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	Commenti a: 1922-2022: tre piste di riflessione dopo il voto del 25 settembre in Italia # 3	</title>
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		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 11:33:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Cesare, ri ringrazio per il tuo breve ma sapido commento, che mi permette di aggiungere qualcosa che mi sta a cuore: io in realtà non so se e come il PD sia &quot;redimibile&quot;, non sta a me dirlo, so però che la sorprendente e in certo senso rivoluzionaria vittoria di Elly Schlein ha - come giustamente dici tu - risvegliato un entusiasmo da tempo sopito - e me ne rallegro molto, è la prima nota positiva a sinistra, e dentro la società, da mesi, anzi da anni. E mi dico che forse non è un caso che questo accada per grande merito di una donna trinazionale nata e vissuta per molti anni all&#039;estero. È un po&#039; la mia ossessione, lo ammetto: ma credo che solo aprendosi, individualmente e collettivamente, a coloro che arrivano da fuori (e lo scrivo a ridosso dell&#039;ultima spaventosa tragedia, per la quale la destra al potere ha terribili responsabilità) l&#039;Italia possa cambiare direzione.  Un abbraccio anche a te.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Cesare, ri ringrazio per il tuo breve ma sapido commento, che mi permette di aggiungere qualcosa che mi sta a cuore: io in realtà non so se e come il PD sia &#8220;redimibile&#8221;, non sta a me dirlo, so però che la sorprendente e in certo senso rivoluzionaria vittoria di Elly Schlein ha &#8211; come giustamente dici tu &#8211; risvegliato un entusiasmo da tempo sopito &#8211; e me ne rallegro molto, è la prima nota positiva a sinistra, e dentro la società, da mesi, anzi da anni. E mi dico che forse non è un caso che questo accada per grande merito di una donna trinazionale nata e vissuta per molti anni all&#8217;estero. È un po&#8217; la mia ossessione, lo ammetto: ma credo che solo aprendosi, individualmente e collettivamente, a coloro che arrivano da fuori (e lo scrivo a ridosso dell&#8217;ultima spaventosa tragedia, per la quale la destra al potere ha terribili responsabilità) l&#8217;Italia possa cambiare direzione.  Un abbraccio anche a te.</p>
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		Di: Cesare Ajroldi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cesare Ajroldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Mar 2023 15:47:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Giuseppe, non mi spingi al suicidio, perché condivido in pieno le tue riflessioni, quindi dovrei essere già sulla strada. Non voglio fare un lungo commento, solo affermare che sono contento che tu me l&#039;abbia mandato oggi (6 marzo) perché ritengo che qualche cambiamento si possa intravedere. Dopo la disastrosa votazione del 25 settembre ho ritenuto che la cosa utile da fare per me fosse di riiscrivermi al Pd (anche se alcuni amici, come te, lo ritengono un partito irredimibile); però l&#039;elezione di Elly Schlein, che ho votato, sembra che abbia generato nei giovani un entusiasmo da tempo sopito, e questa grande manifestazione a Firenze mi ha molto colpito e mi appare molto significativa. Un grande abbraccio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giuseppe, non mi spingi al suicidio, perché condivido in pieno le tue riflessioni, quindi dovrei essere già sulla strada. Non voglio fare un lungo commento, solo affermare che sono contento che tu me l&#8217;abbia mandato oggi (6 marzo) perché ritengo che qualche cambiamento si possa intravedere. Dopo la disastrosa votazione del 25 settembre ho ritenuto che la cosa utile da fare per me fosse di riiscrivermi al Pd (anche se alcuni amici, come te, lo ritengono un partito irredimibile); però l&#8217;elezione di Elly Schlein, che ho votato, sembra che abbia generato nei giovani un entusiasmo da tempo sopito, e questa grande manifestazione a Firenze mi ha molto colpito e mi appare molto significativa. Un grande abbraccio</p>
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		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331462</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Mar 2023 12:46:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Irresistibile (ultima?) osservazione a Andrea Inglese e Christian Palmas. Quanto dice Andrea I. sul “vigliacco prevaricatore in camicia nera... dentro di sé” etc. amplifica ma nel contempo contiene, “corregge” uno spunto di La Porta, in una prospettiva che mi sembra utilissima. Perché se questa diciamo auto-analisi resta appunto al livello individuale, se cioè – proprio come suggerisce AI – non si aggancia ad “occasioni collettive” etc. rischia da un lato di avere – come dicevo proprio a LP – lo stesso valore della confessione in Chiesa, dall’altro, ed è quel che è successo a tratti in questa discussione, si finisce con il perdere di vista la questione che ho cercato di delineare nel mio articolo. Non volevo infatti genericamente riflettere sul “prevaricatore” che è in noi – riflessione nobile e importante, ma che ha a che fare più con la filosofia del male e l’umanità tutta che non con l’Italia – né men che mai produrre una sorta di antropologia fisico-biologica suggerendo che gli italiani siano “naturalmente” portati al fascismo. No, la mia prospettiva è quella dell’antropologia storica e della storia tout court, e riguarda l’Italia: c’è qualcosa nella storia appunto di questo paese che lo rende particolarmente favorevole a sviluppare forme nuove eppur simili di fascismo? La consapevolezza cui alludi, Andrea, dovrebbe principalmente originarsi nel coraggio (cioè il contrario della “paura”!) di guardare collettivamente dentro la propria storia: un lavoro di memoria, insomma, che in Italia è, a livello di educazione, terribilmente deficitario. Quanto a Christian P., condivido la sua inquietudine, e vorrei essere ancora più ambizioso: il dibattito pubblico, perché abbia veramente senso, dovrebbe promuoversi al di là del nostro cerchio ristretto, e investire il più possibile la società. Chissà che l’inaspettata elezione di Elly Schlein, che pur non essendo certo la soluzione è senz’altro un sintomo positivo, non crei nuove occasioni per questo sano discutere e agire, dentro la sinistra riformista o radicale che sia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Irresistibile (ultima?) osservazione a Andrea Inglese e Christian Palmas. Quanto dice Andrea I. sul “vigliacco prevaricatore in camicia nera&#8230; dentro di sé” etc. amplifica ma nel contempo contiene, “corregge” uno spunto di La Porta, in una prospettiva che mi sembra utilissima. Perché se questa diciamo auto-analisi resta appunto al livello individuale, se cioè – proprio come suggerisce AI – non si aggancia ad “occasioni collettive” etc. rischia da un lato di avere – come dicevo proprio a LP – lo stesso valore della confessione in Chiesa, dall’altro, ed è quel che è successo a tratti in questa discussione, si finisce con il perdere di vista la questione che ho cercato di delineare nel mio articolo. Non volevo infatti genericamente riflettere sul “prevaricatore” che è in noi – riflessione nobile e importante, ma che ha a che fare più con la filosofia del male e l’umanità tutta che non con l’Italia – né men che mai produrre una sorta di antropologia fisico-biologica suggerendo che gli italiani siano “naturalmente” portati al fascismo. No, la mia prospettiva è quella dell’antropologia storica e della storia tout court, e riguarda l’Italia: c’è qualcosa nella storia appunto di questo paese che lo rende particolarmente favorevole a sviluppare forme nuove eppur simili di fascismo? La consapevolezza cui alludi, Andrea, dovrebbe principalmente originarsi nel coraggio (cioè il contrario della “paura”!) di guardare collettivamente dentro la propria storia: un lavoro di memoria, insomma, che in Italia è, a livello di educazione, terribilmente deficitario. Quanto a Christian P., condivido la sua inquietudine, e vorrei essere ancora più ambizioso: il dibattito pubblico, perché abbia veramente senso, dovrebbe promuoversi al di là del nostro cerchio ristretto, e investire il più possibile la società. Chissà che l’inaspettata elezione di Elly Schlein, che pur non essendo certo la soluzione è senz’altro un sintomo positivo, non crei nuove occasioni per questo sano discutere e agire, dentro la sinistra riformista o radicale che sia.</p>
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		<title>
		Di: Cristian Palmas		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristian Palmas]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Feb 2023 11:34:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sarebbe molto utile e promettente (quanto sono ingenuo e ottimista!) svolgere un incontro pubblico in cui poter affrontare questo problema – sempre più grave, alla luce degli episodi di violenza di vario tipo (fisica, psicologica, politica) che si stanno verificando in questo periodo: pian piano il fascismo sta mettendo radici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe molto utile e promettente (quanto sono ingenuo e ottimista!) svolgere un incontro pubblico in cui poter affrontare questo problema – sempre più grave, alla luce degli episodi di violenza di vario tipo (fisica, psicologica, politica) che si stanno verificando in questo periodo: pian piano il fascismo sta mettendo radici.</p>
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		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331351</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Feb 2023 11:19:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Voglio, seppure tardivamente, ringraziare Giuseppe A. Samonà, non solo del lungo intervento che ha scritto, e che ho messo quasi con sollievo - andava a colmare un silenzio inadeguato, &quot;brutto&quot; - ma lo ringrazio anche per avere con grande generosità e passione nutrito la discussione che è nata a partire dal suo pezzo. L&#039;ampiezza di temi che i commenti ahnno sollevato (a torto o a ragione, poco importa qui) mostra come, sul piano dello sguardo sia storico che rivolto all&#039;attualità, i fantsmi di tutti i tipi ci abitano, noi italiani, nel momento stesso in cui cerchiamo di scavare nelle ragioni collettive che danno forma a qualcosa che assomiglia a un destino comune. Scrivendo ora, dopo lo scambio densissimo, tra La Porta e Samonà, sarei portato a mia volta a intervenire sulle cose che si sono scritti in questa fase della discussione. Mi limitero&#039; a tre osservazioni succinte. 

Il legame vigliaccheria-fascismo-eredità-sempre-viva-del fascismo è davvero un punto importante. Ed è qui che bisognerebbe iniziare non tanto a indignarsi, ma a scavare: &quot;paura&quot; di cosa? E perché cosi tanta paura? (Che fa tacere, che ci rende allineati, ecc.)

Non sono d&#039;accordo con La Porta sulla questione &quot;stile&quot;. Ma qui ha già risposto Samonà. Se Giuseppe non si fosse &quot;arrischiato&quot; nella scrittura di questo suo pezzo, non sarebbero neanche emersi i passaggi senz&#039;altro più forti e lucidi, come quello - tra gli altri - che riguarda l&#039;ultima parte, su cittadinanza secondo sangue o suolo. Sono d&#039;accordissimo con La Porta, che parlare dell&#039;attualità significa inevitabilmente imbarcare un vocabolario in parte guastato, ma in certi casi bisogna accettare di lasciarsi guastare per &quot;andare avanti&quot;, per poter continuare a pensare e discutere. Sopratutto se, come lui stesso riconosce, nel caso di Samonà non si perseguono vantaggi e ritorni immediati.

Infine. E&#039; vero, ognuno si porta dentro di sé un vigliacco prevaricatore in camicia nera. Ma il punto non è tanto sconfiggerlo una volta per tutte (zone di santità ed eroismo un po&#039; troppo remote), ma rendersene una volta per tutte il più possibili consapevoli, nel momento in cui si cercano occasioni collettive di continuare questa battaglia con il fascismo fuori di sé.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Voglio, seppure tardivamente, ringraziare Giuseppe A. Samonà, non solo del lungo intervento che ha scritto, e che ho messo quasi con sollievo &#8211; andava a colmare un silenzio inadeguato, &#8220;brutto&#8221; &#8211; ma lo ringrazio anche per avere con grande generosità e passione nutrito la discussione che è nata a partire dal suo pezzo. L&#8217;ampiezza di temi che i commenti ahnno sollevato (a torto o a ragione, poco importa qui) mostra come, sul piano dello sguardo sia storico che rivolto all&#8217;attualità, i fantsmi di tutti i tipi ci abitano, noi italiani, nel momento stesso in cui cerchiamo di scavare nelle ragioni collettive che danno forma a qualcosa che assomiglia a un destino comune. Scrivendo ora, dopo lo scambio densissimo, tra La Porta e Samonà, sarei portato a mia volta a intervenire sulle cose che si sono scritti in questa fase della discussione. Mi limitero&#8217; a tre osservazioni succinte. </p>
<p>Il legame vigliaccheria-fascismo-eredità-sempre-viva-del fascismo è davvero un punto importante. Ed è qui che bisognerebbe iniziare non tanto a indignarsi, ma a scavare: &#8220;paura&#8221; di cosa? E perché cosi tanta paura? (Che fa tacere, che ci rende allineati, ecc.)</p>
<p>Non sono d&#8217;accordo con La Porta sulla questione &#8220;stile&#8221;. Ma qui ha già risposto Samonà. Se Giuseppe non si fosse &#8220;arrischiato&#8221; nella scrittura di questo suo pezzo, non sarebbero neanche emersi i passaggi senz&#8217;altro più forti e lucidi, come quello &#8211; tra gli altri &#8211; che riguarda l&#8217;ultima parte, su cittadinanza secondo sangue o suolo. Sono d&#8217;accordissimo con La Porta, che parlare dell&#8217;attualità significa inevitabilmente imbarcare un vocabolario in parte guastato, ma in certi casi bisogna accettare di lasciarsi guastare per &#8220;andare avanti&#8221;, per poter continuare a pensare e discutere. Sopratutto se, come lui stesso riconosce, nel caso di Samonà non si perseguono vantaggi e ritorni immediati.</p>
<p>Infine. E&#8217; vero, ognuno si porta dentro di sé un vigliacco prevaricatore in camicia nera. Ma il punto non è tanto sconfiggerlo una volta per tutte (zone di santità ed eroismo un po&#8217; troppo remote), ma rendersene una volta per tutte il più possibili consapevoli, nel momento in cui si cercano occasioni collettive di continuare questa battaglia con il fascismo fuori di sé.</p>
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		<title>
		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331265</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2023 17:01:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331236&quot;&gt;filippo la porta&lt;/a&gt;.

Filippo, posso dirlo? Questa è la risposta che cercavo da te, quella che pone veramente, che si sia d’accordo o meno, le questioni cui provare a rispondere. Lo faccio subito, il più brevemente possibile, abbiamo già preso molto spazio,  ma continueremo spero alla prima occasione.

Sposo interamente il tuo primo paragrafo. Aggiungo solo alla tua aggiunta che, per potersi permettere lo scavo, è necessario, con la penna e con gli altri mezzi a nostra disposizione, denunciare e combattere fermamente l’ingiustizia. Perché se la rivoluzione purificatrice è probabilmente impossibile, nel senso che l’ingiustizia, il male in generale, sono inestricabilmente avvitati all’avventura umana (è mia, ma sa di formula, lo so!), e anzi proprio per questo la purificazione quando si mantiene tale genera mostri peggiori dei mali che voleva curare, abdicare al suo sogno – pur nella coscienza dell’impossibilità – rende quel male osceno, infinito. Anche perché, molto banalmente, il potere (vedi Sciascia etc.) quando non incontra resistenza dilaga in forme sempre peggiori: pensa a cosa ci prepara nell’immediato futuro il cocktail di diseguaglianza crescente e offesa esponenenziale alla natura, ad esempio. Ecco, è in quello spazio di ferma opposizione all’ingiustizia, in quel “come se” (fosse possibile eliminare l’ingiustizia...) – è un altro modo di descrivere l’utopia – che si può scavare, e nasce il meglio dell’umanita: la poesia e appunto l’amore. E per tornare a Pasolini, certo, non ci sono “secondi fini”, come non ce ne sono in Sciascia, ma c’è un impegno radicale, una denuncia costante, che passa persino attraverso il proprio corpo, nel senso che, almeno a tratti, e nei tratti più sublimi, la poesia coincide con la politica (e lo stesso vale per Simone Weil, Chiaromonte, Camus, etc.).      

Pintor, Rossanda. Mi viene da sorridere, con me stesso. Non ho amato né “Servabo” né “La ragazza del secolo scorso” (ma mi hanno divertito, interessato, e non poco). Pensavo ai loro articoli che, quelli sì, mi hanno spesso aiutato a mettere a fuoco alcuni problemi cruciali. Ora, leggendoti, mi è venuto da riformulare alcune questioni: può uno scrittore combattere l’ingiustizia con la propria parola scritta? Pasolini o Sciascia, per restare a quelli già evocati, ci dicono appunto di sì. Può questo impegno andare al di là della scrittura, implicando delle precise scelte di vita? Si – rispondo sempre con Sciascia e Pasolini, ma anche con gli altri da te evocati, e poi (tanto per fare un po’ di clamore) aggiungo Orwell, Hemingway, ma potrei continuare, la lista è lunga... Ora quell’impegno oggi, in Italia, manca. Ed è piuttosto questo, credo, il punto del nostro dissenso: una diversa valutazione del pericolo “fascista”. In questa prospettiva, noto, e mi sembra significativo, che diversi italiani “di fuori” mi hanno ringraziato per il sollievo che hanno ricavato da questo articolo, che assumevano in pieno; quasi tutti gli italiani “di dentro” (con qualche eccezione, un paio, pubbliche, le trovi anche disperse fra i commenti) hanno in un modo o nell’altro schivato il nocciolo della questione che pongo: esiste un pericolo fascista che richieda, anche e innanzitutto da parte di chi possede l’arte di mettere insieme le parole scritte, una vigorosa, costante, persino rischiosa presa di posizione? 

Quanto agli italiani che non sono “fanatici”, ci andrei piano con le generalizzazioni (lo dico proprio io che ho dato inizio al gioco): quel che dici è anche vero, ma basta un niente e si ricade in quell’ “italiani brava gente” che è stato furiosamente scosso durante la seconda guerra mondiale (Etiopia, Jugoslavia, etc.); e poi quest’arte dell’accomodamento non è una qualità, non sempre almeno, ma anche un possibile terreno, rieccolo, per il fascismo all’italiana. Saba diceva che gli italiani erano l’unico popolo ad avere come mito o leggenda d’origine non un parricidio ma un fratricidio (Romolo e Remo); per questo avrebbero come vocazione non la rivoluzione (simbolica uccisione del padre) ma la guerra civile:“...vogliono darsi al padre, e avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli” – o anche, aggiungo, vogliono arroccarsi sulla propria famiglia, anche a costo della propria libertà,  disinterressandosi di tutto il resto: non è stato anche questo atteggiamento a spianare la strada a Mussolini? Quanto alla frase che gli viene attribuita (non è difficile governare gli italiani, è inutile – ma forse è di Giolitti, che anche lui...) è sintomatica dello spirito antidemocratico: e tutti i dittatori finiscono per odiare il popolo che a un certo punto – finalmente! – si decide ad andargli contro.... E poi (torno sul fanatismo) la presenza incontrastata della Chiesa (la Controriforma senza la Riforma) non è ottimo terreno per il più pervicace dei fanatismi? Come spiegare altrimenti l’aspetto più ideologico delle Brigate Rosse (il primo nucleo del resto proveniva dalle fila dei Cattolici!), o di altre forme estreme di clandestinità armata (in anni in cui l’Italia era per altro molto migliore di quella odierna!), che non hanno avuto pari in Europa? 

Last but not least. Le “fratrie” di Chiaromonte (che molto amo), certo, mi appartengono profondamente, e come te ho orrore delle avanguardie che si autoeleggono migliori, “pure e dure” (come si diceva  un tempo).. Ma queste microcomunità libere, di nuovo, richiedono rischio e coraggio, scelte, cioè rinunce: se ne è già discusso con altri in alcuni commenti precedenti. Se non c’è scelta, se non c’è rischio, questo resta un pio proposito (come la confessione in Chiesa di cui dicevo prima), o soltanto una comoda nicchia per privilegiati. Comunque credo che, ciascuno a suo modo, sia senz’altro una strada da percorrere, quella in ogni caso cui aspiro e che a tratti ho provato, provo a praticare, con alti e bassi. Il che tuttavia non esclude la propria presenza, la propria voce, “anche” nelle battaglie che si fanno nella società. Perché se rinunci a intervenire nella storia, in quel che si muove appunto nella società, la storia, la società ti impongono le proprie scelte, e finiscono per “romperti” loro, per travolgerti, travolgendo anche i preziosi piccoli gruppetti, le microcomunità – materiali e ideali – che sei riuscito a creare. Come recita la fine della famosa poesia attribuita a Niemöller, a volte a Brecht: “poi vennero a prendere me / non era rimasto più nessuno che potesse protestare”. È quel che mi fa paura dell’apatica società italiana e su cui ho cercato, magari con un linguaggio qua e là sgraziato, di attirare l’attenzione.   

p.s. Visto che oramai “viabile” lo hai assunto, e anzi ci concludi addirittura il tuo commento, passo ad “alternativa”. Sì: un’alternativa al capitalismo, e a “questo” uso della modernità! – ma non alla ricerca della palingenesi, bensì perché, molto banalmente, il capitalismo è oramai “in-viabile”, crea disuglianze, guerre e distruzione ecologica, con una megalomania che probabilmente gli storici del futuro qualificheranno di (insana) utopia, come se la macchina fosse impazzita, ingovernabile persino da quelli che ne traggono profitto, tanto che oggi alcuni capitalisti lungimiranti questo capitalismo lo giudicano loro stessi impraticabile, quantomeno da riformare. Non si tratta di creare il paradiso su terra, ma di riconsiderare il modo di sfruttare e distribuire ricchezze, lavoro, energia in un mondo che, nell’arco delle nostre vite, è passato dai due miliardi dell’inizio anni Cinquanta agli otto di oggi. L’utopia – quella cattiva – è pensare che si possa continuare indefinitamente così. Di contro, stare dentro questa battaglia di cambiamento, ben prima che per eventuali considerazioni morali o idealiste, mi sembra necessario innanzitutto per un istinto di buon senso e di ragionevolezza...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331236">filippo la porta</a>.</p>
<p>Filippo, posso dirlo? Questa è la risposta che cercavo da te, quella che pone veramente, che si sia d’accordo o meno, le questioni cui provare a rispondere. Lo faccio subito, il più brevemente possibile, abbiamo già preso molto spazio,  ma continueremo spero alla prima occasione.</p>
<p>Sposo interamente il tuo primo paragrafo. Aggiungo solo alla tua aggiunta che, per potersi permettere lo scavo, è necessario, con la penna e con gli altri mezzi a nostra disposizione, denunciare e combattere fermamente l’ingiustizia. Perché se la rivoluzione purificatrice è probabilmente impossibile, nel senso che l’ingiustizia, il male in generale, sono inestricabilmente avvitati all’avventura umana (è mia, ma sa di formula, lo so!), e anzi proprio per questo la purificazione quando si mantiene tale genera mostri peggiori dei mali che voleva curare, abdicare al suo sogno – pur nella coscienza dell’impossibilità – rende quel male osceno, infinito. Anche perché, molto banalmente, il potere (vedi Sciascia etc.) quando non incontra resistenza dilaga in forme sempre peggiori: pensa a cosa ci prepara nell’immediato futuro il cocktail di diseguaglianza crescente e offesa esponenenziale alla natura, ad esempio. Ecco, è in quello spazio di ferma opposizione all’ingiustizia, in quel “come se” (fosse possibile eliminare l’ingiustizia&#8230;) – è un altro modo di descrivere l’utopia – che si può scavare, e nasce il meglio dell’umanita: la poesia e appunto l’amore. E per tornare a Pasolini, certo, non ci sono “secondi fini”, come non ce ne sono in Sciascia, ma c’è un impegno radicale, una denuncia costante, che passa persino attraverso il proprio corpo, nel senso che, almeno a tratti, e nei tratti più sublimi, la poesia coincide con la politica (e lo stesso vale per Simone Weil, Chiaromonte, Camus, etc.).      </p>
<p>Pintor, Rossanda. Mi viene da sorridere, con me stesso. Non ho amato né “Servabo” né “La ragazza del secolo scorso” (ma mi hanno divertito, interessato, e non poco). Pensavo ai loro articoli che, quelli sì, mi hanno spesso aiutato a mettere a fuoco alcuni problemi cruciali. Ora, leggendoti, mi è venuto da riformulare alcune questioni: può uno scrittore combattere l’ingiustizia con la propria parola scritta? Pasolini o Sciascia, per restare a quelli già evocati, ci dicono appunto di sì. Può questo impegno andare al di là della scrittura, implicando delle precise scelte di vita? Si – rispondo sempre con Sciascia e Pasolini, ma anche con gli altri da te evocati, e poi (tanto per fare un po’ di clamore) aggiungo Orwell, Hemingway, ma potrei continuare, la lista è lunga&#8230; Ora quell’impegno oggi, in Italia, manca. Ed è piuttosto questo, credo, il punto del nostro dissenso: una diversa valutazione del pericolo “fascista”. In questa prospettiva, noto, e mi sembra significativo, che diversi italiani “di fuori” mi hanno ringraziato per il sollievo che hanno ricavato da questo articolo, che assumevano in pieno; quasi tutti gli italiani “di dentro” (con qualche eccezione, un paio, pubbliche, le trovi anche disperse fra i commenti) hanno in un modo o nell’altro schivato il nocciolo della questione che pongo: esiste un pericolo fascista che richieda, anche e innanzitutto da parte di chi possede l’arte di mettere insieme le parole scritte, una vigorosa, costante, persino rischiosa presa di posizione? </p>
<p>Quanto agli italiani che non sono “fanatici”, ci andrei piano con le generalizzazioni (lo dico proprio io che ho dato inizio al gioco): quel che dici è anche vero, ma basta un niente e si ricade in quell’ “italiani brava gente” che è stato furiosamente scosso durante la seconda guerra mondiale (Etiopia, Jugoslavia, etc.); e poi quest’arte dell’accomodamento non è una qualità, non sempre almeno, ma anche un possibile terreno, rieccolo, per il fascismo all’italiana. Saba diceva che gli italiani erano l’unico popolo ad avere come mito o leggenda d’origine non un parricidio ma un fratricidio (Romolo e Remo); per questo avrebbero come vocazione non la rivoluzione (simbolica uccisione del padre) ma la guerra civile:“&#8230;vogliono darsi al padre, e avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli” – o anche, aggiungo, vogliono arroccarsi sulla propria famiglia, anche a costo della propria libertà,  disinterressandosi di tutto il resto: non è stato anche questo atteggiamento a spianare la strada a Mussolini? Quanto alla frase che gli viene attribuita (non è difficile governare gli italiani, è inutile – ma forse è di Giolitti, che anche lui&#8230;) è sintomatica dello spirito antidemocratico: e tutti i dittatori finiscono per odiare il popolo che a un certo punto – finalmente! – si decide ad andargli contro&#8230;. E poi (torno sul fanatismo) la presenza incontrastata della Chiesa (la Controriforma senza la Riforma) non è ottimo terreno per il più pervicace dei fanatismi? Come spiegare altrimenti l’aspetto più ideologico delle Brigate Rosse (il primo nucleo del resto proveniva dalle fila dei Cattolici!), o di altre forme estreme di clandestinità armata (in anni in cui l’Italia era per altro molto migliore di quella odierna!), che non hanno avuto pari in Europa? </p>
<p>Last but not least. Le “fratrie” di Chiaromonte (che molto amo), certo, mi appartengono profondamente, e come te ho orrore delle avanguardie che si autoeleggono migliori, “pure e dure” (come si diceva  un tempo).. Ma queste microcomunità libere, di nuovo, richiedono rischio e coraggio, scelte, cioè rinunce: se ne è già discusso con altri in alcuni commenti precedenti. Se non c’è scelta, se non c’è rischio, questo resta un pio proposito (come la confessione in Chiesa di cui dicevo prima), o soltanto una comoda nicchia per privilegiati. Comunque credo che, ciascuno a suo modo, sia senz’altro una strada da percorrere, quella in ogni caso cui aspiro e che a tratti ho provato, provo a praticare, con alti e bassi. Il che tuttavia non esclude la propria presenza, la propria voce, “anche” nelle battaglie che si fanno nella società. Perché se rinunci a intervenire nella storia, in quel che si muove appunto nella società, la storia, la società ti impongono le proprie scelte, e finiscono per “romperti” loro, per travolgerti, travolgendo anche i preziosi piccoli gruppetti, le microcomunità – materiali e ideali – che sei riuscito a creare. Come recita la fine della famosa poesia attribuita a Niemöller, a volte a Brecht: “poi vennero a prendere me / non era rimasto più nessuno che potesse protestare”. È quel che mi fa paura dell’apatica società italiana e su cui ho cercato, magari con un linguaggio qua e là sgraziato, di attirare l’attenzione.   </p>
<p>p.s. Visto che oramai “viabile” lo hai assunto, e anzi ci concludi addirittura il tuo commento, passo ad “alternativa”. Sì: un’alternativa al capitalismo, e a “questo” uso della modernità! – ma non alla ricerca della palingenesi, bensì perché, molto banalmente, il capitalismo è oramai “in-viabile”, crea disuglianze, guerre e distruzione ecologica, con una megalomania che probabilmente gli storici del futuro qualificheranno di (insana) utopia, come se la macchina fosse impazzita, ingovernabile persino da quelli che ne traggono profitto, tanto che oggi alcuni capitalisti lungimiranti questo capitalismo lo giudicano loro stessi impraticabile, quantomeno da riformare. Non si tratta di creare il paradiso su terra, ma di riconsiderare il modo di sfruttare e distribuire ricchezze, lavoro, energia in un mondo che, nell’arco delle nostre vite, è passato dai due miliardi dell’inizio anni Cinquanta agli otto di oggi. L’utopia – quella cattiva – è pensare che si possa continuare indefinitamente così. Di contro, stare dentro questa battaglia di cambiamento, ben prima che per eventuali considerazioni morali o idealiste, mi sembra necessario innanzitutto per un istinto di buon senso e di ragionevolezza&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: filippo la porta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331236</link>

		<dc:creator><![CDATA[filippo la porta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Feb 2023 07:57:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il finale della tua risposta, Giuseppe,   è bellissimo. Per amare ci vuole coraggio. Aggiungo che per amare bisogna scavare dentro l’odio fino a trovare l’amore (lo disse Pasolini come definizione della  poesia in generale). Vale la pena farlo, anche se su quell’odio si è incistato un pezzo della nostra identità. Perché  solo chi riesce ad amare qualcuno, qualcosa che appartiene interamente  al presente, è “felice”, e perciò   al riparo da tutto, da fallimenti, sventure, frustrazioni, insomma da tutto ciò di cui è fatta la nostra esistenza. Il grande Baruch termina la sua Etica più o meno così: “Non devo reprimere i miei istinti per essere felice ma solo se sono felice potrò reprimerli”.
Sul primo punto (che è poi il vero termine del nostro dissenso). Sì, sporcarsi le mani con il linguaggio. Giustissimo.  Ora, fai  però   gli esempi di Pintor e Rossanda. Ecco: personalmente  non riesco  a rileggerli. In tutto quello che scrivevano, nella loro nobile ( a volte vaporosa) retorica dell’indignazione e della denuncia -  replicabile all’infinito  e in modo indolore  -  ci sento una nota di falsità. Sai perché? Perché  il loro non era uno sguardo “disinteressato”. Volevano “fare la rivoluzione” (di cui si pensavano come avanguardia!), e dunque  volevano mobilitare, agitare, smuovere, organizzare gli altri,  e al tempo stesso volevano dare ai loro lettori e militanti  ( e a loro stessi) una conferma identitaria. Mentre gli “scritti corsari” di Pasolini non avevano alcun secondo fine: nascevano solo da una angoscia ( e rabbia)fortemente  personale. Perciò sono fatti di  una “materia” più autentica, e assai più durevole. Ecco, tu verosimilmente  non ha alcun secondo fine, non sei  il leader di un movimento né aspiri ad esserlo, non intendi smuovere nessuno, etc. Perciò mi colpisce ancor più l’uso  nel tuo  diario di stereotipi e automatismi  della lingua.  Credo che un intellettuale non abbia un rapporto privilegiato con la verità, tuttavia ha   un obbligo verso lo stile (“stile” non è  “ornamento” ma   visione del mondo che diventa forma). Mi soffermo sulla espressione incriminata: “alternativa viabile”. Sì, quel “viabile” potrebbe  essere un francesismo quasi straniante, squisitamente letterario,  tanto che lo userò alla fine. Però “alternativa” a chi e a cosa? Al capitalismo? Alla crescita? Alla modernità ( a questa modernità)? Alla tecnica? Alla (pervasiva) microfisica del potere? Al digitale? Alla cultura della forza e del successo (come direbbero i nostri maestri, da Simone Weil a Camus e Chiaromonte), che oggi irretisce peraltro  l’intera nostra sinistra? Bisogna ripartire da qui. Perciò  - effettivamente -  ho sbagliato  a tacere di tutto ciò che ci unisce. Occorre  invece ripassare l’ alfabeto dell’emancipazione, riformulare  con pazienza il lessico della politica.
Sul secondo punto. Credo  davvero che Gobetti si sarebbe ricreduto sul fascismo come   autobiografia della nazione. Guarda che Mussolini negli ultimi tempi ODIAVA gli italiani, perché non si erano fatti modellare e rieducare da lui! No, gli italiani sono riottosi alle regole, alla disciplina,  a qualsiasi “pedagogia” politica, né hanno davvero una propensione per il fanatismo: si adattano, cercano compromessi, se l’aggiustano. La DC ha capito  questo -  che sono inemendabili -  Mussolini non l’aveva  capito ( e forse neanche Gobetti).
Sul terzo punto. Certo, contemperare jus sanguinis e jus soli,….Un proposito di assoluto buon senso.  Come dovremmo contemperare un mucchio di cose:  uguaglianza ed efficienza, amore per la patria e vocazione cosmopolita, illuminismo e romanticismo….Ma Isaiah Berlin ci ha mostrato che quasi sempre   i “valori” che vogliamo contemperare non sono tra loro compatibili: la giustizia oltre un certo limite comprime la libertà, la libertà oltre un certo limite condiziona la giustizia. Non ci sono ricette.  In questo senso la visione di Berlin è “tragica”, ma ciò non significa  affatto invito al quietismo e all’inerzia. È solo una lezione di misura.


Sull’anarchismo.  
(ah, Cospito naturalmente non si merita il 41bis, però uno che gambizza un ingegnere dell’Ansaldo, dopo che ha letto di un incidente nucleare in Giappone, beh converrai che è da manicomio criminale, certo senza mai  “affliggerlo”).
Della tradizione dell’anarchismo post-classico (ma ispirata alla “controsocietà” di Proudhon:  insomma dalla  rivista “politics” degli anni ’40 con Macdonald  e fino a  Paul Goodman e Castoriadius)  vorrei invece riprendere l’idea  cara a Chiaromonte (ripresa tra gli altri da De Certeau ma anche da Cohn-Bendit in dialogo con Sartre) di creare delle “fratrie”,   dei piccoli gruppi di persone libere,  entro  i quali non ci sono gerarchie  né relazioni di potere. Senza alcuna pretesa di essere “migliori” degli altri (temo le “minoranze virtuose” che si autoeleggono tali)  ma impegnandosi  a costruire dei gruppi  fondati sull’amicizia e su un  comune sentire, sulla solidarietà di amici  che non perseguono fini di potenza. Microcomunità  sparse che, in attesa di tempi migliori, possono anche avere un valore esemplare, di contagio sociale. Bisogna pensare a  un gradualismo esistenziale profondamente legato al quotidiano, una volta che riteniamo  esaurita ogni ipotesi  di rivoluzione-insurrezione o di rottura della Storia. Onestamente non so se io ne sarei all’altezza, però mi attrae molto. Ti sembra un minimalismo “privo di visione” e  “incapace di incidere”(come obiettano i politici, eternamente pensosi delle sorti collettive )?A me pare invece  l’unica utopia viabile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il finale della tua risposta, Giuseppe,   è bellissimo. Per amare ci vuole coraggio. Aggiungo che per amare bisogna scavare dentro l’odio fino a trovare l’amore (lo disse Pasolini come definizione della  poesia in generale). Vale la pena farlo, anche se su quell’odio si è incistato un pezzo della nostra identità. Perché  solo chi riesce ad amare qualcuno, qualcosa che appartiene interamente  al presente, è “felice”, e perciò   al riparo da tutto, da fallimenti, sventure, frustrazioni, insomma da tutto ciò di cui è fatta la nostra esistenza. Il grande Baruch termina la sua Etica più o meno così: “Non devo reprimere i miei istinti per essere felice ma solo se sono felice potrò reprimerli”.<br />
Sul primo punto (che è poi il vero termine del nostro dissenso). Sì, sporcarsi le mani con il linguaggio. Giustissimo.  Ora, fai  però   gli esempi di Pintor e Rossanda. Ecco: personalmente  non riesco  a rileggerli. In tutto quello che scrivevano, nella loro nobile ( a volte vaporosa) retorica dell’indignazione e della denuncia &#8211;  replicabile all’infinito  e in modo indolore  &#8211;  ci sento una nota di falsità. Sai perché? Perché  il loro non era uno sguardo “disinteressato”. Volevano “fare la rivoluzione” (di cui si pensavano come avanguardia!), e dunque  volevano mobilitare, agitare, smuovere, organizzare gli altri,  e al tempo stesso volevano dare ai loro lettori e militanti  ( e a loro stessi) una conferma identitaria. Mentre gli “scritti corsari” di Pasolini non avevano alcun secondo fine: nascevano solo da una angoscia ( e rabbia)fortemente  personale. Perciò sono fatti di  una “materia” più autentica, e assai più durevole. Ecco, tu verosimilmente  non ha alcun secondo fine, non sei  il leader di un movimento né aspiri ad esserlo, non intendi smuovere nessuno, etc. Perciò mi colpisce ancor più l’uso  nel tuo  diario di stereotipi e automatismi  della lingua.  Credo che un intellettuale non abbia un rapporto privilegiato con la verità, tuttavia ha   un obbligo verso lo stile (“stile” non è  “ornamento” ma   visione del mondo che diventa forma). Mi soffermo sulla espressione incriminata: “alternativa viabile”. Sì, quel “viabile” potrebbe  essere un francesismo quasi straniante, squisitamente letterario,  tanto che lo userò alla fine. Però “alternativa” a chi e a cosa? Al capitalismo? Alla crescita? Alla modernità ( a questa modernità)? Alla tecnica? Alla (pervasiva) microfisica del potere? Al digitale? Alla cultura della forza e del successo (come direbbero i nostri maestri, da Simone Weil a Camus e Chiaromonte), che oggi irretisce peraltro  l’intera nostra sinistra? Bisogna ripartire da qui. Perciò  &#8211; effettivamente &#8211;  ho sbagliato  a tacere di tutto ciò che ci unisce. Occorre  invece ripassare l’ alfabeto dell’emancipazione, riformulare  con pazienza il lessico della politica.<br />
Sul secondo punto. Credo  davvero che Gobetti si sarebbe ricreduto sul fascismo come   autobiografia della nazione. Guarda che Mussolini negli ultimi tempi ODIAVA gli italiani, perché non si erano fatti modellare e rieducare da lui! No, gli italiani sono riottosi alle regole, alla disciplina,  a qualsiasi “pedagogia” politica, né hanno davvero una propensione per il fanatismo: si adattano, cercano compromessi, se l’aggiustano. La DC ha capito  questo &#8211;  che sono inemendabili &#8211;  Mussolini non l’aveva  capito ( e forse neanche Gobetti).<br />
Sul terzo punto. Certo, contemperare jus sanguinis e jus soli,….Un proposito di assoluto buon senso.  Come dovremmo contemperare un mucchio di cose:  uguaglianza ed efficienza, amore per la patria e vocazione cosmopolita, illuminismo e romanticismo….Ma Isaiah Berlin ci ha mostrato che quasi sempre   i “valori” che vogliamo contemperare non sono tra loro compatibili: la giustizia oltre un certo limite comprime la libertà, la libertà oltre un certo limite condiziona la giustizia. Non ci sono ricette.  In questo senso la visione di Berlin è “tragica”, ma ciò non significa  affatto invito al quietismo e all’inerzia. È solo una lezione di misura.</p>
<p>Sull’anarchismo.<br />
(ah, Cospito naturalmente non si merita il 41bis, però uno che gambizza un ingegnere dell’Ansaldo, dopo che ha letto di un incidente nucleare in Giappone, beh converrai che è da manicomio criminale, certo senza mai  “affliggerlo”).<br />
Della tradizione dell’anarchismo post-classico (ma ispirata alla “controsocietà” di Proudhon:  insomma dalla  rivista “politics” degli anni ’40 con Macdonald  e fino a  Paul Goodman e Castoriadius)  vorrei invece riprendere l’idea  cara a Chiaromonte (ripresa tra gli altri da De Certeau ma anche da Cohn-Bendit in dialogo con Sartre) di creare delle “fratrie”,   dei piccoli gruppi di persone libere,  entro  i quali non ci sono gerarchie  né relazioni di potere. Senza alcuna pretesa di essere “migliori” degli altri (temo le “minoranze virtuose” che si autoeleggono tali)  ma impegnandosi  a costruire dei gruppi  fondati sull’amicizia e su un  comune sentire, sulla solidarietà di amici  che non perseguono fini di potenza. Microcomunità  sparse che, in attesa di tempi migliori, possono anche avere un valore esemplare, di contagio sociale. Bisogna pensare a  un gradualismo esistenziale profondamente legato al quotidiano, una volta che riteniamo  esaurita ogni ipotesi  di rivoluzione-insurrezione o di rottura della Storia. Onestamente non so se io ne sarei all’altezza, però mi attrae molto. Ti sembra un minimalismo “privo di visione” e  “incapace di incidere”(come obiettano i politici, eternamente pensosi delle sorti collettive )?A me pare invece  l’unica utopia viabile.</p>
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		<title>
		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331135</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2023 11:47:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331113&quot;&gt;filippo la porta&lt;/a&gt;.

Tante cose stimolanti scrive Filippo La Porta, cui proverò a dare una rapida risposta, e poi magari, per la risposta alla risposta, ci sposteremo altrove: discuteremo, speriamo, mettendo insieme le nostre (di noi due e di altri) intelligenze – perché i punti sollevati meritano che se ne discuta. 

Due piccoli rilievi preliminari. “Su molte cose – dice La Porta – sono d’accordo”, ed è “perfino ovvio ripassarle”: mi fa un po’ pensare a quel marito che dopo tanti anni di matrimonio dice alla moglie, o viceversa: è inutile che ti dica che ti amo, tanto lo sai... Quanto sarebbe utile, invece, che lo dicesse... E quanto, fuor di metafora, sarebbe soprattutto utile in questi  tempi grami “ripassare” le cose che ci uniscono... Per altro, la frase mi appare contraddittoria, oppure un po’ retorica (già...): dopo le “molte cose” su cui c’è accordo, si manifesta infatti “una perplessità generale” sul mio “diario pubblico”... Ecco, a parte la natura quasi ossimorica di queste due affermazioni una accanto all’altra, vorrei dire che la parte “diaristica” di questo mio articolo è minore, e la avanzo solo per espormi in prima persona, un po’ come quando tu racconti (ma sì, mi rivolgo direttamente a La Porta) della tua presenza discreta alla manifestazione degli anarchici: per mischiarmi con la cultura e non usarla come schermo per nascondermi (un’attitudine di molti intellettuali che detesto) --- ma appunto, l’articolo nel suo complesso è tutt’altro che un diario. 

E veniamo ai punti, soprattutto il primo, quello che forse – amichevolmente – più ci separa: o forse no, forse questo décalage può essere un utile strumento per sviluppare un discorso più alto. Sugli altri punti, più consensuali, rispondo più brevemente, pur se molto ci sarebbe da dire anche lì: potremo continuarli insieme in un’altra occasione, se vuoi.

1. “Il linguaggio”. Potrei offendermi, un altro “scrittore” forse si offenderebbe a sentirsi attribuire un linguaggio “liofilizzato” etc.: a me invece quel che dici fa persino... piacere, perché mi permette di chiarire alcune cose, e creare le basi, forse, per uno scambio vero! 
Il mio amico G. (altro emigrato, da decenni in Inghilterra, e irriducibile militante) mi dice, all’opposto tuo (e di Fortini?): bello quello che scrivi, ma come faccio a metterlo in un volantino? Ovviamente, pur nella stima per chi non ha mai deposto le armi (in senso metaforico!), mi fa sorridere sino alla tenerezza. In tutt’altra direzione, la mia amica M. – uso abbreviazioni per i messaggi privati – mi dice che è d’accordo su molte cose, ma che questa scrittura sottrae tempo a quell’altra mia scrittura, “la scrittura vera”, che lei preferisce. Ora non sta a me dire se quell’altra scrittura “vera” sia buona o meno (e se lo sia più o meno di questa): posso dire che la preferisco anch’io, nel senso che preferisco produrla, e di gran lunga. E di più: ho fatto una gran fatica a scrivere queste righe, sentivo che mi strappavano tempo, appunto, energie a una certa traduzione poetica commentata cui sto lavorando da mesi, e a volte persino la odiavo, questa riflessione politica, ma non potevo non farla. È vero, metti il dito su una questione chiave: anche a me il linguaggio che ho utilizzato appare a tratti – ma non sempre – inadeguato, più che retorico “vecchio”, qua e là ne ho provato persino fastidio: ma era come se fosse, prima del linguaggio, vecchia la realtà italiana che dovevo narrare, come se non fossero disponibili altre espressioni, perché di queste cose nessuno ne ha parlato, ed ecco che io stesso, se ci provo, inevitabilmente, almeno in parte, c’inciampo sopra. E non c’era troppo tempo per cercare il mio stile: avevo fretta. 
C’è un punto che hai dimenticato, e quasi mi commuove, perché ti rivolgi a me come se fossi tuo vicino di pianerottolo e ci vedessimo tutti i giorni per chiacchierare: io da decenni non abito più in Italia, sono altrettanto se non più francese o canadese che italiano, e da oltralpe avverto, come molti altri italiani métissés che vivono all’estero, un’urgenza drammatica che nessuno degli amici e intellettuali di “dentro” che molto stimo, con te in testa, sembra avvertire con uguale intensità (ieri [sabato 11/02] a Parigi hanno manifestato mezzo milione di persone, con una gioia, un entusiasmo che dà speranza, e i tre o quattro italiani che ho incontrato – moltissimi italiani vivono a Parigi – hanno tutti iniziato dicendo, come se si fossero messi d’accordo: magari ci fosse questo entusiasmo, questo coraggio in Italia...). Prendo, prendiamo da fuori un abbaglio? Siete voi da dentro ad essere storditi? Al di là del linguaggio, per cui incasso, anzi approvo almeno in parte la critica, di questo (abbaglio versus stordimento), e delle cose che evoco, del merito della questione, ne vogliamo parlare? O con il nobile pretesto che non bisogna abbassarsi a un linguaggio “sotto tono” le lasceremo semplicemente non dette, taciute? 
Quanto al linguaggio, alla scrittura, facciamo attenzione a non cadere nella trappola dell’antiretorica a tutti costi o, peggio, della leziosa ricerca dell’originalità fine a se stessa: se c’è, questa originalità, deve sgorgare (per usare un aggettivo che andava di moda negli anni Settanta) in modo &quot;autentico&quot;. Perché poi, cosa intendiamo per retorica (non nel senso dell’arte eccelsa dei Greci) se non, per comune sentire, quel che rende vuota un&#039;espressione piena di senso? Ma quel pieno senso a volte rimane... Ecco, un’”alternativa viabile” (lo dico con un po’ di scherzosa retorica! e mi chiedo anche se non sia piuttosto un gallicismo!!) è quella che sento nella marea di giovani che ho incontrato alla manifestazione. (Del resto, vedi sopra quel che dicevo sul tuo paragrafo introduttivo...) 
Squarciare il velo, dici... Ma chi lo squarcia questo velo, in Italia? Ecco un altro punto che mi sembra cruciale. Gli intellettuali, nel senso della categoria, non dei singoli individui, sembrano essersi ritirati sull’Aventino. E poi, perché mai non dovrebbero sporcarsi con il linguaggio della politica? Pintor, Rossanda non erano intellettuali? E Natalia Ginzburg o Sciascia non hanno forse dato a loro modo indicazioni politiche? In Francia le ha date anche Annie Ernaux, che piaccia o non piaccia ha anche vinto il Nobel... Forse allora sta proprio qui il problema di cui si dovrebbe discutere: come e perché gli intellettuali devono o non devono parlare anche di politica? Con quale linguaggio? Non credo che tu pensi all’Aventino, probabilmente hai una diversa visione dell’impegno, parliamone: mi sembra più importante delle mie eventuali scorciatoie di linguaggio – e forse queste si potrebbero evitare se ci fosse un vero fermento, quel fermento che in Italia manca: è il fermento, infatti, che genera, anche linguisticamente, la creatività... Quanto a Panebianco o Folli il problema è appunto che NON danno molte delle informazioni che a me sembrano preziose, e quelle che danno (in generale i politologi) le danno con un linguaggio – quello sì, e radicalmente – spesso inadeguato, scollato dalla realtà. Per esempio non hanno parlato (non è un po’ vergognoso?), e poco ne hanno parlato a dire il vero persino i giornalisti del Manifesto, del perverso (e incostituzionale) meccanismo che ha portato alla non presentazione forzata alle elezioni di alcuni partiti: un vero e proprio scandalo di cui nessuno si è veramente curato in Italia. Per altro io non do, né volevo farlo, nessuna indicazione di voto: e se mi rileggi, ti verrà da sorridere. Do infatti un’indicazione di “non” voto, raccontando appunto – è l’unico pezzo di “diario”, come dicevo – di come non ho potuto darlo. È questo “non” che volevo mettere in rilievo, perché mi sembrava scandaloso (e scandalosamente ignorato in Italia), non il voto.

2. L’eterno fascismo. A parte Gobetti, che valuto diversamente – perché Gobetti avrebbe descritto la piccola viltà del trasformismo democristiano come elemento chiave dell’autobiografia, è quello che provo a dimostrare in un certo senso, ma ne parleremo altrove – a parte Gobetti, dunque, sono d’accordo su tutto. Con una sfumatura che vorrei aggiungere: la “rivoluzione culturale” di cui parli, e che approvo (l’ho chiamata la “rivoluzione del bene comune”), ha senso solo se è parte di un grande ripensamento e confronto collettivo, è questo che la trasforma appunto in “rivoluzione culturale” (cultura = società), altrimenti rischia di restare nella mansueta cuccia delle buone intenzioni, un po’ come quelli che vanno a confessarsi in chiesa. Manzoni, e soprattutto Leopardi, sono feroci, e se letti sino in fondo (soprattutto il secondo) non possono non rimetterci veramente in discussione, e incitare all’azione, soprattutto chi opera nel paese. E di nuovo, non dimenticare: io non abito l’Italia, la vedo dal di fuori. 
3. Partire da sé. Il problema non è di capire come il nipote argentino di un nonno calabrese possa entrare in sintonia con il Nigeriano iscritto al Righi, ma di ripensare un sistema politico e culturale che permette al nipote argentino che non vive in Italia di avere più diritti del Nigeriano che ci vive! In quella direzione, la grande storia di emigrazione che l’Italia ha avuto, nel tempo e nello spazio, potrebbe essere una ricchezza per aiutare a meglio accogliere l’immigrazione che l’Italia riceve oggi: ma, fermo restando il fatto che lo ius sanguinis (nel senso della storia) non può e non deve essere eliminato totalmente favore dello ius soli, bisogna sviluppare un sistema e una cultura che faccia sì che i diritti siano innanzitutto di coloro che vivono sul territorio: tutti!
4. I migranti ci salveranno? Non so se la salvezza collettiva sia possibile, nelle cose umane, anzi senz’altro non lo è, ma un cammino, un’utopia (come appunto dici), nel senso in cui l&#039;intendeva Galeano, sì (... la utopía está en el horizonte. Me acerco de dos pasos, ella se aleja dos pasos... Por mucho que camine, nunca la alcanzaré. Entonces, para que sirve la utopía? Para eso: sirve para caminar...).  Non dimentichiamo che l’Italia è il paese che ha fatto la Controriforma senza conoscere la Riforma, e che contestualmente si sta, demograficamente, spegnendo: l’arrivo degli emigranti-che-per-noi-sono-immigranti, ma anche l’integrazione di quelli che sono nati e cresciuti in Italia proveniendo da famiglie “straniere”, possono diventare, se presi nel senso giusto – al contrario di quel che agita la propaganda del terrore – un’occasione per il paese di imboccare una strada diversa, qualitativamente e quantitativamente (ricordo una battuta di un’umorista tedesco che diceva più o meno “stranieri, aiuto, non lasciateci soli con i tedeschi”, che poi era stata riproposta in italiano...). Quanto a Cospito, sarà anche fuori di testa, certo: ma come qualificare un sistema che condanna qualcuno che non ha ucciso nessuno né incitato a farlo a un numero di anni di prigione spropositato che addirittura rischia di trasformarsi in ergastolo, con in più l’assegnamento al carcere duro (il 41bis) che si sta rivelando una condanna a morte? 
Bravo, sono d’accordo: anch’io mi vergogno un po’ se mi sorprendo a odiare. Ma per amare ci vuole coraggio, il coraggio di impegnarsi sino in fondo, e di trovare – ci proverò, vorrei provarci, anche politicamente – il linguaggio per raccontarlo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331113">filippo la porta</a>.</p>
<p>Tante cose stimolanti scrive Filippo La Porta, cui proverò a dare una rapida risposta, e poi magari, per la risposta alla risposta, ci sposteremo altrove: discuteremo, speriamo, mettendo insieme le nostre (di noi due e di altri) intelligenze – perché i punti sollevati meritano che se ne discuta. </p>
<p>Due piccoli rilievi preliminari. “Su molte cose – dice La Porta – sono d’accordo”, ed è “perfino ovvio ripassarle”: mi fa un po’ pensare a quel marito che dopo tanti anni di matrimonio dice alla moglie, o viceversa: è inutile che ti dica che ti amo, tanto lo sai&#8230; Quanto sarebbe utile, invece, che lo dicesse&#8230; E quanto, fuor di metafora, sarebbe soprattutto utile in questi  tempi grami “ripassare” le cose che ci uniscono&#8230; Per altro, la frase mi appare contraddittoria, oppure un po’ retorica (già&#8230;): dopo le “molte cose” su cui c’è accordo, si manifesta infatti “una perplessità generale” sul mio “diario pubblico”&#8230; Ecco, a parte la natura quasi ossimorica di queste due affermazioni una accanto all’altra, vorrei dire che la parte “diaristica” di questo mio articolo è minore, e la avanzo solo per espormi in prima persona, un po’ come quando tu racconti (ma sì, mi rivolgo direttamente a La Porta) della tua presenza discreta alla manifestazione degli anarchici: per mischiarmi con la cultura e non usarla come schermo per nascondermi (un’attitudine di molti intellettuali che detesto) &#8212; ma appunto, l’articolo nel suo complesso è tutt’altro che un diario. </p>
<p>E veniamo ai punti, soprattutto il primo, quello che forse – amichevolmente – più ci separa: o forse no, forse questo décalage può essere un utile strumento per sviluppare un discorso più alto. Sugli altri punti, più consensuali, rispondo più brevemente, pur se molto ci sarebbe da dire anche lì: potremo continuarli insieme in un’altra occasione, se vuoi.</p>
<p>1. “Il linguaggio”. Potrei offendermi, un altro “scrittore” forse si offenderebbe a sentirsi attribuire un linguaggio “liofilizzato” etc.: a me invece quel che dici fa persino&#8230; piacere, perché mi permette di chiarire alcune cose, e creare le basi, forse, per uno scambio vero!<br />
Il mio amico G. (altro emigrato, da decenni in Inghilterra, e irriducibile militante) mi dice, all’opposto tuo (e di Fortini?): bello quello che scrivi, ma come faccio a metterlo in un volantino? Ovviamente, pur nella stima per chi non ha mai deposto le armi (in senso metaforico!), mi fa sorridere sino alla tenerezza. In tutt’altra direzione, la mia amica M. – uso abbreviazioni per i messaggi privati – mi dice che è d’accordo su molte cose, ma che questa scrittura sottrae tempo a quell’altra mia scrittura, “la scrittura vera”, che lei preferisce. Ora non sta a me dire se quell’altra scrittura “vera” sia buona o meno (e se lo sia più o meno di questa): posso dire che la preferisco anch’io, nel senso che preferisco produrla, e di gran lunga. E di più: ho fatto una gran fatica a scrivere queste righe, sentivo che mi strappavano tempo, appunto, energie a una certa traduzione poetica commentata cui sto lavorando da mesi, e a volte persino la odiavo, questa riflessione politica, ma non potevo non farla. È vero, metti il dito su una questione chiave: anche a me il linguaggio che ho utilizzato appare a tratti – ma non sempre – inadeguato, più che retorico “vecchio”, qua e là ne ho provato persino fastidio: ma era come se fosse, prima del linguaggio, vecchia la realtà italiana che dovevo narrare, come se non fossero disponibili altre espressioni, perché di queste cose nessuno ne ha parlato, ed ecco che io stesso, se ci provo, inevitabilmente, almeno in parte, c’inciampo sopra. E non c’era troppo tempo per cercare il mio stile: avevo fretta.<br />
C’è un punto che hai dimenticato, e quasi mi commuove, perché ti rivolgi a me come se fossi tuo vicino di pianerottolo e ci vedessimo tutti i giorni per chiacchierare: io da decenni non abito più in Italia, sono altrettanto se non più francese o canadese che italiano, e da oltralpe avverto, come molti altri italiani métissés che vivono all’estero, un’urgenza drammatica che nessuno degli amici e intellettuali di “dentro” che molto stimo, con te in testa, sembra avvertire con uguale intensità (ieri [sabato 11/02] a Parigi hanno manifestato mezzo milione di persone, con una gioia, un entusiasmo che dà speranza, e i tre o quattro italiani che ho incontrato – moltissimi italiani vivono a Parigi – hanno tutti iniziato dicendo, come se si fossero messi d’accordo: magari ci fosse questo entusiasmo, questo coraggio in Italia&#8230;). Prendo, prendiamo da fuori un abbaglio? Siete voi da dentro ad essere storditi? Al di là del linguaggio, per cui incasso, anzi approvo almeno in parte la critica, di questo (abbaglio versus stordimento), e delle cose che evoco, del merito della questione, ne vogliamo parlare? O con il nobile pretesto che non bisogna abbassarsi a un linguaggio “sotto tono” le lasceremo semplicemente non dette, taciute?<br />
Quanto al linguaggio, alla scrittura, facciamo attenzione a non cadere nella trappola dell’antiretorica a tutti costi o, peggio, della leziosa ricerca dell’originalità fine a se stessa: se c’è, questa originalità, deve sgorgare (per usare un aggettivo che andava di moda negli anni Settanta) in modo &#8220;autentico&#8221;. Perché poi, cosa intendiamo per retorica (non nel senso dell’arte eccelsa dei Greci) se non, per comune sentire, quel che rende vuota un&#8217;espressione piena di senso? Ma quel pieno senso a volte rimane&#8230; Ecco, un’”alternativa viabile” (lo dico con un po’ di scherzosa retorica! e mi chiedo anche se non sia piuttosto un gallicismo!!) è quella che sento nella marea di giovani che ho incontrato alla manifestazione. (Del resto, vedi sopra quel che dicevo sul tuo paragrafo introduttivo&#8230;)<br />
Squarciare il velo, dici&#8230; Ma chi lo squarcia questo velo, in Italia? Ecco un altro punto che mi sembra cruciale. Gli intellettuali, nel senso della categoria, non dei singoli individui, sembrano essersi ritirati sull’Aventino. E poi, perché mai non dovrebbero sporcarsi con il linguaggio della politica? Pintor, Rossanda non erano intellettuali? E Natalia Ginzburg o Sciascia non hanno forse dato a loro modo indicazioni politiche? In Francia le ha date anche Annie Ernaux, che piaccia o non piaccia ha anche vinto il Nobel&#8230; Forse allora sta proprio qui il problema di cui si dovrebbe discutere: come e perché gli intellettuali devono o non devono parlare anche di politica? Con quale linguaggio? Non credo che tu pensi all’Aventino, probabilmente hai una diversa visione dell’impegno, parliamone: mi sembra più importante delle mie eventuali scorciatoie di linguaggio – e forse queste si potrebbero evitare se ci fosse un vero fermento, quel fermento che in Italia manca: è il fermento, infatti, che genera, anche linguisticamente, la creatività&#8230; Quanto a Panebianco o Folli il problema è appunto che NON danno molte delle informazioni che a me sembrano preziose, e quelle che danno (in generale i politologi) le danno con un linguaggio – quello sì, e radicalmente – spesso inadeguato, scollato dalla realtà. Per esempio non hanno parlato (non è un po’ vergognoso?), e poco ne hanno parlato a dire il vero persino i giornalisti del Manifesto, del perverso (e incostituzionale) meccanismo che ha portato alla non presentazione forzata alle elezioni di alcuni partiti: un vero e proprio scandalo di cui nessuno si è veramente curato in Italia. Per altro io non do, né volevo farlo, nessuna indicazione di voto: e se mi rileggi, ti verrà da sorridere. Do infatti un’indicazione di “non” voto, raccontando appunto – è l’unico pezzo di “diario”, come dicevo – di come non ho potuto darlo. È questo “non” che volevo mettere in rilievo, perché mi sembrava scandaloso (e scandalosamente ignorato in Italia), non il voto.</p>
<p>2. L’eterno fascismo. A parte Gobetti, che valuto diversamente – perché Gobetti avrebbe descritto la piccola viltà del trasformismo democristiano come elemento chiave dell’autobiografia, è quello che provo a dimostrare in un certo senso, ma ne parleremo altrove – a parte Gobetti, dunque, sono d’accordo su tutto. Con una sfumatura che vorrei aggiungere: la “rivoluzione culturale” di cui parli, e che approvo (l’ho chiamata la “rivoluzione del bene comune”), ha senso solo se è parte di un grande ripensamento e confronto collettivo, è questo che la trasforma appunto in “rivoluzione culturale” (cultura = società), altrimenti rischia di restare nella mansueta cuccia delle buone intenzioni, un po’ come quelli che vanno a confessarsi in chiesa. Manzoni, e soprattutto Leopardi, sono feroci, e se letti sino in fondo (soprattutto il secondo) non possono non rimetterci veramente in discussione, e incitare all’azione, soprattutto chi opera nel paese. E di nuovo, non dimenticare: io non abito l’Italia, la vedo dal di fuori.<br />
3. Partire da sé. Il problema non è di capire come il nipote argentino di un nonno calabrese possa entrare in sintonia con il Nigeriano iscritto al Righi, ma di ripensare un sistema politico e culturale che permette al nipote argentino che non vive in Italia di avere più diritti del Nigeriano che ci vive! In quella direzione, la grande storia di emigrazione che l’Italia ha avuto, nel tempo e nello spazio, potrebbe essere una ricchezza per aiutare a meglio accogliere l’immigrazione che l’Italia riceve oggi: ma, fermo restando il fatto che lo ius sanguinis (nel senso della storia) non può e non deve essere eliminato totalmente favore dello ius soli, bisogna sviluppare un sistema e una cultura che faccia sì che i diritti siano innanzitutto di coloro che vivono sul territorio: tutti!<br />
4. I migranti ci salveranno? Non so se la salvezza collettiva sia possibile, nelle cose umane, anzi senz’altro non lo è, ma un cammino, un’utopia (come appunto dici), nel senso in cui l&#8217;intendeva Galeano, sì (&#8230; la utopía está en el horizonte. Me acerco de dos pasos, ella se aleja dos pasos&#8230; Por mucho que camine, nunca la alcanzaré. Entonces, para que sirve la utopía? Para eso: sirve para caminar&#8230;).  Non dimentichiamo che l’Italia è il paese che ha fatto la Controriforma senza conoscere la Riforma, e che contestualmente si sta, demograficamente, spegnendo: l’arrivo degli emigranti-che-per-noi-sono-immigranti, ma anche l’integrazione di quelli che sono nati e cresciuti in Italia proveniendo da famiglie “straniere”, possono diventare, se presi nel senso giusto – al contrario di quel che agita la propaganda del terrore – un’occasione per il paese di imboccare una strada diversa, qualitativamente e quantitativamente (ricordo una battuta di un’umorista tedesco che diceva più o meno “stranieri, aiuto, non lasciateci soli con i tedeschi”, che poi era stata riproposta in italiano&#8230;). Quanto a Cospito, sarà anche fuori di testa, certo: ma come qualificare un sistema che condanna qualcuno che non ha ucciso nessuno né incitato a farlo a un numero di anni di prigione spropositato che addirittura rischia di trasformarsi in ergastolo, con in più l’assegnamento al carcere duro (il 41bis) che si sta rivelando una condanna a morte?<br />
Bravo, sono d’accordo: anch’io mi vergogno un po’ se mi sorprendo a odiare. Ma per amare ci vuole coraggio, il coraggio di impegnarsi sino in fondo, e di trovare – ci proverò, vorrei provarci, anche politicamente – il linguaggio per raccontarlo.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: filippo la porta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-331113</link>

		<dc:creator><![CDATA[filippo la porta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Feb 2023 12:45:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=100717#comment-331113</guid>

					<description><![CDATA[Su molte cose che dice Giuseppe Samonà - che è anche un caro amico e uno scrittore che stimo   - concordo. Mi sembra perfino ovvio ripassarle. Non voglio però nascondere una   perplessità generale rispetto al suo diario pubblico, che proverò a sintetizzare.

1 Il linguaggio
Parto proprio dal linguaggio che usa. Samonà è un saggista, uno scrittore, non dovrebbe secondo me usare il linguaggio della politica corrente, un linguaggio liofilizzato, standardizzato,  incapace di comunicare qualsiasi cosa   - espressioni allucinanti  come “alternativa viabile” e simili - . Non lo dico per snobismo. Il punto è che quello che dice uno scrittore dovrebbe essere fatto di una materia un tantino più durevole: come osservò Fortini  un volantino che incita allo sciopero  dovrebbe essere interessante perfino dopo che lo sciopero è stato fatto (o dopo che magari è fallito), perché contiene una verità che va oltre l’occasione contingente. Mi chiedo: che senso ha che uno scrittore   ci parli di sistemi elettorali, di strategie e tattiche, di schieramenti, etc. e insomma di una materia anche noiosamente  complicata su cui, poniamo, politologi come Stefano Folli o Panebianco possono darci informazioni più accurate e meditate? Nel diario di Samonà non si accende nessuna parola, non si inventa nessuna metafora capace di squarciare il velo dell’inganno mediatico quotidiano. Flaubert diceva che tutto ciò che è detto male è “falso”,. Non oglio dire che il diartio “politicoi” di Samonà sia falso ma noto che è parechio al di sotto del suo “stile” di scrittore. Forse ciò è inevitabile. Non mi si venga però a dire che qui si tratta di un “genere”diverso. Lo stile di uno scrittore resta sempre tale.
Perciò ho apprezzato invece il respiro antropologico che ha tentato di dare alla intera riflessione, partendo da Manzoni e Leopardi. Io credo che uno scrittore dovrebbe scompigliare le  nostre pigre categorie,  esprimere una alterità e una dissonanza, mettersi da una prospettiva straniante, illuminare per un attimo tradizioni di pensiero per me incomprensibilmente  neglette (che so, per limitarmi all’’800  il filone anarchico non-violento in America  o il  nichilismo di Herzen che mise impietosamente  a nudo la mentalità autoritaria del “rivoluzionario”), smascherare le menzogne e gli equivoci del lessico politico, insomma dovrebbe fare tutto tranne dare una “indicazione di voto”, in questo caso UP (cui può andare anche la mia simpatia ma che non contribuisce certo al risveglio dalla letargia della sinistra: votarla è puro estetismo della politica)
2 L’eterno fascismo. 
Bene citare l’eterno fascismo di Carlo Levi (non certo quello di Umberto  Eco,  di cui per quanti sforzi io possa fare non riesco a dimenticare la battuta volgare nella polemica con Pasolini sull’aborto). Però proprio  Levi ipotizza che all’interno di ciascuno di noi  si trova una parte “luigina” (fascista), cui piace comandare e obbedire,  e una parte “contadina”, che ama le cose che fa. Non ci sono uomini e no. Ecco, credo che noi dovremmo anzitutto parlare della parte luigina dentro di noi. È un esame di coscienza che tendo a fare  quotidianamente. Mica dico che dentro di me o dentro Samonà abiti che  so un Ignazio La Russa, però….Bisognerebbe  interrogarsi ogni giorno su quali dinamiche di potere uno ha  alimentato o accettato acriticamente, su quante persone ha umiliato, anche senza volerlo, o manipolato o prevaricato, su quante cose ha fatto solo “in funzione di altro”, cioè  strumentalmente, per raggiungere un obiettivo e non perché le amasse davvero. Ricordo  Gaber: mi fa paura non Berlusconi in sé ma Berlusconi in me. Ma lo stesso Carlo Levi negli anni ’30: “Combattere il fascismo dentro di noi”. Questa la principale  “rivoluzione culturale”, questo l’ esame di coscienza che ci distingue dalla destra. 
Inoltre: non penso come Gobetti che  il fascismo sia  l’autobiografia della nazione. No, la vera autobiografia della nazione è stata la DC:  noi italiani  siamo anguilleschi, opportunisti, camaleontici, tiepidi,  riadattabili, e infine  inesauribili retori (abilissimi e direi spudorati  a giustificare qualsiasi scelta)
3 Partire da sé.
Dunque, più che mai oggi uno dovrebbe partire da sé  - come insegna il grande Montaigne - , dalla propria percezione delle cose, dovrebbe insomma dirci dove sta e come sta. La terza puntata del diario  è la più bella proprio perché la più personale e partecipe, benché la “temperatura” sia sempre  sorvegliata e non raggiunge mai punte elevate (ma questa è una scelta legittima)Certo, l’importanza  fondamentale delle  “sintonie” tra mescolanze diasporiche di una volta e quelle di oggi. Anche se fatico a capire in che mondo il nipote argentino di un nonno calabrese potrebbe sentire come “fratello” un nigeriano nato qui e che è andato a scuola al Righi. Va bene, dovremmo tutti sentire come patria il mondo, così come per i pesci è il mare (Dante, De vulgari eloquentia, riprendendo Seneca e Ovidio), ma la cosa non è immediata né autoevidente, richiede immaginazione morale. 
4  Ci salveranno i migranti?(questo punto non riguarda il diario di Samonà: è solo una  mia personale utopia)
Infine. Sabato mi sono messo ai margini del corteo anarchico. Volevo guardare in faccia questi pericolosissimi anarchici “insurrezionalisti”. circondati da poliziotti con scudo ed elmetto Ora, Cospito che gambizza un ingegnere perchè in Giappone c&#039;è stato un incidente in una centrale nucleare, è fuori di testa, però veder sfilare quei reduci inoffensivi, quelle ragazze e ragazzi (un migliaio), che credono -  benché confusamente -   nell&#039;ideale umano  per me più alto (Spinoza lodando la repubblica ebraica degli inizi osservò  che era ispirata a questo  principio: “Nessuno era asservito a un suo uguale ma solo a Dio”), ridotti anche per loro colpa a una setta tipo Testimoni di Geova, stringe il cuore.   Ho pensato in quel momento  che a volte mi ritrovo ad odiare alcuni membri del governo, e un poco me ne vergogno. In Italia la politica  nasconde  infatti una guerra civile strisciante. Non abbiamo “avversari” ma “nemici”. E non è un buon sintomo,  Come uscirne? Se gli scrittori migranti rivitalizzeranno la nostra lingua, si può anche auspicare che  solo l’Italia di un  futuro prossimo,  composta perlopiù da migranti perfettamente  italofoni,  che non avranno alcuna relazione con quella guerra civile e con quel passato, potrà uscirne. 

Filippo La Porta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su molte cose che dice Giuseppe Samonà &#8211; che è anche un caro amico e uno scrittore che stimo   &#8211; concordo. Mi sembra perfino ovvio ripassarle. Non voglio però nascondere una   perplessità generale rispetto al suo diario pubblico, che proverò a sintetizzare.</p>
<p>1 Il linguaggio<br />
Parto proprio dal linguaggio che usa. Samonà è un saggista, uno scrittore, non dovrebbe secondo me usare il linguaggio della politica corrente, un linguaggio liofilizzato, standardizzato,  incapace di comunicare qualsiasi cosa   &#8211; espressioni allucinanti  come “alternativa viabile” e simili &#8211; . Non lo dico per snobismo. Il punto è che quello che dice uno scrittore dovrebbe essere fatto di una materia un tantino più durevole: come osservò Fortini  un volantino che incita allo sciopero  dovrebbe essere interessante perfino dopo che lo sciopero è stato fatto (o dopo che magari è fallito), perché contiene una verità che va oltre l’occasione contingente. Mi chiedo: che senso ha che uno scrittore   ci parli di sistemi elettorali, di strategie e tattiche, di schieramenti, etc. e insomma di una materia anche noiosamente  complicata su cui, poniamo, politologi come Stefano Folli o Panebianco possono darci informazioni più accurate e meditate? Nel diario di Samonà non si accende nessuna parola, non si inventa nessuna metafora capace di squarciare il velo dell’inganno mediatico quotidiano. Flaubert diceva che tutto ciò che è detto male è “falso”,. Non oglio dire che il diartio “politicoi” di Samonà sia falso ma noto che è parechio al di sotto del suo “stile” di scrittore. Forse ciò è inevitabile. Non mi si venga però a dire che qui si tratta di un “genere”diverso. Lo stile di uno scrittore resta sempre tale.<br />
Perciò ho apprezzato invece il respiro antropologico che ha tentato di dare alla intera riflessione, partendo da Manzoni e Leopardi. Io credo che uno scrittore dovrebbe scompigliare le  nostre pigre categorie,  esprimere una alterità e una dissonanza, mettersi da una prospettiva straniante, illuminare per un attimo tradizioni di pensiero per me incomprensibilmente  neglette (che so, per limitarmi all’’800  il filone anarchico non-violento in America  o il  nichilismo di Herzen che mise impietosamente  a nudo la mentalità autoritaria del “rivoluzionario”), smascherare le menzogne e gli equivoci del lessico politico, insomma dovrebbe fare tutto tranne dare una “indicazione di voto”, in questo caso UP (cui può andare anche la mia simpatia ma che non contribuisce certo al risveglio dalla letargia della sinistra: votarla è puro estetismo della politica)<br />
2 L’eterno fascismo.<br />
Bene citare l’eterno fascismo di Carlo Levi (non certo quello di Umberto  Eco,  di cui per quanti sforzi io possa fare non riesco a dimenticare la battuta volgare nella polemica con Pasolini sull’aborto). Però proprio  Levi ipotizza che all’interno di ciascuno di noi  si trova una parte “luigina” (fascista), cui piace comandare e obbedire,  e una parte “contadina”, che ama le cose che fa. Non ci sono uomini e no. Ecco, credo che noi dovremmo anzitutto parlare della parte luigina dentro di noi. È un esame di coscienza che tendo a fare  quotidianamente. Mica dico che dentro di me o dentro Samonà abiti che  so un Ignazio La Russa, però….Bisognerebbe  interrogarsi ogni giorno su quali dinamiche di potere uno ha  alimentato o accettato acriticamente, su quante persone ha umiliato, anche senza volerlo, o manipolato o prevaricato, su quante cose ha fatto solo “in funzione di altro”, cioè  strumentalmente, per raggiungere un obiettivo e non perché le amasse davvero. Ricordo  Gaber: mi fa paura non Berlusconi in sé ma Berlusconi in me. Ma lo stesso Carlo Levi negli anni ’30: “Combattere il fascismo dentro di noi”. Questa la principale  “rivoluzione culturale”, questo l’ esame di coscienza che ci distingue dalla destra.<br />
Inoltre: non penso come Gobetti che  il fascismo sia  l’autobiografia della nazione. No, la vera autobiografia della nazione è stata la DC:  noi italiani  siamo anguilleschi, opportunisti, camaleontici, tiepidi,  riadattabili, e infine  inesauribili retori (abilissimi e direi spudorati  a giustificare qualsiasi scelta)<br />
3 Partire da sé.<br />
Dunque, più che mai oggi uno dovrebbe partire da sé  &#8211; come insegna il grande Montaigne &#8211; , dalla propria percezione delle cose, dovrebbe insomma dirci dove sta e come sta. La terza puntata del diario  è la più bella proprio perché la più personale e partecipe, benché la “temperatura” sia sempre  sorvegliata e non raggiunge mai punte elevate (ma questa è una scelta legittima)Certo, l’importanza  fondamentale delle  “sintonie” tra mescolanze diasporiche di una volta e quelle di oggi. Anche se fatico a capire in che mondo il nipote argentino di un nonno calabrese potrebbe sentire come “fratello” un nigeriano nato qui e che è andato a scuola al Righi. Va bene, dovremmo tutti sentire come patria il mondo, così come per i pesci è il mare (Dante, De vulgari eloquentia, riprendendo Seneca e Ovidio), ma la cosa non è immediata né autoevidente, richiede immaginazione morale.<br />
4  Ci salveranno i migranti?(questo punto non riguarda il diario di Samonà: è solo una  mia personale utopia)<br />
Infine. Sabato mi sono messo ai margini del corteo anarchico. Volevo guardare in faccia questi pericolosissimi anarchici “insurrezionalisti”. circondati da poliziotti con scudo ed elmetto Ora, Cospito che gambizza un ingegnere perchè in Giappone c&#8217;è stato un incidente in una centrale nucleare, è fuori di testa, però veder sfilare quei reduci inoffensivi, quelle ragazze e ragazzi (un migliaio), che credono &#8211;  benché confusamente &#8211;   nell&#8217;ideale umano  per me più alto (Spinoza lodando la repubblica ebraica degli inizi osservò  che era ispirata a questo  principio: “Nessuno era asservito a un suo uguale ma solo a Dio”), ridotti anche per loro colpa a una setta tipo Testimoni di Geova, stringe il cuore.   Ho pensato in quel momento  che a volte mi ritrovo ad odiare alcuni membri del governo, e un poco me ne vergogno. In Italia la politica  nasconde  infatti una guerra civile strisciante. Non abbiamo “avversari” ma “nemici”. E non è un buon sintomo,  Come uscirne? Se gli scrittori migranti rivitalizzeranno la nostra lingua, si può anche auspicare che  solo l’Italia di un  futuro prossimo,  composta perlopiù da migranti perfettamente  italofoni,  che non avranno alcuna relazione con quella guerra civile e con quel passato, potrà uscirne. </p>
<p>Filippo La Porta</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Cristian Palmas		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-330749</link>

		<dc:creator><![CDATA[Cristian Palmas]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 10:59:10 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=100717#comment-330749</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-330748&quot;&gt;Giuseppe A. Samonà&lt;/a&gt;.

Ho sorvolato sulla storia soltanto perché, mentre scrivevo, ero proiettato al futuro, in cui contano, per costruirlo, le qualità di cui siamo dotati ora, nel presente, e che potremmo acquisire in futuro.

Sì, è vero, un codardo può comportarsi come vigliacco e viceversa, dal punto di vista della mia personale distinzione; ma ciò che mi premeva far capire è che dobbiamo combattere il codardo che c&#039;è in noi. Un modo piuttosto semplice – che tra l&#039;altro storicamente ha inventato la sinistra negli anni &#039;60 ed è approdato in Italia negli anni &#039;90 – è la partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche finali, attraverso strumenti di condivisione e partecipazione come per esempio il famosissimo bilancio partecipativo. Questo è solo uno dei tanti strumenti che si possono impiegare. Ora purtroppo non ho tempo di approfondire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/01/19/1922-2022-tre-piste-di-riflessione-dopo-il-voto-del-25-settembre-in-italia-3/#comment-330748">Giuseppe A. Samonà</a>.</p>
<p>Ho sorvolato sulla storia soltanto perché, mentre scrivevo, ero proiettato al futuro, in cui contano, per costruirlo, le qualità di cui siamo dotati ora, nel presente, e che potremmo acquisire in futuro.</p>
<p>Sì, è vero, un codardo può comportarsi come vigliacco e viceversa, dal punto di vista della mia personale distinzione; ma ciò che mi premeva far capire è che dobbiamo combattere il codardo che c&#8217;è in noi. Un modo piuttosto semplice – che tra l&#8217;altro storicamente ha inventato la sinistra negli anni &#8217;60 ed è approdato in Italia negli anni &#8217;90 – è la partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche finali, attraverso strumenti di condivisione e partecipazione come per esempio il famosissimo bilancio partecipativo. Questo è solo uno dei tanti strumenti che si possono impiegare. Ora purtroppo non ho tempo di approfondire.</p>
]]></content:encoded>
		
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