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	Commenti a: La narrazione: crisi o big bang	</title>
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		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/12/24/la-narrazione-crisi-o-big-bang/#comment-362532</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2024 10:34:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Attraverso una disamina dei saggi di Gottschall e di Han, Giacomo metti bene in evidenza come non ne abbiamo ancora finito con la &quot;narrazione&quot;. Ed è interessante vedere, come giustamente noti, come vi sia stata un&#039;evoluzione di questo oggetto, almeno nel sapere occidentale: da concetto specialistico, sopratutto linguistico, letterario e filosofico, negli anni Cinquanta-Sessanta-Settanta, fino a quello variamente semplificato, che viaggia tra psicologia, scienze cognitive, marketing, sotto il nome di story-telling, e a quello ancora più attuale, che scopre con sconcerto e timore che il carattere onnipresente delle narrazioni e quindi un suo alto grado di pericolosità.
Non ho letto né Gottschall e né Han, ma sarebbe interessante riprendere questo dibattito alla luce di qualcheduna delle acquisizioni concettuali insostituibili relative alla narrazione. Il campo narratologico è troppo angusto per fornirci elementi utili, ma quello della filosofia, e in particolar modo della filosofia dell&#039;azione, puo&#039; dirci delle cose importanti. In primo luogo, si tratta di commisurare il concetto di narrazione non con &quot;le grandi narrazioni&quot;, che son poi difficili da definire (&quot;romanzi nazionali&quot;, &quot;narrazioni di classe&quot;, ecc.), ma con l&#039;uso indispensabile che nella realtà, ancor prima che nei libri, facciamo del narrare, ossia della capacità di fornire intelleggibilità reciproca alle azioni che realizziamo in un certo contesto storico-culturale. Da questo punto di vista due nomi mi sembrano indispensabili Hanna Arendt (&quot;Vita activa&quot;) e Charles Taylor. Questi due accessi alla questione della &quot;narrazione&quot; hanno vari vantaggi, anche se ovviamente non sono i soli utili. 
1) Situano la narrazione non in un fantomatico mondo di finzioni, ma prima di tutto nella vita reale degli esseri umani socializzati. La narrazione &quot;letteraria&quot; è una elaborazione di secondo grado di questa prima prassi narrativa comune.
2) Saltano a piè pari l&#039;ideologia individualistica che vorrebbe che esistano narrazioni nate in interiore homine, anzi all&#039;interno dell&#039;indiviudo. Le narrazioni sono costitutivamente sociali e condivisibili, e sono connesse a sistemi di nozioni e di valori, insomma a quadri di riferimento che evolvono assieme alle società che quei quadri hanno creato.
3) Tutte le teorie cognitiviste o neurobiologiche  possono essere interessanti per vedere cosa succede nel cervello quando si narra qualcosa, ma non possono mai dirci l&#039;essenziale del funzionamento delle narrazioni, che dipendono da quadri di riferimneto che sono &quot;fuori&quot; dai cervelli, che non sono &quot;naturali&quot; né individuali, e che evolvono nel tempo, in modo tale che le stesse azioni acquistano significati differenti e entrano dentro schemi d&#039;intelligibilità differenti a seconda delle epoche.

Ho provato a mettere giù questi punti anche in vista di dialoghi futuri su questo tema. Intanto grazie ancora Giacomo del tuo contributo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Attraverso una disamina dei saggi di Gottschall e di Han, Giacomo metti bene in evidenza come non ne abbiamo ancora finito con la &#8220;narrazione&#8221;. Ed è interessante vedere, come giustamente noti, come vi sia stata un&#8217;evoluzione di questo oggetto, almeno nel sapere occidentale: da concetto specialistico, sopratutto linguistico, letterario e filosofico, negli anni Cinquanta-Sessanta-Settanta, fino a quello variamente semplificato, che viaggia tra psicologia, scienze cognitive, marketing, sotto il nome di story-telling, e a quello ancora più attuale, che scopre con sconcerto e timore che il carattere onnipresente delle narrazioni e quindi un suo alto grado di pericolosità.<br />
Non ho letto né Gottschall e né Han, ma sarebbe interessante riprendere questo dibattito alla luce di qualcheduna delle acquisizioni concettuali insostituibili relative alla narrazione. Il campo narratologico è troppo angusto per fornirci elementi utili, ma quello della filosofia, e in particolar modo della filosofia dell&#8217;azione, puo&#8217; dirci delle cose importanti. In primo luogo, si tratta di commisurare il concetto di narrazione non con &#8220;le grandi narrazioni&#8221;, che son poi difficili da definire (&#8220;romanzi nazionali&#8221;, &#8220;narrazioni di classe&#8221;, ecc.), ma con l&#8217;uso indispensabile che nella realtà, ancor prima che nei libri, facciamo del narrare, ossia della capacità di fornire intelleggibilità reciproca alle azioni che realizziamo in un certo contesto storico-culturale. Da questo punto di vista due nomi mi sembrano indispensabili Hanna Arendt (&#8220;Vita activa&#8221;) e Charles Taylor. Questi due accessi alla questione della &#8220;narrazione&#8221; hanno vari vantaggi, anche se ovviamente non sono i soli utili.<br />
1) Situano la narrazione non in un fantomatico mondo di finzioni, ma prima di tutto nella vita reale degli esseri umani socializzati. La narrazione &#8220;letteraria&#8221; è una elaborazione di secondo grado di questa prima prassi narrativa comune.<br />
2) Saltano a piè pari l&#8217;ideologia individualistica che vorrebbe che esistano narrazioni nate in interiore homine, anzi all&#8217;interno dell&#8217;indiviudo. Le narrazioni sono costitutivamente sociali e condivisibili, e sono connesse a sistemi di nozioni e di valori, insomma a quadri di riferimento che evolvono assieme alle società che quei quadri hanno creato.<br />
3) Tutte le teorie cognitiviste o neurobiologiche  possono essere interessanti per vedere cosa succede nel cervello quando si narra qualcosa, ma non possono mai dirci l&#8217;essenziale del funzionamento delle narrazioni, che dipendono da quadri di riferimneto che sono &#8220;fuori&#8221; dai cervelli, che non sono &#8220;naturali&#8221; né individuali, e che evolvono nel tempo, in modo tale che le stesse azioni acquistano significati differenti e entrano dentro schemi d&#8217;intelligibilità differenti a seconda delle epoche.</p>
<p>Ho provato a mettere giù questi punti anche in vista di dialoghi futuri su questo tema. Intanto grazie ancora Giacomo del tuo contributo.</p>
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