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	Commenti a: La trappola e il diniego. Riflessioni a margine della guerra	</title>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Dec 2023 08:31:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Giuseppe,

Questo dialogo pubblico è nato a partire da criteri condivisi, e si chiuderà allo stesso modo. Si chiuderà perché penso che abbiamo toccato, almeno in forma scritta e pubblica, i limiti di quanto potevamo dirci. Questo non significa che il nostro dialogo è interrotto, ma che continuerà in altre forme, in forma sicuramente privata, ma non proseguirà qui e ora. Questo è quanto tu dici nel tuo lungo commento, ed è quanto io accetto e comprendo. Tu ti chiedi sei hai mancato di saggezza. Me lo chiedo anch’io di rimando, e mi sembra di aver peccato per certi versi di superbia, non solo per aver trasformato un mio articolo, nato in forma autonoma e isolata, in un difficile dialogo pubblico, ma anche per quello che questo dialogo mi ha invitato a scrivere. Vorrei però difendere – prima di tornare al silenzio, prima di lasciarci e di lasciare anche i nostri interlocutori –, almeno un aspetto insito in questo difetto. Quali titoli ho io per intervenire su questa guerra? Per scrivere addirittura qualcosa sulla storia di questa guerra, proponendo chiavi di lettura, riflessioni, analisi? L’argomento – come tu stesso ricordi – è troppo complesso, da un lato, e in più, tocca nervi scoperti degli uni e degli altri in continuazione. Dunque? Che fare? Lasciare la parola solo agli esperti? Ma quali esperti? Quelli che scrivono sui giornali e in tv? E su quali giornali e in tv? E poi cosa vuol dire, tacciamo? Vuol dire che assumiamo tutti una posizione agnostica? Che alla fine rinunciamo radicalmente a ogni pronunciamento? E intendo posizione agnostica non tanto nei confronti di una richiesta di cessate il fuoco, ma di valutazione delle rispettive responsabilità degli attori in gioco. Potrebbe essere la mia, ma nel caso specifico non lo è. Ma anche se lo fosse, vorrebbe dire che, per chi si astiene dallo schierarsi, non ha senso spiegare il perché lo fa? Dare le sue ragioni? Darle in prima persona? Nei miei due interventi, e soprattutto nell’ultimo, ho voluto dare le mie ragioni, argomentare perché io sia filopalestinese. E questo significa: al di là degli errori politici commessi in passato dai palestinesi, prima del 7 ottobre le chiavi della pace erano soprattutto nelle mani di Israele. Da qui il rifiuto di sostenere e difendere la sua politica. Rifiuto che si rinnova ora, per la sproporzione della risposta militare israeliana, che aggiunge atrocità ad atrocità, crimini a crimini, senza risolvere nulla.
 
Qualcuno a questo punto potrà dire, ma chi se ne frega di star qui a dare le tue ragioni. Bisogna fermare il bombardamento di Gaza, bisogna fermare gli ammazzamenti. Insomma, può sorgere l’idea che, tautologicamente, ci sono cause giuste, che non hanno bisogno di essere giustificate, perché sono giuste. Solo che io sono uno scrittore, e non mi fido tanto di quello che penso e capisco, per questo ho bisogno di articolarlo, di farlo passare al vaglio della scrittura. La scrittura è per me una forma di conoscenza, e di conoscenza responsabile. Perché quello che uno scrive pubblicamente, lo deve poi difendere. E se si accorge di aver sbagliato, deve anche riconoscerlo pubblicamente. Altri potrebbero dire che la superbia o, anzi, la leggerezza ingiustificabile, sta nella pretesa di parlare di queste cose, di questa guerra, io che non sono né israeliano né palestinese, né ebreo né arabo, e che me ne sto seduto a vedere i massacri alla televisione. Su questa obiezione avrei molto da dire, ma in ogni caso la respingo temerariamente. La respingo perché, proprio in quanto scrittore, nego che solo alcuni possano parlare di alcune cose, nego che si possa parlare solo alla prima persona, per esperienza diretta, di certe situazioni. Se accettiamo che esistono solo due punti di vista, quello palestinese, da un lato, e quello israeliano, dall’altro, e che sono poi inconciliabili, allora davvero non ha nessun senso appellarsi a una qualche giustizia internazionale, a una qualche istanza esterna ai due attori del conflitto. Insomma, predicare questa sorta di tesi linguistica (parli di una cosa solo chi ne può parlare alla prima persona) significa non solo riconoscere la parzialità e la relatività di ogni diritto internazionale, ma l’esistenza stessa di una qualsiasi istanza terza rispetto a un conflitto, che si risolverà esclusivamente in virtù di chi vince picchiando più forte. Non sei tu partigiano di questa tesi, dunque non è indirizzata a te questa osservazione.

Ma torniamo al nostro dialogo. È stato un tentativo di comprensione reciproca, per aprire il campo dei fatti e delle interpretazioni secondo una visuale più ampia. Per me non è stato inutile ripeto, sono più consapevole di certi rischi di semplificazione e più attento alle ragioni degli israeliani e degli ebrei della Diaspora, pur nella mia posizione di critica delle politiche israeliane. Questo non vuol dire che la posizione che ho espresso nel mio ultimo intervento sia accettabile per te e, anche se non la riprendi punto per punto, il tuo ultimo commento permette di cogliere il senso globale della tua critica. E poi, per quanto mi riguarda – ma su questo credo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda – sono più amico dei miei amici che della mia verità, anche perché diffido di essa, ne vedo sempre fin troppo bene la sua fragilità umana, personale, ecc. Quindi ognuno ha detto qui una parte di quello che poteva e doveva dire. Chiudiamo per ora il discorso. E quindi anche i commenti. Chi volesse discutere con me del mio pezzo, può scrivermi a questo indirizzo: andrea.inglese@yahoo.it.
Un’ultima cosa vorrei dirla, ripensando alla frase di Roberta, di cui ho capito il senso. Solo che, in Francia, già quella frase funzionerebbe in un contesto ben diverso. L’antisemitismo francese non è solo un retaggio del passato e nemmeno si limita a lettere minatorie o scritte sui muri, che già allarmano e danno il voltastomaco. Qui, in Francia, a Parigi in particolare, l’antisemitismo ha ucciso, e a partire dal 2015, per dare una prima data. Ebrei francesi (e anche non ebrei) sono stati uccisi o feriti gravemente da terroristi armati, in quanto ebrei o frequentatori di locali i cui proprietari erano ebrei. In Francia, su questo i nervi sono davvero scoperti, e lo sono per altro non solo per gli ebrei, ma per gli stessi arabi, che scontano comunque forme di sospetto, discriminazione e stigmatizzazione generiche. E, insomma, sono importanti i dialoghi, per fallibili che si dimostrino, ma anche i contesti dentro cui avvengono.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giuseppe,</p>
<p>Questo dialogo pubblico è nato a partire da criteri condivisi, e si chiuderà allo stesso modo. Si chiuderà perché penso che abbiamo toccato, almeno in forma scritta e pubblica, i limiti di quanto potevamo dirci. Questo non significa che il nostro dialogo è interrotto, ma che continuerà in altre forme, in forma sicuramente privata, ma non proseguirà qui e ora. Questo è quanto tu dici nel tuo lungo commento, ed è quanto io accetto e comprendo. Tu ti chiedi sei hai mancato di saggezza. Me lo chiedo anch’io di rimando, e mi sembra di aver peccato per certi versi di superbia, non solo per aver trasformato un mio articolo, nato in forma autonoma e isolata, in un difficile dialogo pubblico, ma anche per quello che questo dialogo mi ha invitato a scrivere. Vorrei però difendere – prima di tornare al silenzio, prima di lasciarci e di lasciare anche i nostri interlocutori –, almeno un aspetto insito in questo difetto. Quali titoli ho io per intervenire su questa guerra? Per scrivere addirittura qualcosa sulla storia di questa guerra, proponendo chiavi di lettura, riflessioni, analisi? L’argomento – come tu stesso ricordi – è troppo complesso, da un lato, e in più, tocca nervi scoperti degli uni e degli altri in continuazione. Dunque? Che fare? Lasciare la parola solo agli esperti? Ma quali esperti? Quelli che scrivono sui giornali e in tv? E su quali giornali e in tv? E poi cosa vuol dire, tacciamo? Vuol dire che assumiamo tutti una posizione agnostica? Che alla fine rinunciamo radicalmente a ogni pronunciamento? E intendo posizione agnostica non tanto nei confronti di una richiesta di cessate il fuoco, ma di valutazione delle rispettive responsabilità degli attori in gioco. Potrebbe essere la mia, ma nel caso specifico non lo è. Ma anche se lo fosse, vorrebbe dire che, per chi si astiene dallo schierarsi, non ha senso spiegare il perché lo fa? Dare le sue ragioni? Darle in prima persona? Nei miei due interventi, e soprattutto nell’ultimo, ho voluto dare le mie ragioni, argomentare perché io sia filopalestinese. E questo significa: al di là degli errori politici commessi in passato dai palestinesi, prima del 7 ottobre le chiavi della pace erano soprattutto nelle mani di Israele. Da qui il rifiuto di sostenere e difendere la sua politica. Rifiuto che si rinnova ora, per la sproporzione della risposta militare israeliana, che aggiunge atrocità ad atrocità, crimini a crimini, senza risolvere nulla.</p>
<p>Qualcuno a questo punto potrà dire, ma chi se ne frega di star qui a dare le tue ragioni. Bisogna fermare il bombardamento di Gaza, bisogna fermare gli ammazzamenti. Insomma, può sorgere l’idea che, tautologicamente, ci sono cause giuste, che non hanno bisogno di essere giustificate, perché sono giuste. Solo che io sono uno scrittore, e non mi fido tanto di quello che penso e capisco, per questo ho bisogno di articolarlo, di farlo passare al vaglio della scrittura. La scrittura è per me una forma di conoscenza, e di conoscenza responsabile. Perché quello che uno scrive pubblicamente, lo deve poi difendere. E se si accorge di aver sbagliato, deve anche riconoscerlo pubblicamente. Altri potrebbero dire che la superbia o, anzi, la leggerezza ingiustificabile, sta nella pretesa di parlare di queste cose, di questa guerra, io che non sono né israeliano né palestinese, né ebreo né arabo, e che me ne sto seduto a vedere i massacri alla televisione. Su questa obiezione avrei molto da dire, ma in ogni caso la respingo temerariamente. La respingo perché, proprio in quanto scrittore, nego che solo alcuni possano parlare di alcune cose, nego che si possa parlare solo alla prima persona, per esperienza diretta, di certe situazioni. Se accettiamo che esistono solo due punti di vista, quello palestinese, da un lato, e quello israeliano, dall’altro, e che sono poi inconciliabili, allora davvero non ha nessun senso appellarsi a una qualche giustizia internazionale, a una qualche istanza esterna ai due attori del conflitto. Insomma, predicare questa sorta di tesi linguistica (parli di una cosa solo chi ne può parlare alla prima persona) significa non solo riconoscere la parzialità e la relatività di ogni diritto internazionale, ma l’esistenza stessa di una qualsiasi istanza terza rispetto a un conflitto, che si risolverà esclusivamente in virtù di chi vince picchiando più forte. Non sei tu partigiano di questa tesi, dunque non è indirizzata a te questa osservazione.</p>
<p>Ma torniamo al nostro dialogo. È stato un tentativo di comprensione reciproca, per aprire il campo dei fatti e delle interpretazioni secondo una visuale più ampia. Per me non è stato inutile ripeto, sono più consapevole di certi rischi di semplificazione e più attento alle ragioni degli israeliani e degli ebrei della Diaspora, pur nella mia posizione di critica delle politiche israeliane. Questo non vuol dire che la posizione che ho espresso nel mio ultimo intervento sia accettabile per te e, anche se non la riprendi punto per punto, il tuo ultimo commento permette di cogliere il senso globale della tua critica. E poi, per quanto mi riguarda – ma su questo credo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda – sono più amico dei miei amici che della mia verità, anche perché diffido di essa, ne vedo sempre fin troppo bene la sua fragilità umana, personale, ecc. Quindi ognuno ha detto qui una parte di quello che poteva e doveva dire. Chiudiamo per ora il discorso. E quindi anche i commenti. Chi volesse discutere con me del mio pezzo, può scrivermi a questo indirizzo: <a href="mailto:andrea.inglese@yahoo.it">andrea.inglese@yahoo.it</a>.<br />
Un’ultima cosa vorrei dirla, ripensando alla frase di Roberta, di cui ho capito il senso. Solo che, in Francia, già quella frase funzionerebbe in un contesto ben diverso. L’antisemitismo francese non è solo un retaggio del passato e nemmeno si limita a lettere minatorie o scritte sui muri, che già allarmano e danno il voltastomaco. Qui, in Francia, a Parigi in particolare, l’antisemitismo ha ucciso, e a partire dal 2015, per dare una prima data. Ebrei francesi (e anche non ebrei) sono stati uccisi o feriti gravemente da terroristi armati, in quanto ebrei o frequentatori di locali i cui proprietari erano ebrei. In Francia, su questo i nervi sono davvero scoperti, e lo sono per altro non solo per gli ebrei, ma per gli stessi arabi, che scontano comunque forme di sospetto, discriminazione e stigmatizzazione generiche. E, insomma, sono importanti i dialoghi, per fallibili che si dimostrino, ma anche i contesti dentro cui avvengono.</p>
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		Di: andrea inglese		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 15:21:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Lorenzo Galbiati: &quot;E qui arrivo al secondo punto. Ciò che ho scritto mi sembra molto chiaro: qualunque azione contro gli ebrei della diaspora che trovi la sua origine nei crimini che commette Israele non è “vero” antisemitismo poiché il vero antisemitismo è un odio e discriminazione verso gli ebrei in quanto ebrei. Insomma, le conseguenze sugli ebrei derivanti da qual che fa Israele non sono vero odio razziale. Mi sembra semplice la questione.&quot;

Ok, e con questa frase chiudo i commenti. I commenti avevo deciso di chiuderli per altri motivi, che argomentero&#039; in seguito, ma questa frase di Galbiati me li fa chiudere subito. E&#039; un commento che ritengo inaccettabile, almeno sotto il mio post, e sotto il tipo di dialogo che, nei miei limiti, ho cercato di sostenere.

Galbiati non vuole proabilmente riconoscere che gli attacchi terroristici perpetrati in Francia dal 2015, in modo particolare, e che hanno colpito cittadini ebrei francesi (e anche non ebrei), sono ammazzamenti apertamente antisemiti. Perché mai dovremmo discutere dei bombardamenti di Gaza, se uccidere dei civili legati a un certo governo è un&#039;azione politca e militare legittima?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lorenzo Galbiati: &#8220;E qui arrivo al secondo punto. Ciò che ho scritto mi sembra molto chiaro: qualunque azione contro gli ebrei della diaspora che trovi la sua origine nei crimini che commette Israele non è “vero” antisemitismo poiché il vero antisemitismo è un odio e discriminazione verso gli ebrei in quanto ebrei. Insomma, le conseguenze sugli ebrei derivanti da qual che fa Israele non sono vero odio razziale. Mi sembra semplice la questione.&#8221;</p>
<p>Ok, e con questa frase chiudo i commenti. I commenti avevo deciso di chiuderli per altri motivi, che argomentero&#8217; in seguito, ma questa frase di Galbiati me li fa chiudere subito. E&#8217; un commento che ritengo inaccettabile, almeno sotto il mio post, e sotto il tipo di dialogo che, nei miei limiti, ho cercato di sostenere.</p>
<p>Galbiati non vuole proabilmente riconoscere che gli attacchi terroristici perpetrati in Francia dal 2015, in modo particolare, e che hanno colpito cittadini ebrei francesi (e anche non ebrei), sono ammazzamenti apertamente antisemiti. Perché mai dovremmo discutere dei bombardamenti di Gaza, se uccidere dei civili legati a un certo governo è un&#8217;azione politca e militare legittima?</p>
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		<title>
		Di: Lorenzo Galbiati		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 15:10:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ad Andrea:

Se i sionisti di sinistra fossero realmente contrari alle colonie, come molti di loro in effetti affermano, dovremmo chiederci come mai anche i governi israeliani guidati da esponenti di sinistra non abbiano minimamente fermato la costruzione delle colonie. Il che richiederebbe di addentrarci nelle logiche politiche 
israeliane. Forse  è contraria una parte della base ma gli esponenti politici non hanno il coraggio di prendersi l&#039;impegno in tal senso sapendo lo scontro che aprirebbe nella società civile israeliana?

Questo mi porta al secondo punto:

La difficoltà di una narrazione condivisa, che necessariamente deve prendere in considerazione entrambi i punti di vista. Per esempio, è chiaro che impostare il discorso soltanto sul Chi ha iniziato, non porta da nessuna parte, perché ormai, come in una faida, ogni azione è reazione a quel che ha fatto prima la parte avversa. La storia insomma, diventa circolare.

Basarsi sul diritto internazionale e sulle leggi della politica universali dovrebbe essere la bussola.
Io per esempio, ho smesso da molto tempo di considerarmi filopalestinese. In effetti, non ho niente da spartire con i palestinesi, non li tengo in particolare considerazione, semplicemente li considero un popolo oppresso, persone vittime di grave ingiustizia.

Apro una parentesi.
(Essere vittima, di per sé, non deve essere considerato un merito, come spesso succede nelle più svariate situazioni, come se le vittime avessero sempre qualcosa da insegnarci).

E in base a cosa li considero oppressi?
In base al diritto internazionale. In base al fatto che (citando Sergio Romano, uno dei più lucidi osservatori che io conosca) una legge politica universale dice che se dopo 50 anni non si è ancora trovata una soluzione tra stato occupante e popolo oppresso occupato, per quanti sbagli possa aver fatto il popolo oppresso, la responsabilità maggiore va addebitata allo stato occupante, proprio in quanto occupante ossia detentore del potere di far cambiare la situazione. E&#039; così banale che vien male a pensare che la maggior parte delle persone si barcamena a parlare di torti e ragioni dell&#039;una e dell&#039;altra parte, di situazione complessa ecc.

Insomma, il fatto che le colonie oggi come oggi, impediscano la fattibilità di uno stato palestinese è responsabilità di Israele. Questo dovrebbe essere a mio parere il punto di partenza di ogni discussione. E se, com&#039;è vero mappa in mano, che la situazione sul campo rende ormai impraticabile la formazione di uno stato palestinese

(per non parlare del fatto che Israele continua ad espandere le colonie, sempre, l&#039;ha fatto anche durante la farsa del cosiddetto processo di pace, tanto che pure Abu Mazen si è defilato: che vi parlo a fare se mentre discutiamo di togliere le colonie voi date ordine di aumentarle?)

si può sapere perché tutti i politici europei, americani e anche quelli dell&#039;Onu, oggi più come mai, a genocidio in corso, continuano a dire: poi però dobbiamo dare ai palestinesi uno stato?

Con questa totale falsa coscienza (ipocrisia?), che progressi potrà mai fare una qualsiasi discussione su questo tema?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ad Andrea:</p>
<p>Se i sionisti di sinistra fossero realmente contrari alle colonie, come molti di loro in effetti affermano, dovremmo chiederci come mai anche i governi israeliani guidati da esponenti di sinistra non abbiano minimamente fermato la costruzione delle colonie. Il che richiederebbe di addentrarci nelle logiche politiche<br />
israeliane. Forse  è contraria una parte della base ma gli esponenti politici non hanno il coraggio di prendersi l&#8217;impegno in tal senso sapendo lo scontro che aprirebbe nella società civile israeliana?</p>
<p>Questo mi porta al secondo punto:</p>
<p>La difficoltà di una narrazione condivisa, che necessariamente deve prendere in considerazione entrambi i punti di vista. Per esempio, è chiaro che impostare il discorso soltanto sul Chi ha iniziato, non porta da nessuna parte, perché ormai, come in una faida, ogni azione è reazione a quel che ha fatto prima la parte avversa. La storia insomma, diventa circolare.</p>
<p>Basarsi sul diritto internazionale e sulle leggi della politica universali dovrebbe essere la bussola.<br />
Io per esempio, ho smesso da molto tempo di considerarmi filopalestinese. In effetti, non ho niente da spartire con i palestinesi, non li tengo in particolare considerazione, semplicemente li considero un popolo oppresso, persone vittime di grave ingiustizia.</p>
<p>Apro una parentesi.<br />
(Essere vittima, di per sé, non deve essere considerato un merito, come spesso succede nelle più svariate situazioni, come se le vittime avessero sempre qualcosa da insegnarci).</p>
<p>E in base a cosa li considero oppressi?<br />
In base al diritto internazionale. In base al fatto che (citando Sergio Romano, uno dei più lucidi osservatori che io conosca) una legge politica universale dice che se dopo 50 anni non si è ancora trovata una soluzione tra stato occupante e popolo oppresso occupato, per quanti sbagli possa aver fatto il popolo oppresso, la responsabilità maggiore va addebitata allo stato occupante, proprio in quanto occupante ossia detentore del potere di far cambiare la situazione. E&#8217; così banale che vien male a pensare che la maggior parte delle persone si barcamena a parlare di torti e ragioni dell&#8217;una e dell&#8217;altra parte, di situazione complessa ecc.</p>
<p>Insomma, il fatto che le colonie oggi come oggi, impediscano la fattibilità di uno stato palestinese è responsabilità di Israele. Questo dovrebbe essere a mio parere il punto di partenza di ogni discussione. E se, com&#8217;è vero mappa in mano, che la situazione sul campo rende ormai impraticabile la formazione di uno stato palestinese</p>
<p>(per non parlare del fatto che Israele continua ad espandere le colonie, sempre, l&#8217;ha fatto anche durante la farsa del cosiddetto processo di pace, tanto che pure Abu Mazen si è defilato: che vi parlo a fare se mentre discutiamo di togliere le colonie voi date ordine di aumentarle?)</p>
<p>si può sapere perché tutti i politici europei, americani e anche quelli dell&#8217;Onu, oggi più come mai, a genocidio in corso, continuano a dire: poi però dobbiamo dare ai palestinesi uno stato?</p>
<p>Con questa totale falsa coscienza (ipocrisia?), che progressi potrà mai fare una qualsiasi discussione su questo tema?</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Lorenzo Galbiati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/#comment-340762</link>

		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 14:36:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A Giuseppe:

Non credo di aver compreso a fondo il tuo discorso né di aver capito bene il tuo punto di vista sul tema in oggetto dopo aver letto il tuo ultimo commento.

Ho colto un riferimento a me sul tema della complessità della storia di Israele, e sul fatto che si dicano mezze verità.
E poi un altro riferimento a me sul tema dell&#039;antisemitismo.

Posso dirti questo.

Ogni storia è complessa, se la si vuol comprendere in profondità. Quella di Israele dal 1947 a oggi può anche esserlo in modo superiore alla media. Ma una storia complessa non implica automaticamente una difficoltà nel comprenderla e nel giudicarla. Una storia complessa può anche dar adito a un giudizio netto.
Non vorrei, detto brutalmente, che la presunta complessità della storia sia un modo per giustificare i crimini di Israele, per costellare ogni discorso con un &quot;Sì, ma c&#039;è anche questo, la tua è una mezza verità ecc.&quot;. Non vorrei che discutere diventi una scusa per complicare e cavillare su ciò che, nella sua complessità, può essere perfettamente comprensibile.

Personalmente, ritengo che il principale problema nel porsi verso la questione israelo-palestinese non sia la complessità dell&#039;argomento, della storia, quanto piuttosto l&#039;alto tasso di disinformazione, manipolazione e anche negazionismo dei fatti. 

E questo perché sotto la lente ci sono gli ebrei (io cerco di essere molto diretto, proprio per farmi comprendere facilmente), per quanto ci si riferisca soprattutto agli ebrei israeliani. Quando si parla degli ebrei, non lo si può fare con la scioltezza con cui lo si fa per qualsiasi altro popolo o gruppo di persone. Si debbono avere mille accortezze in più, pena molto spesso l&#039;accusa di antisemitismo, che io ritengo l&#039;accusa di razzismo in assoluto più abusata che ci sia.

E qui arrivo al secondo punto. Ciò che ho scritto mi sembra molto chiaro: qualunque azione contro gli ebrei della diaspora che trovi la sua origine nei crimini che commette Israele non è &quot;vero&quot; antisemitismo poiché il vero antisemitismo è un odio e discriminazione verso gli ebrei in quanto ebrei. Insomma, le conseguenze sugli ebrei derivanti da qual che fa Israele non sono vero odio razziale. Mi sembra semplice la questione. Poi, più si identifica l&#039;ebraismo con il sionismo (come sta avvenendo per opera soprattutto di Israele, degli ebrei sionisti in generale e di chi è filosionista) più sarà difficile distinguere l&#039;avversione verso Israele dall&#039;odio razziale verso gli ebrei in quanto ebrei. Ciò che dovrebbe fare qualsiasi persona laica e progressista, a mio parere, è tenere ben ferma la distinzione tra Israele (sionismo) ed ebraismo - come già invocava Fortini nella sua profetica lettera agli ebrei. Resta il fatto che se le comunità ebraiche della diaspora si appiattiscono totalmente sul sionismo e non riescono a muovere critiche nette verso Israele, anzi, ne approvano apertamente ogni iniziativa di guerra, come mi pare succeda in Italia, il problema c&#039;è.  

Un&#039;ultima cosa. Tu vivi in Francia.
Dove sono vietate le manifestazioni pro-Palestina per legge, da quando sono iniziati i bombardamenti su Gaza.
Nonostante fin da subito ce ne siano state due, a Bordeaux e a Parigi, molto partecipate. Una mia amica mi ha mandato le foto. E mi ha spiegato i rischi legali per gli organizzatori.
Da noi in Italia come sempre si è dato ampio spazio per gli atti di antisemitismo accaduti in Francia. Ma ben pochi sanno che in Francia le manifestazioni in favore della Palestina sono vietate. Cosa che secondo me è una gravissima discriminazione dei diritti civili.
Eppure si parla dell&#039;antisemitismo.
Dico una cosa giusta o sbagliata affermando che nessun paese europeo si sognerebbe mai di vietare le manifestazioni a favore di Israele?
E se dico una cosa giusta: perché allora nessuno si è scandalizzato del fatto che in Francia si vietino le manifestazioni pro-Palestina: come te lo spieghi? E tutto questo mentre a Gaza è in atto un genocidio, stando a quel che dicono tutti gli esperi Onu per i diritti umani (importante a questo proposito la lettera di dimissioni di Craig Mokhiber, alto commissario Onu di New York, che ha parlato di un caso di genocidio da libro di testo). Quindi, il problema più grande è l&#039;antisemitismo o l&#039;islamofobia?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Giuseppe:</p>
<p>Non credo di aver compreso a fondo il tuo discorso né di aver capito bene il tuo punto di vista sul tema in oggetto dopo aver letto il tuo ultimo commento.</p>
<p>Ho colto un riferimento a me sul tema della complessità della storia di Israele, e sul fatto che si dicano mezze verità.<br />
E poi un altro riferimento a me sul tema dell&#8217;antisemitismo.</p>
<p>Posso dirti questo.</p>
<p>Ogni storia è complessa, se la si vuol comprendere in profondità. Quella di Israele dal 1947 a oggi può anche esserlo in modo superiore alla media. Ma una storia complessa non implica automaticamente una difficoltà nel comprenderla e nel giudicarla. Una storia complessa può anche dar adito a un giudizio netto.<br />
Non vorrei, detto brutalmente, che la presunta complessità della storia sia un modo per giustificare i crimini di Israele, per costellare ogni discorso con un &#8220;Sì, ma c&#8217;è anche questo, la tua è una mezza verità ecc.&#8221;. Non vorrei che discutere diventi una scusa per complicare e cavillare su ciò che, nella sua complessità, può essere perfettamente comprensibile.</p>
<p>Personalmente, ritengo che il principale problema nel porsi verso la questione israelo-palestinese non sia la complessità dell&#8217;argomento, della storia, quanto piuttosto l&#8217;alto tasso di disinformazione, manipolazione e anche negazionismo dei fatti. </p>
<p>E questo perché sotto la lente ci sono gli ebrei (io cerco di essere molto diretto, proprio per farmi comprendere facilmente), per quanto ci si riferisca soprattutto agli ebrei israeliani. Quando si parla degli ebrei, non lo si può fare con la scioltezza con cui lo si fa per qualsiasi altro popolo o gruppo di persone. Si debbono avere mille accortezze in più, pena molto spesso l&#8217;accusa di antisemitismo, che io ritengo l&#8217;accusa di razzismo in assoluto più abusata che ci sia.</p>
<p>E qui arrivo al secondo punto. Ciò che ho scritto mi sembra molto chiaro: qualunque azione contro gli ebrei della diaspora che trovi la sua origine nei crimini che commette Israele non è &#8220;vero&#8221; antisemitismo poiché il vero antisemitismo è un odio e discriminazione verso gli ebrei in quanto ebrei. Insomma, le conseguenze sugli ebrei derivanti da qual che fa Israele non sono vero odio razziale. Mi sembra semplice la questione. Poi, più si identifica l&#8217;ebraismo con il sionismo (come sta avvenendo per opera soprattutto di Israele, degli ebrei sionisti in generale e di chi è filosionista) più sarà difficile distinguere l&#8217;avversione verso Israele dall&#8217;odio razziale verso gli ebrei in quanto ebrei. Ciò che dovrebbe fare qualsiasi persona laica e progressista, a mio parere, è tenere ben ferma la distinzione tra Israele (sionismo) ed ebraismo &#8211; come già invocava Fortini nella sua profetica lettera agli ebrei. Resta il fatto che se le comunità ebraiche della diaspora si appiattiscono totalmente sul sionismo e non riescono a muovere critiche nette verso Israele, anzi, ne approvano apertamente ogni iniziativa di guerra, come mi pare succeda in Italia, il problema c&#8217;è.  </p>
<p>Un&#8217;ultima cosa. Tu vivi in Francia.<br />
Dove sono vietate le manifestazioni pro-Palestina per legge, da quando sono iniziati i bombardamenti su Gaza.<br />
Nonostante fin da subito ce ne siano state due, a Bordeaux e a Parigi, molto partecipate. Una mia amica mi ha mandato le foto. E mi ha spiegato i rischi legali per gli organizzatori.<br />
Da noi in Italia come sempre si è dato ampio spazio per gli atti di antisemitismo accaduti in Francia. Ma ben pochi sanno che in Francia le manifestazioni in favore della Palestina sono vietate. Cosa che secondo me è una gravissima discriminazione dei diritti civili.<br />
Eppure si parla dell&#8217;antisemitismo.<br />
Dico una cosa giusta o sbagliata affermando che nessun paese europeo si sognerebbe mai di vietare le manifestazioni a favore di Israele?<br />
E se dico una cosa giusta: perché allora nessuno si è scandalizzato del fatto che in Francia si vietino le manifestazioni pro-Palestina: come te lo spieghi? E tutto questo mentre a Gaza è in atto un genocidio, stando a quel che dicono tutti gli esperi Onu per i diritti umani (importante a questo proposito la lettera di dimissioni di Craig Mokhiber, alto commissario Onu di New York, che ha parlato di un caso di genocidio da libro di testo). Quindi, il problema più grande è l&#8217;antisemitismo o l&#8217;islamofobia?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Giuseppe A. Samonà		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/#comment-340751</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe A. Samonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Dec 2023 10:30:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=106028#comment-340751</guid>

					<description><![CDATA[Gentile Roberta, ovvio che questo testo non è “solo per Giuseppe Samonà”, cioè per me, anzi, mi verrebbe da dire che “per me” non lo è affatto, nel senso che con quello di cui abbiamo effettivamente parlato io e Andrea, c’entra poco o nulla... 

Andrea – che resti caro e amico, anche se  (permettimi di prenderti in prestito una parola del tuo titolo) mi hai cacciato in una bella “trappola”... – appunto: in queste tue “nuove” parole, di quel che io e te abbiamo discusso e confrontato c’è, direi, solo l’inizio, certo importante, e su cui peraltro, con piccole sfumature di differenza, ci siamo ritrovati armoniosamente d’accordo (la dannosità-“impoliticità”-criminalità di questa guerra che fa strage di civili, insieme alla necessità di fermarla,  nel contempo ponendo fine all’occupazione della Cisgiordania), ma poi mancano altre cose su cui pur ci eravamo, mi sembrava, perfettamente intesi, e che per me sono fondamentali per capire quel che da molti decenni succede in quella regione, in particolare la necessità, come punto di partenza di qualunque discussione, di considerare, rispettare, difendere le due memorie che abitano in quello stesso luogo. Tu invece ti inoltri in una direzione molto diversa, e hai ovviamente tutto il diritto di farlo, ma io non riesco a seguirti, mi ci sento veramente a disagio, ne soffro: quella di un’ambiziosa interpretazione globale del conflitto che da quasi un secolo infiamma il medio-oriente, dove, di fatto (nonostante ogni tanto evochi delle non meglio precisate responsabilità palestinesi e dei loro alleati arabi, che tuttavia sembrano stare là semplicemente per “garantire” imparzialità al discorso, senza veramente “sporcarsi”), dove di fatto dunque attribuisci alla presenza di Israele “in sé”, al sionismo  che l’ha informato, sostenuto, guidato, la colpa di aver portato violenza, guerra, uso della forza in quei luoghi: è una variazione, magari più garbata, più intelligente – perché tu sei garbato e intelligente – di una tradizione interpretativa ben conosciuta e molto popolare dentro la sinistra, almeno a partire dagli anni 70.  

Ricordi quel che ti dicevo all’inizio del nostro scambio sui rischi della “contestualizzazione a metà”? (Avevo una foto, che non riesco più a trovare, di un graffiti su un muro di Betlemme – in arabo, per altro – che dice più o meno: una mezza verità è peggio di mille menzogne... ). Ecco: nel tuo primo articolo avevo colto un’apertura verso questa “doppiezza”, questa complessità, il che mi aveva permesso – pur con molte esitazioni, come sai – di inserirmi. Qui non la vedo più: certo, ci sono qua e là molte osservazioni che apprezzo, in cui ti seguo (soprattutto all’inizio e alla fine), ma la spina dorsale del tuo ragionamento è appunto orientata in tutt’altra direzione, come se ci fosse stato un cortocircuito, o forse hanno agito dei presupposti granitici che non avevo avvertito e che ti hanno fatto scegliere – magari anche per il lodevole bisogno di immaginare una possibile soluzione – una via unilaterale, più facile, e a mio avviso fuorviante: e devo confessarti, caro Andrea, che se non fossi tirato come si dice “per la giacchetta” (e con la generosità e la passione che ti conosco, e apprezzo, quindi in tua “splendida fede”, potrei aggiungere) eviterei di rispondere anche queste poche righe, non perché non abbia cose da dire, o eviti il confronto, anzi, ma perché questo spazio, in questo modo, con questa prospettiva – e il come si sta sviluppando la discussione lo conferma – è proprio il terreno che io rifuggo, perché favorevole non al confronto ma agli equivoci, alle sterili contrapposizioni, alle polemiche, in cui invece di avanzare nella comprensione si infrangono le amicizie, s’interrompono gli scambi (e io allo spazio in cui siamo riusciti ad ascoltarci reciprocamente, a ragionare insieme, tengo) – eventualmente te ne avrei parlato in una delle nostre rituali chiacchierate “vietnamite”. Ma appunto, mi chiami in causa, ti rivolgi a me: come faccio a tacere? Ma anche: come faccio a parlare? 

Avevo scritto una lunga lettera, limitandomi a indicarti a contrappunto delle tue osservazioni alcuni fatti: su chi, come e quando ha introdotto l’uso della forza e della guerra in Medioriente; su come quando e da chi, in quali circostanze, sono state ignorate le risoluzioni delle Nazioni Unite; su come e quando Gaza è stata annessa dall’Egitto, e la Cisgiordania dalla Giordania, e su come in questi paesi vivevano – e vivono ancora, quelli che ci vivono – i palestinesi; sulla storia del sionismo, con le sue gravi ombre – come in tutti, t.u.t.t.i, i nazionalismi –  ma anche le sue luci, che quasi tutti a sinistra ignorano, o hanno dimenticato; sulla storia dei “revisionisti”, nemici del gruppo sionista che portò alla nascita di Israele, i cui eredi governano oggi Israele; su chi erano, cosa pensavano, come agivano, come erano o non erano armati i “coloni” della prima fase del sionismo; su come è cambiato il senso, nel contesto mediorientale, del termine “colono”; su come è appunto nato Israele, chi e come l’ha popolato ai suoi inizi; sugli altri nazionalismi presenti nella regione, e sulle altre ideologie connesse o rivali che hanno attraversato e traversano il mondo arabo e palestinese, fra cui quella di Hamas, per via di Israele ma anche a prescindere, con il loro portato di violenza, di intolleranza, di esclusionismo, di razzismo, che nelle tue righe non sono neanche nominati; sul lavoro dei Nuovi storici israeliani, che per altro passano il tempo ad azzuffarsi fra di loro, tanto è intricata quella storia; sul lavoro degli storici più in generale, e in quelle terre, e su quali paesi abbiano messo a loro disposizione degli archivi, e quali li abbiano lasciati chiusi; sulla differenza fra “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”; sull’empatia selettiva della sinistra europea, che giustamente ha manifestato e manifesta in solidarietà con i palestinesi, ma di fatto ha abbandonato negli anni la sinistra israeliana, che non ha mai veramente conosciuto nei suoi diversi aspetti e contraddizioni – e andrebbe invece conosciuta, appoggiata, aiutata, incoraggiata, perché sono gli unici che possono in qualche modo uscire il mondo da questo inferno – e di più: non ha espresso nessuna solidarietà per il massacro del 7 ottobre, che ha in particolare colpito proprio quella sinistra; su come e cosa si scriva veramente su Haaretz, senza riferirsi solo agli articoli che di quel giornale giungono sino a qui; sulla profondità del trauma che il “pogrom” del 7 ottobre (nell’imperfezione di qualunque comparazione storica è, come sottolinea Luigi Manconi, il termine più adatto: “ebrei uccisi perché ebrei”) ha determinato nella società israeliana, e in particolar modo nella sua sinistra, segnatamente colpita fra omicidi, stupri e rapimenti; sul silenzio con cui una parte importante del movimento femminista, per sua stessa natura traversale, ha accolto quegli stupri, come se ci fossero donne di serie a e di serie b (è un’appendice del’empatia selettiva di cui sopra); sulla perversione del principio di innocenza e sui rischi di chiamare all’appello gli “ebrei” – quali, poi? – perché si pronuncino sulle malefatte di Israele (dello stesso ordine peraltro di quando si chiede ai musulmani di pronunciarsi ogni qual volta è stato commesso  un attentato); sul rischio e le conseguenze della distinzione fra “buoni” e “cattivi” ebrei; su molte altre cose ancora... 

Ma finalmente, questa chilometrica lettera, ho capito che non aveva senso pubblicarla qui, e forse sto sbagliando anche a farti la lista dei suoi, diciamo, “soggetti” (ho esitato anche in questo): perché tu, e soprattutto i tuoi lettori, Roberta, Lorenzo, etc., a quei fatti opporreste altri fatti, anche con ragione! – come quando in un divorzio complicato, doloroso, a un fatto ignominioso  citato dall’uno, l’altro oppone un fatto ignominioso uguale e contrario, e non se ne esce più: lo sanno bene i giudici e gli psicologi. Ora io non voglio opporre i miei fatti ai tuoi o a quelli di Roberta o di Lorenzo – appunto il fatale vizio di contrapporre i torti e le ragioni, come le memorie – vorrei leggerli insieme: perché è solo questa lettura complessa, senza scorciatoie, senza semplificazioni, che fa capire, a mio avviso, cosa sta succedendo. Qui, almeno per adesso, la direzione che ha preso la discussione lo conferma, questo confronto spassionato di fatti non è possibile; e insisto, mi ripeto, perché temo che tu non mi comprenda appieno, non è questo o quel fatto o interpretazione che tu metti in avanti che io contesto, con molte del resto sono persino d’accordo: sono le convinzioni nascoste, i punti di osservazione, l’impianto di fondo, l’atmosfera dentro cui il tuo e vostro discorso si snoda a non lasciarmi voce... Perché per l’appunto parli e vi parlate – con gradi diversi di elasticità – fra ‘filopalestinesi’: io, come ho già detto e ripetuto, sono ‘filoentrambi’, considero le ragioni e i torti di entrambi, e con Marx (William, professeur au Collège de France de Littératures comparées, non Karl!, dans Le Monde du 15 novembre) sono portato a pensare – e mi dispiace se le sue parole possono suonare dure – che “quiconque se déclare pour l’un ou pour l’autre camp n’a rien compris à ce qui se passe”. 

Era del resto il senso della mia prima lettera. Tu citi, indirettamente, Sofocle; io vorrei citarlo direttamente, anche ricordando gli insegnamenti dei miei maestri Vernant e Vidal-Naquet, per sottolineare che il conflitto tragico insegna proprio – vedi il caso di Antigone – la doppia legittimità di ragioni contrapposte. Ecco: quel che succede da quasi un secolo in Medio-Oriente è, in senso proprio, una Tragedia, che non conosce soluzioni univoche – solo la dolorosa accettazione di tutte le ragioni permetterà, un giorno ahimè temo lontano, di imboccare la strada della pace. Io ho saputo che ci sono almeno tre persone (forse di più? non lo so...) nel girone di Nazione Indiana che sono sulla mia stessa lunghezza d’onda, ma che si sono ben guardate dall’intervenire perché, più sagge di me, hanno capito che per questo soggetto-passione spazio per un vero confronto non ce n’era. Mi pento, in questo senso, di aver pubblicato la mia lettera privata a te, Andrea, ho mancato di saggezza; ma poi anche no: era impossibile che facesse discutere, è vero, e tuttavia ha raggiunto e sostenuto, dato voce a persone con una visione delle cose analoga alla mia – e poi ha permesso a noi due di conoscerci meglio, e questo anche è una cosa buona. Per questo, giovedì 14, verrò ad ascoltarti e ‘sans doute’ ad applaudirti; e anche, se vuoi, parleremo con calma di tutte le cose sopra evocate, e di altre, continuando a incontrarci al nostro piccolo ristorante vietnamita. Ma pubblicamente, rassegnamioci: su questi temi impregnati di passione un confronto in questo modo è impossibile, solo è possibile ritrovarsi con chi già è installato in una prospettiva simile alla nostra. In ogni caso, se proprio vogliamo leggerla in modo più ottimistico, ho detto tutto quel che potevo dire in questo spazio, ho raccolto quel che potevo raccogliere, prolungare i miei interventi non avrebbe molto senso, mi sembrerebbe di parlare cinese in un convegno in cui tutti parlano giapponese, e anche sento in agguato il possibile ‘dérapage’: quindi con questa risposta mi chiamo fuori, anche perché mi annoda lo stomaco continuare a discettare di questo o quell’aspetto del sionismo mentre la gente continua a morire sotto le bombe. Concentriamoci invece su quello che ci unisce: la più che ferma opposizione appunto a questa scellerata guerra, che sta distruggendo Gaza e anche, mi permetto di suggerire, quel che resta della democrazia israeliana – e per l’una e l’altra, anche ‘adesso’ è già troppo tardi, molti danni purtroppo rischiano di essere ormai irreversibili... C’è un modo per fermarla, questa guerra? 

Ma vorrei almeno aggiungere per Lorenzo (se avrà avuto la pazienza di leggermi fino a qui)  che capisco bene i suoi ragionamenti, alcuni anche li condivido (con la riserva delle “mezze verità” di cui sopra), non per cortesia, ma per via della mia storia: da giovanissimo ammiravo George Habash (pensavo che il bene fosse tutto da una parte, il male dall’altra...), e in ogni caso da sempre ho sofferto e continuo a soffrire per le miserie dei palestinesi, mi impegno per come posso per la fine di una condizione di oppressione, di occupazione che ritengo intollerabile. Solo che poi, essendo storico di formazione e di mestiere prima che scrittore, mi sono interessato alla storia moderna e contemporanea di quella regione (la sua storia antica era l’oggetto del mio dottorato). In quaranta e più anni su quella storia ho letto moltissimo – e non è mai abbastanza –, e anche di quel mondo ho letto moltissima letteratura (ultima lettura, sul comodino, gli scarni, implacabili testi di Yousef Elqedra), che per certi versi aiuta ancora più della storia a raccontare l’umanità e le sue sofferenze, le sue speranze; fra Stati Uniti e Canada dove ho vissuto a lungo, ho anche conosciuto palestinesi e israeliani espatriati o dispatriati, ho parlato con loro, ho maturato delle amicizie, che è sempre diverso dall’astratta lettura di un articolo o di un’intervista e, insieme al consolidarsi di un’avversione ragionata nei confronti di ‘tutti’ i nazionalismi e delle loro mitologie, ho capito che quella storia era molto più complessa, tragica appunto, di come l’avevo vista all’inizio.
 
A Roberta invece, che dice di non avere mai assistito nella sua vita a “discriminazioni contro gli ebrei”, ma in realtà anche a Lorenzo, che afferma che quello contro gli ebrei della diaspora “non è vero antisemitismo”, vorrei dire che purtroppo questo è una realtà quotidiana in molti paesi di un continente, l’Europa, che a dire il vero, a parte rarissime eccezioni, non ha mai veramente misurato la portata devastante della Shoah. In Francia, ad esempio, dove viviamo io e Andrea. Mi opprime l’animo dover spiegare una cosa che dovrebbe essere evidente per tutti, in primo luogo per gli intellettuali. Mi limito dunque a raccontare un “piccolo” episodio, che risale a ieri, ma è solo l’ultimo di una serie di fatti, più o meno grandi, che testimoniano di un crescente clima di odio, e per cui diverse persone care vivono nella paura. Il mio amico X, dunque, il cui unico torto è quello di aver trovato quando ero giovanissimo rifugio in Israele per fuggire da una dittatura che lo aveva già arrestato, torturato etc. (Israele è l’unico paese che aveva accettato di accoglierlo) e che oramai da moltissimi anni vive in Francia, di sinistra, da sempre impegnato per la giustizia e la pace, contro il governo di Netanyahu etc. si è visto recapitare il seguente messaggio (lo traduco tale e quale, privo com’è di punteggiatura, e mi auguro che nessuno replichi che a causa della guerra in corso è meno grave):  “Free Palestine e incula Israele banda di ebrei faremo tornare Hitler per sterminarvi viva Mohamed Merah” [n.d.r.: Mohamed Merah è il terrorista che, insieme ad altri attentati, è stato protagonista di una sparatoria contro una scuola ebraica a Toulouse, che ha fatto diversi morti, fra cui dei bambini ]. C’è bisogno di aggiungere altro?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gentile Roberta, ovvio che questo testo non è “solo per Giuseppe Samonà”, cioè per me, anzi, mi verrebbe da dire che “per me” non lo è affatto, nel senso che con quello di cui abbiamo effettivamente parlato io e Andrea, c’entra poco o nulla&#8230; </p>
<p>Andrea – che resti caro e amico, anche se  (permettimi di prenderti in prestito una parola del tuo titolo) mi hai cacciato in una bella “trappola”&#8230; – appunto: in queste tue “nuove” parole, di quel che io e te abbiamo discusso e confrontato c’è, direi, solo l’inizio, certo importante, e su cui peraltro, con piccole sfumature di differenza, ci siamo ritrovati armoniosamente d’accordo (la dannosità-“impoliticità”-criminalità di questa guerra che fa strage di civili, insieme alla necessità di fermarla,  nel contempo ponendo fine all’occupazione della Cisgiordania), ma poi mancano altre cose su cui pur ci eravamo, mi sembrava, perfettamente intesi, e che per me sono fondamentali per capire quel che da molti decenni succede in quella regione, in particolare la necessità, come punto di partenza di qualunque discussione, di considerare, rispettare, difendere le due memorie che abitano in quello stesso luogo. Tu invece ti inoltri in una direzione molto diversa, e hai ovviamente tutto il diritto di farlo, ma io non riesco a seguirti, mi ci sento veramente a disagio, ne soffro: quella di un’ambiziosa interpretazione globale del conflitto che da quasi un secolo infiamma il medio-oriente, dove, di fatto (nonostante ogni tanto evochi delle non meglio precisate responsabilità palestinesi e dei loro alleati arabi, che tuttavia sembrano stare là semplicemente per “garantire” imparzialità al discorso, senza veramente “sporcarsi”), dove di fatto dunque attribuisci alla presenza di Israele “in sé”, al sionismo  che l’ha informato, sostenuto, guidato, la colpa di aver portato violenza, guerra, uso della forza in quei luoghi: è una variazione, magari più garbata, più intelligente – perché tu sei garbato e intelligente – di una tradizione interpretativa ben conosciuta e molto popolare dentro la sinistra, almeno a partire dagli anni 70.  </p>
<p>Ricordi quel che ti dicevo all’inizio del nostro scambio sui rischi della “contestualizzazione a metà”? (Avevo una foto, che non riesco più a trovare, di un graffiti su un muro di Betlemme – in arabo, per altro – che dice più o meno: una mezza verità è peggio di mille menzogne&#8230; ). Ecco: nel tuo primo articolo avevo colto un’apertura verso questa “doppiezza”, questa complessità, il che mi aveva permesso – pur con molte esitazioni, come sai – di inserirmi. Qui non la vedo più: certo, ci sono qua e là molte osservazioni che apprezzo, in cui ti seguo (soprattutto all’inizio e alla fine), ma la spina dorsale del tuo ragionamento è appunto orientata in tutt’altra direzione, come se ci fosse stato un cortocircuito, o forse hanno agito dei presupposti granitici che non avevo avvertito e che ti hanno fatto scegliere – magari anche per il lodevole bisogno di immaginare una possibile soluzione – una via unilaterale, più facile, e a mio avviso fuorviante: e devo confessarti, caro Andrea, che se non fossi tirato come si dice “per la giacchetta” (e con la generosità e la passione che ti conosco, e apprezzo, quindi in tua “splendida fede”, potrei aggiungere) eviterei di rispondere anche queste poche righe, non perché non abbia cose da dire, o eviti il confronto, anzi, ma perché questo spazio, in questo modo, con questa prospettiva – e il come si sta sviluppando la discussione lo conferma – è proprio il terreno che io rifuggo, perché favorevole non al confronto ma agli equivoci, alle sterili contrapposizioni, alle polemiche, in cui invece di avanzare nella comprensione si infrangono le amicizie, s’interrompono gli scambi (e io allo spazio in cui siamo riusciti ad ascoltarci reciprocamente, a ragionare insieme, tengo) – eventualmente te ne avrei parlato in una delle nostre rituali chiacchierate “vietnamite”. Ma appunto, mi chiami in causa, ti rivolgi a me: come faccio a tacere? Ma anche: come faccio a parlare? </p>
<p>Avevo scritto una lunga lettera, limitandomi a indicarti a contrappunto delle tue osservazioni alcuni fatti: su chi, come e quando ha introdotto l’uso della forza e della guerra in Medioriente; su come quando e da chi, in quali circostanze, sono state ignorate le risoluzioni delle Nazioni Unite; su come e quando Gaza è stata annessa dall’Egitto, e la Cisgiordania dalla Giordania, e su come in questi paesi vivevano – e vivono ancora, quelli che ci vivono – i palestinesi; sulla storia del sionismo, con le sue gravi ombre – come in tutti, t.u.t.t.i, i nazionalismi –  ma anche le sue luci, che quasi tutti a sinistra ignorano, o hanno dimenticato; sulla storia dei “revisionisti”, nemici del gruppo sionista che portò alla nascita di Israele, i cui eredi governano oggi Israele; su chi erano, cosa pensavano, come agivano, come erano o non erano armati i “coloni” della prima fase del sionismo; su come è cambiato il senso, nel contesto mediorientale, del termine “colono”; su come è appunto nato Israele, chi e come l’ha popolato ai suoi inizi; sugli altri nazionalismi presenti nella regione, e sulle altre ideologie connesse o rivali che hanno attraversato e traversano il mondo arabo e palestinese, fra cui quella di Hamas, per via di Israele ma anche a prescindere, con il loro portato di violenza, di intolleranza, di esclusionismo, di razzismo, che nelle tue righe non sono neanche nominati; sul lavoro dei Nuovi storici israeliani, che per altro passano il tempo ad azzuffarsi fra di loro, tanto è intricata quella storia; sul lavoro degli storici più in generale, e in quelle terre, e su quali paesi abbiano messo a loro disposizione degli archivi, e quali li abbiano lasciati chiusi; sulla differenza fra “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”; sull’empatia selettiva della sinistra europea, che giustamente ha manifestato e manifesta in solidarietà con i palestinesi, ma di fatto ha abbandonato negli anni la sinistra israeliana, che non ha mai veramente conosciuto nei suoi diversi aspetti e contraddizioni – e andrebbe invece conosciuta, appoggiata, aiutata, incoraggiata, perché sono gli unici che possono in qualche modo uscire il mondo da questo inferno – e di più: non ha espresso nessuna solidarietà per il massacro del 7 ottobre, che ha in particolare colpito proprio quella sinistra; su come e cosa si scriva veramente su Haaretz, senza riferirsi solo agli articoli che di quel giornale giungono sino a qui; sulla profondità del trauma che il “pogrom” del 7 ottobre (nell’imperfezione di qualunque comparazione storica è, come sottolinea Luigi Manconi, il termine più adatto: “ebrei uccisi perché ebrei”) ha determinato nella società israeliana, e in particolar modo nella sua sinistra, segnatamente colpita fra omicidi, stupri e rapimenti; sul silenzio con cui una parte importante del movimento femminista, per sua stessa natura traversale, ha accolto quegli stupri, come se ci fossero donne di serie a e di serie b (è un’appendice del’empatia selettiva di cui sopra); sulla perversione del principio di innocenza e sui rischi di chiamare all’appello gli “ebrei” – quali, poi? – perché si pronuncino sulle malefatte di Israele (dello stesso ordine peraltro di quando si chiede ai musulmani di pronunciarsi ogni qual volta è stato commesso  un attentato); sul rischio e le conseguenze della distinzione fra “buoni” e “cattivi” ebrei; su molte altre cose ancora&#8230; </p>
<p>Ma finalmente, questa chilometrica lettera, ho capito che non aveva senso pubblicarla qui, e forse sto sbagliando anche a farti la lista dei suoi, diciamo, “soggetti” (ho esitato anche in questo): perché tu, e soprattutto i tuoi lettori, Roberta, Lorenzo, etc., a quei fatti opporreste altri fatti, anche con ragione! – come quando in un divorzio complicato, doloroso, a un fatto ignominioso  citato dall’uno, l’altro oppone un fatto ignominioso uguale e contrario, e non se ne esce più: lo sanno bene i giudici e gli psicologi. Ora io non voglio opporre i miei fatti ai tuoi o a quelli di Roberta o di Lorenzo – appunto il fatale vizio di contrapporre i torti e le ragioni, come le memorie – vorrei leggerli insieme: perché è solo questa lettura complessa, senza scorciatoie, senza semplificazioni, che fa capire, a mio avviso, cosa sta succedendo. Qui, almeno per adesso, la direzione che ha preso la discussione lo conferma, questo confronto spassionato di fatti non è possibile; e insisto, mi ripeto, perché temo che tu non mi comprenda appieno, non è questo o quel fatto o interpretazione che tu metti in avanti che io contesto, con molte del resto sono persino d’accordo: sono le convinzioni nascoste, i punti di osservazione, l’impianto di fondo, l’atmosfera dentro cui il tuo e vostro discorso si snoda a non lasciarmi voce&#8230; Perché per l’appunto parli e vi parlate – con gradi diversi di elasticità – fra ‘filopalestinesi’: io, come ho già detto e ripetuto, sono ‘filoentrambi’, considero le ragioni e i torti di entrambi, e con Marx (William, professeur au Collège de France de Littératures comparées, non Karl!, dans Le Monde du 15 novembre) sono portato a pensare – e mi dispiace se le sue parole possono suonare dure – che “quiconque se déclare pour l’un ou pour l’autre camp n’a rien compris à ce qui se passe”. </p>
<p>Era del resto il senso della mia prima lettera. Tu citi, indirettamente, Sofocle; io vorrei citarlo direttamente, anche ricordando gli insegnamenti dei miei maestri Vernant e Vidal-Naquet, per sottolineare che il conflitto tragico insegna proprio – vedi il caso di Antigone – la doppia legittimità di ragioni contrapposte. Ecco: quel che succede da quasi un secolo in Medio-Oriente è, in senso proprio, una Tragedia, che non conosce soluzioni univoche – solo la dolorosa accettazione di tutte le ragioni permetterà, un giorno ahimè temo lontano, di imboccare la strada della pace. Io ho saputo che ci sono almeno tre persone (forse di più? non lo so&#8230;) nel girone di Nazione Indiana che sono sulla mia stessa lunghezza d’onda, ma che si sono ben guardate dall’intervenire perché, più sagge di me, hanno capito che per questo soggetto-passione spazio per un vero confronto non ce n’era. Mi pento, in questo senso, di aver pubblicato la mia lettera privata a te, Andrea, ho mancato di saggezza; ma poi anche no: era impossibile che facesse discutere, è vero, e tuttavia ha raggiunto e sostenuto, dato voce a persone con una visione delle cose analoga alla mia – e poi ha permesso a noi due di conoscerci meglio, e questo anche è una cosa buona. Per questo, giovedì 14, verrò ad ascoltarti e ‘sans doute’ ad applaudirti; e anche, se vuoi, parleremo con calma di tutte le cose sopra evocate, e di altre, continuando a incontrarci al nostro piccolo ristorante vietnamita. Ma pubblicamente, rassegnamioci: su questi temi impregnati di passione un confronto in questo modo è impossibile, solo è possibile ritrovarsi con chi già è installato in una prospettiva simile alla nostra. In ogni caso, se proprio vogliamo leggerla in modo più ottimistico, ho detto tutto quel che potevo dire in questo spazio, ho raccolto quel che potevo raccogliere, prolungare i miei interventi non avrebbe molto senso, mi sembrerebbe di parlare cinese in un convegno in cui tutti parlano giapponese, e anche sento in agguato il possibile ‘dérapage’: quindi con questa risposta mi chiamo fuori, anche perché mi annoda lo stomaco continuare a discettare di questo o quell’aspetto del sionismo mentre la gente continua a morire sotto le bombe. Concentriamoci invece su quello che ci unisce: la più che ferma opposizione appunto a questa scellerata guerra, che sta distruggendo Gaza e anche, mi permetto di suggerire, quel che resta della democrazia israeliana – e per l’una e l’altra, anche ‘adesso’ è già troppo tardi, molti danni purtroppo rischiano di essere ormai irreversibili&#8230; C’è un modo per fermarla, questa guerra? </p>
<p>Ma vorrei almeno aggiungere per Lorenzo (se avrà avuto la pazienza di leggermi fino a qui)  che capisco bene i suoi ragionamenti, alcuni anche li condivido (con la riserva delle “mezze verità” di cui sopra), non per cortesia, ma per via della mia storia: da giovanissimo ammiravo George Habash (pensavo che il bene fosse tutto da una parte, il male dall’altra&#8230;), e in ogni caso da sempre ho sofferto e continuo a soffrire per le miserie dei palestinesi, mi impegno per come posso per la fine di una condizione di oppressione, di occupazione che ritengo intollerabile. Solo che poi, essendo storico di formazione e di mestiere prima che scrittore, mi sono interessato alla storia moderna e contemporanea di quella regione (la sua storia antica era l’oggetto del mio dottorato). In quaranta e più anni su quella storia ho letto moltissimo – e non è mai abbastanza –, e anche di quel mondo ho letto moltissima letteratura (ultima lettura, sul comodino, gli scarni, implacabili testi di Yousef Elqedra), che per certi versi aiuta ancora più della storia a raccontare l’umanità e le sue sofferenze, le sue speranze; fra Stati Uniti e Canada dove ho vissuto a lungo, ho anche conosciuto palestinesi e israeliani espatriati o dispatriati, ho parlato con loro, ho maturato delle amicizie, che è sempre diverso dall’astratta lettura di un articolo o di un’intervista e, insieme al consolidarsi di un’avversione ragionata nei confronti di ‘tutti’ i nazionalismi e delle loro mitologie, ho capito che quella storia era molto più complessa, tragica appunto, di come l’avevo vista all’inizio.</p>
<p>A Roberta invece, che dice di non avere mai assistito nella sua vita a “discriminazioni contro gli ebrei”, ma in realtà anche a Lorenzo, che afferma che quello contro gli ebrei della diaspora “non è vero antisemitismo”, vorrei dire che purtroppo questo è una realtà quotidiana in molti paesi di un continente, l’Europa, che a dire il vero, a parte rarissime eccezioni, non ha mai veramente misurato la portata devastante della Shoah. In Francia, ad esempio, dove viviamo io e Andrea. Mi opprime l’animo dover spiegare una cosa che dovrebbe essere evidente per tutti, in primo luogo per gli intellettuali. Mi limito dunque a raccontare un “piccolo” episodio, che risale a ieri, ma è solo l’ultimo di una serie di fatti, più o meno grandi, che testimoniano di un crescente clima di odio, e per cui diverse persone care vivono nella paura. Il mio amico X, dunque, il cui unico torto è quello di aver trovato quando ero giovanissimo rifugio in Israele per fuggire da una dittatura che lo aveva già arrestato, torturato etc. (Israele è l’unico paese che aveva accettato di accoglierlo) e che oramai da moltissimi anni vive in Francia, di sinistra, da sempre impegnato per la giustizia e la pace, contro il governo di Netanyahu etc. si è visto recapitare il seguente messaggio (lo traduco tale e quale, privo com’è di punteggiatura, e mi auguro che nessuno replichi che a causa della guerra in corso è meno grave):  “Free Palestine e incula Israele banda di ebrei faremo tornare Hitler per sterminarvi viva Mohamed Merah” [n.d.r.: Mohamed Merah è il terrorista che, insieme ad altri attentati, è stato protagonista di una sparatoria contro una scuola ebraica a Toulouse, che ha fatto diversi morti, fra cui dei bambini ]. C’è bisogno di aggiungere altro?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: roberta salardi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/#comment-340709</link>

		<dc:creator><![CDATA[roberta salardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2023 18:41:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sono contenta che oggi ci sia stata una bella marcia per la pace ad Assisi, nonostante tutto. Non ci si può rassegnare che soltanto la violenza conti. E voi di Nazione Indiana fate bene a pubblicare i testi di Yousef Elqedra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono contenta che oggi ci sia stata una bella marcia per la pace ad Assisi, nonostante tutto. Non ci si può rassegnare che soltanto la violenza conti. E voi di Nazione Indiana fate bene a pubblicare i testi di Yousef Elqedra.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: ANDREA INGLESE		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/#comment-340704</link>

		<dc:creator><![CDATA[ANDREA INGLESE]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2023 16:02:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=106028#comment-340704</guid>

					<description><![CDATA[Lorenzo,

trovo interessante l&#039;interpretazione di Halper, ma continuo ad essere convinto che non si puo&#039; concepire la storia di Israele e del sionismo al di fuori dell&#039;esigenza primaria di creare un territorio sicuro per gli ebrei, nel contesto della persecuzione e dello sterminio perpetrato dai nazisti. Questo non cancella di per sé l&#039;ingiustizia nei confronti dei palestinesi e la catastrofe seguita all&#039;espulsione di una parte della popolazione. 
Detto questo mi pare che tu non colga uno dei punti che mi è interessato affrontare nel mio intervento, ossia il punto di vista non dei dirigenti israeliani, ma della popolazione di sinistra, che si dice per la pace, che magari è apertamente contro le colonie, ma che in casi come questo si schiera a sostegno del governo. Come ho scritto, riconosco che la politica di colonizzazione è stata in realtà favorita da governi sia di sinistra che di destra.

Ho poi usato il termine tragico applicato sopratutto alla cultura nazionale israeliana nell&#039;accezione specifica che ne da Szondi in un preciso passaggio: “l’uomo soccomb[e] proprio percorrendo quella strada che ha imboccato per sottrarvisi”.
Se si accetta che uno degli obiettivi del sionismo sia la sicurezza degli israeliani, allora l&#039;uso sistematico della forza piuttosto che la fiducia nel diritto mostra in che senso Israele si sia infilata in una situzione tragica: la via della salvezza (la legge del più forte) non fa che perpetrare la minaccia nei confronti dei cittadini israeliani (finché c&#039;è colonizzazione, c&#039;è guerra).


&quot;Se si fa proprio il punto di vista palestinese, nasce una narrazione opposta:&quot;. Una notazione a lato: nel mio discorso, cerco di costruire una sola narrazione, quella che un testimone esterno, in base ai principi del diritto internazionale (e di alcuni valori morali ampiamente condivisi), puo&#039; tentare di formulare su questa vicenda. Ed è per questo che mi considero filopalestinese: in base a una possibile narrazione condivisa legata all&#039;Onu e alle sue decisioni. Ovviamente ha senso situarsi dal punto di vista dei due rispettivi attori del conflitto, ma se si è testimoni esterni bisogna poi cercare di trovare degli elementi condivisi, in base ai quali giungere a una sola narrazione la più possibile plausibile, veritiera, intelligibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lorenzo,</p>
<p>trovo interessante l&#8217;interpretazione di Halper, ma continuo ad essere convinto che non si puo&#8217; concepire la storia di Israele e del sionismo al di fuori dell&#8217;esigenza primaria di creare un territorio sicuro per gli ebrei, nel contesto della persecuzione e dello sterminio perpetrato dai nazisti. Questo non cancella di per sé l&#8217;ingiustizia nei confronti dei palestinesi e la catastrofe seguita all&#8217;espulsione di una parte della popolazione.<br />
Detto questo mi pare che tu non colga uno dei punti che mi è interessato affrontare nel mio intervento, ossia il punto di vista non dei dirigenti israeliani, ma della popolazione di sinistra, che si dice per la pace, che magari è apertamente contro le colonie, ma che in casi come questo si schiera a sostegno del governo. Come ho scritto, riconosco che la politica di colonizzazione è stata in realtà favorita da governi sia di sinistra che di destra.</p>
<p>Ho poi usato il termine tragico applicato sopratutto alla cultura nazionale israeliana nell&#8217;accezione specifica che ne da Szondi in un preciso passaggio: “l’uomo soccomb[e] proprio percorrendo quella strada che ha imboccato per sottrarvisi”.<br />
Se si accetta che uno degli obiettivi del sionismo sia la sicurezza degli israeliani, allora l&#8217;uso sistematico della forza piuttosto che la fiducia nel diritto mostra in che senso Israele si sia infilata in una situzione tragica: la via della salvezza (la legge del più forte) non fa che perpetrare la minaccia nei confronti dei cittadini israeliani (finché c&#8217;è colonizzazione, c&#8217;è guerra).</p>
<p>&#8220;Se si fa proprio il punto di vista palestinese, nasce una narrazione opposta:&#8221;. Una notazione a lato: nel mio discorso, cerco di costruire una sola narrazione, quella che un testimone esterno, in base ai principi del diritto internazionale (e di alcuni valori morali ampiamente condivisi), puo&#8217; tentare di formulare su questa vicenda. Ed è per questo che mi considero filopalestinese: in base a una possibile narrazione condivisa legata all&#8217;Onu e alle sue decisioni. Ovviamente ha senso situarsi dal punto di vista dei due rispettivi attori del conflitto, ma se si è testimoni esterni bisogna poi cercare di trovare degli elementi condivisi, in base ai quali giungere a una sola narrazione la più possibile plausibile, veritiera, intelligibile.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Lorenzo Galbiati		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/#comment-340700</link>

		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2023 12:12:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea, 
nella tua risposta scrivi:

&quot;Quest’ultimo [il tuo articolo] cerca proprio di cogliere la contraddizione che sta al centro della storia israeliana e che nasce comunque dall’esigenza primaria di “mettere in sicurezza la popolazione ebraica”.

E dopo: &quot;Quello che è accaduto il 7 ottobre è appunto la smentita di questo [che Israele si difende con il Muro ecc.] credo. E non ha senso invertire gli effetti con la causa&quot;.

Il senso del mio commento è mettere in discussione il tuo assunto di base, ossia che l&#039;esigenza primaria di Israele sia &quot;mettere in sicurezza la popolazione ebraica&quot;. E&#039; tutta da capire cosa sia la causa e cosa sia l&#039;effetto. 

Chiaro che se tu non sei disposto a porti dei dubbi su quell&#039;assunto, tutto quel che scrivo ha poco senso.

Altra cosa è avere opinioni diverse sul ruolo che gioca l&#039;aspetto religioso nel determinare il colonialismo israeliano. 

Io credo che tutto il sionismo, che nasce in apparenza laico, abbia introiettato elementi religiosi che si esprimono nel legame inscindibile con la terra, in particolare con Gerusalemme. Lo stesso voler &quot;tornare&quot; in Israele, riappropriarsene dal mare al Giordano, rappresenta una un&#039;introiezione del sentimento religioso che lega gli ebrei ai loro luoghi sacri. Ma lo dico sulla base di quel che sostengono vari ebrei israeliani di sinistra: &quot;il sionismo come movimento nazionalista laico ha inglobato l&#039;idea religiosa di una grande Israele dal Mediterraneo al Giordano. Quindi, sia che al potere vi siano israeliani religiosi, sia che governino dei laici, la politica israeliana non cambia. Per esempio, il progetto delle colonie, volto a occupare tutta la Palestina secondo l&#039;idea religiosa della Grande Israele, è stato sostanzialmente progettato da Begin e Sharon, due ebrei laici.&quot; (Jeff Halper)

A ogni modo, distinguiamo la mia interpretazione dai fatti. 

Se consideriamo che l&#039;espansione delle colonie non è stata mai fermata da nessun governo israeliano (nemmeno Rabin l&#039;ha fatto, nonostante i proclami), allora dovremmo quanto meno porci la domanda: 

&quot;l&#039;esigenza primaria di Israele è la sicurezza degli ebrei o l&#039;espansione coloniale (che comporta giocoforza la pulizia etnica dei palestinesi)?&quot;

Quello che tu consideri &quot;tragico&quot; per Israele, che chiami &quot;contraddizione&quot; potrebbe essere spiegato sostenendo, detto in modo rozzo, che Israele vuole la botte piena (la sicurezza) pur non rinunciando a ubriacarsi (la colonizzazione). In questa prospettiva, c&#039;è ben poco di tragico.

(Per il popolo palestinese, invece, siamo di fronte a una tragedia tale da potersi considerare un punto di non ritorno che segnerà la storia).

Seconda osservazione.

Sostenere che &quot;l’attuale azione militare “difensiva” di Israele [...] sopraggiunge in risposta a un avvenimento non previsto e traumatico&quot; presuppone far proprio il punto di osservazione ideale di Israele.

Se si fa proprio il punto di vista palestinese, nasce una narrazione opposta:

- quanto compiuto da Hamas il 7 ottobre è la reazione a una serie di fatti sul campo che hanno portato all&#039;occupazione di vari luoghi religiosi musulmani, all&#039;aumento dei detenuti amministrativi, all&#039;espansione delle colonie nella West Banck con annesse violenze sui palestinesi ecc. (c&#039;è la dichiarazione di Hamas che fa testo). La Palestina insomma stava scomparendo pezzo a pezzo nel silenzio del mondo e mentre i paesi arabi stringevano patti con Israele: Hamas ha reagito a tutto questo. 

Il destino dei palestinesi, secondo me, era già segnato prima del 7 ottobre. Hamas ha deciso di (re)agire contro questo destino TRAGICO, di non accettarlo, nell&#039;unico modo di cui è capace 

(ci sarebbero altri modi, per inciso, ma quelli nonviolenti, che vari palestinesi hanno praticato, richiederebbero la nostra cooperazione di occidentali per avere un effetto). 

Risultato: un&#039;accelerazione della storia, ossia della fine della nazione palestinese. E&#039; Hamas a spingere Israele ad agire sul piano militare o è Israele a spingere i palestinesi ad agire sul piano militare? Possiamo dare risposte diverse a questa domanda, ma sul risultato penso siamo d&#039;accordo: sul piano militare le perdite di vite umane dei palestinesi  rispetto a quelle degli ebrei israeliani sono in un rapporto almeno di 20 a 1, e insieme alle vite i palestinesi perdono il loro territorio.

In questa narrazione c&#039;è un Israele vicino alla vittoria, se si considera primaria la sua connotazione coloniale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea,<br />
nella tua risposta scrivi:</p>
<p>&#8220;Quest’ultimo [il tuo articolo] cerca proprio di cogliere la contraddizione che sta al centro della storia israeliana e che nasce comunque dall’esigenza primaria di “mettere in sicurezza la popolazione ebraica”.</p>
<p>E dopo: &#8220;Quello che è accaduto il 7 ottobre è appunto la smentita di questo [che Israele si difende con il Muro ecc.] credo. E non ha senso invertire gli effetti con la causa&#8221;.</p>
<p>Il senso del mio commento è mettere in discussione il tuo assunto di base, ossia che l&#8217;esigenza primaria di Israele sia &#8220;mettere in sicurezza la popolazione ebraica&#8221;. E&#8217; tutta da capire cosa sia la causa e cosa sia l&#8217;effetto. </p>
<p>Chiaro che se tu non sei disposto a porti dei dubbi su quell&#8217;assunto, tutto quel che scrivo ha poco senso.</p>
<p>Altra cosa è avere opinioni diverse sul ruolo che gioca l&#8217;aspetto religioso nel determinare il colonialismo israeliano. </p>
<p>Io credo che tutto il sionismo, che nasce in apparenza laico, abbia introiettato elementi religiosi che si esprimono nel legame inscindibile con la terra, in particolare con Gerusalemme. Lo stesso voler &#8220;tornare&#8221; in Israele, riappropriarsene dal mare al Giordano, rappresenta una un&#8217;introiezione del sentimento religioso che lega gli ebrei ai loro luoghi sacri. Ma lo dico sulla base di quel che sostengono vari ebrei israeliani di sinistra: &#8220;il sionismo come movimento nazionalista laico ha inglobato l&#8217;idea religiosa di una grande Israele dal Mediterraneo al Giordano. Quindi, sia che al potere vi siano israeliani religiosi, sia che governino dei laici, la politica israeliana non cambia. Per esempio, il progetto delle colonie, volto a occupare tutta la Palestina secondo l&#8217;idea religiosa della Grande Israele, è stato sostanzialmente progettato da Begin e Sharon, due ebrei laici.&#8221; (Jeff Halper)</p>
<p>A ogni modo, distinguiamo la mia interpretazione dai fatti. </p>
<p>Se consideriamo che l&#8217;espansione delle colonie non è stata mai fermata da nessun governo israeliano (nemmeno Rabin l&#8217;ha fatto, nonostante i proclami), allora dovremmo quanto meno porci la domanda: </p>
<p>&#8220;l&#8217;esigenza primaria di Israele è la sicurezza degli ebrei o l&#8217;espansione coloniale (che comporta giocoforza la pulizia etnica dei palestinesi)?&#8221;</p>
<p>Quello che tu consideri &#8220;tragico&#8221; per Israele, che chiami &#8220;contraddizione&#8221; potrebbe essere spiegato sostenendo, detto in modo rozzo, che Israele vuole la botte piena (la sicurezza) pur non rinunciando a ubriacarsi (la colonizzazione). In questa prospettiva, c&#8217;è ben poco di tragico.</p>
<p>(Per il popolo palestinese, invece, siamo di fronte a una tragedia tale da potersi considerare un punto di non ritorno che segnerà la storia).</p>
<p>Seconda osservazione.</p>
<p>Sostenere che &#8220;l’attuale azione militare “difensiva” di Israele [&#8230;] sopraggiunge in risposta a un avvenimento non previsto e traumatico&#8221; presuppone far proprio il punto di osservazione ideale di Israele.</p>
<p>Se si fa proprio il punto di vista palestinese, nasce una narrazione opposta:</p>
<p>&#8211; quanto compiuto da Hamas il 7 ottobre è la reazione a una serie di fatti sul campo che hanno portato all&#8217;occupazione di vari luoghi religiosi musulmani, all&#8217;aumento dei detenuti amministrativi, all&#8217;espansione delle colonie nella West Banck con annesse violenze sui palestinesi ecc. (c&#8217;è la dichiarazione di Hamas che fa testo). La Palestina insomma stava scomparendo pezzo a pezzo nel silenzio del mondo e mentre i paesi arabi stringevano patti con Israele: Hamas ha reagito a tutto questo. </p>
<p>Il destino dei palestinesi, secondo me, era già segnato prima del 7 ottobre. Hamas ha deciso di (re)agire contro questo destino TRAGICO, di non accettarlo, nell&#8217;unico modo di cui è capace </p>
<p>(ci sarebbero altri modi, per inciso, ma quelli nonviolenti, che vari palestinesi hanno praticato, richiederebbero la nostra cooperazione di occidentali per avere un effetto). </p>
<p>Risultato: un&#8217;accelerazione della storia, ossia della fine della nazione palestinese. E&#8217; Hamas a spingere Israele ad agire sul piano militare o è Israele a spingere i palestinesi ad agire sul piano militare? Possiamo dare risposte diverse a questa domanda, ma sul risultato penso siamo d&#8217;accordo: sul piano militare le perdite di vite umane dei palestinesi  rispetto a quelle degli ebrei israeliani sono in un rapporto almeno di 20 a 1, e insieme alle vite i palestinesi perdono il loro territorio.</p>
<p>In questa narrazione c&#8217;è un Israele vicino alla vittoria, se si considera primaria la sua connotazione coloniale.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/#comment-340696</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2023 10:45:20 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=106028#comment-340696</guid>

					<description><![CDATA[Lorenzo, intervengo su due punti di disaccordo, rispetto a quanto scrivi.
&quot;Insomma, la nascita di Israele non aveva molto a che fare col trovarsi un posto sicuro, con dei vicini accoglienti.
L’obiettivo primario, io credo, fosse, ed è tuttora, riappropriarsi della terra dell’Israele biblico, in primis tutta Gerusalemme, la città sacra con il Muro occidentale del tempio.&quot;
Ecco non condivido questi due punti. Mi sembra una lettura anacronistica e distorta della vicenda di Israele e del sionismo. L&#039;idea, insomma, che tutta la storia di Isarele andrebbe letta in termini dell&#039;ideologia religiosa che solo una sua componente ha espresso, componente che per altro ha acquisito una centralità politica solo in un secondo tempo. Le ragioni per cui non la condivido, stanno già nel mio intervento. Quest&#039;ultimo cerca proprio di cogliere la contraddizione che sta al centro della storia israeliana e che nasce comunque dall&#039;esigenza primaria di &quot;mettere in sicurezza la popolazione ebraica&quot;.
Detto questo sarebbe da discutere quanto le due componenti del sionismo, quella socialista e quella revisionistica, condividesssero, alla fine, l&#039;obiettivo dell&#039;espansione territoriale, ma non certo spinti da un medesimo motivo di carattere religioso.

Su un altro punto: &quot;La sicurezza si ottiene con l’esercito, con il Muro, con l’espansione delle colonie, con il controllo capillare della terra, con i patti con gli stati arabi, ormai incapaci di costituire vera minaccia militare.&quot; Quello che è accaduto il 7 ottobre è appunto la smentita di questo credo. E non ha senso invertire gli effetti con la causa. L&#039;attuale azione militare &quot;difensiva&quot; di Israele puo&#039; essere considerata un&#039;occasione per ridurre ulteriormente l&#039;autonomia già residuale del popolo palestinese, ma essa sopraggiunge in risposta a un avvenimento non previsto e traumatico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lorenzo, intervengo su due punti di disaccordo, rispetto a quanto scrivi.<br />
&#8220;Insomma, la nascita di Israele non aveva molto a che fare col trovarsi un posto sicuro, con dei vicini accoglienti.<br />
L’obiettivo primario, io credo, fosse, ed è tuttora, riappropriarsi della terra dell’Israele biblico, in primis tutta Gerusalemme, la città sacra con il Muro occidentale del tempio.&#8221;<br />
Ecco non condivido questi due punti. Mi sembra una lettura anacronistica e distorta della vicenda di Israele e del sionismo. L&#8217;idea, insomma, che tutta la storia di Isarele andrebbe letta in termini dell&#8217;ideologia religiosa che solo una sua componente ha espresso, componente che per altro ha acquisito una centralità politica solo in un secondo tempo. Le ragioni per cui non la condivido, stanno già nel mio intervento. Quest&#8217;ultimo cerca proprio di cogliere la contraddizione che sta al centro della storia israeliana e che nasce comunque dall&#8217;esigenza primaria di &#8220;mettere in sicurezza la popolazione ebraica&#8221;.<br />
Detto questo sarebbe da discutere quanto le due componenti del sionismo, quella socialista e quella revisionistica, condividesssero, alla fine, l&#8217;obiettivo dell&#8217;espansione territoriale, ma non certo spinti da un medesimo motivo di carattere religioso.</p>
<p>Su un altro punto: &#8220;La sicurezza si ottiene con l’esercito, con il Muro, con l’espansione delle colonie, con il controllo capillare della terra, con i patti con gli stati arabi, ormai incapaci di costituire vera minaccia militare.&#8221; Quello che è accaduto il 7 ottobre è appunto la smentita di questo credo. E non ha senso invertire gli effetti con la causa. L&#8217;attuale azione militare &#8220;difensiva&#8221; di Israele puo&#8217; essere considerata un&#8217;occasione per ridurre ulteriormente l&#8217;autonomia già residuale del popolo palestinese, ma essa sopraggiunge in risposta a un avvenimento non previsto e traumatico.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/#comment-340694</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Dec 2023 09:08:57 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=106028#comment-340694</guid>

					<description><![CDATA[A Roberta, che scrivi: 
&quot;La posizione di chi spera che gli statunitensi siano in fondo buoni, clementi e simpatici come nei loro film è forse l’unica posizione possibile, la capisco.&quot;
Per me ovviamente non è questo il punto. Il punto è che gli Stati Uniti sono gli unici che avrebbero la forza di &quot;costringere&quot; Israele, sia sul piano della politica internazionale sia su quello più diretto della vendita delle armi. E&#039; una cosa nche anche Chomsky ha ricordato spesso. Solo che non lo fanno, non lo vohliono fare (e per le ragioni che citi), come dimostra il veto che hanno appena messo alla risoluzione dell&#039;Onu per obbligare Israele a un cessate il fuoco.

Poi:  &quot;La tua osservazione che Stati molto potenti non possono più permettersi il colonialismo è auspicabile, è condivisibile, ma alla prova dei fatti non so.&quot;
Intendevo dire solo questo: quando Israele ha risposto all&#039;attacco del 7 ottobre con i bombardamenti di Gaza, c&#039;è stato un momento in cui si è assistito a una vera battaglia per conquistare l&#039;assenso dell&#039;opinione pubblica mondiale (che non è omogenea, certo, ma che comunque si esprime in vari modi). Mi sembra chiaro oggi che Israele l&#039;ha persa, e lo testimoniano anche giornali moderati, in genere ben poco critici nei suoi confronti. E l&#039;hanno dimostrato le manifestazioni di piazza. Sul breve periodo, hai ragione a dire che cio&#039; non cambiera nulla, ma Biden ha già perso i voti dell&#039;elettorato arabo statunitense, che è particolarmente decisivo in certi stati. Quasi dieci anni fa (2014), il &quot;Courrier International&quot; aveva dedicato un dossier a Israele intitolato: &quot;Israele-Occidente, la rottura. Chiuso su se stesso lo Stato ebraico non sopporta più le critiche.&quot; Oggi la situazione è ben più grave. Ormai Israele rischia di avere l&#039;appoggio solo delle destre più reazionarie dell&#039;Occidente e non per amore degli ebrei, ma per odio degli arabi. Tutto questo avrà conseguenza sugli Stati Uniti e su Israele, comunque vadano le cose sul piano dell&#039;azione militare. Anche i peggiori regimi hanno bisogno di esercitare la loro influenza non solo tramite la forza militare, ma anche attraverso l&#039;egemonia ideologica.
Infine: né manifestando in piazza, né ragionando pubblicamente possiamo fermare la guerra e il massacro dei palestinesi, ma starcene zitti non mi sembra un&#039;alternativa migliore. Inoltre, per quel poco che vale, è importante che i palestinesi sappiano della solidarietà che testimoniano le popolazioni, sopratutto in Occidente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Roberta, che scrivi:<br />
&#8220;La posizione di chi spera che gli statunitensi siano in fondo buoni, clementi e simpatici come nei loro film è forse l’unica posizione possibile, la capisco.&#8221;<br />
Per me ovviamente non è questo il punto. Il punto è che gli Stati Uniti sono gli unici che avrebbero la forza di &#8220;costringere&#8221; Israele, sia sul piano della politica internazionale sia su quello più diretto della vendita delle armi. E&#8217; una cosa nche anche Chomsky ha ricordato spesso. Solo che non lo fanno, non lo vohliono fare (e per le ragioni che citi), come dimostra il veto che hanno appena messo alla risoluzione dell&#8217;Onu per obbligare Israele a un cessate il fuoco.</p>
<p>Poi:  &#8220;La tua osservazione che Stati molto potenti non possono più permettersi il colonialismo è auspicabile, è condivisibile, ma alla prova dei fatti non so.&#8221;<br />
Intendevo dire solo questo: quando Israele ha risposto all&#8217;attacco del 7 ottobre con i bombardamenti di Gaza, c&#8217;è stato un momento in cui si è assistito a una vera battaglia per conquistare l&#8217;assenso dell&#8217;opinione pubblica mondiale (che non è omogenea, certo, ma che comunque si esprime in vari modi). Mi sembra chiaro oggi che Israele l&#8217;ha persa, e lo testimoniano anche giornali moderati, in genere ben poco critici nei suoi confronti. E l&#8217;hanno dimostrato le manifestazioni di piazza. Sul breve periodo, hai ragione a dire che cio&#8217; non cambiera nulla, ma Biden ha già perso i voti dell&#8217;elettorato arabo statunitense, che è particolarmente decisivo in certi stati. Quasi dieci anni fa (2014), il &#8220;Courrier International&#8221; aveva dedicato un dossier a Israele intitolato: &#8220;Israele-Occidente, la rottura. Chiuso su se stesso lo Stato ebraico non sopporta più le critiche.&#8221; Oggi la situazione è ben più grave. Ormai Israele rischia di avere l&#8217;appoggio solo delle destre più reazionarie dell&#8217;Occidente e non per amore degli ebrei, ma per odio degli arabi. Tutto questo avrà conseguenza sugli Stati Uniti e su Israele, comunque vadano le cose sul piano dell&#8217;azione militare. Anche i peggiori regimi hanno bisogno di esercitare la loro influenza non solo tramite la forza militare, ma anche attraverso l&#8217;egemonia ideologica.<br />
Infine: né manifestando in piazza, né ragionando pubblicamente possiamo fermare la guerra e il massacro dei palestinesi, ma starcene zitti non mi sembra un&#8217;alternativa migliore. Inoltre, per quel poco che vale, è importante che i palestinesi sappiano della solidarietà che testimoniano le popolazioni, sopratutto in Occidente.</p>
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