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	Commenti a: Giornata mondiale della salute mentale &#8211; 180 passi indietro	</title>
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		Di: A.		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Nov 2023 10:14:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie per l&#039;articolo merita di essere diffuso e ragionato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per l&#8217;articolo merita di essere diffuso e ragionato.</p>
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		<title>
		Di: Paola Ivaldi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/#comment-338539</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paola Ivaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Oct 2023 09:22:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/#comment-338444&quot;&gt;Mariasole Ariot&lt;/a&gt;.

Cara Mariasole, grazie per la tua risposta che condivido pienamente ed è così generosa di spunti di riflessione. Ho transitato, nella zona grigia, ed è vero ciò che dici: non è tanto il farmaco in sé quanto la superficialità con cui, da una parte, lo si prescrive e, dall’altra, lo si assume, entrambe conseguenze dell’incapacità di riconoscere l’inevitabilità di molte umane sofferenze che vanno attraversate. Ad essa se ne accompagna una seconda, di grave incapacità: di accettare, quando si cade, di restare a terra, a volte per un tempo anche molto lungo, nonostante la retorica del “cado e mi rialzo, più forte e più bella di prima”. Insomma sì, ci sarebbe tanto da dire o, forse, di cui tacere, e magari tentare di incanalare in forme espressive del tutto inedite.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/#comment-338444">Mariasole Ariot</a>.</p>
<p>Cara Mariasole, grazie per la tua risposta che condivido pienamente ed è così generosa di spunti di riflessione. Ho transitato, nella zona grigia, ed è vero ciò che dici: non è tanto il farmaco in sé quanto la superficialità con cui, da una parte, lo si prescrive e, dall’altra, lo si assume, entrambe conseguenze dell’incapacità di riconoscere l’inevitabilità di molte umane sofferenze che vanno attraversate. Ad essa se ne accompagna una seconda, di grave incapacità: di accettare, quando si cade, di restare a terra, a volte per un tempo anche molto lungo, nonostante la retorica del “cado e mi rialzo, più forte e più bella di prima”. Insomma sì, ci sarebbe tanto da dire o, forse, di cui tacere, e magari tentare di incanalare in forme espressive del tutto inedite.</p>
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		<title>
		Di: Mariasole Ariot		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariasole Ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2023 08:51:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie del commento, Paola. Purtroppo è un fatto che ci sia un &quot;diktat della serenità&quot;, sorrisi e leggerezza, come scrivi, sicuramente legato ad una società volta alla performance, all&#039;essere sempre all&#039;altezza di qualcosa/qualcuno, un superamento che va in direzione completamente diversa da quella di nietzcheiana memoria, una tendenza alla rimozione della sofferenza - che è umana, e come tale andrebbe accolta e ci si dovrebbe fare i conti, conti che prevedono anche una responsabilità del singolo rispetto alla stessa. Un discorso che però prevederebbe un articolo a sé stante e che non è trascurabile, è anche quell&#039;esposizione del &quot;sempre felici&quot;, anche quando non lo si è, imposta sempre più dai social e dai media - ma questo è altro affare. 
Il dramma è che, effettivamente, da un lato c&#039;è subito la rincorsa e la domanda di mettere un tappo alla sofferenza senza attraversarla (e quindi nel modo più semplice e veloce: il farmaco), dall&#039;altro c&#039;è la facilità, l&#039;estrema facilità, con cui gli addetti alla salute mentale - parola che in realtà mi piace molto poco - sbrigativamente accolgono e a cui ricorrono. Sbrigativamente perché, e qui si lega la questione dei tagli dei fondi alla sanità pubblica, in un mondo/paese in cui c&#039;è carenza di personale e purtroppo presenza di personale anche poco informato o che si limita ad una formazione chiusa in sé stessa, senza uno sguardo che va oltre una costruzione fatta a tavolino, ricorrere al &quot;tappo&quot; è molto più semplice e richiede meno impegno e volontà dello strumento per eccellenza nella cura che è la parola. 
In realtà anche medici di base ormai, senza alcun approfondimento, prescrivono antidepressivi e ansiolitici. Non sono affatto però per la demonizzazione del farmaco (e lo dico per esperienza diretta e indiretta), perché di scintille di umanità che tu dici &quot;magari proprio le migliori&quot;, se non aiutate, ma aiutate bene, e questo purtroppo è un lusso che può permettersi solo chi ha le possibilità economiche per farlo (tranne i casi in cui, inevitabilmente, la macchina psichiatrica pubblica dev&#039;essere attraversata comunque a prescindere dalle possibilità economiche), rischiano la vita o mettono a rischio quella dell&#039;altro, o rischiano sofferenze indicibili, insopportabili. 
Per riprendere quello che diceva in una conferenza un noto psicoanalista: &quot;non facciamo un canto della schizofrenia: la schizofrenia è un inferno.&quot; (con un accenno a Deleuze e Guattari). E di questo va tenuto conto.  Come non metterei nella stessa parentesi perdita di lavoro, scivolamento nell&#039;indigenza, lutto, separazione, abusi ed altro: ritengo piuttosto che, per ritornare al soggettivo, non è solo la causa quella che demarca un grado di sofferenza maggiore/minore, piuttosto gli effetti che questi fatti oggettivi producono nella persona, e che però talvolta sono causa, e qui si torna la causa, dello sviluppo di patologie importanti. 
Poi, purtroppo, il farmaco &quot;schiaccia&quot;, è inutile, non si può dire l&#039;opposto, soprattutto per quelli più importanti, e questo è un grosso problema per la mortificazione della persona di cui scrivi, della sua traiettoria esistenziale, mentale, intellettuale, fisica anche. 
Leggevo in questi giorni, ma non è una novità, in realtà, dell&#039;importanza che ha il fatto che personaggi noti parlino delle loro problematiche apertamente: ora, questa a mio avviso è un&#039;arma a doppio taglio. C&#039;è un rischio, che appunto non è affatto recente, e può essere esteso anche a patologie fisiche, che anziché produrre una maggiore consapevolezza all&#039;esterno, che si crei poi una narrazione alla &quot;io ce l&#039;ho fatta, quindi anche voi&quot;. No, non tutti ce la fanno, e chi non ci riesce, cade nella vergogna - come, del resto, l&#039;altro distante da malattia, vede quel &quot;chi non ci riesce&quot; come un soggetto incapace di metterci volontà o di non riuscire a sopportare e vivere dolori infernali come invece riescono altri. Tanto più che la maggior parte delle persone in difficoltà, specialmente in un paese come questo che sta andando alla deriva, si ritrova a doversi rivolgere solo a strutture che non garantiscono cure adeguate e attenzione, finendo poi, appunto, con una manciata di pillole e un &quot;saluto alla prossima tra quattro mesi&quot;- quello che non accade invece a &quot;personaggi noti&quot;. 
Ci sarebbe da dire davvero tanto, rispetto ai punti toccati. Sicuramente, io credo, che nonostante in questi anni imperi una terminologia psichiatrica negli ovunque, anche tra chi ne sa veramente poco o nemmeno vi è toccato per esperienza personale o di propri cari, i buchi di sapere rispetto a queste zone nere, non facciano che produrre altro stigma. Uno stigma che passa per paradossi e che può generare anche più vergogna e nascondiglio in chi ne fa già le spese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie del commento, Paola. Purtroppo è un fatto che ci sia un &#8220;diktat della serenità&#8221;, sorrisi e leggerezza, come scrivi, sicuramente legato ad una società volta alla performance, all&#8217;essere sempre all&#8217;altezza di qualcosa/qualcuno, un superamento che va in direzione completamente diversa da quella di nietzcheiana memoria, una tendenza alla rimozione della sofferenza &#8211; che è umana, e come tale andrebbe accolta e ci si dovrebbe fare i conti, conti che prevedono anche una responsabilità del singolo rispetto alla stessa. Un discorso che però prevederebbe un articolo a sé stante e che non è trascurabile, è anche quell&#8217;esposizione del &#8220;sempre felici&#8221;, anche quando non lo si è, imposta sempre più dai social e dai media &#8211; ma questo è altro affare.<br />
Il dramma è che, effettivamente, da un lato c&#8217;è subito la rincorsa e la domanda di mettere un tappo alla sofferenza senza attraversarla (e quindi nel modo più semplice e veloce: il farmaco), dall&#8217;altro c&#8217;è la facilità, l&#8217;estrema facilità, con cui gli addetti alla salute mentale &#8211; parola che in realtà mi piace molto poco &#8211; sbrigativamente accolgono e a cui ricorrono. Sbrigativamente perché, e qui si lega la questione dei tagli dei fondi alla sanità pubblica, in un mondo/paese in cui c&#8217;è carenza di personale e purtroppo presenza di personale anche poco informato o che si limita ad una formazione chiusa in sé stessa, senza uno sguardo che va oltre una costruzione fatta a tavolino, ricorrere al &#8220;tappo&#8221; è molto più semplice e richiede meno impegno e volontà dello strumento per eccellenza nella cura che è la parola.<br />
In realtà anche medici di base ormai, senza alcun approfondimento, prescrivono antidepressivi e ansiolitici. Non sono affatto però per la demonizzazione del farmaco (e lo dico per esperienza diretta e indiretta), perché di scintille di umanità che tu dici &#8220;magari proprio le migliori&#8221;, se non aiutate, ma aiutate bene, e questo purtroppo è un lusso che può permettersi solo chi ha le possibilità economiche per farlo (tranne i casi in cui, inevitabilmente, la macchina psichiatrica pubblica dev&#8217;essere attraversata comunque a prescindere dalle possibilità economiche), rischiano la vita o mettono a rischio quella dell&#8217;altro, o rischiano sofferenze indicibili, insopportabili.<br />
Per riprendere quello che diceva in una conferenza un noto psicoanalista: &#8220;non facciamo un canto della schizofrenia: la schizofrenia è un inferno.&#8221; (con un accenno a Deleuze e Guattari). E di questo va tenuto conto.  Come non metterei nella stessa parentesi perdita di lavoro, scivolamento nell&#8217;indigenza, lutto, separazione, abusi ed altro: ritengo piuttosto che, per ritornare al soggettivo, non è solo la causa quella che demarca un grado di sofferenza maggiore/minore, piuttosto gli effetti che questi fatti oggettivi producono nella persona, e che però talvolta sono causa, e qui si torna la causa, dello sviluppo di patologie importanti.<br />
Poi, purtroppo, il farmaco &#8220;schiaccia&#8221;, è inutile, non si può dire l&#8217;opposto, soprattutto per quelli più importanti, e questo è un grosso problema per la mortificazione della persona di cui scrivi, della sua traiettoria esistenziale, mentale, intellettuale, fisica anche.<br />
Leggevo in questi giorni, ma non è una novità, in realtà, dell&#8217;importanza che ha il fatto che personaggi noti parlino delle loro problematiche apertamente: ora, questa a mio avviso è un&#8217;arma a doppio taglio. C&#8217;è un rischio, che appunto non è affatto recente, e può essere esteso anche a patologie fisiche, che anziché produrre una maggiore consapevolezza all&#8217;esterno, che si crei poi una narrazione alla &#8220;io ce l&#8217;ho fatta, quindi anche voi&#8221;. No, non tutti ce la fanno, e chi non ci riesce, cade nella vergogna &#8211; come, del resto, l&#8217;altro distante da malattia, vede quel &#8220;chi non ci riesce&#8221; come un soggetto incapace di metterci volontà o di non riuscire a sopportare e vivere dolori infernali come invece riescono altri. Tanto più che la maggior parte delle persone in difficoltà, specialmente in un paese come questo che sta andando alla deriva, si ritrova a doversi rivolgere solo a strutture che non garantiscono cure adeguate e attenzione, finendo poi, appunto, con una manciata di pillole e un &#8220;saluto alla prossima tra quattro mesi&#8221;- quello che non accade invece a &#8220;personaggi noti&#8221;.<br />
Ci sarebbe da dire davvero tanto, rispetto ai punti toccati. Sicuramente, io credo, che nonostante in questi anni imperi una terminologia psichiatrica negli ovunque, anche tra chi ne sa veramente poco o nemmeno vi è toccato per esperienza personale o di propri cari, i buchi di sapere rispetto a queste zone nere, non facciano che produrre altro stigma. Uno stigma che passa per paradossi e che può generare anche più vergogna e nascondiglio in chi ne fa già le spese.</p>
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		Di: Paola Ivaldi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/10/giornata-mondiale-della-salute-mentale-180-passi-indietro/#comment-338367</link>

		<dc:creator><![CDATA[Paola Ivaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 14:51:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Intervento molto bello e appassionato, che condivido pienamente.
Stamane, leggendo alcune percentuali riferite alla sofferenza mentale, mi veniva da pensare non solo alle realtà istituzionalmente perimetrate, ma anche a quella sfumatissima zona grigia di milioni e milioni e milioni di persone che, nel corso della vita, si trovano alle prese con una più che legittima sacrosanta profonda sofferenza o per un fatto oggettivo (ad es. perdita di lavoro, scivolamento nell&#039;indigenza, lutto, separazione, abusi ecc.) o perché rientrano nella variegata casistica di disadattamento (più che comprensibile, visto i tempi che corrono), e che scivolano, spesso inconsapevolmente, nella fin troppo facile trappola farmacologico-psichiatrica (lubrificata a dismisura sia dall&#039;esuberanza diagnostica di certa classe medica sia dai diktat correnti che pretendono sorrisi &#038; leggerezza), diventandone schiavi, sognando di guarire (da cosa? da chi?), agognando sol più che il proprio cervello-macchina venga aggiustato come in un&#039;officina da solerti amorevoli manine.
Dunque, in quella zona grigia - invisibile, indicibile, inaudita - si consuma la sistematica mortificazione della persona, della sua traiettoria esistenziale, della sua unicità, lì si spengono le straordinarie scintille di umanità, magari proprio le migliori.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervento molto bello e appassionato, che condivido pienamente.<br />
Stamane, leggendo alcune percentuali riferite alla sofferenza mentale, mi veniva da pensare non solo alle realtà istituzionalmente perimetrate, ma anche a quella sfumatissima zona grigia di milioni e milioni e milioni di persone che, nel corso della vita, si trovano alle prese con una più che legittima sacrosanta profonda sofferenza o per un fatto oggettivo (ad es. perdita di lavoro, scivolamento nell&#8217;indigenza, lutto, separazione, abusi ecc.) o perché rientrano nella variegata casistica di disadattamento (più che comprensibile, visto i tempi che corrono), e che scivolano, spesso inconsapevolmente, nella fin troppo facile trappola farmacologico-psichiatrica (lubrificata a dismisura sia dall&#8217;esuberanza diagnostica di certa classe medica sia dai diktat correnti che pretendono sorrisi &amp; leggerezza), diventandone schiavi, sognando di guarire (da cosa? da chi?), agognando sol più che il proprio cervello-macchina venga aggiustato come in un&#8217;officina da solerti amorevoli manine.<br />
Dunque, in quella zona grigia &#8211; invisibile, indicibile, inaudita &#8211; si consuma la sistematica mortificazione della persona, della sua traiettoria esistenziale, della sua unicità, lì si spengono le straordinarie scintille di umanità, magari proprio le migliori.</p>
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