a forza di agitarmi mi viene male di testa. E mi va giù la pressione. O meglio, le medicine che prendo contro il mal di testa mi fanno calare la pressione, adesso la novità è questa. Mi gira la testa, mi sembra di avere il cervello in una lavatrice, e non sto più in piedi. La prima volta pensavo di avere un cancro al fegato o chissà quale malattia, invece il medico mi ha detto che avevo semplicemente la pressione bassa. Il che è pur sempre un grosso handicap, quando ci si vuole lanciare nella battaglia, o anche solo si vuole conciliare lavoro scientifico e scrittura. Quel generalista già un po’ anziano me l’ha provata anche nell’altro braccio, la pressione, e poi di nuovo nel braccio destro, e poi anche in piedi: non ci credeva che l’avessi tanto bassa. Io invece non ero stupito, perché so bene quanto posso fare male a me stesso, quando mi ci metto, anche se certo sarebbe stato complicato spiegarlo a quel dottore con una impostazione così tradizionale. In ogni modo il mio io attivista se ne frega della mia pressione bassa e dei giramenti di testa, e anzi si direbbe che si goda che io non stia bene. E va avanti per la sua strada: milita dentro di me, mi suggerisce cosa dovrei fare, mi fornisce degli esempi di attivisti e di persone che si battono, mi dice sgarbatamente che devo muovere il culo. Come tutti i contestatori è un po’ velleitario, per non dire un po’ invasato, ma io non posso farci niente, non posso certo cambiarlo.
Questo mio io militante mi urla sempre più forte – alle volte ho l’impressione che siano delle vere e proprie manifestazioni di piazza, con megafoni e tutto -, che devo mettere a disposizione degli altri il mio sapere: devo scrivere degli articoli, prendere contatti, collaborare con questa o quella organizzazione ambientalista. Io adesso finisco per cedere, perché dentro di me penso che abbia perfettamente ragione lui. Qualche giorno fa ho mandato un lungo articolo a una rivista culturale della sinistra sulla centralità ontologica del suolo, che è una parte essenziale della natura, e sull’assoluta necessità di un approccio rispettoso, e insomma non riduttivistico, vediamo se me lo prendono. Ci ho messo molto a scriverlo, perché non sono un buon saggista, e appunto a forza di spremermi le meningi mi è venuto mal di testa e poi mi è andata giù la pressione. Quest’ultima settimana avevo difficoltà a stare in piedi, e avevo anche una nausea di fondo, dopo aver finito quel lungo intervento. Sono però contento, e mi sembra importante che lo abbia fatto, anche se le mie forze sono limitate, e il mio tempo anche. Mi sento meno in contraddizione con me stesso, più coerente. Mi dico che d’ora in poi non devo più aver timore a sottrarre del tempo alle altre cose, come ho sempre fatto. Mi dico che adesso non è più il momento. Pazienza per il mal di testa, pazienza per la pressione bassa.

Dentro di me c’è però anche un io scrittore. È un me simile a un feroce coccodrillo, che si batte per avere da mangiare e essere libero. È abituato a vincere, spesso sbranando in un solo boccone i suoi avversari, quindi è una bestia assai temibile. Questo io scrittore-coccodrillo ritiene che quella dell’impegno è una cavolata, mi dice che quello che devo fare io è continuare a scrivere i miei testi, che hanno immancabilmente a che fare con l’intimità viscerale degli individui, senza occuparmi di niente altro. Già faccio molta fatica così, mi sbraita con la sua voce da perfido rettile cretacico, sottintendendo che il mio talento è quello che è, figuriamoci se adesso ci aggiungo anche la militanza come ambientalista. Ci mancava solo questo. Senza contare che non ho la stoffa del militante, insinua, sono sempre stato incerto e dubbioso. Gli attivisti sanno sempre cosa si deve dire e fare, mentre io non lo so mai, e mi chiedo sempre se quello che penso è giusto. Gli agitatori trascinano le folle con una voce carismatica, mentre la mia voce sfilacciata e fioca non ha mai trascinato nessuno, pena anzi a farsi intendere. E non è certo adesso, alla mia età, che cambierò dal giorno alla notte.
Quello che devo fare io è scrivere i miei romanzi e i miei racconti, mi dice, cercando che non siano troppo mediocri, senza preoccuparmi che il clima cambi o non cambi, e senza badare alla nuova illusione prometeica di asservire la natura, senza ascoltare nessuno. Andare avanti a scrivere nella solitudine, come faccio da decenni, sacrificando le mie amicizie e le mie attività sociali, rovinandomi la salute. È in questo modo che sono arrivato a qualche risultato, mi dice, devo seguitare così, buttando le mie velleità ambientaliste nel bidone del residuo non riciclabile. L’impegno non ha mai giovato alla scrittura, sono il primo a saperlo, mi dice, pungendomi sul vivo. E tanto meno gioverebbe a me, che non ho la stoffa del coerente intellettuale, e che nei miei romanzi e nei miei racconti ho sempre indagato i meandri contradditori, compresi quelli più orribili, della psiche umana.
Questo io-coccodrillo permeato dall’individualismo che domina nella cultura contemporanea, e con ascendenze forse nel tardo romanticismo, si nasconde, o forse si limita a nasconderlo a me, che nei miei ultimi romanzi i problemi ambientali sono sempre più presenti, sono anzi diventati via via i protagonisti indiscussi. Glissa sul fatto che il romanzo che ho appena scritto si chiama “Terra”, e il suo tema è per l’appunto la vicenda di uno specialista della terra a cui nessuno da retta. Come è noto non è raro che i materiali autobiografici finiscano nei romanzi, per quante attenzioni ci si metta. O meglio, i potenti governanti gli danno retta solo quando i loro metodi intrinsecamente distruttivi si sono rilevati disastrosi, quando è troppo tardi. Il coccodrillo romanziere che è in me ignora questa evidente contaminazione, parla come se la scrittura e il mio lavoro sulla terra fossero ancora due compartimenti stagni, come lo sono stati per decenni. Con i suoi metodi poco cortesi, o per meglio dire brutali, mi dice di continuare a scrivere di uomini e donne fuori di testa, senza curarmi di nessuno.
Non vede, o finge di non vederlo, che volente o nolente lui stesso ha preso qualcosa dal mio io militante, e ne è stato influenzato. O forse lo vede, e proprio per questo ce l’ha su così tanto contro di lui, e non può sopportarlo, come succede in quelle coppie che si fanno una cruentissima guerra di posizione, senza accorgersi fino a che punto si sono estese le influenze reciproche. Non vorrei che la qualità scendesse ancora, visto che siamo vicini alla soglia del dilettantismo, sarebbe un disastro, mi dice, mostrandomi le sue zanne sarcastiche. Io cerco di non ascoltarlo, dicendomi che spara fuori delle cavolate, ma in realtà sono molto sensibile ai suoi argomenti.

In me c’è poi, come in chiunque altro cittadino di un paese di indiscusso capitalismo, un io consumatore. Questo io da anni compra quasi solo cibi biologici, non solo perché ci tiene a non avvelenarsi più del necessario, ma anche perché ritiene che questo sia un modo di prendere posizione a favore dell’ambiente. Pensa che se ora le coltivazioni biologiche, che non appestano e massacrano le terre e i paesaggi come fanno quelle convenzionali, sono diventate tanto importanti nei due Paesi in cui vive, è anche grazie a lui, o insomma grazie a quelli come lui, che da anni acquistano i prodotti bio, anche se sono più cari. E se c’è un modo per combattere il cambiamento climatico, o insomma per non favorirlo, è proprio questo. Senza essere un attivista, e con una incresciosa tendenza anzi ai piaceri del corpo e all’oblomovismo, è un po’ fiero di questo risultato, sente di essere impegnato in una vera e propria lotta fianco a fianco con altre persone, checché ne pensi l’io militante (sempre ipercritico su tutto).
Questo io pacioso e surrettiziamente godereccio vorrebbe essere anche vegetariano, perché ha imparato dall’io studioso dei suoli che la produzione della carne si pappa da sola la maggior parte delle derrate agricole prodotte a livello planetario, producendo più gas a effetto serra di autoveicoli e aerei messi assieme. Vorrebbe non mangiare mai carne, ma non è abbastanza determinato e coerente con sé stesso, e è goloso. Quindi ogni tanto la mangia, pur limitandosi in genere a quella che viene considerata meno nociva, i pollami. Per mettere a tacere i suoi scrupoli di coscienza si inventa dei pretesti, si dice che le analisi del sangue che ho fatto due anni fa mostravano un livello molto basso di vitamina B12, e che ho una tendenza all’anemia. Si dice, e mi dice, che una persona nelle mie condizioni deve starci molto attenta, evitando di mettere il culo nelle pedate, basterebbe una minima dose di buon senso per capirlo. Io so bene che i suoi argomenti sono pretestuosi, perché se faccio attenzione e doso bene la mia dieta non c’è nessunissimo problema di vitamina B12 e di anemia, ma insomma ogni tanto cedo, attirato da certi odorini o da certe irresistibili ricette. E quando mi invitano, o anche al ristorante, mi tengo per me i miei scrupoli, e mangio pure la carne rossa, quella che richiede più derrate agricole e maggiori quantitativi di acqua. In poche parole questo io consumatore-golosone non è un io affidabile, un giorno pensa una cosa e un giorno l’altra, o comunque ne fa un’altra.
Forse proprio per dimostrare agli altri e a sé stesso che è attento ai problemi ambientali e climatici, e che non è quella banderuola che si potrebbe pensare, spesso e volentieri si impunta poi su dettagli che non hanno senso. Fino a pochi anni fa nessuna auto aveva l’aria condizionata, ora invece sembra che le persone debbano schiattare, se fanno anche solo due chilometri senza refrigerare l’abitacolo nel quale viaggiano, e questo anche nelle regioni alpine o del nord Europa, dice. Ha insomma voluto che comprassimo un’auto senza aria condizionata (va detto che per una volta anche tutti gli altri ii erano d’accordo, visto che così risparmiavamo seicento euro, e non era un periodo molto florido). Non più tardi della settimana scorsa la mia compagna sull’autostrada non smetteva però di farmi notare, con parole intrise di irritato sarcasmo, che eravamo l’unica automobile con i finestrini abbassati. Io ho preso posizione per il mio io capricciosamente ecologista, nonostante il picco di calore, legato appunto alle nuove intemperanze del clima, fosse davvero notevole: abbiamo finito per bisticciare. Ma anche negli alberghi nascono spesso analoghi problemi, quando lei mi dice che sta male, se non accendiamo l’aria condizionata, che è lì apposta per essere accesa. Perché anche lei ha un problema di pressione bassa.
Va detto che questo io così intransigente sulle carote e sull’aria condizionata non è poi così rigoroso come vorrebbe mostrarsi, perché non ha niente in contrario per esempio che io prenda l’aereo nei frequenti spostamenti tra i due paesi in cui vivo. O meglio negli ultimi tempi mugugna un po’, e sotto sotto si vergogna, ma non pone un vero proprio veto, e quindi monta sull’aereo con me. Devo anzi precisare che questo io accomodante, che spesso e volentieri vorrebbe però fare la lezione di morale all’universo intero, adora l’odore di cherosene mentre l’aereo rulla sulla pista, mandando a palla i motori e buttando fuori paurose fumate piene di gas a effetto serra e altre porcherie. In quel momento dimentica tutte le sue menate, e pensa solo alla gioia di essere su una pista di decollaggio, e di stare per ricevere l’accelerazione che porterà al volo, come un vero e proprio bambino. In quei casi mi fa proprio pena, il mio io anticonsumista e fustigatore degli sprechi.
Lo stesso io paladino della morigeratezza è contrario che io mi compri dei vestiti nuovi, e ignora con disdegno le vetrine dei negozi, ma ogni tanto corre a comprarsi un paio di scarpe di marca. E soprattutto considera le tante centrali nucleari di uno dei due paesi in cui vive un enorme pericolo, una aberrazione ambientale, e non crede che le pale eoliche e i pannelli solari potranno agire come una bacchetta magica: pensa che la via giusta sia quella di impegnarsi tutti per consumare meno energia. L’inverno alza però il riscaldamento del mio studio, perché non gli piace avere freddo. Si inventa il pretesto che la nostra esistenza è già anche troppo difficile, ci manca solo che ci becchiamo su qualcosa: abbiamo il diritto di scaldarci come si deve. Sa bene che dietro alla presa cui è attaccato il radiatore elettrico accanto alla mia scrivania, ben nascosta dietro ai due buchini, c’è in realtà una vituperata centrale nucleare, e sa bene che tenendo la temperatura più bassa si risparmierebbe energia, ma in quei momenti si allea con lo scrittore marginale e con lo scienziato outsider, sobillando quelle due entità che hanno in comune una esistenza precaria con l’argomento che con la loro incompresa grandezza meritano una eccezione alla regola. E loro ci cascano, vanitose come sono, e mi obbligano a arrendermi, frastornato da tanta biodiversità all’interno di me stesso, da tanti cambiamenti climatici nel mio cervello di ominide.

NdA: questo pezzo è stato pubblicato il 17 dicembre 2021 sul blog della Massachusetts Review, per iniziativa e nella traduzione di Jim Hicks (che ringrazio!), in occasione di un numero dedicato dalla rivista ai cambiamenti climatici

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8 Commenti

  1. Mi sembra che quando scrivi ‘il clima cambia e le teste formattate rimangono uguali’ , hai scritto l’epitafio del nostro tempo e di un modo di produzione che nelle sue retoriche parla di flessibilità, ma in realtà è rigidissimo.

  2. sì, certo, questo è quello che si può considerare il cinismo del capitalismo, che da anni è evidentissimo (è stato descritto dall’interno e dall’esterno) per esempio nel mondo della finanza, e delle banche, e che ha contagiato ormai gli stessi governanti (Macron in questo senso è un campione/precursore, con la sua retorica “né di sinistra né di destra”, e dei cambiamenti “migliorativi” sempre nel senso dei grandi interessi, grattando sotto la scorza).
    C’è però una rinnovata fiducia nelle “nuove tecnologie”, dove il feticismo appunto per le tecniche, svuotate dai loro portati sociali e geografici (le ripercussioni ambientali e gli sfruttamenti nei paesi poveri…) e paradossalmente anche economici e ambientali (spesso le soluzioni che vengono proposte per i problemi ambientali portano con loro problemi maggiori, e sono improponibili economicamente), che spesso semplicemente non esistono ancora, e forse non esisteranno mai, raggiunge l’eccesso. Illusione tecnologica che è trasversale, lo si vede bene in agricoltura, dove anche i fautori dell’agroecologia, che hanno quindi una visione ecologica/ambientale, si illudono spesso che le “nuove tecnologie” saranno risolutive.

  3. bellissimo pezzo di autoanalisi, caro Giacomo, l’ho letto con vero piacere, ma anche con la brutta coscienza di quello che di carne rossa ne mangia, anche perché gliel’ha detto il dott., che deve combattere l’astenia con tante proteine di buon livello. Mi pare comunque che dalla convivenza, magari turbolenta, di tutti questi tuoi ii, salti fuori qualcosa di bello e di utile al mondo. Grazie.

  4. a parte la carne rossa, stessa biodiversità all’interno di me stessa. Bel pezzo, Giacomo, grazie

  5. Letto d’un fiato, come una bibita fresca in una giornata afosa. A differenza tua, il mio io vegetariano ha preso il sopravvento da un paio di anni, senza rimorsi.

  6. grazie per i complimenti!
    ma appunto ognuno di noi – e se ne parla troppo poco (quasi i cambiamenti potessero essero imposti dall’alto, o avvenissero solo per via legislativa…) – riflette a queste cose e si interroga;

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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